la Repubblica

 Giorno della Memoria   

 “Olocausto, colpa anche dell’Italia”

Il presidente del Senato alla seduta straordinaria dell'Onu per la liberazione dei lager. "L'antisemitismo è ancora tra noi"

di Arturo Zampaglione

New York - Nel giorno in cui l'Onu, con una solenne sessione dell'assemblea generale, ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, anche l'Italia ammette le sue colpe nell'Olocausto. "Abbiamo il dovere di dire la verità", ammonisce il presidente del Senato Marcello Pera, rivolgendosi dal palco di granito nero a Kofi Annan e ai rappresentanti di 191 paesi. "Abbiamo il dovere di capire perché la Germania nazista, l'Italia fascista e la Francia collaborazionista siano state responsabili, assieme ad altri, e in modi e gradi diversi, di questo immenso massacro". Pera offre la sua spiegazione. "L'Olocausto non è uscito dal nulla", dice nell'aula del Palazzo di vetro. "La cultura ne spianò la strada con idee perverse, come il superuomo e la superiorità razziale. La politica offrì le armi della legittimazione, il regime nazista fece il resto". E con la consueta schiettezza, il presidente del Senato indica un pericolo: "Dobbiamo ammettere che l'antisemitismo è ancora tra di noi". L'antisemitismo si manifesta sotto nuove forme sottili e insidiose, quali la distinzione tra Israele e i suoi governi oppure quando "la lotta d'Israele per la sua esistenza è considerata terrorismo di stato". "Se si parla razionalmente - continua Pera - l'Olocausto non può più ripetersi; ma realisticamente dobbiamo essere attenti ai nuovi rischi". E da questa prospettiva l'Europa appare debole, fragile: "Soffriamo di una crisi di identità. Siamo contagiati dal relativismo, dal nichilismo, dal multiculturalismo, dal pacifismo e dall'anti-globalismo". Lo "speaker" del Senato italiano (così lo chiamano qui) non è il solo a esprimere preoccupazioni. Tutt'altro. Il pessimismo sembra d'obbligo in questo lunedì gelido, innevato. Da un lato le Nazioni Unite sembrano compatte dietro alla bandiera del "mai più"; dall'altro, come ricorda Annan, le promesse fatte alle vittime dell'Olocausto non hanno impedito i genocidi in Cambogia, in Ruanda, nell'ex - Jugoslavia e probabilmente nel Darfur. "Il mondo imparerà mai?", chiede allora, con aria sconfortata, Elie Wiesel, premio Nobel per la pace e sopravvissuto all'Olocausto. All'inizio della seduta, l'assemblea generale ha osservato un minuto di silenzio e di preghiera in onore delle vittime della Shoah, ma le parole di Wiesel provocano un altro momento di silenziosa inquietudine. Come imparare una volta per tutte? Come evitare i rischi attuali e quelli futuri? Sono domande cui i governi di Arabia saudita e Sudan non vogliono rispondere: non si sono neanche degnati di partecipare al summit dell'Onu. In compenso, le altre delegazioni prendono sul serio l'appuntamento newyorkese, che anticipa le commemorazioni di giovedì a Auschwitz, e si succedono sul palco per "testimoniare gli orrori e combattere l'indifferenza", secondo l'incoraggiamento di Wiesel. La seduta di lunedì sull'Olocausto serve anche a ricucire i rapporti tra Israele e Nazioni Unite. Nata dalle ceneri di Auschwitz come risposta collettiva del mondo libero alle barbarie del nazismo, l'Onu ha avuto un ruolo importante nei primi anni dello stato ebraico, ma con gli anni le relazioni si sono fatte più tese, conflittuali. Gerusalemme non ha mai accettato l'equiparazione di sionismo e razzismo, né le condanne a raffica dell'assemblea generale, ultima tra tutte quella sul "muro". D'altra parte, l'Onu è stata umiliata dalla sistematica inosservanza delle sue decisioni e dai ripetuti veti americani a favore di Israele. Le incomprensioni non scompariranno di colpo. Ma almeno i fantasmi di Auschwitz costringono tutti a un esame di coscienza. Nell'aula dell'Onu, oltre a Kofi Annan, ci sono anche il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom e quello tedesco Joschka Fischer. Dice Annan: "Dobbiamo essere vigili contro ogni ideologia basata sull'odio e l'esclusione". Poi parla Shalom: "Chi nega oggi l'Olocausto di 6 milioni di ebrei non soltanto profana le vittime della Shoah, ma priva il mondo di una lezione fondamentale, permettendo all'antisemitismo, con il suo bagaglio distruttivo, di alzare la testa. Fischer definisce Auschwitz "un simbolo del disprezzo estremo di ogni forma di umanità scritto per sempre nella storia". A nome del governo americano, interviene anche Paul Wolfowitz, ideologo neo-conservatore e numero due al Pentagono. "La neutralità è un peccato", dice Wolfowitz, tracciando un parallelo implicito tra le posizioni americani di oggi e quelle durante la seconda guerra mondiale.


 L’intervento   “Mai più indifferenti davanti alle minacce di stermini e genocidi”

di Kofi Annan

Questa sessione è stata fissata in questa data per sottolineare il sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, anche se molti altri campi di prigionia caddero davanti alle forze alleate nell'inverno e nella primavera del 1945. Soltanto un poco alla volta il mondo arrivò a comprendere la vera portata del male che quei campi avevano racchiuso. Non erano semplicemente "campi di concentramento": lo scopo era quello di "concentrare" in un unico posto un gruppo di persone per poterle tenere sotto controllo. Il loro scopo era quello di sterminare un intero popolo. Non si può permettere che una simile malvagità si ripeta. Dobbiamo stare sul chi vive, dobbiamo individuare qualsiasi revival di anti-semitismo, dobbiamo reagire immediatamente alle nuove forme che oggi si presentano. Quest'obbligo ci vincola non soltanto nei confronti del popolo ebraico, ma di tutti quelli che sono stati, o possono essere, minacciati da un simile destino. Noi ripetiamo giustamente: «Mai più!», ma passare all'azione è molto più difficile. Dai tempi dell'Olocausto, con grande ignominia, il mondo ha fallito più di una volta nel prevenire o nel porre fine a dei genocidi, per esempio in Cambogia, in Ruanda, e nell'ex Jugoslavia. Ancor oggi noi assistiamo ad agghiaccianti episodi di ferocia nel mondo: non è semplice decidere con quale priorità occuparsi di tali fatti, né che cosa si possa fare di preciso in merito ad essi per proteggere le vittime e garantire loro un futuro sicuro. È facile dire che «occorre fare qualcosa». Ma decidere esattamente che cosa, quando e come e quindi passare all'azione non è così facile, è molto più difficile. Quello che di sicuro non dobbiamo fare è negare quanto di fatto accade, o rimanere indifferenti, come molti fecero quando le fabbriche della morte naziste portavano a termine il loro agghiacciante lavoro.

