la Repubblica

Gli Archivi del Vaticano

Pio XI - I segreti del Papa dei Concordati temeva Marx, sfidò il nazismo

Da lunedì gli studiosi potranno accedere ai documenti del suo pontificato – Il prefetto dell’Archivio, monsignor Pagano, anticipa quello che troveranno

Orazio La Rocca

 

Città del Vaticano - «Nei documenti di Pio XI certamente gli storici attenti vi noteranno importanti sfumature, molte delle quali inedite, della politica della S. Sede in uno dei periodi più turbolenti del secolo passato e potranno così fare chiarezza, specialmente su delicate tematiche come i rapporti con il comunismo, il nazismo, il fascismo, la questione razziale egli ebrei». Monsignor Sergio Pagano, padre barnabita, genovese, 58 anni, è il prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano. È piuttosto restio a parlare in anticipo dell'apertura che si farà da lunedì prossimo nell'Archivio pontificio dei documenti del pontificato Pio XI, al secolo Achille Ratti, pontefice dal 1922 al 1939. Si limita solo a dire che dai circa 30mila faldoni contenenti i testi del papato di Ratti, «si potrà fare veramente chiarezza su un periodo cruciale della storia contemporanea, anche se molti aspetti in passato sono stati già trattati da fonti provenienti da altre istituzioni internazionali come le ambasciate, gli archivi dei ministeri, gli istituti culturali, che dal '22 al '39 ebbero rapporti con la Santa Sede». Da lunedì prossimo, dunque, porte aperte in Vaticano sul pontificato di papa Ratti, una decisione presa da Benedetto XVI lo scorso 30 giugno, un provvedimento che, assicura monsignor Pagano, farà conoscere meglio Pio XI, un pontefice attento ai cambiamenti sociali, alla cultura, alla diplomazia, alle missioni, sempre animato dal sacro fuoco della difesa della dottrina ecclesiale, ma dotato anche di una forte carica ironica. Ad esempio, fu lui a coniare frasi popolari del tipo «A pensar male si pecca, ma ci si indovina», in seguito rilanciata dal senatore a vita Giulio Andreotti. Un'ironia emersa anche pochi giorni prima di morire, quando al medico che gli consigliava di farsi visitare da una equipe di specialisti, Pio XI rispose: «Per farmi morire ne basta uno di medico». Ma - avverte Pagano ­ - «per dare un giudizio mirato, gli storici dovranno leggere i documenti, che sono veramente tanti. Di certo, si potrà conoscere più a fondo la politica della Santa Sede in quei tormentati anni e, in particolare, cogliere alcune importanti sfumature che potranno fare certamente chiarezza ed eliminare alcuni pregiudizi». Per il monsignore si potrà vedere che «Ratti e Pacelli erano in perfetta sintonia su tutto, anche se avevano caratteri completamente differenti. Contrariamente a quanto qualcuno ha sostenuto, il cardinale Pacelli era fedelissimo a Pio XI e, in un certo senso, possiamo dire che il pontificato di Ratti anticipa per molti aspetti quello del suo successore, Pio XII, specialmente nel rapporto con il mondo ebraico». Nuove risposte arriveranno anche sui presunti silenzi di Pio XII nei confronti dell'Olocausto? «I documenti arrivano fino al 1939. Quando dico che Ratti anticipò Pacelli mi riferisco alle condanne del nazismo e del fascismo, ideologie che i due in un primo momento accettarono sperando in un'azione di contrasto al dilagare del comunismo ateo e anticlericale. Purtroppo, sappiamo tutti come finì. Pio XI firmò addirittura una storica enciclica contro il nazismo e si rifiutò di incontrare Hitler quando questi venne a Roma. In tutto questo, il segretario di Stato Pacelli è possibile che abbia dato un forte contributo. E chi a partire dal 1963, quasi 20 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, iniziò a parlare dei cosiddetti silenzi di Pio XII sulla scia di una rappresentazione teatrale, Il Vicario, troverà certamente le risposte anticipatorie». Piena luce anche sulle differenze che contraddistinsero Ratti e Pacelli? Il Prefetto ammette che «Pio XI era più emotivo e deciso, e che Pacelli era più diplomatico, specialmente nei confronti della Germania dove era stato nunzio apostolico. Entrambi temevano per le sorti della Chiesa minacciata dal comunismo sovietico e per questo guardarono con un certo interesse ai primi passi del nazismo e del fascismo. Ratti, però, era convinto che il comunismo era destinato a finire dopo una parabola più o meno lunga. Da qui, il suo atteggiamento più energico ed aperto nel combattere il nazismo. Pacelli aveva, invece, più paura del comunismo ateo che, non dimentichiamo, in Russia aveva ucciso migliaia di preti, raso al suolo Chiese e cancellato il sacro dalla vita della gente». Pacelli - spiega Pagano - «era stato sempre molto vicino al mondo ebraico. Grazie a lui, molti ebrei furono aiutati. Fu Pacelli ad interessarsi per far assumere in università cattoliche degli Usa professori ebrei. Ma dagli Archivi credo che nuove carte potranno fare luce su questi aspetti». A quando l'apertura dei documenti del pontificato di Pio XII? Previsioni il Prefetto non ne fa, perché, spiega, «per preparare i documenti di 17 anni di papa Ratti sono stati necessari circa 21 anni di lavoro. Per Pacelli ci vorranno almeno altri 25 anni. Ma tutto dipende dalla volontà del Santo Padre».

