la Repubblica
Gli
orrori del nazismo - Oslo, l’incubo dei “figli di Hitler” nati per creare
la razza pura
Trattati
come vergogna nazionale rivendicano i loro diritti – Un gruppo di war children
porta la Norvegia di fronte alla Corte europea dei diritti. Chiedono scuse
formali e compensazioni per 50 anni di maltrattamenti. Molti di loro sono stati
rinchiusi in manicomio o in un orfanotrofio
sin da piccolissimi. Unica colpa, l’essere figli di soldati tedeschi
dal nostro inviato Francesca Caferri
Oslo
– I segni della colpa Solvi Kuhrig Henningsen li porta impressi sul volto:
sono due occhi blu perfetti, che quando parlano trattengono a fatica le lacrime.
È una signora elegante e parla sottovoce: ha 60 anni, una grande spilla sulla
giacca e un amore profondo per Venezia e la Sicilia. Gerd Synnove Moen invece
veste una vecchia tuta, porta i capelli senza nessun ordine e fuma una sigaretta
dietro l’altra. Ha paura degli ascensori e di tutti i fantasmi che le
compaiono davanti agli occhi ogni volta che racconta la sua storia. Un legame
profondo unisce due donne tanto diverse sin dal giorno in cui sono venute al
mondo: entrambe sono prototipi di quella razza superiore che, nelle intenzioni
di Adolf Hitler e del capo delle SS Heinrich Himmler, avrebbe un giorno dovuto
dominare il mondo. Gerd e Solvi sono il frutto di due delle migliaia di
relazioni fra donne norvegesi e soldati del Reich che, negli anni
dell’occupazione nazista, i comandanti tedeschi incoraggiarono in nome della
creazione della pura razza germanica. Le donne norvegesi – alte, bionde, sane
– sembravano perfetto allo scopo: i soldati – in tanti casi anche per amore
– non si tirarono indietro. Alla fine della guerra nel paese si contavano fra
i 10 e i 12 mila war children, bambini nati da queste unioni. Parte di
loro nacquero nei Lebensborn “case-famiglia” collegate alle SS: inaugurate
in Germania, furono “esportate” in Norvegia. Qui le donne incinte venivano
accolte e fatte partorire e i bambini curati. Quello che ne sarebbe stato di
loro una volta cresciuti è difficile dirlo: quando la guerra finì la maggior
parte non aveva che pochi anni. Né Gerd né Solvi sono mai state in un
Lebensborn: le madri le tennero con sé e mantennero i legami con i padri
naturali, finché la fine della guerra e la sconfitta nazista non li
allontanarono, trasformando le donne in nemiche della loro stessa patria e le
piccole in un imbarazzante lascito. Solvi rimase con sua madre, Gerd, che aveva
due anni, fu rinchiusa in un orfanotrofio, dove rimase fino ai 18 anni. Per
entrambe fu l’inizio di un’infanzia difficile, fatta di maltrattamenti e
insulti: «bastarde tedesche» prima, «puttane tedesche» poi. In quegli stessi
mesi Paul Hansen, che di anni me aveva tre, finiva in un ospedale mentale: la
fine del conflitto lo aveva sorpreso nel Lebensborn dove la madre lo aveva
abbandonato. Come tutti gli altri bambini che erano lì fu rinchiuso in
manicomio sulla base della teoria, piuttosto comune nella Sorveglia di allora,
che le donne che avevano avuto relazioni con il nemico fossero pazze o
criminali: i loro figli non potevano non portarsi dietro la stessa tara
genetica. Di manicomio in manicomio crebbe fino ai 21 anni, quasi senza
istruzione: oggi fa le pulizie all’università di Oslo, e fatica a trattenere
la rabbia. «Se potessi, la farei saltare in aria», dice indicando la sede del
governo. Le storie di Paul, Gerd e Solvi e degli altri war children sono
una diversa dall’altra, ma un filo rosso le unisce: dopo la fine del conflitto
il loro Paese li trattò come un’eredità ingombrante. Privati dei diritti dei
comuni cittadini, si pensò a un certo punto di deportarli in massa in
Australia: il progetto fallì, ma i piccoli rimasero un peso. Molti furono
abbandonati dalle madri e rinchiusi in orfanotrofi, altri finirono in manicomio,
altri ancora crebbero con famiglie che li fecero sentire colpevoli per la loro
stessa nascita. I più fortunati oggi ricordano ingiurie e maltrattamenti:
altri, come Gerd, raccontano di esperienze vicine alla tortura. Alla fine degli
anni ’90, dopo che le prime testimonianze ruppero un silenzio durato 45 anni,
i war children sono venuti allo scoperto rintracciandosi l’un con
l’altro e riunendosi in associazioni. Da lì a far esplodere la rabbia il
passo è stato breve: i figli della guerra hanno iniziato un durissimo braccio
di ferro con il loro Paese, chiedendo al governo di assumersi le responsabilità
dei maltrattamenti e delle discriminazioni e di indennizzare coloro che le
avevano subite. La lotta ha portato qualche risultato: nel 2000 lo Stato, per
bocca del premier Kjell Magne Bondevik si scusò con i war children per il modo
in cui erano stati trattati per 55 anni. Qualche mese fa poi, il Parlamento ha
riconosciuto loro il diritto ad una compensazione, fissando una cifra indicativa
di 20 mila corone, poco più di 300 euro. «Un barile di aringhe», dice
sprezzante Hansen. I due atti hanno rotto un silenzio durato decenni, ma non
sono bastati agli ex bambini: sostenuti dalla battagliera avvocatessa Randy
Spydevold hanno portato la loro storia di fronte alla Corte europea per i
diritti dell’uomo. La vicenda è all’esame del tribunale di Strasburgo in
