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La partecipazione degli USA alla guerra in
Libia
pare essere coordinata
dalla ex base della Legione Straniera francese a Gibuti, un
minuscolo paese di mezzo milione di anime proprio sulla punta del
Corno d'Africa. Questa è la base avanzata di
AFRICOM,
il comando unificato per l'azione africana istituito nel 2007
dall'ex presidente
George W. Bush
e dal suo segretario alla difesa
Robert Gates,
che ha proseguito in quella posizione sotto il presidente
Barack Obama.
Perché gli Stati Uniti
abbiano avviato una tale operazione speciale in Africa, e cosa
questo faccia presagire, merita un esame.
Il motivo originale dato per la creazione di
AFRICOM,
con la sua base principale non in Africa ma a Stoccarda, Germania,
era di coordinare gli sforzi antiterrorismo in paesi come la
Somalia, dove il collasso del governo organizzato ha portato ad una
situazione molto instabile e pericolosa. Ma, sebbene alcuni paesi
africani erano felici di ricevere armamenti pesanti dagli Stati
Uniti, molti di loro, incluso specialmente il Sud Africa, hanno
espresso delle inquietudini.
All'infuori del motivo dell'antiterrorismo, i commentatori
hanno sollevato la questione del petrolio. Gli analisti
dell'industria petrolifera predicono che per l'anno 2015 gli Stati
Uniti otterranno il 25% del petrolio importato da fonti africane. I
maggiori produttori di petrolio in Africa sono la
Libia,
con 47 miliardi di barili in riserve provate (e forse molte di
più ancora sconosciute), la Nigeria (37,5 miliardi di barili),
l'Angola (13,5 miliardi di barili), l'Algeria (13,4 miliardi di
barili) e il Sudan (6,8 miliardi di barili). Dei paesi africani più
piccoli, inclusi il Gabon e la Guinea Equatoriale, hanno una
produzione petrolifera su vasta scala proporzionale alla loro
dimensione.
Scrivendo
nel
2008, Antonia Juhasz postula un motivo di
politica petrolifera per la creazione di AFRICOM. "La preoccupazione
è che, come è stato in Iraq, una maggiore presenza militare USA in
Africa sforzerà troppo le forze armate sovraccaricate mentre
aumenterà le ostilità interne, l'instabilità regionale e la rabbia
verso gli Stati Uniti", ha affermato, aggiungendo che "L'obiettivo
finale dei due sforzi è lo stesso: assicurare l'accesso delle grandi
società petrolifere al petrolio della regione".
Libia, Nigeria, Angola e
Algeria
sono tutti stati membri dell'OPEC, il cartello dei paesi
produttori di petrolio, le cui azioni congiunte nello stabilire le
quote di produzione hanno un profondo effetto sul prezzo del
petrolio. Numerose compagnie petrolifere USA hanno investito nei
paesi produttori di petrolio africani, compresa la Libia. Anche se
il governo del leader
Moammar Gadaffi
ha nazionalizzato molti impianti petroliferi stranieri quando ha
preso il potere da re Idris nel 1969, alcune compagnie petrolifere
straniere maggiori, incluse le USA,
hanno investimenti in Libia, in operazioni congiunte con lo
stato libico. Queste comprendono, tra le altre,
Marathon, Hess,
Conoco, Gulf, Occidental, BP, Repasol (Spagna), Eni
(Italia)
e
Total (Francia.)
Nel 2009,
Gadaffi
ha cominciato a far capire che
poteva nazionalizzare le rimanenti attività petrolifere straniere in
Libia (a quell'epoca AFRICOM era già stato istituito? e ha rinnovato
la minaccia da quando la scorsa settimana è iniziato l'intervento
NATO. Ma proprio ora le sanzioni imposte dagli USA e dall'Unione
Europea hanno ridotto le esportazioni di petrolio della Libia a un
gocciolamento, risultando in un rincaro improvviso mondiale dei
prezzi del carburante. Un drastico intervento che porti alla
rimozione di Gadaffi e ad una maggiore libertà operativa per queste
società petrolifere potrebbe davvero essere parte
della ragione per l'intervento, specialmente da parte dei maggiori
paesi dell'Unione Europea, dipendenti dalla Libia per i loro bisogni
energetici.
Un'altra ragione espressa da alcuni analisti per la creazione
di AFRICOM è di risposta ai progressi commerciali cinesi in Africa.
AFRICOM è principalmente un'entità militare, ma comprende operazioni
civili si presume conquistino i cuori e le menti degli africani
attraverso progetti di sviluppo.
Carmel Davis, presidente di Roger Holdings,
Inc., ha sollevato questa questione in un saggio
del 2008. Per Davis, contrastare l'influenza cinese in Africa è
positivo, perché le società cinesi tendono a non interferire con i
governi esistenti nei paesi africani nei quali investono. Davis
avverte che questo sia svantaggioso; piuttosto utilizzerebbe il
commercio americano per determinare dei cambiamenti politici nei
paesi africani di modo che possano crescere in una direzione
capitalista democratica. Sebbene la società di Davis sembra
impegnata in ristoranti e non in petrolio, può essere consapevole
quando
afferma
che "L'esperienza
della Cina può riecheggiare presso i leader africani" a causa del
modo nel quale la Cina ha realizzato una crescita massiccia senza
perdita del potere da parte del Partito Comunista dominante.
Inoltre, "Anche ciò che la Cina offre può risonare: invece delle
condizioni dell'assistenza fornita dalle organizzazioni di
Bretton Woods
[il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale] ed i governi
occidentali influenzati dalle ONG e dall'opinione pubblica. La Cina
offre una relazione orientata al mercato con acquirenti volonterosi
che evitano esplicitamente la condizionalità".
In chiaro, il commercio in sviluppo con la Cina
potrebbe essere inteso dagli africani come combaciante con i bisogni
economici senza interferenza politica sotto il pretesto di
"intervento umanitario" oppure no. E la Cina acquista tanto petrolio
africano.
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