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INTERVISTA - Parla Yves Chiron autore di una biografia appena tradotta

Quella tattica distanza da Hitler

Un aspetto molto interessante è la perfetta sintonia con Eugenio Pacelli

Anais Ginori

 

Parigi - «Non mi aspetto rivelazioni storiche sconvolgenti, ma credo che i nuovi archivi del Vaticano permetteranno di completare il lavoro di ricerca sulla personalità di Pio XI». Yves Chiron è considerato uno dei massimi esperti del pontificato di Pio XI, al quale ha dedicato una monumentale biografia (Edizioni San Paolo). Membro della Société d'Histoire Religieuse de France, Chiron aveva già avuto accesso agli archivi segreti del Vaticano.

Come si sono svolte le sue ricerche?

«Ho potuto consultate gli archivi della nunziatura di Varsavia quando, tra il 1918 e il 1922, il futuro Pio XI vi rappresenta va la Santa Sede. Ho anche esplorato gli archivi sulle relazioni con la Germania sotto al Pontificato di Pio XI, tra il 1922 e il 1939».

Cosa l'ha più colpita nei documenti che ha potuto studiare?

«Leggendo i dispacci tra Monsignor Orsenigo, nunzio a Berlino negli anni Trenta, e le risposte del cardinal Pacelli, Segretario di Stato, e di Pio XI, si capisce che questi ultimi erano molto più prudenti e più realisti».

Cosa si aspetta dall'apertura degli archivi su Pio XI?

«È importante che i ricercatori abbiano accesso a questa immensa mole di documentazione. Ma non credo che ci saranno "rivelazioni" in grado di cambiare quello che già sappiamo su Pio XI. Penso invece che scopriremo molte cose sul modo di governare di Pio XI: le sue comunicazioni personali ai cardinali o agli arcivescovi, i suoi appunti di lavoro, gli studi preparatori per le Encicliche».

Alla fine di tante ricerche, come spiega l'atteggiamento di Pio XI rispetto al nazismo e all'Olocausto?

«Pio XI non era certamente un ammiratore di Hitler, ma aveva l'esigenza di proteggere la Chiesa con un accordo giuridico. Ecco perché già nei primi mesi del regime nazista iniziò i negoziati per un concordato con il Reich. Questo non gli ha impedito poi di opporsi alle continue violazioni del regime nazista. È vero che Pio XI ha protestato con più forza e più voce contro le persecuzioni subite dai cattolici tedeschi che non contro quelle inflitte agli ebrei. Ma ha emesso una condanna assoluta del razzismo con la famosa frase: "Siamo spiritualmente dei semiti". Non dobbiamo neanche dimenticare che le persecuzioni contro gli ebrei si sono rivelate nella loro dimensione più tragica durante la guerra, ovvero dopo la morte di Pio XI».

Civiltà Cattolica "Non lodare né opporsi" - Così accolse Mussolini

Come giudicò Pio XI la rapida ascesa del partito fascista e cosa pensò di Mussolini, capo di quel partito? Nel suo saggio di prossima pubblicazione su La Civiltà Cattolica, padre Giovanni Sale tenta di rispondere alla non semplice domanda, anche perché scarse sono le fonti documentali. Da un lato egli rimarca "il massimo riserbo" di Pio XI citando le parole pronunziate dal pontefice al cospetto di padre Gemelli: «Lodare, no. Fare l'opposizione aperta non conviene, essendo molti gli interessi da tutelare. Occhi aperti!». Dall'altra però padre Sale non manca di elencare tutti gli episodi che dimostrano un'intesa cordiale tra le gerarchie vaticane e il neonato governo fascista, con manifestazioni di sostegno a Mussolini da parte di non pochi vescovi. Se nei giorni prima della marcia su Roma la Civiltà cattolica assume un atteggiamento assai critico verso le camicie nere, nel periodo successivo la rivista si vede costretta ad ammorbidire i toni. Un editoriale severo viene sostituito da uno più conciliante proprio su indicazione di Pio XI.