(Traduzione di Anna Bissanti)

Da la Repubblica, 25 gennaio 2005, per gentile concessione


 La memoria  Andiamo al binario 21 per salvare il nostro futuro

di Leonardo Coen

Forse tra poche ore si saprà se le trattative per avere anche a Milano un memoriale sulla Shoah saranno andate a buon fine. Il luogo sarebbe quello del famigerato binario 21, alla Stazione Centrale, da dove partirono i convogli della morte. Un posto «vero», da trasformare in spaziò vivo ed attivo: per ricordare fisicamente dove venivano fisicamente deportati gli ebrei e per trasformare questo spazio recuperato alla Storia e all'amnesia in un centro policulturale, in cui raccogliere testimonianze e documenti ma anche produrre materiali didattici, conferenze, iniziative per far capire come nacque e maturò, pure in Italia, l'antisemitismo e la cultura dell'annientamento. In attesa del memoriale, la mostra sull'Olocausto viene ospitata quest'anno, per la seconda volta, a Palazzo della Ragione, un nome che suona beffardo se pensiamo invece all'annichilimento della ragione di quegli anni bui. Il titolo non ammette ambiguità, né interpretazioni, né sottili distinguo: «30 gennaio 1944. Convoglio RSHA Milano-Auschwitz». Si riferisce al treno merci speciale denominato convoglio numero 06 che fu allestito al binario 21, quello sotterraneo, e che lasciò la stazione Centrale poco dopo l'alba di un gelido 30 gennaio, sessantun anni fa, diretto al campo di sterminio nazista. Partirono in 605. Tra loro, una bimba di appena quattro mesi. Il più anziano aveva ottantotto anni. Tornarono in venti. Furono sette lunghissimi penosi giorni di viaggio e di lentissima agonia: perché subito, appena scesi sulla pensilina di Auschwitz, i deportati trovarono il dottor Mengele che operò un'immediata selezione. Con il suo frustino da ufficiale nazista, indicò la direzione dei crematori a 477 persone che vi si avviarono, ignorando di finire gasate. Dei venti sopravvissuti di allora ne restano in vita tre. Una di loro è Liliana Segre che si è sforzata di raccontare, soprattutto ai giovani, girando caparbiamente tutte le scuole d'Italia, che cos'era realmente Auschwitz. Ogni volta, per lei, è stata una sofferenza indicibile. Quando, a forza di minacce e percosse, fu rinchiusa in uno di quei vagoni, Liliana aveva tredici anni. Poi, non è mai più stata giovane. L'esercizio della memoria è il pilastro della libertà. Per combattere i profanatori della memoria, bisogna ostinarsi a ricordare. Se risulta difficile comprendere perché siano stati sterminati sei milioni di ebrei e un milione e mezzo di zingari, si deve conoscere. La conoscenza - tramite le testimonianze e i documenti – “è necessaria: come antidoto”. Come esperienza. La speranza, o meglio l'auspicio, è che non si ripeta quel che successo. È l'intento di ogni mostra sull'Olocausto, Dunque, un viaggio dell'anima ci attende ogni volta che andiamo a vedere ciò che fu. Nel caso della nuova mostra, la riflessione si confronta con la certosina ricostruzione di «quel» viaggio del 30 gennaio 1944. Come se ci trovassimo tutti dentro ai vagoni della morte. Come se li conoscessimo, i nomi di chi fu costretto a salire sul convoglio 06. Le loro storie. I loro volti. Quello che erano e quello cui furono costretti a diventare, «stuken», come dicevano i nazisti, non uomini ma «cose». Cose da buttar via. Popolo da annientare. La persecuzione dei nazifascisti aveva fatto degli ebrei italiani quello che non erano e non volevano essere: un gruppo isolato, visibile. E nemico. L'antisemitismo di Stato avrebbe lasciato per sempre le sue tracce. E Milano sarebbe diventata uno dei luoghi della Shoah. Inutile fingere di non saperlo.


 Le idee  Provo vergogna per l’Olocausto

di Gerhard Schroeder

A noi tedeschi si addice il silenzio davanti a questo massimo crimine contro l’umanità. A fronte della totale insensatezza dell’assassinio di milioni di esseri umani, il linguaggio politico rischia di apparire del tutto inadeguato. Vorremmo riuscire a comprendere questa realtà inconcepibile, che travalica ogni capacità di immaginazione umana. E inutilmente cerchiamo le risposte ultime. Ciò che resta, sono le testimonianze dei pochi superstiti e dei loro discendenti. Restano i documenti storici, le vestigia dei luoghi del crimine. E resta inoltre una certezza: quello che ha mostrato il suo volto nei campi di sterminio è il male nella sua stessa essenza.

Da la Repubblica, 26 gennaio 2005, per gentile concessione


Capi di Stato e sopravvissuti ad Auschwitz vive la memoria
La cerimonia per il 60esimo anniversario della liberazione del più grande campo di sterminio nazista in Polonia
I milioni di vittime ricordati da una folla commossa

