Patria indipendente

Tra le macerie trovai la famiglia sterminata

 

di Norma Zaghet

 

Sono nata nel 1921, quindi ho sentito spesso parlare di guerra nella mia infanzia ed adolescenza. Ma voglio cominciare da quando mi sono sposata, era il 31 gennaio, 1943. Il mio fidanzato era meridionale, io veneta. Faceva il militare a Sacile (PN) e da quando mi vide non mi ha più dato tregua. Mi seguiva ovunque e molte volte io mi arrabbiavo perché non lo volevo. Gli dicevo: «Si vada a prendere le sue paesane!» e lui «Io a voi voglio!». Molte mie amiche mi dicevano: «Digli che lo voglio io!». Anche mia cugina si era innamorata di lui ed io glielo dicevo, ma lui sempre: «A voi voglio!», e così fu. Ci fidanzammo e subito parlò di matrimonio, ma io non volevo, il pensiero di allontanarmi dai miei genitori mi terrorizzava. I miei tre fratelli erano tutti a fare il militare. Il più grande (1909) alpino, era sposato e aveva una bimba di tre anni. Qualche volta veniva a casa perché era in Italia, l’altro, del 1911, era in Africa, era partito richiamato con quella guerra ed era rimasto là. Il più piccolo (1923) era partito di leva quando già la guerra era cominciata e noi parlavamo già di matrimonio. Sembrava un bambino e mentre lo accompagnavo, mi diceva: «Fammelo sapere quando ti sposi, fammi venire». «Sì, sì, non ti preoccupare». Avevo anche una sorella sposata in Liguria, in un paese dell’entroterra genovese, quindi in casa eravamo io, Mamma, Papà e mia cognata con le sue bambine. La casa distava dal paese forse 3 km., sulla strada provinciale, ma abbastanza isolata. Da un lato della strada c’era un bosco, dall’altra il fiume Livenza per un lungo tratto e campagna, granoturco ecc., ecc. Arriviamo al giorno che mi sono sposata. Il giorno prima aveva nevicato, era tutto bianco. Anche quella stessa domenica mattina nevicava, ma poi come per incanto si schiarì ed uscì il sole splendente e la neve brillava. Tutti gli amici vennero a spalare la neve, a fare gli archi di verde e carte colorate per fare allegria. All’epoca le macchine erano poche e noi scegliemmo una carrozza con i cavalli. Io vestivo di bianco perché l’avevo sempre sognato, lui in divisa perché lo Stato prometteva un premio per quelli che si sposavano in divisa (ma non l’abbiamo mai avuto). Il suo Capitano ci fece da testimone. Poi c’era la signora sua moglie e avevano un bambino di 4 o 5 anni che voleva stare sempre con lo sposo. La cerimonia risultava molto suggestiva, penso che tutto il paese sia uscito sul sagrato per vedere gli sposi: erano le 15 di domenica, 31 gennaio, 1943. Poi la cena a casa mia, tutti i parenti e gli amici più intimi e poi il ballo dopo cena anche per tutti; difatti ci fu una festa molto bella per i tempi che erano. Ma io non ho gioito molto: nessuno dei miei fratelli e sorella poterono essere presenti. I treni o i mezzi di trasporto non funzionavano. Quello che era in Italia, e si sperava e aveva promesso che ci sarebbe stato, è arrivato la mattina dopo... Il mercoledì successivo, siamo partiti per il viaggio di nozze, destinazione Catanzaro, dai parenti di lui. Siamo stati via un mese e mi ha fatto conoscere tutti i suoi parenti e un po’ della Calabria, poi il ritorno. Io sarei rimasta a casa mia con i miei poi, a guerra finita, avremmo trovato una casa per conto nostro, ma sempre nel settentrione: questi erano i patti fatti prima di dire sì. Ma appena rientrati una brutta notizia: tutto il suo reparto era stato trasferito a Taranto e lui doveva seguirli. Ligio ai suoi doveri ripartì subito ed io rimasi con i miei. Ma non ero più sola: aspettavo un bambino. Ci scrivevamo spesso, lui mi raccontava, io gli raccontavo. Poi erano i primi di agosto e venne in licenza. Io avevo già un pancione e lui non si stancava di guardarmi, mi aveva