15 settembre 2006


Gli Archivi segreti del Vaticano

E il Papa licenziò don Sturzo

Dalle carte di Pio XI emergono i rapporti tesi tra il pontefice e il leader popolare – Fu la Santa Sede a imporre al sacerdote che si opponeva al fascismo, di lasciare il partito

Agostino Giovagnoli

 

Roma - Dall’archivio di Pio XI, aperto ieri alla consultazione, cominciano ad emergere documenti che permetteranno di far luce almeno su una parte delle tante vicende, note e meno note, di questo pontificato, come quella dell'influenza vaticana sulle dimissioni di don Luigi Sturzo dalla Segreteria del Partito Popolare nel luglio 1923. Quelle improvvise dimissioni, che hanno favorito l'affermazione del regime fascista in Italia, sono state lungamente avvolte nel mistero, perché lo stesso Sturzo non ne ha mai voluto parlare. Una parte della corrispondenza di Sturzo con il Vaticano è stata pubblicata molti anni dopo, ma ora i documenti conservati nell'Archivio di Pio XI permettono di illuminare più a fondo questa vicenda, che ebbe inizio con una lettera del Segretario di Stato card. Gasparri a padre Tacchi Venturi, un gesuita incaricato dei contatti con Mussolini e con altri uomini politici italiani. Gasparri scriveva che la proroga concessa fino a quel momento a Sturzo era scaduta. E così riferiva il pensiero del papa: «Ora il S. Padre ritiene che nelle attuali circostanze in Italia un sacerdote non può restare a la direzione di un partito, anzi dell'opposizione di tutti i partiti avversi al governo, auspice la massoneria». Il 9 luglio giungeva la risposta di Sturzo al "comando" del papa: «Obbedisco, con la semplicità di chi compie semplicemente il proprio dovere». Contemporaneamente, però, la sua lunga lettera spiegava che quelle dimissioni rappresentavano un errore. Pio XI lesse personalmente il testo, chiosandolo in alcuni punti. Il segretario del Ppi scriveva ad esempio che tutti avrebbero attribuito il suo «ritiro ad un intervento della S. Sede» proprio alla vigilia della discussione sulla legge Acerbo, che prevede una riforma elettorale fortemente voluta dai fascisti e contrastata dai popolari. Si sarebbe pensato, insomma, a un intervento diretto della S. Sede nella politica italiana. I conseguenti interrogativi sollevati da Sturzo - «Come smentire ciò? Con quali mezzi? Con delle menzogne?» - venivano così chiosati dal papa: «No certo; ma con i riflessi suggeriti: il bene del Ppi e della Chiesa cattolica». Più avanti, Sturzo assicurava che «mai, né direttamente né indirettamente, la massoneria ha avuto un solo momento di tolleranza verso il partito popolare italiano». Ma Pio XI annotava: «A Pisa la massoneria deliberava testé di sostenere don Sturzo nella opposizione al G[overno]». Infine, mentre Sturzo esprimeva dubbio sull'affermazione che la richiesta di sue dimissioni non era un atto «poco benevolo» verso il partito popolare ma solo ispirato «agli interessi superiori della Chiesa», Pio XI, commentava: «Veramente è così». Il contrasto tra le tesi della lettera e le annotazioni del papa fanno emergere le due opposte visioni che si scontrarono allora. Secondo Pio XI, per il bene della Chiesa, un sacerdote non poteva continuare a dirigere un partito politico o, anzi, tutta l'opposizione; secondo Sturzo, per il bene della Chiesa si sarebbe dovuto evitare un gesto che coinvolgeva pesantemente quest'ultima nella politica italiana. Per il primo, il segretario del Ppi non era più al servizio di un disegno cattolico ma massonico, per il secondo era vero il contrario. Secondo il papa, le dimissioni di Sturzo non avrebbero danneggiato il Ppi, secondo quest'ultimo il partito sarebbe stato" scompaginato". Infine Sturzo prevedeva che le sue dimissioni avrebbero fatto credere ad un appoggio della Chiesa al «governo fascista e al fascismo, i cui metodi non solo nel campo politico ma in quello etico sono per tante ragioni a riprovare». Il carteggio conservato in Vaticano e oggi accessibile, però, contiene anche altri elementi. Lo stesso giorno, il 9 luglio, in cui padre Tacchi Venturi riferiva che Sturzo accettava la richiesta del papa, egli scrisse a Gasparri di aver già informato Mussolini, ottenendone l'impegno a non divulgare la notizia prima che le dimissioni fossero presentate ufficialmente e a non interpretarle in pubblico come una sua vittoria. Il leader fascista era dunque quantomeno informato dell'intervento vaticano, di cui si mostrava ben contento. Un altro particolare rivelatore è rappresentato dalla questione del debito accumulato dal Partito popolare nei confronti di banche, che avevano deciso di esigerne l'immediata riscossione per contrastarne la politica antifascista. Si trattava di un oggettivo elemento di pressione sul segretario del Partito popolare che, ben consapevole del problema, nella lettera di preannuncio delle dimissioni chiese al papa di ripianare il debito del Ppi. Pio XI accolse la richiesta, decidendo anche di sostenere finanziariamente Sturzo nei difficili momenti che lo attendevano prima in Italia (purché si allontanasse da Roma) e poi in esilio a Londra, dove lo stesso Sturzo decise di andare nel settembre 1924. Malgrado la durezza dello scontro, il rapporto tra i due continuò anche in seguito, sia pure da lontano e in modo indiretto.