Auschwitz - La neve, il freddo intenso, non hanno impedito che migliaia di persone testimoniassero con la loro presenza l'importanza della memoria. La cerimonia per il 60esimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, nel sud della Polonia, si è conclusa poco dopo le 18. Il clima era rigido, ma nessuno si è mosso dal settore di Birkenau del campo prima che anche l'ultima candela fosse accesa, in memoria dei milioni di ebrei, dissidenti politici, minoranze etniche, omosessuali, disabili uccisi dai nazisti nei campi di concentramento.  Alla cerimonia hanno partecipato 45 capi di Stato e di governo, ex prigionieri, soldati sovietici, che il 27 gennaio nel 1945 si trovarono di fronte all'orrore dei sopravvissuti, e centinaia di giovani, ai quali in modo particolare si affida il compito di ricordare cosa è stato Auschwitz, perché l'Olocausto non si ripeta mai più.  Alcuni dei dirigenti politici intervenuti hanno vissuto in prima persona la tragedia dell'Olocausto, come prigionieri dei campi di concentramento nazisti. Tra questi il polacco Wladyslaw Bartoszewki, ex ministro degli esteri, la francese Simone Veil, che è stata presidente del Parlamento europeo, e Romani Rose, presidente del Consiglio dei Rom e Sinti di Germania.  La cerimonia, iniziata alle 16, è stata preceduta dal fischio di un treno, che ha simboleggiato l'arrivo dei tanti convogli di deportati, che giungevano ogni giorno ad Auschwitz con i loro carichi di prigionieri destinati ai forni crematori e al lavoro fino alla morte. "Ricordiamo che siamo nel sito del più gigantesco cimitero del mondo, un cimitero in cui non ci sono tombe, né lapidi, ma dove giacciono le ceneri di più di un milione di persone", sono le parole usate dal ministro polacco della cultura Wlademar Dabrowski, per iniziare ufficialmente la cerimonia. Hanno poi preso la parola il presidente polacco Aleksander Kwasniewski, il russo Vladimir Putin, l'israeliano Moshe Katzav. Giovanni Paolo II ha affidato all'arcivescovo di Parigi, monsignor Jean-Marie Lustiger, i cui genitori sono morti ad Auschwitz, un messaggio. La lettera del Papa è stata poi letta dal nunzio apostolico in Polonia, monsignor Josef Kowalczyk. A rappresentare l'Italia c'era il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Il presidente israeliano Moshè Katzav ha rimproverato gli alleati della Seconda Guerra Mondiale per aver permesso che l'Olocausto avvenisse. "Non hanno fatto niente per fermare le camere a gas e i forni crematori", ha ricordato. "Temiamo l'antisemitismo, la negazione dell'Olocausto, la visione distorta del passato" ha ammonito Katzav. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha lanciato un appello all'umanità, perché mediti sulla terribile lezione della Shoah, ed ha ammonito che i germi del razzismo e della xenofobia sono ancora presenti, in Russia compresa. L'ex prigioniera Simone Veil ha detto: "Oggi, 60 anni dopo, deve essere preso un nuovo impegno perché gli uomini si uniscano per combattere almeno l'odio verso l'altro, l'antisemitismo, il razzismo, l'intolleranza". Romani Rose, capo del Consiglio centrale tedesco dei Sinti e dei Rom, ha ricordato che sotto il nazismo morirono anche mezzo milione di zingari. "Ad Auschwitz, migliaia di essi - ha sottolineato - subirono umiliazioni e torture e furono brutalmente assassinati". Infine, mentre si faceva buio, tutte le luci del campo sono state accese, davanti ai soldati polacchi schierati lungo le rotaie. I sopravvissuti di Auschwitz hanno acceso, ad uno ad uno, le candele in memoria delle vittime, poi è stata la volta dei capi di Stato e di governo. La chiusura della cerimonia è stata segnata dalla recita di una preghiere ecumenica, accompagnata dallo shofar, strumento a fiato della tradizione ebraica.


Il capo dello Stato celebra la Giornata della memoria al Vittoriano

Ciampi: "Le leggi razziali tradimento della Nazione" "Le persecuzioni di ebrei, tragedia che non sapemmo evitare"

Roma - Le leggi razziali furono il più grave tradimento della nostra nazione. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, celebrando la Giornata della memoria al Vittoriano di Roma. "Le leggi razziali fasciste del 1938", ha detto il capo dello Stato, "segnarono anche il più grave tradimento del Risorgimento e dell'idea stessa della Nazione italiana al cui successo gli italiani di origine ebraica avevano contribuito in modo determinante, da Daniele Manin a Ernesto Nathan, primo sindaco di Roma". Nel ricordare questa pagina buia della storia italiana, Ciampi ha voluto anche rimarcare l'esempio degli italiani che non accettarono e non vollero applicare le leggi razziali. In particolare, il presidente della Repubblica ha sottolineato "il comportamento della gran parte dei militari italiani internati che rifiutarono di collaborare, accettando la prigionia e talvolta anche la morte pur di mantenere fede alla parola data con il giuramento di fedeltà alla nazione italiana". Il presidente della Repubblica ha ricordato che la fine della seconda guerra mondiale "ha segnato anche la fine degli orrori del nazismo", ha sollevato un sentimento di liberazione "non solo dai lutti della guerra ma anche dalla persecuzione di un popolo e di un'intera civiltà, quella ebraica: una tragedia nella tragedia che non abbiamo saputo evitare". Ciampi ha poi indicato l'Europa come baluardo di una cultura "fondata sul rispetto e sulla tolleranza contro rinascenti fenomeni di discriminazione razziale, religiosa ed etnica". Bisogna imparare a vivere in una società multiculturale, ha aggiunto, in particolare i ragazzi. "E' necessario", ha detto, "formare le nuove generazioni in questa prospettiva, rafforzando un prezioso spazio di scambio e di confronto nella scuola, nella famiglia, nella società". Celebrare la Giornata della Memoria, ha affermato il presidente, "è un momento formativo importante per i giovani, è un invito a non dimenticare quella degenerazione". Il presidente ha citato Primo Levi che invitava a conoscere l'odio perché quel che è successo non si ripetesse più.  Ciampi ha anche premiato gli studenti vincitori del concorso annuale promosso dal ministero dell'Istruzione dal titolo "I giovani incontrano la Shoah". E proprio rivolgendosi agli studenti ha voluto concludere il suo intervento, con una frase tratta dall'ultima pagina del diario di Anna Frank: "Nonostante tutto credo ancora nell'intima bontà dell'uomo".

