Una grande guerra: non sono soltanto chiacchiere
di Srdja Trifkovic
3 settembre 2008
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La crisi nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia sulla Georgia annunzia un periodo particolarmente pericoloso negli affari mondiali: l'era del multipolarismo asimmetrico. Una grande guerra tra due o più grandi potenze è più probabile in questa configurazione che in qualsiasi altro modello o equilibrio globale conosciuto dalla storia. Il sistema più stabile è il bipolarismo basato sulla dottrina della Distruzione Reciproca Assicurata (MAD), che è stata prevalente dagli anni '50 fino alla fine della Guerra Fredda. La consapevolezza di entrambe le superpotenze che si sarebbero inflitte a vicenda od ai loro alleati un grave ed inevitabile danno reciproco in una guerra nucleare era associata all'accettazione che ciascuna avesse una sfera di influenza o di interesse vitale che non doveva essere violata. Con Brest-Litovsk e Barbarossa in mente, Stalin "intendeva trasformare i paesi conquistati dalle armate sovietiche in zone cuscinetto per proteggere la Russia" (Kissinger). L'equivalente occidentale, anche essenzialmente difensivo, è stato definito dalla Dottrina Truman (1947). Furono combattute guerre per procura nella zona grigia in tutto il Terzo Mondo, più considerevolmente in Medio Oriente, ma vennero tenute localizzate anche quando era direttamente coinvolta una superpotenza (Vietnam, Afghanistan). Questo modello era il prodotto di circostanze uniche senza un precedente storico adeguato, che comunque è improbabile si ripetano in un futuro prevedibile. Il modello più stabile di relazioni internazionali che è sia storicamente ricorrente e strutturalmente ripetibile nel futuro è il sistema dell'equilibrio di potenza nel quale nessuna singola grande potenza è fisicamente in grado o politicamente disposta a perseguire l'egemonia. Questo modello fu prevalente dalla Pace di Westphalia (1648) fino a Napoleone, da Waterloo fino ad intorno al 1900 e da Versailles fino al 1933. Richiede un relativo equilibrio tra le potenze chiave (solitamente da cinque a sette) che le tiene sotto controllo reciprocamente e funziona entro una serie riconosciuta di regole che è diventata nota come "diritto internazionale". Le guerre tra grandi potenze avvengono, ma sono limitate in estensione ed intensità perché le parti in guerra accettano tacitamente la fondamentale legittimità e la continua esistenza dei loro avversari. Se una delle potenze diventa considerevolmente più forte delle altre e se la sua elite decisionale interiorizza un'ideologia che richieda o almeno giustifichi l'egemonia, si svilupperà il sistema inerentemente instabile del multipolarismo asimmetrico. In tutti e tre i casi noti—la Francia napoleonica dopo il 1799, il Kaiserreich da intorno al 1900 ed il Terzo Reich dopo il 1933—la sfida non poté essere risolta senza una grande guerra. Il governo degli Stati Uniti ora agisce in un modo strutturalmente reminiscente di quelle tre potenze. Essendosi proclamati il leader di una immaginaria "comunità internazionale", vanno oltre di qualsiasi altro precedente aspirante egemone nel trattare il mondo intero come la sfera di interesse americana. Come ho indicato due settimane fa, la codificazione formale è arrivata nel National Security Strategy del settembre 2002, che ha presentato lo spettro di un dominio del mondo politico, militare ed economico senza limiti precisi da parte degli Stati Uniti agendo unilateralmente contro "stati canaglia" e "potenze potenzialmente ostili" e nel perseguimento della fine di "distruttive rivalità nazionali". Verso quel fine, l'amministrazione è impegnata "a mantenere fuori controllo la forza militare, rendendo al riguardo inutili le destabilizzanti corse agli armamenti di altre epoche e limitando le rivalità al commercio ed altre attività pacifiche". Qualsiasi tentativo da parte di una singola potenza di mantenere fuori controllo la propria forza militare è inerentemente destabilizzante e risulta—prima o poi—nell'emergere di una effettiva contro-coalizione. Alla fine Napoleone ne affrontò una alla Völkerschlacht a Lipsia nel 1813. "Non vi è nessun equilibrio di potenza in Europa eccetto me ed i miei ventiquattro corpi d'armata", si vantò notoriamente il Kaiser nel 1901. Entro pochi anni costruiva anche una flotta d'alto mare. Per il 1907, la Germania guglielmina fu la causa di una contro-coalizione che indusse ad allearsi anche tradizionali rivali come la Gran Bretagna e la Russia (nel 1917 l'ultima sarà sostituita dagli Stati Uniti). E, per quanto riguarda la più recente Griff nach der Weltmacht, per la seconda settimana del dicembre 1941 la Germania era irreversibilmente destinata ad un'altra sconfitta. Un iniziale ma sicuro sintomo di asimmetria destabilizzante in azione è l'aspirante tendenza egemone di pretendere una sfera d'influenza o d'ingerenza sempre in espansione a spese dei suoi rivali. Nel periodo che precede il 1914 ciò fu annunziato dal Telegramma Kruger (1896) ed esemplificato e dal tentativo tedesco di costruire la ferrovia da Berlino a Baghdad (1903) e dalla Prima Crisi del Marocco (1905). Né Napoleone né Hitler conoscevano alcun limite «naturale», ma la loro ambizione era confinata essenzialmente all'Europa. Oggi con gli Stati Uniti la novità è che questa ambizione è estesa—letteralmente—al mondo intero. Non soltanto l'Emisfero Occidentale, non soltanto alla «Vecchia Europa», al Giappone, o ad Israele, ma pure Taiwan, la Corea ed simili posti improbabili come Georgia, Estonia, Kosovo o Bosnia, sono considerati estremamente importanti. Lo stesso globo ora è totalmente rivendicato come sfera d'influenza dell'America, i cortili caucasici, europei e dell'Asia Centrale russi inclusi assai enfaticamente. Quattro settimane fa il gioco stesso è diventato asimmetrico in maniera allarmante. Per l'America è ancora ideologico, ma Per la Russia è divenuto esistenziale. Ora la Russia si comporta come una potenza europea pre-1914 tradizionalista nel cercare di proteggere il suo "estero prossimo". L'America si comporta come una potenza globale rivoluzionaria, il cui "estero prossimo" è letteralmente dovunque. Per la Russia è quindi inutile cercare di "gestire" la crisi in una maniera pre-1914 e sperare in qualche vago ammorbidimento dell'altra parte, perché a Washington il calcolo non è razionale. La contro-strategia di imprevedibilità, esemplificata dal riconoscimento di Medvedev dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia, è comunque una risposta molto razionale. Potrebbe ancora costringere il residuo di sanità mentale all'interno della Beltway a tentare di esercitare qualche maturo controllo sulla "comunità di politica estera" bipartitica dei fumatori nell'arsenale. |
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