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Si stima che oggi stiano protestando un ateniese su sei, con la
marcia del sindacato che ne costituisce la maggiore componente. La
polizia, nonostante i suoi allarmi precedenti al governo, ha
realizzato bene il suo fine, scombussolando proattivamente e
bloccando la marcia sindacale architettando scontri lungo le
principali vie di alimentazione. Ma, persino con superiore
organizzazione, armamento ed una volontà organizzata politicamente
per impegnarsi nel combattimento fisico, ha potuto fare unicamente
tanto. Su Twitter i greci hanno quasi uniformemente riportato che il
popolo si affollava, fuori a migliaia, in tutta la città, non
soltanto in Piazza
Syntagma e nelle vie attigue.
Gli emblemi della cronaca dei notiziari - edifici che bruciano,
gas lacrimogeno, bottiglie molotov che esplodono vicino ai piedi dei
poliziotti antisommossa - non sono che epifenomeni. Oggi ha
rappresentato un'altra breccia fatale nell'appoggio della società
civile allo stato. Una volta, il basamento dello stato era la
piccola borghesia in alleanza con il capitale navale e bancario.
Questa era non piccola cosa quando la piccola borghesia costituiva
una vasta classe sociale. Ma, dalla caduta della giunta, almeno, i
lavoratori salariati sono stati la maggioranza e sono stati tra le
classi operaie più radicali in Europa. Ora, entrambe il proletariato
greco e la piccola borghesia hanno rifiutato in maniera schiacciante
il programma di austerità e del gruppo di Francoforte che preme per
la sua variante più estrema. Lo stato non ha nessuna base popolare e
l'apparato viene sempre più messo alla prova mentre tenta di
contenere le lotte anti-austerità. La classe dominante greca è
interamente dipendente e sottomessa alla leadership della UE, della
BCE e, ad un grado minore, del FMI. Fa affidamento sul ricatto che i
leader della UE, i banchieri ed i mercanti di titoli, con le loro
immense risorse materiali, possano mobilitare - questo ricatto, in
quel sommamente mendace atto di mistificazione, lo chiamano con il
nome de 'il mercato'.
Anche oggi rappresenta un'altra fase nella disintegrazione dei
partiti borghesi, poiché il 50% dei parlamentari si sono rifiutati
di votare a favore del secondo memorandum che traccia l'ultima
ondata di misure di austerità. Il governo di 'accordo nazionale' non
è riuscito a mantenere il sostegno di 65 su 255 dei suoi
parlamentari. Le espulsioni
sono in corso, ad accompagnare il gran numero di dimissioni e
defezioni. Il giornalista della BBC
Paul Mason riferisce di un senso di
ridicola rassegnazione tra la classe dominante greca. Sa molto
bene che il sado-monetarismo non la salverà - il default è
inevitabile - ma si sente obbligata a giocare la partita dell'euro.
La sua disperata speranza, si può soltanto supporre, è che una morte
prolungata ed agonizzata le offra una possibilità di redenzione,
dove una morte immediata di ritirata dall'Eurozona e la
ricostituzione radicale della politica nazionale che ciò
comporterebbe, non le offre affatto nessuna speranza. Se domani si
tenessero le elezioni e se ne devono tenere abbastanza presto, i
partiti che attualmente siedono a cavalcioni dell'apparato
parlamentare sarebbero esposti nella loro vera, svuotata forma. Il
comico voto al PASOK farebbe orinarsi addosso lo stesso
Nick Clegg.
Ma questo è il meno. Ciò che sta spingendo queste fratture,
questo precipitarsi improvviso di forze sotto nuove bandiere e
lontano dalle loro bandiere tradizionali, è la radicalizzazione
della lotta dei lavoratori. Due scioperi generali in una settimana,
agitazione civile di massa, proteste e tumulti abituali... e
sottostante a questo fermento una serie di azioni ed occupazioni
industriali in corso, forme di militanza che germinalmente -
soltanto germinalmente - pongono la questione del potere dei
lavoratori, ovvero della democrazia diretta. E' ciò che avviene per
questo motivo, il lato della bilancia, che determinerà quanto
permanente, quanto salvabile, è la crisi della borghesia greca.
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