lasciata una bambina e mi trovava una donna. Ma anche qui la tenue felicità è durata poco. Faceva caldo e lui stava veramente male. Aveva la febbre a 40 e più. Chiamammo il dottore: febbre malarica. Subito all’ospedale, ma non quello civile del paese, quello di Udine, quindi lontano tanti chilometri, dove io non avrei potuto andarlo a trovare molto spesso. I primi giorni di settembre venne dimesso. Finalmente saremmo stati un po’ insieme. Invece nemmeno questa volta: un ordine dal suo comando, tutti i malarici presentarsi al loro deposito e lui, ligio come sempre, partì per Taranto: era il 5 settembre, 1943. L’8 settembre, stavamo seduti nel cortile con mamma, papà e mia cognata, sentiamo suonare le campane a festa. Cosa sarà successo? Non avevamo né radio né luce elettrica. Poi passa una signora in bicicletta e ci dice che c’è stato l’armistizio, che la guerra era finita e in paese tutti facevano festa. Mio padre disse: «Con l’armistizio non vuol dire che la guerra sia finita». Quanto aveva ragione... Già dal giorno dopo si vedevano soldati sbandati che cercavano di scappare, di ritornare a casa loro. Venivano per le case a cercare vestiti borghesi. Anche mio cognato, fratello di mio marito, che si trovava nella Marina a Venezia, ha scelto la fuga e venne a casa mia. Ero felice di vedere qualcuno che apparteneva a mio marito, perché di lui non ricevetti mai notizie, fino allo fine della guerra. Io, quella prima notte che lui era partito, feci un sogno: mi sembrava che lo accompagnavo un tratto, lui vestito da militare (era sergente maggiore), fino fuori il paese, poi dopo una curva, c’erano tanti militari e lui sparì fra quelli e non lo vidi più, allora mi girai per tornare a casa e mi investì una pioggia torrenziale. Mi misi a correre in direzione di casa mia, ma non la trovavo più, giravo disperata sotto la pioggia e si faceva notte e la mia casa non la trovavo. Mi svegliai finalmente e meno male, era solo un brutto sogno, che però anche in seguito non riuscivo a dimenticare. Ad ottobre nacque il mio bambino, a casa naturalmente, con la levatrice. Ma anche in quell’occasione ebbi tanta paura perché la levatrice non c’era, stava assistendo un’altra partoriente, una mia amica. Finalmente a mezzogiorno è nato quel bambino e poi è corsa da me e alle 13,30 nasceva il mio meraviglioso bambino. Era bello e sano e desideravo tanto che lo vedesse il suo papà. Poi sono arrivati i tedeschi, comandavano loro. Facevano i rastrellamenti e così mio cognato si è deciso ad andare in montagna con i partigiani. Mio fratello no: si nascondeva e lavorava dai contadini per portarci a casa da mangiare. Anch’io lavoravo di cucito per dei signori che erano sfollati dalla città. Cucivo, rivoltavo, rammendavo, e in cambio mi davano grano, granoturco, zucchero, sale, olio, ecc. Noi avevamo tante galline, polli e conigli e molte volte si scambiavano con altri generi alimentari e per questo almeno la fame non l’abbiamo mai sofferta. Il mio bambino cresceva bene e bello, a un anno camminava e incominciava a parlare. Sognavo il giorno che lo avrebbe visto il suo papà e i nonni e gli zii di Catanzaro. Loro certamente non avevano mai visto un bimbo così bello ed io ne andavo fiera. Poi mia cognata ebbe un altro bambino. I rastrellamenti e le perquisizioni dei tedeschi erano all’ordine del giorno. Cercavano in ogni angolo. Se qualcuno era a letto perché stava poco bene, oppure i bimbi dormivano, li facevano alzare e disfacevano i letti per cercare non so che. Anche di notte passavano degli squadroni che andavano a rastrellare sulle montagne e noi zitti zitti col terrore che entrassero in casa. Mio cognato, che faceva parte dei Partigiani della Osoppo, qualche volta veniva a casa a sfamarsi o a ripulirsi. Ricordo che un giorno è arrivato