Da la Repubblica, 27 gennaio 2005, per gentile concessione


"Ho pregato su ogni lapide"

di GIOVANNI PAOLO II

Si compiono sessant'anni dalla liberazione dei prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. In questa circostanza non è possibile fare a meno di tornare con la memoria al dramma che lì ebbe luogo, tragico frutto di un odio programmato. In questi giorni occorre ricordare i vari milioni di persone che senza alcuna colpa sopportarono sofferenze disumane e vennero annientati nelle camere a gas e nei crematori. Chino il capo dinanzi a tutti coloro che sperimentarono quella manifestazione del mysterium iniquitatis. Quando, come Papa, visitai da pellegrino il campo di Auschwitz-Birkenau nell'anno 1979, mi soffermai davanti alle lapidi dedicate alle vittime. Vi erano iscrizioni in varie lingue: polacca, inglese, bulgara, rom, ceca, danese, francese, greca, ebraica, yiddish, spagnola, fiamminga, serbo-croata, tedesca, norvegese, russa, rumena, ungherese e italiana. In tutte queste lingue era scritto il ricordo delle vittime di Auschwitz, di persone concrete, benché spesso del tutto sconosciute: uomini, donne e bambini. Mi soffermai allora un po' più a lungo accanto alla lapide con la scritta in ebraico. Dissi: "Questa iscrizione suscita il ricordo del Popolo, i cui figli e figlie furono destinati allo sterminio totale. Questo Popolo ha la sua origine da Abramo, che è anche nostro padre nella fede, come si è espresso Paolo di Tarso. Proprio questo popolo, che ha ricevuto da Dio il comandamento: "non uccidere", ha sperimentato su se stesso in modo particolare che cosa significa l'uccidere. Davanti a questa lapide non è lecito a nessuno passare oltre con indifferenza". Oggi ripeto quelle parole. A nessuno è lecito, davanti alla tragedia della Shoah, passare oltre. Quel tentativo di distruggere in modo programmato tutto un popolo si stende come un'ombra sull'Europa e sul mondo intero; è un crimine che macchia per sempre la storia dell'umanità. Valga questo, almeno oggi e per il futuro, come un monito: non si deve cedere di fronte alle ideologie che giustificano la possibilità di calpestare la dignità umana sulla base della diversità di razza, di colore della pelle, di lingua o di religione. Rivolgo il presente appello a tutti, e particolarmente a coloro che nel nome della religione ricorrono alla sopraffazione e al terrorismo. Queste riflessioni mi hanno accompagnato specialmente quando, durante il Grande Giubileo dell'Anno 2000, la Chiesa ha celebrato la solenne liturgia penitenziale in San Pietro, ed anche quando mi sono recato come pellegrino ai Luoghi Santi e sono salito a Gerusalemme. Nello Yad Vashem - il memoriale della Shoah - e ai piedi del Muro occidentale del Tempio, ho pregato in silenzio, chiedendo perdono e conversione dei cuori. Nel 1979 ricordo di essermi fermato a riflettere intensamente anche davanti ad altre due lapidi, scritte in russo e in rom. La storia della partecipazione dell'Unione Sovietica a quella guerra fu complessa, ma non è possibile non ricordare che in essa i Russi ebbero il più alto numero di persone che persero tragicamente la vita. Anche i Rom nelle intenzioni di Hitler erano destinati allo sterminio totale. Non si può sottovalutare il sacrificio della vita imposto a questi nostri fratelli nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ecco perché esorto di nuovo a non passare con indifferenza davanti a quelle lapidi. Mi fermai, infine, davanti alla lapide scritta in lingua polacca. Dissi allora che l'esperienza di Auschwitz costituiva un'ulteriore "tappa nelle lotte secolari di questa nazione, della mia nazione, in difesa dei suoi diritti fondamentali fra i popoli dell'Europa. Era ancora un altro grido per il diritto ad un suo proprio posto sulla carta dell'Europa; ancora un doloroso conto con la coscienza dell'umanità". L'affermazione di questa verità non era che un'invocazione alla giustizia storica per questa nazione che aveva affrontato tanti sacrifici nella liberazione del continente europeo dalla nefasta ideologia nazista, ed era stata venduta in schiavitù ad un'altra ideologia distruttiva: il comunismo sovietico. Oggi ritorno a quelle parole per rendere grazie a Dio ? senza rinnegarle ? perché, attraverso il perseverante sforzo dei miei connazionali, la Polonia ha trovato il giusto posto sulla carta d'Europa. Il mio augurio è che questo storico dato porti frutti di reciproco arricchimento spirituale per tutti gli europei (...). Parlando delle vittime di Auschwitz, non posso fare a meno di ricordare che, in mezzo a quell'indescrivibile accumulo di male, vi furono anche manifestazioni eroiche di adesione al bene. Certamente ci furono tante persone che accettarono con libertà di spirito di essere sottoposte alla sofferenza, e dimostrarono amore non soltanto verso i compagni prigionieri, ma anche verso i carnefici. Tanti lo fecero per amore di Dio e dell'uomo, altri nel nome dei più alti valori spirituali. Grazie al loro atteggiamento si è resa palese una verità, che spesso appare nella Bibbia: anche se l'uomo è capace di compiere il male, a volte un male enorme, il male non avrà l'ultima parola. Nell'abisso stesso della sofferenza può vincere l'amore. La testimonianza di tale amore, emersa in Auschwitz, non può cadere nell'oblio. Deve incessantemente destare le coscienze, estinguere i conflitti, esortare alla pace.Tale sembra essere il più profondo senso della celebrazione di questo anniversario. Se infatti stiamo ricordando il dramma delle vittime, lo facciamo non per riaprire dolorose ferite, né per destare sentimenti di odio e propositi di vendetta, ma per rendere omaggio a quelle persone, per mettere in luce la verità storica e soprattutto perché tutti si rendano conto che quelle vicende tenebrose devono essere per gli uomini di oggi una chiamata alla responsabilità nel costruire la nostra storia. Mai più in nessun angolo della terra si ripeta ciò che hanno  provato uomini e donne che da sessant'anni piangiamo! 


