Patria indipendente

Il ricordo di una donna coraggiosa e generosa

Liana Millu: dalla Resistenza al campo di Auschwitz

 

di Remo Alloisio

 

Circa un anno fa, il 6 febbraio 2005, si spegneva a Genova, Liana Millu, “l’alter ego femminile” di Primo Levi. Originaria di Pisa, maestra elementare, si trasferì a Genova nel 1940. Costretta, perché ebrea, ad abbandonare l’insegnamento e l’attività di giornalista, dopo l’8 settembre 1943 divenne membro attivo della Resistenza nella organizzazione “Otto”. Nel 1944 fu arrestata dalla Gestapo a Venezia e deportata ad Auschwitz-Birkenau. Sopravvissuta all’esperienza drammatica del lager, fu rimpatriata in Italia nell’agosto 1945. Dopo Auschwitz-Birkenau cominciarono per lei gli anni della vita, del lavoro di scrittrice (Il fumo di Birkenau, pubblicato nel 1947 è diventato un bestseller, tradotto in tutto il mondo), dell’infaticabile attività di testimone della Shoah, rivolta soprattutto ai giovani, agli studenti, nelle aule scolastiche di Genova e di molte città italiane. Un impegno profuso senza risparmio e sentito come un dovere morale imprescindibile. È «l’esperienza suprema – come lei la definiva –, esperienza della convivenza con la morte, esperienza delle reazioni che tale convivenza produce in noi stessi e negli altri; esperienza di quello che è e che può diventare l’uomo; esperienza della necessità della fede, di credere in qualcosa. Dicendo “fede” intendo sia la fede religiosa, sia la fede politica, sia la fede laica». Liana Millu, ad Auschwitz, sperimentò la precarietà dello spirito, la sua difficoltà e incapacità di trascendere le cose. Nel lager era sovrano l’impulso istintivo che avveniva al contatto immediato con la fame, nella reazione fisica del corpo alle sevizie, nella promiscuità e nel dolore delle percosse subite. Per la Millu la riflessione sul passato o il confronto con esso doveva servire alla comprensione del presente. Oggi, l’etica in nome della quale il nazismo era stato combattuto, viene smentita dalla violenza, dal terrorismo e dalle guerre imperanti in altre varie parti del mondo. L’antisemitismo riemerge in altri modi e in altre forme, alimentato, anche, dalle aberranti idee “negazioniste” delle camere a gas, sostenute dallo storico David Irving. Solo la memoria può dischiudere quella apertura al senso che porta alla responsabilità verso se stessi e verso tutto ciò che ci circonda. Liana Millu che ha vissuto nella storia e avvertito la crisi del mondo, le contraddizioni di una quotidianità violenta e assurda, aveva capito che la memoria passiva, cioè la memoria che è solo rievocazione, non è più sufficiente. «Ora è necessaria una memoria attiva, quella che del passato si fa strumento per indagare il presente, che usa questa memoria per porre domande al presente». A pag. 67 dell’ultima sua pubblicazione, Dopo il fumo, la scrittrice riferisce un episodio autobiografico, emblematico per comprendere la parola “indifferenza” nel suo significato di mancanza di interesse e partecipazione emotiva alla sorte e alle ragioni degli altri. «Fine agosto 1945, Venezia. Condotta in un ufficio della polizia ferroviaria, davanti a tre uomini che, dopo qualche domanda incuriosita, mi guardano in silenzio. Mi ci aveva sbattuto un controllore paonazzo dall’ira, stringendomi il braccio, quasi strattonandomi. Aveva spiegato che, nel tragitto Mestre-Venezia, alla sua legittima – le-git-ti-ma! – richiesta del biglietto, avevo risposto di essere salita a Mestre, scendendo da una tradotta. Una donna in una tradotta? E doveva credermi? Alle sue insistenze, avevo perfino alzato la voce. “Vengo dalla Germania, soldi non ne ho, il biglietto non lo pago. Ho fatto un anno di Lager!”. Germania non Germania, qui eravamo in Italia e il biglietto dovevo pagarlo. Cosa erano quelle pretese? Dei Lager, lui, se ne fregava! Raccontò tutto ai poliziotti e se ne andò con un’ultima occhiata minacciosa. E, ora, quelli mi guardavano in silenzio. Sentivo i loro sguardi indugiare sulla camicetta che mi ero confezionata a Drverden, provincia di Hannover, zona inglese, campo di raccolta per militari italiani. Laggiù, la camicetta, rimediata con tre tovaglioli dell’ospedale, aveva riscosso complimenti. Ma, ora, i tre la guardavano con disapprovazione: era tutta stropicciata e anche sporca. “Vada pure” finalmente uno si decise “Vada pure e ... Vada e si ripulisca, si metta un po’ in ordine. Una donna ...”. Dunque, ero una donna. Ci pensai uscendo dalla stazione, nella mattina splendente. Ero una donna. “Laggiù”, per un anno tutto era stato fatto perché me ne dimenticassi». Primo Levi, nell’appendice di Se questo è un uomo, parlando degli esecutori, dei kapò, dei “prominent”, definì questi fedeli e diligenti esecutori di ordini disumani, insistentemente come “la zona grigia”. Essi non erano aguzzini nati, né, salve poche eccezioni, dei mostri, ma uomini qualunque. I mostri esistono ma sono pochi per essere veramente pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere.

Patria indipendente, 20 gennaio 2006

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