Professor Richard D. Wolff

 

 

Il grande gioco delle tre carte dell'austerità

Ecco come funziona la truffa dei capitalisti: lasciare che lo stato prenda in prestito per i salvataggi della crisi. Quindi insistere che i tagli paghino per loro. Indovinate chi perde?

di Richard Wolff.

PUBBLICATO IL 4 NOVEMBRE 2013

Questo articolo è originariamente apparso su The Guardian.

 

I governi di centro-destra in Gran Bretagna e Germania lo fanno. Così fanno i governi di centro-sinistra in Francia ed Italia. Lo fanno anche Obama ed i repubblicani. Tutti impongono programmi di "austerità" sulle loro economie come necessari per uscire dalla crisi che le affligge tutte dal 2007. I politici e gli economisti ora impongono l'austerità tanto quanto una volta i medici attaccavano cerotti di mostarda sulla pelle dei malati.

Le politiche di austerità presumono che oggi i principali problemi economici siano i deficit di bilancio statali che aumentano il debito pubblico. Le politiche di austerità risolvono questi problemi principalmente tagliando la spesa pubblica e, secondariamente, con limitati incrementi di imposte. Ridurre le spese mentre si aumentano le entrate taglia i deficit degli stati e la loro necessità di prendere in prestito.

I debiti pubblici crescono meno o calano contando su quanto le spese di ciascuno stato diminuiscono e le sue imposte aumentano. Le politiche di austerità di Obama durante il 2013 sono cominciate il 1° gennaio, quando ha alzato le imposte sui salari sul reddito annuo di tutti fino a $113.700. Quindi, il 1° marzo, il "sequester" ha abbassato le spese federali. Così, il deficit USA del 2013 calerà nettamente da quello del 2012.

Probabilmente Obama imporrà più austerità: tagliando i sussidi della sicurezza sociale e di Medicare per compromettere con i repubblicani. Analogamente, i governi europei mantengono i loro programmi di "austerità". Persino il governo della Francia, ufficialmente "anti-austerità" e "socialista", ha un nuovo bilancio con tipici tagli di austerità alle spese sociali.

Le prove accumulate dimostrano che solitamente i programmi di austerità aggravano le depressioni economiche. Perché, allora, rimangono la politica preferita per la maggior parte dei governi capitalisti?

Quando le economie capitaliste crollano, la maggior parte dei capitalisti chiede ed il governo fornisce salvataggi del mercato del credito e stimoli economici. Tuttavia, le grandi società ed i ricchi si oppongono a nuove imposte su di loro per pagare i programmi di stimolo e di salvataggio. Invece, insistono che i governi dovrebbero prendere in prestito i fondi necessari. Dal 2007, i governi capitalisti dovunque hanno preso massicciamente in prestito per questi costosi programmi. Così hanno sostenuto grandi deficit di bilancio ed i loro debiti pubblici sono aumentati vertiginosamente.

Prendere in prestito pesantemente è stata così la politica principale preferita dai capitalisti per trattare l'ultima crisi del loro sistema. Li ha serviti bene.

Prendere in prestito ha pagato per i salvataggi statali delle banche, delle altre società finanziarie e di altre grandi imprese selezionate. Prendere in prestito ha permesso spese di stimolo che hanno rianimato la domanda di beni e servizi. Prendere in prestito ha consentito esborsi statali per sussidi di disoccupazione, buoni alimentari ed altre compensazioni alla sofferenza indotta dalla crisi.

In queste maniere, prendere in prestito ha contribuito a ridurre le critiche, il risentimento, la rabbia e le tendenze antisistema tra quelli licenziati dal posto di lavoro, sfrattati dalla casa, privati della sicurezza del posto di lavoro e di sussidi ecc. Prendere in prestito da parte dello stato ha avuto questi risultati positivi per i capitalisti mentre li ha risparmiati dal pagare imposte più alte per ottenere quei risultati.

Né questo è tutto. Le grandi imprese ed i ricchi hanno utilizzato il denaro che hanno risparmiato impedendo ai governi di tassarli per fornire gli enormi prestiti dei quali gli stati erano quindi bisognosi. Le persone a medio e basso reddito potevano prestare poco o nulla ai loro governi. Le grandi imprese ed i ricchi, infatti, hanno sostituito i prestiti allo stato al posto di pagare di più in imposte. Per quei prestiti, gli stati devono pagare gli interessi ed alla fine rimborsarli.