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La lettera di don Sturzo con le annotazioni inedite del pontefice

Ma le mie dimissioni favoriranno  la dittatura

Luigi Sturzo

 

Pubblichiamo la lettera che don Luigi Sturzo scrisse a Pio XI il 9 luglio del 1923 e conservata negli Archivi vaticani ora resi accessibili. In grassetto sono evidenziate le annotazioni inedite del papa.

 

Beatissimo Padre, (…) ho ricevuto comunicazione del desiderio di V[ostra] B[eatitudine]che io lasci senza indugio la segreteria politica del partito popolare italiano; e nella forma come mi è stato espresso il desiderio e per la testimonianza della pia e veneranda persona che me lo ha comunicato, debbo ritenere che si tratti di un comando [desiderio motivato]. Ed al comando di V. B. io non ho che rispondere: obbedisco, con la serenità di chi compie semplicemente il proprio dovere. (…) Anzitutto tanto gli avversari di ogni colore quanto gli amici del partito popolare italiano, attribuiranno il mio ritiro ad un intervento della S. Sede; e ciò alla vigilia della discussione alla Camera dei Deputati del disegno di legge sulla riforma elettorale politica. Come smentire ciò? Con quali mezzi? Forse con delle menzogne? [No certo; ma coni riflessi suggeriti: il bene del Ppi e della Chiesa cattolica]. Non potrei. Del resto (…) nessuno vi presterebbe fede e sarebbe vana e pericolosa qualsiasi smentita. Le conseguenze, secondo il mio modo di vedere, sarebbero tre: a) che verrebbe accreditata la opinione che la S. Sede interviene negli affari politici d'Italia (…); b) che verrebbe minorata la posizione e la libertà politica dei cattolici a formarsi un partito politico autonomo (…); c) che il partito popolare italiano verrebbe ad essere scompaginato o ridotto ad un puro organismo elettorale alla mercè di qualsiasi governo. Non posso né debbo attribuire alla mia persona il merito di tenere stretta la compagine popolare in momenti difficili; però non posso dissimulare che in un periodo nel quale ogni ausilio umano e ogni aiuto economico sono mancati, quando sono state sciolte a centinaia e centinaia amministrazioni pubbliche popolari; quando le leghe sindacali o sciolte o rese impotenti o costrette a passare al fascismo e circoli e cooperative devastate, e persone innumerevoli o messe al bando, o bastonate, martoriate e persino uccise, la possibilità di una difesa politica della libertà e delle leggi umane e civili ha tenuto i nostri uomini e il nostro organismo ancora in piedi e il mio povero nome è servito a creare fiducia e forza al partito, anche presso popolazioni che vivono nel regime del terrore. Ecco perché io credo che il mio repentino ritiro oggi può danneggiare quel partito che si ispira veramente ai principi cristiani nel viver civile, e che nella mancanza di qualsiasi carattere e virilità oggi serve a limitare nella mia coscienza pubblica, l'arbitrio della dittatura. Nella lettera con la quale mi è stato espresso il desiderio della B.V. è detto che nell'opposizione al governo, da me diretta, ne sia stata auspice la massoneria [A Pisa la massoneria deliberava testé di sostenere don Sturzo nella opposizione al G.]. (…) Debbo aggiungere che mai, né direttamente né indirettamente, la massoneria ha avuto un solo momento di tolleranza verso il partito popolare italiano. (…) Nella stessa lettera succitata è detto che questo atto (l'ordine che io mi ritiri da segretario politico) non debba ritenersi come poco benevolo verso il partito popolare, ma solo ispirato agli interessi superiori della Chie­sa. Ringrazio la B.V. di questa assicurazione ma non saprei come poter fare a che gli altri amici ed avversari ciò riconoscano e si convincano che sia veramente così [Veramente è così]. Purtroppo, il ritiro sarà fatto passare come una implicita sconfessione del partito popolare italiano. (…). Tenderà a far credere che la Chiesa appoggi il governo fascista e il fascismo, i cui metodi non solo nel campo politico ma anche in quello etico sono per tante ragioni a riprovarsi.