Rinchiuso nella baracca della morte

Mario Limentani, numero 42230, entrò a Mauthausen a vent'anni. Quando ne uscì ne aveva 22. E pesava 27 chili

di Simona Casalini

Ha ancora un'inflessione veneziana, cadenza morbida, avvolgente, rasserenante. Le sue parole però sono un distillato di ghiaccio. E' la Storia, la sua, di un signore di 82 anni che ha la memoria, la coscienza, la forza di poter ancora raccontare che «quei poveri ragazzi americani non sapevano dove mettere le mani quando liberarono il nostro campo. Vedevano noi scheletri che camminavamo. Non sapevano come prenderci per paura di spezzarci».  Mario Limentani è un ex deportato, è riuscito a sopravvivere a Mauthausen, campo-madre di una quarantina di diversi lager, matricola numero 42.230. Lassù non tatuavano il braccio come ad Auschwitz, loro, gli ebrei di quel campo avevano un triangolo di color giallo cucito sulla casacca. Ed era rosso quello dei deportati politici, verde quello dei delinquenti comuni, viola degli zingari, rosa degli omosessuali. Mario ne uscì a ventidue anni e pesava 27 chili. Il Giorno della Memoria è anche per lui, anche se la data scelta come anniversario, il 27 gennaio, corrisponde alla liberazione di Auschwitz. «Parlate anche degli altri lager» esorta «sembra quasi che li stiano dimenticando». E' stato il primo italiano e primo ebreo ad entrare a Mauthausen, in Austria. Ci torna ogni anno ai primi di maggio, lui è stato salvato il 6 maggio dagli americani, quattro mesi più tardi della liberazione di Auschwitz con le truppe sovietiche. Ascoltare la sua storia, la sua tragedia e, insieme, leggere che ancora oggi c'è qualche politico di destra che assolve il regime fascista dalle responsabilità dell´olocausto, è come un pugno allo stomaco, è un'eresia che si risparmia a chi ne è stato vittima. Lui, Mario Limentani, è nato a Venezia ma si è trasferito a Roma con tutta la famiglia nel 1937, un anno prima delle leggi razziali. Non poteva andare a scuola, i genitori non potevano lavorare. «E quando scoppiò la guerra non potevamo nemmeno andare a combattere perché sulla tessera non c'era scritto "italiano", c'erano le due lettere N. N». E' stato preso in via Po l'11 dicembre del 1943. Prima abitavano tutti al Ghetto, in via della Reginella, e due mesi prima era riuscito a sfuggire alla retata nazista del 16 ottobre. Ricorda ancora bene le urla dei militari tedeschi in piazza Giudia, le grida terrorizzate delle donne, il rumore dei tacchi sul selciato. Tutto accadde velocemente, con i calci dei fucili che sfondavano i portoni. Loro sfuggirono da un cunicolo sotto il terrazzino. Fu preso due mesi dopo, fermato e tradito da tre fascisti in borghese. «Stavano attaccati al muro ed io li avevo visti. Ma non potevo fare più niente. "Documenti". Non li ho, ho cambiato i pantaloni. Uno mi mise una rivoltella dietro la nuca». In Questura la polizia fascista gli propose un baratto. «Se ci dici dove si nasconde la tua famiglia, ti salverai». «Io dissi "mi mandi in Germania ma preghi Iddio che io non torni. Perché se torno vivo l'ammazzo». Non uccise quel carnefice, Mario Limentani sembra un nonno qualunque solo che è uno dei membri più attivi dell'associazione nazionale ex deportati.  Mauthausen, dunque. Spedito in uno di quei convogli piombati che partivano dalla stazione Tiburtina. Varca il cancello l'11 gennaio del 1944. «Fecero l'appello, ogni volta che chiamavano un ebreo doveva uscire dalla fila. Ci diedero la casacca e da quel momento ero «zweiundvierzigzweihundertdreissig», numero 42.230. Dovevamo imparare a pronunciarlo subito, altrimenti calci e botte. Ci misero insieme in una baracca: 11 ebrei di Roma su 480. Entrò una SS. "Sprechen sie deutsch?" Io non capivo. Mi riempì di pugni per ore». Il giorno dopo vengono informati che sarebbero andati a lavorare nella "cava". Un prigioniero francese li consigliò di scendere sul lato destro e di salire dal lato sinistro. Cominciammo il nostro lavoro di "portatori di massi" in una cava di marmo, che scendeva nella profondità del terreno per 186 scalini. Sul fianco destro la parete di roccia, sul sinistro uno strapiombo di 50 metri. Dovevamo lavorare 12, 13 ore al giorno. Lì morivano 120, 130 persone al giorno». Ci restò quattro mesi, a Mauthausen, ma non scampò a un aguzzino che gli strappò via dodici denti. Poi il trasferimento a Melk: «Per andare a lavorare dovevamo fare quattro chilometri a piedi. La gente dei villaggi ci buttava pietre, ci sputava addosso. Sapevano che c'erano i forni crematori, l'odore arrivava a decine di chilometri di distanza. Le SS avevano messo apposta dei canarini nei loro alloggi. Quando cambiava il vento, e la puzza andava verso le loro abitazioni, gli uccelli cinguettavano forte e loro per un po' facevano spegnere i forni». «Gli ultimi di aprile non ce la facevo più, ero come un morto che ancora aveva un respiro. Mi mandarono nella baracca della morte, quella che portava direttamente al forno crematorio. Caddi svenuto, sopra di me caddero altri due già cadaveri. Restai lì sotto non so quanto, finché fuori sentii urlare forte, ma non in tedesco "E' finita! E' finita la guerra"».


 La testimonianza   “Così ci innamorammo nel campo della morte”

Il ricordo di Adam e Maria Koenig, due sopravvissuti che adesso vivono a Berlino

dal nostro inviato Andrea Tarquini

Auschwitz - «Io venivo da Francoforte, Maria dalla Polonia. Ci conoscemmo ad Auschwitz, c’innamorammo nel campo della morte. Dopo la liberazione ci sposammo. Torniamo sempre ad Auschwitz a ogni cerimonia, col fazzoletto bianco e blu come l’uniforme da deportati, per dire che non è lecito dimenticare». Adam e Maria Koenig, acora energici e vitali, hanno passato gli ottant’anni. Usciti dall’inferno, scelsero il coraggio di andare a vivere in Germania, allora il paese degli assassini. Ecco la loro testimonianza a due voci.

Cosa significa per voi tornare nel campo della morte?

«Appunto dire che non si può dimenticare. Solo con la Memoria si potrà evitare che l’orrore che noi vivemmo si ripeta. Chi oggi – i neonazisti, ma non solo – vuole rimuovere, è pericoloso. Crea la minaccia che quel Male appunto si ripeta».

Quanto teme questo pericolo?

«Il neonazismo è vivo. Non solo da noi in Germania. Anche in Francia, in Belgio, e altrove. Ovunque spunta la tendenza a minimizzare, a riportare il nazismo e il fascismo nel salotto buono della politica».

Tornare ad Auschwitz non riapre in voi ferite insopportabili?