questi giorni: il verdetto dovrebbe arrivare in estate. Se sarà riconosciuto
colpevole di aver violato i diritti di queste persone, lo Stato norvegese sarà
probabilmente obbligato ad alzare la cifra stanziata per le compensazioni: e,
sperano i diretti interessati, a parlare di nuovo della vicenda. «Questa non è
una questione di soldi – spiega Spydevold – i miei clienti rivogliono la
dignità che gli è stata negata per anni. Pretendono delle scuse vere. Queste
persone sono state respinte, tenute ai margini, per anni. La civile Norvegia ha
applicato loro la teoria di Himmler, rovesciandola: li ha trattati da inferiori,
solo in base alla loro nascita». Spydevold parla con la passione della diretta
interessata - «questo caso ormai è una parte della mia vita», dice – ma le
ricerche dimostrano che tanta foga è giustificata: studi storici indipendenti
provano che fra i war children ci sono livelli di suicidi superiori alla
media e i tassi di istruzione degli ex bambini sono stati inferiori a quelli dei
coetanei. Questo li ha portati a lavori meno qualificati, redditi inferiori e
quindi a pensioni più basse. Dati accettati dallo stesso governo norvegese, che
oggi sembra ansioso di chiudere la vicenda e sostiene di aver già fatto la sua
parte, con le scuse e la promessa di compensazione. «Balle, tutta balle –
sbotta Bjorn Lengfelder, un commediografo che dal passato si difende con
un’ironia tagliente – noi vogliamo che ammettano che politici, scuole,
medici e funzionari hanno fatto qualcosa che ha rotto la legge. Che quello che
abbiamo subito non sono state solo molestie, che c’è stato un disegno
globale, che tutti sapevano e nessuno si è mosso». Mentre parla Bjorn guarda i
suoi compagni: fra tutti sembra il più forte. È lui che allunga la mano verso
Gerd quando lei riprende a parlare dopo un lungo silenzio, come emergendo da un
sogno. «Sono passati tanti anni, e continuiamo a chiederci perché ci siamo
meritati questo trattamento – dice – ecco, noi vogliamo che qualcuno ci dica
perché. E che ci chiedano scusa: eravamo solo bambini».
Lo
storico
Oslo
– Lars Borgersrud è uno storico norvegese che ai war children ha
dedicato anni di ricerche, indagando in archivi di ospedali e manicomi e nelle
anagrafi per ricostruire fili che sembravano introvabili.
Cosa
c’è di vero nei racconti di sevizie e discriminazioni che fanno queste
persone?
«Molto
di quello che dicono è vero. Subito dopo la guerra lo Stato norvegese ha deciso
che a questi bambini non andavano applicate le misure di protezione di cui
godevano i bimbi di allora. Li ha tagliati fuori dal welfare, per un
certo periodo ha tolto loro la cittadinanza, ha provato a deportarli in gruppo
verso l’Australia. Ha imposto che non potessero ricevere soldi né aiuti dai
loro padri in Germania, lasciandoli nell’indigenza. La politica di esclusione
dettata dallo Stato poi si è ripercossa a livello locale: nelle scuole, nella
società. Le discriminazioni ci sono state».
Perché
è successo tutto questo?
«L’idea
di fondo è che loro fossero innocenti, ma le madri no: le madri avevano
collaborato con un nemico sanguinario che per anni aveva terrorizzato il Paese.
Si negò ogni aiuto e assistenza alle madri, mettendo di fatto i bambini in una
situazione difficile».
Perché
oggi è tanto difficile per la Norvegia chiudere questa pagina?
«Perché
è una storia ancora imbarazzante. Per questo Paese non è facile ricordare cosa
accadde allora: ancora oggi la situazione in cui hanno vissuto questi bambini e
le loro madri è causa di imbarazzi e di controversie». (fr. Caf.)
la
Norvegia e il nazismo
Neutrale:
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la Norvegia dichiara la propria
neutralità: ma la pressione tedesca sul paese perché si schieri cresce di mese
in mese.
Invasione:
I tedeschi attaccano nel 1940: in due mesi prendono il paese. Famiglia reale e
governo fuggono in Gran Bretagna: la resistenza continua, le vittime sono
migliaia.
Governo
fantoccio: Il filo-nazista Vidkun Quisling guida il governo fantoccio. Nel
’41 introduce la legge marziale per fiaccare la resistenza che continua.
Resa:
I tedeschi si arrendono nel ’45: il re torna nel paese a giugno e dà il via
alla ricostruzione. Quisling viene arrestato e giustiziato come traditore della
patria dopo pochi mesi.
Le
tappe
Il
programma: Nel 1935 Himmler dà vita ai Lebensborn, strutture dove donne
tedesche o incinte di tedeschi sono seguite prima e dopo il parto. Lo scopo è
avere bambini ariani puri.
Il
Paese: La Norvegia è il paese straniero più importante per il programma: a
fine guerra ci sono 10 – 12 mila bimbi tedesco-norvegesi, molti nati nei
Lebensborn sparsi nel paese.
Dopo
la guerra: Nasce una commissione per decidere dei bambini. Fallita l’idea
di deportarli, molti sono rinchiusi in ospedali o orfanotrofi. Anche quelli che
restano con le madri denunciano maltrattamenti.
La
lotta: Negli anni ’90 la storia diventa pubblica: lo stato chiede scusa e
stabilisce una compensazione di circa 3000 euro per chi può dimostrare i
maltrattamenti subiti.
La
causa: Ad alcuni dei war children non basta: si rivolgono alla Corte europea
per i diritti dell’uomo di Strasburgo. La vicenda è sotto esame: la sentenza
è attesa per l’estate.
Da la Repubblica, 4 gennaio 2006, per gentile concessione