19 settembre 2006


Pio XI contro l’antisemitismo

Dagli Archivi vaticani la conferma dell’opposizione alle leggi razziali

Agostino Giovagnoli

 

Uno degli aspetti più controversi del pontificato di Pio XI è costituito dall’atteggiamento verso le leggi razziali del 1938. La Santa Sede si concentrò allora soprattutto sulla difesa del Concordato, denunciando il vulnus - la ferita - che veniva ad esso inferta dalla proibizione dei matrimoni «misti» tra persone di razza diversa. Il Vaticano, invece, non protestò ufficialmente contro le leggi razziali in quanto tali e molti hanno perciò parlato di freddezza della Chiesa cattolica verso l'inizio della persecuzione antiebraica in Italia. Secondo Renzo De Felice, la Santa Sede si preoccupò soltanto di difendere le prerogative acquisite con il Concordato, attraverso una protesta oltretutto piuttosto debole. Ma, proprio negli stessi mesi, Pio XI tenne alcuni dei suoi discorsi più duri contro il fascismo, mentre preparava un'enciclica per la condanna del razzismo e pronunciava la famosa frase: «l'antisemitismo è (…) un movimento in cui noi cristiani non possiamo avere alcuna parte (…) noi siamo spiritualmente semiti». Come spiegare la contraddizione? L'apertura dell'Archivio Segreto Vaticano promette ora nuova luce sullo scontro esploso con la pubblicazione del Manifesto della razza, secondo cui gli ebrei non facevano parte della «razza italiana». Tale documentazione mostra infatti che l'azione della Santa Sede si ispirò ad un principio contrario a quello affermato dal Manifesto: per la Chiesa, gli ebrei non sono una razza, ma una religione. I documenti confermano, cioè, che la Santa Sede si concentrò effettivamente sulla difesa del Concordato, ma tale battaglia implicava anche una contestazione del principio razzista. Non a caso, tutti i compromessi pratici proposti dal fascismo nel corso della lunga e complicata vicenda non furono sufficienti per trovare un accordo. Vennero ad esempio studiate eccezioni che avrebbero di fatto permesso la trascrizione civile della quasi totalità dei matrimoni religiosi tra cattolici ed ebrei, anche se formalmente proibiti. Anche per quanto riguarda la questione dei matrimoni tra cattolici ed ebrei convertiti al cattolicesimo, il fascismo cercò di venire incontro alla Chiesa sul piano pratico, ma il Vaticano fu intransigente nella pretesa che lo Stato ammettesse la piena legittimità di tali matrimoni. Indubbiamente, respingendo la richiesta vaticana, Mussolini si rifiutò di trasformare «la legge da razzista in confessionale», come ha scritto Michele Sarfatti riprendendo una frase di Ciano. Ma ammettere questi matrimoni significava anche riconoscere che il cambiamento di religione estingueva l'identità ebraica, la quale dunque non poteva essere considerata un'identità razziale. L'opposizione fu animata soprattutto da Pio XI, il quale intervenne spesso per ribadire che le leggi razziali non infrangevano solo il diritto canonico o un privilegio ecclesiastico, ma anche il diritto naturale e la stessa volontà divina. Il papa si adoperò anche per frenare «il demone diplomatico» che spingeva verso il compromesso il gesuita Tacchi Venturi e il nunzio Borgoncini Duca. Pur avvolta da un minimalismo diplomatico caratteristico del personaggio, sostanziale fermezza sui principi manifestò invece monsignor Tardini, mentre si deve al cardinal Pacelli, allora Segretario di Stato, il rifiuto finale - mentre Pio XI era colpito da un infarto ­ dell’ultima proposta fascista di compromesso. Ma la contestazione vaticana del principio razzista non risolveva la complessa questione del tradizionale antigiudaismo cattolico e dei suoi rapporti con l'antisemitismo