«Può succedere, ma è da affrontare. È un dovere dei sopravvissuti ricordare i compagni morti. Ridare dignità di persone, un volto a loro che furono ridotti al numero tatuato sull’avambraccio. Dimenticarli vuol dire ucciderli di nuovo. Uccidere di nuovo anche i nostri genitori, fratelli e sorelle morti ad Auschwitz».

Quali sono i ricordi più terribili?

«Fuoco e fiamme che uscivano da quei camini. L’odore terribile del fumo. È una sensazione che non ti lascia più. Sono ferite che restano aperte per sempre nel cuore. E poi i ricordi dei compagni di prigionia. Le ebree francesi che, andando al patibolo o alle”docce” del gas per sfida alle Ss cantavano in coro la Marsigliese. Il ricordo dello sguardo di donne e bambini vittime degli esperimenti di Mengele. Donne e bambini ancora vivi, con organi vitali asportati senza anestesia per vedere quante ore o giorni sarebbero sopravvissuti. Il volto d’una donna ancora viva, divorato dai ratti».

Come resistevate al gelo e al lavoro da schiavi?

«Con la volontà della disperazione. Ci riuscivano solo i più forti o più giovani. Quando faceva freddo come in questi giorni, il pigiama invernale da deportato era appena più caldo di quello estivo. Le calze erano vietate, solo chi trovava stracci salvava i piedi. E tormenta ancora oggi il ricordo della rampa d’arrivo dei treni. Gli ufficiali di Mengele spesso selezionavano le madri con i bambini per l’invio immediato al gas, perché erano oggetti non produttivi. I prigionieri più anziani ed sperti consigliavano a ogni madre nuova arrivata di non tener mai i figli per mano, se volevano sperare di sopravvivere. O bimbi e neonati sopravvissuti per miracolo al gas: le Ss li finivano con un colpo al cuore con la Luger d’ordinanza».

Voi abitate a Berlino est, e oggi vivete nella Germania riunificata. C’erano differenze nel ricordo dell’Olocausto tra le due Germanie?

«Sì. All’Est prevalevano le commemorazioni ufficiali. All’Ovest la società civile ha fatto molto di più per tenere viva la Memoria. È stato un comportamento più autentico, più efficace per insegnare ai giovani. Hanno tramandato meglio il significato vero dell’Olocausto».


 La lettera  Vittorio Emanuele agli ebrei: “Anche i Savoia colpevoli”

Roma - «Riconosco le responsabilità politiche e morali del re Vittorio Emanuele III nella promulgazione delle Leggi razziali. Nulla può giustificare una tale violazione dei diritti umani e della stessa idea di civiltà». Così scrive Vittorio Emanuele di Savoia in una lettera consegnata dal figlio Emanuele Filiberto al presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Amos Luzzatto. «A 60 dalla liberazione di Auschwitz – prosegue Vittorio Emanuele – vi prego di accettare la mia solidarietà per il popolo ebraico e per tutti coloro che hanno sofferto».  


Simone Veil: noi scampati uccisi due volte

di Agathe Logeart

Nell'aprile del 1945, Simone Veil e la sorella vengono liberate a Bergen-Belsen. Ritrovano la libertà, la Francia, e anche l'incomprensione di un paese indifferente al dramma degli ebrei.

Per lungo tempo, la voce degli ebrei tornati dai campi di sterminio non è stata ascoltata. Perché?

Questa indifferenza, per lo meno apparente, è cominciata ancora prima del nostro ritorno. Nell'aprile del 1945, gli inglesi hanno liberato il campo di Bergen-Belsen dove eravamo arrivate al termine delle "marce della morte", da Auschwitz, ma siamo rimaste sul posto diverse settimane. Il campo è stato bruciato coi lanciafiamme dagli inglesi, per ragioni sanitarie, e noi siamo state trasferite in una ex caserma delle Ss. Molte di noi sono morte dopo la liberazione del campo, per il tifo, per un'alimentazione inadeguata o per mancanza di cure. Penso che molte di queste donne avrebbero potuto essere salvate, ma non era una priorità. Fortunatamente, dei prigionieri di guerra francesi provenienti da uno stalag lì vicino, tra i quali c'era un medico, venuti a sapere che tra i deportati c'erano delle donne francesi, sono venuti a soccorrerci. Le autorità francesi, dal canto loro, hanno deciso di rimpatriarci solo un mese dopo.

Forse perché si voleva dare la priorità al rimpatrio dei prigionieri di guerra, che erano internati da cinque anni? O forse si trattava di una forma di quarantena, per via del tifo?

Non ne ho idea. Quello che so, è che mia sorella non è morta laggiù solo perché io ero là per occuparmi di lei. I prigionieri di guerra sono rientrati direttamente: noi ci abbiamo messo cinque giorni per tornare in Francia, ammassati dentro a dei camion. L'indifferenza delle autorità francesi era già allora assolutamente straordinaria. E poi siamo arrivati in Francia. Quello che avevano subito gli ebrei, lo sterminio della maggior parte di loro, non suscitava nessun interesse. L'altra mia sorella, invece, deportata a Ravensbrück in quanto membro della Resistenza, è stata festeggiata. Era un'eroina - cosa incontestabile - tutti si interessavano a lei, le facevano domande sulla Resistenza, su quello che era successo nel campo di concentramento.

Forse era un modo, da parte della gente, di appropriarsi della Resistenza?

Noi? Non valeva neanche la pena di provare a parlare: ci interrompevano subito! Cambiavano argomento. Certi, quando vedevano il tatuaggio che ho ancora sul braccio, dicevano: "Ah, ce ne sono ancora, di ebrei? Credevamo che fossero tutti morti". E per i nostri cari era troppo doloroso parlare di quelle cose. Noi raccontavamo delle cose spaventose, loro vedevano in che stato eravamo tornate: per loro, che ci amavano, era insopportabile. E lo è ancora oggi, peraltro, sessant'anni dopo. Una mia cognata è stata deportata anche lei, quando vogliamo parlarne ci vediamo da sole».

Esistevano quindi due tipi di deportazione? Una valorosa, quella dei partigiani, e l'altra quasi disonorevole, quella degli ebrei?