scalzo e pieno di pidocchi. Qualche volta dovevano scappare e nascondersi anche per tanti giorni. Quante case bruciate e anche paesi interi, solo perché ospitavano partigiani. Un dottore dell’ospedale che curava dei partigiani feriti, chirurgo bravissimo ed umanissimo, un giorno venne impiccato agli alberi del viale dell’ospedale e lasciato lì perché tutti lo vedessero. Allora certi Partigiani del paese, con a capo il figlio del dottore, pensano di vendicare il padre e così il 24 aprile 1945, si appostano sulla strada che da un paese porta all’altro e uccidono due tedeschi e scappano. Io quel giorno di mattino vado in paese per fare la spesa e mi porto sulla bicicletta il mio bambino. Vado a trovare la mia nipotina che da qualche giorno si trovava in paese dalla nonna materna. Lei era felice per averci visto, ma voleva venire a casa con noi. Io non potevo portare anche lei sulla bici, quindi l’ho convinta a rimanere brava, che l’avrei ripresa l’indomani. A casa mia, mamma mi racconta che mentre ero in paese, sono passati una decina di tedeschi e si sono presi tutto quello che c’era da mangiare. Hanno frugato dappertutto, buttando tutto all’aria. Mangiammo e poi penso di andare sul colle dove c’erano quei signori sfollati ai quali cucivo o aggiustavo degli indumenti. Ne avevo una borsa piena pronta e così penso di portarla. Loro, come ho già detto, mi pagavano con generi alimentari. E così metto a letto il bambino per il sonnellino pomeridiano, penso anche che forse sarò di ritorno prima che lui si svegli. Per fare prima prendo la scorciatoia a piedi, attraversando il boschetto, e così arrivo dai signori. Ce n’è pronta un’altra borsa da riparare. Passo a salutare le mie amiche che abitano proprio lì vicino e vado. Ma fatti pochi passi, saranno state le ore 15, si sente il grido della sirena d’allarme. Soldati tedeschi che mandavano via tutti e così, spaventata, ritornai in casa delle mie amiche. Nessuno sapeva cosa fosse successo, tutti pensavano a qualche rastrellamento e aspettavamo che suonasse il cessato allarme. Molta gente in quell’ora si trovava fuori casa e tutti dovevano ripararsi da qualche parte. Ero molto agitata. Le amiche cercavano di calmarmi, ma pensavo ai miei genitori, al mio bambino e mi sembrava di impazzire ad aspettare senza poter fare niente. Pensavo: “Se ci sono tanti soldati qui che siamo in mezzo alla campagna, cosa sarebbe stato giù dove abitavamo noi che ere proprio sulla strada?”. Finalmente sentiamo il cessato allarme, erano circa le 17 e mi misi subito in cammino verso casa, ma non più per la scorciatoia, era pericoloso, c’erano tanti soldati in giro e così mi immisi sulla strada normale. Altra gente come me si trovava fuori casa e ora ritornava ansiosa. E così con la mia borsa piena di lavoro correvo verso casa. Ma ad una curva, verso destra, dove si poteva vedere tutta la strada provinciale e così anche la mia casa restai paralizzata: la mia casa non c’era più. Cosa era successo? Come avevano potuto distruggere una casa abitata? Allora ho gridato: «Dov’è la mia casa, il mio bambino?», ma due ufficiali tedeschi mi pararono davanti con una pistola, bestemmiando, e mi dovetti zittire. Continuai a correre, ero ancora lontano, ma dovevo arrivare. Passa una signora in bicicletta e le chiedo dove va: «Vado a cercare mio padre che è nel campo» mi disse e corse via. Da lontano vedo che si ferma in direzione dove era la mia casa, si ferma un po’ e poi ritorna indietro, mi ripassa accanto e le chiedo: «Ha visto i miei?». Ma non mi risponde e corre verso il paese, io corro verso un cumulo  di macerie e lì intorno non si vedeva nessuno. Pensavo “Speriamo che siano scappati prima!”