contemporaneo, come hanno notato Giovanni Miccoli e Renato Moro. Nelle settimane successive, in particolare, il problema di un'insufficiente solidarietà dei cattolici verso gli ebrei perseguitati suscitò in Pio XI un'inquietudine crescente. Egli cercò anzitutto di interessarsi delle «vittime innocenti» da cui giungevano alla Santa Sede richieste sempre più numerose di aiuto. Il papa intervenne soprattutto a favore di ebrei convertiti e divenuti cattolici, ma non solo: proprio mentre si chiudeva amaramente la vicenda delle leggi razziali in Italia, egli espresse ad esempio forte sostegno ad un comitato di cattolici, «acattolici» ed ebrei sorto in Inghilterra per aiutare gli ebrei qui rifugiati. La sua crescente preoccupazione verso la sorte di tutti gli ebrei è testimoniata anche dalla tormentata stesura, nel gennaio 1939, di un appello ad alcuni vescovi americani. Si trattava ancora una volta di aiutare dei convertiti, ma dai documenti si avverte lo sforzo di fondare motivi specificamente cristiani per aiutare tutti gli ebrei. Oltre ad invocare principi generali di umanità e carità, nell'appello venne aggiunta la frase: «crediamo altresì che a nostro Signore Gesù Cristo non dispiacerà questa cura e buon ufficio per coloro che appartengono a quello che fu già il Suo popolo e per cui egli pianse e sulla Croce stessa invocò misericordia e perdono». Pio XI toccava così il cuore della tradizionale avversione cattolica verso gli ebrei: la responsabilità attribuita loro nella morte di Cristo e l'accusa di deicidio: Se Cristo non aveva provato odio verso gli ebrei e aveva addirittura sparso il suo sangue anche per loro, i suoi seguaci erano tenuti a imitarlo. Nella stesura latina dell'appello, infine, invece di indicare Israele come quello che «una volta era stato il suo popolo», si preferì parlarne come del popolo «da cui egli ha avuto origine». Così, invece di ricordare ancora una volta il distacco di Gesù da Israele per fondare la Chiesa, si sottolineava la sua incancellabile origine ebraica e, indirettamente, la permanenza di un qualche legame tra ebrei e cristiani. Forse, l'atteggiamento di questo papa nei confronti degli ebrei avrebbe potuto conoscere ulteriori sviluppi se la morte non lo avesse fermato poche settimane dopo.

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La lettera del papa

"Cristo pianse per loro"

 

Pubblichiamo la lettera di accompagnamento di Pio XI all'appello in favore di ebrei perseguitati inviato nel gennaio del 1939 ad alcuni cardinali americani.

 

È stato portato a Nostra conoscenza un invito diramato allo scopo di venire in aiuto di tanti insigni cultori della scienza, i quali in seguito alle note leggi, che colpiscono quelli che non so­no di stirpe ariana, sono costretti a lasciare i paesi dove vivevano e a troncare quegli studi, che erano l'ideale della loro vita e tornavano a beneficio della società. Mirando con occhio umano e cristiano ogni opera di carità e di assistenza a vantaggio di quanti sono immeritatamente sofferenti ed afflitti, abbiamo ritenuto opportuno che il documento suddetto fosse inviato anche a Te. Crediamo altresì che a nostro Signore Gesù Cristo non dispiacerà questa cura e buon ufficio per coloro che appartengono al popolo da cui ha avuto origine e per cui egli pianse e sulla Croce stessa invocò misericordia e perdono. Siamo certi che accoglierai questa segnalazione con la conosciuta tua generosità e con quello spirito di profonda carità che tanto Ti distingue e che ha senza dubbio presente coloro per i quali fu pure sparso il sangue preziosissimo del Redentore.

la Repubblica, 27 settembre 2006

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