«È vero che c'era una grossa differenza. I partigiani si erano battuti contro i nazisti. Si erano assunti grossi rischi. Spesso erano stati torturati. Gli ebrei erano stati deportati per la sola ragione di essere nati ebrei. Questo atteggiamento nei loro confronti è durato a lungo. Negli anni Settanta, ho partecipato a un dibattito alla Sorbona sull'esistenza delle camere a gas, in risposta ai negazionisti. Mi avevano chiesto di fare un intervento. Lo storico che doveva dirigere il dibattito era reticente, ma la signora Ahrweiler, che aveva organizzato la manifestazione, insistette perché partecipassi. Al momento della redazione degli atti del dibattito, lo storico di cui sopra mi informò che il mio discorso non sarebbe figurato fra i contributi degli storici, ma solamente fra gli allegati. Stupefatta di un simile disprezzo, rifiutai. Nello stesso periodo, ci si interessava alle testimonianze e agli archivi dei carnefici, le Ss. Ma si rifiutava di interessarsi a quelli delle vittime, che non erano giudicate credibili».

I tempi sono cambiati?

Sì, ma la memoria a volte arriva molto in ritardo. La Romania e l'Albania hanno riconosciuto il genocidio solo poco tempo fa. Gli sloveni hanno chiesto al Museo di Auschwitz di poter apporre una targa commemorativa nella loro lingua. Dal momento della caduta del Muro di Berlino e dell'implosione dell'Unione Sovietica, in tutti quei paesi dell'Est, da cui provenivano la maggior parte delle vittime della Shoah, gli ebrei ritrovano un'identità che era stata soffocata. E la memoria della Shoah fa ormai parte di questa identità.

A che serve questa memoria? E che cosa significa 'dovere di memoria'?

Non mi piace molto questa espressione. In questo campo, il concetto di obbligo non ha cittadinanza. Ciascuno reagisce secondo i propri sentimenti o le proprie emozioni. La memoria è lì, si impone da sola, oppure no. Esiste - se non viene occultata - una memoria spontanea: è quella delle famiglie. Qualche anno fa, quando ero al Ministero della sanità, sono venuta a conoscenza di ricerche sul bassissimo tasso di natalità di alcuni paesi dell'Africa. La sola spiegazione che quelle ricerche offrivano, soltanto come ipotesi, era che le donne, possedendo la memoria della schiavitù, limitavano spontaneamente il numero delle nascite. La memoria è anche questo: qualcosa che torna non si sa come, perché è lì, nel profondo di sé. Altra cosa è il dovere di insegnare, di trasmettere. In questo caso sì, c'è un dovere.

Che significato ha per lei la frase "Mai più questo"?

"Mai più questo" è quello che dicevano i deportati. Avevamo molta paura di scomparire tutti e che non rimanesse nessun sopravvissuto per raccontare quella tragedia. Era necessario che qualcuno sopravvivesse per poter dire che cosa era successo e perché non avvenisse più una catastrofe simile. Oggi, a ogni incidente, o anche per semplici fatti di cronaca, si proclama "mai più questo", a ogni pié sospinto e senza alcuni discernimento. Il pericolo, più che il negazionismo, è comparare cose che non c´entrano niente fra loro. La banalizzazione, in altre parole.

La memoria può impedire la riproduzione del crimine?

«In realtà no. L'esperienza lo ha dimostrato: in Cambogia come in Ruanda. Ciononostante, è necessario continuare a parlare, non tanto del lager, di quello che abbiamo vissuto, ma di quello che costituisce la specificità della Shoah: voglio parlare dello sterminio sistematico, scientifico, di tutti coloro che dovevano scomparire fin dal loro arrivo nel lager, perché erano troppo giovani, troppo anziani, perché non c'era più posto per loro, o semplicemente perché l'ideologia nazista aveva deciso che tutti gli ebrei dovevano essere eliminati. Sì, bisogna che questo si sappia. Ci sono ancora tante persone che non sanno. Ed è così difficile concepire che una cosa del genere sia potuta accadere in pieno XX secolo, in un paese tanto fiero della propria cultura. Simone Veil è stata presidente dell'Europarlamento ed ora guida la Fondation pour la Mémorie de la Shoah. (Traduzione di Fabio Galimberti)  