Prendere in prestito da parte dello stato ricompensa le grandi imprese ed i ricchi piuttosto bene. Equivale ad un affare molto gradevole per i capitalisti.

Tuttavia, questo affare gradevole solleva un nuovo problema. In primo luogo, dove troveranno i governi i fondi per pagare gli interessi su tutti i prestiti e, in secondo luogo, chi rimborserà i prestatori? Le grandi imprese ed i ricchi si preoccupano che possano ancora essere tassati per fornire quei fondi. Sono determinati ad evitare tali imposte proprio come hanno evitato di venire innanzitutto tassati per pagare i programmi di stimolo e di salvataggio.

L'austerità è così la seconda politica preferita dei capitalisti, una seconda via per evitare imposte più elevate mentre gli stati si affannano con la crisi economica. Le grandi imprese ed i ricchi promuovono l'austerità insistendo sonoramente che i problemi economici importanti di oggi non sono la disoccupazione, la perdita della sicurezza del posto di lavoro e dei sussidi, i pignoramenti di case e le disuguaglianze insuperabili di reddito e di ricchezza. Piuttosto, i problemi chiave sono i deficit statali ed il crescente debito pubblico. Essi devono essere tagliati.

Per fare questo, le imposte dovrebbero essere alzate modestamente o per niente (per evitare di "danneggiare" l'economia). La soluzione chiave è così di tagliare gli esborsi pubblici su posti di lavoro, sussidi sociali e sulla fornitura di servizi sociali. Il denaro risparmiato con questi tagli dovrebbe invece essere utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico e per ridurlo.

La maniera del capitalismo di trattare le sue crisi ricorrenti è così uno straordinario imbroglio a due livelli. Nel primo livello, prestiti massicci finanziano i programmi di stimolo e di salvataggio. Nel secondo livello, l'austerità paga i prestiti.

Questo imbroglio scarica la maggior parte dei costi delle crisi capitaliste sulle spalle della gente a medio e basso reddito. Lo spostamento avviene attraverso la maggiore disoccupazione, i salari più bassi e ridotti servizi pubblici realizzati con i programmi di austerità. Avviene pure nella sostenuta minimizzazione degli incrementi di imposte specialmente sulle grandi imprese e sui ricchi.

Con poche eccezioni, i grandi partiti politici hanno imposto ovunque l'imbroglio a due livelli del capitalismo. Soltanto quando l'opposizione di massa della gente a medio e basso reddito è sufficientemente organizzata da minacciare assolutamente il capitalismo stesso i capitalisti vacillano e si dividono su prendere in prestito e austerità. Quindi alcuni capitalisti collaborano con l'opposizione per sostenere dei "New Deal" invece dell'austerità.

Anche allora, una volta passata la crisi immediata, i capitalisti ritornano alle loro politiche preferite di prendere in prestito e austerità. La storia degli USA dal 1929 al presente insegna bene questa lezione.

I capitalisti sanno che il loro sistema è instabile. Eppure non hanno mai prevenuto le crisi ricorrenti. Contano invece su delle politiche per "gestirle". L'imbroglio a due livelli prendere in prestito per stimoli e salvataggi e quindi austerità solitamente svolge il lavoro. I keynesiani promuovono il prendere in prestito e quindi sembrano sorpresi, persino oltraggiati, quando subentra l'austerità.

In primo luogo, le grandi imprese ed i ricchi non dovrebbero essere sfuggiti alla tassazione perché hanno contribuito a provocare la crisi; si sono arricchiti il massimo nei decenni prima della crisi e possono meglio permettersi di pagare per superare la crisi. Se fossero stati tassati per pagare lo stimolo ed il salvataggio, non sarebbe sorto nessun bisogno di prendere in prestito o di austerità.

Anche tassare le grandi imprese ed i ricchi avrebbe delle conseguenze, ma genererebbero molto minori costi sociali e ricadrebbero prevalentemente su coloro meglio in grado di farvi fronte.

Ma ogni opposizione organizzata abbastanza forte per far pagare alle grandi imprese ed ai ricchi le crisi del capitalismo metterebbe probabilmente in discussione il capitalismo stesso. Emergente da quasi sei anni di crisi, avanza la domanda "possiamo far meglio del capitalismo?", che richiede discussione, dibattito e decisione democratica.



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