. Lungo la strada trovavo oggetti di casa mia, brandelli di tende, di tutto. Pensavo a quando si sentiva dire che avevano bruciato o fatto saltare qualche casa, mia mamma che diceva sempre: «Piuttosto di vedere distruggere la mia casa, le mie cose, preferisco morire prima». Ed ora che cosa era successo a loro? Mentre sto per arrivare, arriva una mia amica, mi dice che dopo la mia partenza da casa sua le è presa tanta agitazione ed ha dovuto raggiungermi, avendo lei fatto la scorciatoia è arrivata assieme a me. Subito cerca di incoraggiarmi: «Vedrai che i tuoi saranno andati da tuo zio che abita dall’altra parte». Saltammo in mezzo alle macerie, io vedevo solo sangue, poi vidi un cumulo di macerie che si muoveva, gridavo, chiamavo, allora la mia amica tirò su di terra il mio bambino: era già morto. Guardai meglio e vidi il mio papà e la mia mamma straziati. Intanto è arrivata gente, quella signora che era ritornata indietro in bicicletta è andata in paese ad avvisare anche i parenti di mia cognata di quello che era successo e così sono arrivati il papà ed altri del paese. Sono riusciti ad estrarre mia cognata che aveva nelle braccia il suo bambino di nove mesi. Erano ancora vivi, ma dopo aver bevuto un sorso d’acqua sono spirati. Il padre anziano vedendo, quel disastro fu colpito da un infarto e morì dopo qualche giorno. Io sono stata portata in casa dalla mia amica e assistita tutta la notte dai signori sfollati e dalle mie amiche e familiari. Volevo morire anch’io, non avevo più nessuno e niente, ero rimasta sola, in mezzo alla strada, con quello che avevo addosso. Le persone che erano venute per soccorrere sono dovute scappare perché sono ritornati dei tedeschi con dei cani per prendere le galline ed i conigli che erano scappati dai pollai, anch’essi distrutti, e come sparavano agli animali sparavano anche su quelle persone. Così quella notte i miei poveri cari sono rimasti soli. L’indomani la guerra era finita: era l’alba del 25 aprile, 1945. Tutta la mia famiglia era distrutta, mentre tutti o quasi tutti gioivano, io ero disperata e volevo morire. Al mio paese quel giorno hanno festeggiato la fine della guerra con un funerale di 5 bare. Io non vi ho partecipato. Le persone che mi hanno ospitata sono state meravigliose, facevano di tutto per alleviarmi le sofferenze, anche con medicine ed iniezioni. Le mie amiche che avevano mariti prigionieri pregavano perché tornasse prima il mio. Difatti, dopo un mese, mio marito è tornato. Aveva appreso tramite i messaggi che io mandavo, la nascita del bambino, quindi era impaziente di vederlo, di conoscerlo, perciò era scappato con mezzi di fortuna ed era arrivato fino al paese. A tutti chiedeva: «Come sta mia moglie?». Bene, gli dicevano, ma non abita più là. «Come mai? E il mio bambino com’è? ». Ma a queste domande nessuno aveva il coraggio di rispondere. Solo un amico si è offerto di accompagnarlo da me. Quando mi hanno avvisato che era arrivato, io non lo volevo vedere. Quante volte avevo sognato quell’incontro e come l’avevo fantasticato! Ora non mi interessava più niente e nessuno. Ma le mie amiche ed i vicini, che tutti erano usciti di casa, insistettero: «Vieni Norma, è arrivato e non sa niente». Allora esco e lo vedo che sta arrivando, tutto ansioso e gioioso e appena mi vede mi dice: «E il bambino? Dov’è?». Io vedendolo credetti di vedere il viso del mio adorato bambino e svenni. Rinvenni che ero su di un letto e mio marito in un angolo che piangeva. Aveva saputo tutto... mi era stata risparmiata quest’altra pena. Termino qui la mia storia vera dei primi due anni e mezzo di matrimonio in tempo di guerra. Ora sono anziana. Gioie e dolori non mi sono mancati, però sono contenta di far sapere ai giovani, ma soprattutto a quelli che comandano, cosa significhi la guerra.

Patria indipendente, 30 giugno 2005

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