In Germania, sessant'anni dopo, il passato non è più tabù

di Vanna Vannucchini

Quando W.G. Sebald, in una conferenza all'università di Zurigo, affrontò per la prima volta nel 1997 la questione della distruzione delle città tedesche durante la guerra, e si chiese perché per cinquant'anni nessuno scrittore tedesco avesse descritto quell'orrore, suscitò perplessità a sinistra e plauso "dalla parte sbagliata", come disse lui stesso, cioè all'estrema destra. Si era rotto un tabù. Prima di quella conferenza, che poi Sebald articolò in due saggi, Guerra aerea e letteratura e Storia naturale della distruzione, nessuno in Germania aveva descritto la distruzione fisica e morale dei tedeschi negli ultimi tempi della guerra. Lo aveva fatto solo Heinrich Böll ne L'angelo tacque, ma il libro era così grafico e depressivo da scoraggiare l'editore a pubblicarlo. È uscito solo nel 1992. Altre pubblicazioni non c'erano state, fatta eccezione per quelle, compilate per lo più da cultori di storia patria, che si limitavano a elencare le distruzioni di ogni città. Le testimonianze dirette sono rimaste così scarse che quando Hans Magnus Enzensberger pubblicò negli anni Novanta il suo Europa in rovine, voci di testimoni degli anni 44-48, mise insieme essenzialmente scritti di autori non tedeschi. Otto anni dopo, non solo il tabù è stato superato, ma la Germania sembra pronta a una nuova svolta nel confronto con la storia e con la memoria. Sessant'anni dopo la fine della guerra una vera e propria ondata di pubblicazioni sulle sofferenze dei tedeschi e sulle vittime tedesche invade le librerie, mentre una valanga di film su Hitler e sul nazismo sommerge il pubblico televisivo e cinematografico. Già quattro milioni di tedeschi hanno visto il film Untergang, basato sul libro dello storico Joachim Fest dedicato agli ultimi giorni del Terzo Reich nel bunker di Hitler a Berlino. Il confronto col passato non era facile per la Germania. Ma oggi anche i più critici riconoscono che la grande maggioranza dei tedeschi condanna il passato nazista senza attenuanti e non nega più che il regime sia stato sostenuto fino in fondo dalla popolazione. Come ricorda Jürgen Habermas, non era stato così almeno per tutti gli anni Sessanta quando ufficialmente veniva espresso rammarico per "la storia recente" e per le "vittime della tirannide nazionalsocialista" ma solo silenzio e rimozione facevano riscontro alle compunte dichiarazioni ufficiali. La generazione di Habermas, adolescente alla fine della guerra, fu la prima ad avere il coraggio dell'autocritica, che fu poi assunta dal Sessantotto tedesco come parola d'ordine, come controprogetto alla rimozione collettiva. Inevitabilmente, in questa autocritica c'era però poco spazio per le sofferenze tedesche. Dieci anni fa, per il cinquantesimo anniversario della fine della guerra, sembrava che il confronto con la storia si fosse in qualche modo concluso. I tedeschi erano diventati ormai maestri nella Vergangenheitsbewaeltigung, questa parola da loro inventata che mette insieme l'elaborazione del passato con il desiderio di venirne a capo come si farebbe con un lavoro faticoso. E c'era ormai un consenso generalizzato sul fatto che l'8 maggio del '45, data della capitolazione della Wehrmacht, è per la Germania il Giorno della Liberazione - secondo la definizione data dal presidente Richard von Weizsaecker per la prima volta nel 1985 (come si vede abbastanza tardi). Ecco che invece la macchina della memoria si è rimessa a improvvisamente in moto. La storia del nazismo è esplosa ora non più sotto forma di saggi e discussioni accademiche ma come storia di famiglie. Preme soprattutto il bisogno che non vadano per sempre dimenticate le sofferenze di tante persone. Il primo varco è stato aperto proprio da Günter Grass, profugo lui stesso da Danzica a 17 anni, che nel 2002 ha pubblicato Col passo del granchio, sull'affondamento della nave Gustloff in cui morirono quasi diecimila profughi. Molti autori cercano di rintracciare frammenti del mondo in cui sono nati, ora che tutte le ideologie che li sorreggevano sono cadute. Axel Hacke ha messo insieme un album di famiglia per capire "le persone tra le quali siamo nati, anche se potendo scegliere uno avrebbe scelto magari di nascere da un'altra parte". C'è bisogno di parlare con la generazione che ha fatto la guerra, da qualsiasi parte l'abbia fatta - non più solo con i sopravvissuti all'Olocausto. Prima che siano tutti morti. Figli, nipoti, fratelli cercano affannosamente padri, nonni, fratelli maggiori - parenti dimenticati le cui storie di vita si sono aggrovigliate con le vicissitudini della Storia. Trovano fotografie, diari, biglietti. Il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, nel suo ufficio di fronte al Reichstag, tiene sulla scrivania una fotografia, trovata di recente, del padre che non ha mai conosciuto. Il giovane caporale Fritz Schröder è in divisa, con una svastica sull'elmetto. Dell'esistenza di lasciti e documenti molti sapevano, come Renate Meinhof, giornalista della Sueddeutsche Zeitung, che da sempre si era ripromessa di leggere il diario della nonna senza trovare mai il tempo finché suo padre non l'ha trascritto. Dopo aver letto qualche pagina, che rivelava dietro formulazioni discrete storie raccapriccianti di stupri, Renate Meinhof è andata alla ricerca delle donne (la più vecchia ha 93 anni) che avevano abitato nello stesso villaggio della nonna. Le tracce non mancano. Soprattutto la borghesia colta tedesca sembra non facesse altro che scrivere, annotava messaggi in continuazione, si portava la macchina da scrivere anche nei rifugi. Raramente i nuovi autori scoprono cose che gli storici non sapessero, ma ci danno uno sguardo dall'interno che rivela incredibili mescolanze di cultura e cecità, durezza e buoni sentimenti. Uwe Timm racconta del fratello andato nelle Ss volontario e morto in guerra (Per esempio mio fratello); Thomas Medicus del nonno, un generale della Wehrmacht che fu ucciso dai partigiani in Toscana nel '44 (Agli occhi di mio nonno). Perché nessuno dice più Heil Hitler? Chiese una bambina di sei anni alla madre, e il ceffone che ebbe come risposta se lo ricorda ancora che di anni ne ha quasi 70, scrive la giornalista Wibke Bruhns che ne La patria di mio padre fa un ritratto del genitore altoborghese, antisemita, nazista convinto, poi impiccato dai nazisti a Ploetzensee perché era al corrente del complotto del 20 luglio contro Hitler. Uwe Carsten Heye, ex portavoce del cancelliere Schröder, racconta (Una storia tedesca. Di felicità appena l'ombra) la storia dei genitori, lui cantante d'opera arruolato nella Wehrmacht e la madre addetta all'assistenza delle truppe, che si erano perduti dopo la guerra - ognuno avendo saputo che l'altro era morto, lui a Stalingrado, lei sulla Gustloff - e si erano reincontrati per caso dopo vent'anni, quando ormai era troppo tardi. Mentre Martin Doerrie, giornalista dello Spiegel, ha messo insieme (Il mio cuore ferito) le lettere scritte ai figli, tra cui sua madre, dalla nonna ebrea, Lilly Jahn, deportata a Auschwitz dopo il che il marito di lei, un medico protestante, ariano, aveva chiesto il divorzio lasciandola preda della Gestapo. E ci sono anche romanzi, come Perduto di Hans Ulrich Treichel, l'infanzia di un ragazzino di otto anni ossessionato dall'idea che i genitori ritrovino il primogenito, perduto durante la fuga dai territori dell'est. L'elenco potrebbe continuare. Dice lo storico Norbert Frei che la politica della memoria ha avuto in Germania tre fasi. La generazione più vecchia si era interrogata sulle cause della fine di Weimar, la prima democrazia tedesca e dell'ascesa al potere di Hitler. La seconda generazione si è concentrata sul confronto con l´Olocausto e i crimini nazisti. Ora l'interesse si è trasferito al periodo subito dopo il 1945. Se lo slogan dei giovani del '68 era stato «non ti fidare di nessuno sopra i trent'anni», ora gli stessi giovani invecchiati sono mossi da un desiderio di rappacificazione con i genitori, che la vecchiaia ha reso intanto dipendenti e non più autoritari. «La guerra aveva tagliato le famiglie scavando trincee tra quelli che l'avevano fatta e i nati dopo», scrive Dagmar Leupold in Dopo le guerre. Tentativo di riconciliazione, è il sottotitolo che Monika Jetter dà al suo libro Mein Kriegsvater, Il mio padre di guerra.

Da la Repubblica, 28 gennaio 2005, per gentile concessione

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