Diario

L’eliminazione sistematica di tutti gli ebrei non rientrava nei piani iniziali del regime. È a partire dal 1939, e in soli trenta mesi, che si consumò la svolta

I tedeschi e la Soluzione finale

Christopher R. Browning

 

Durante il pogrom della Notte dei cristalli nel novembre 1941, a parte gli attivisti frustrati del partito che avevano finalmente ottenuto mano libera nelle strade, i tedeschi furono in maggioranza «spettatori» (per usare il termine di Saul Friedländer) che disapprovavano quell'aggressione violenta e distruttiva contro gli ebrei e le loro proprietà. Nella maggior parte dei casi la disapprovazione non derivava da un senso di solidarietà con gli ebrei perseguitati, né dall'opposizione di principio ai procedimenti legali e amministrativi che li stavano privando sia dei diritti che delle proprietà. Fu il carattere del pogrom, con la gratuita distruzione dei beni, l'incendio dei luoghi di culto e la violenza ostentata, piuttosto che la persecuzione degli ebrei in sé, l'aspetto più inquietante della Notte dei cristalli per la maggioranza dei tedeschi «comuni». La reazione largamente negativa dell'opinione pubblica alla Notte dei cristalli pone comunque un interrogativo cruciale. Se nella Germania del 1938 i tedeschi «comuni» esitavano ancora a spaccare le vetrine, a incendiare le sinagoghe e a picchiare gli ebrei per la strada, perché tre soli anni dopo furono disposti a iniziare l'eccidio in massa degli ebrei nell'Europa orientale? Sul piano della violenza pubblica, non c'era paragone. I plotoni di esecuzione si imbrattavano del sangue delle vittime, e persino le deportazioni dal Terzo Reich verso i lontani campi della morte comportavano patetiche processioni di vecchi ebrei, e ondate di suicidi. In territorio polacco, poi, le deportazioni sarebbero state accompagnate da diffuse e visibilissime operazioni di svuotamento dei ghetti eseguite con spaventosa ferocia, che lasciavano le strade cosparse di cadaveri. Come fu possibile che nel breve spazio di tre anni i tedeschi «comuni» si trasformassero da «spettatori» schizzinosi e contrari al vandalismo, agli incendi e alle aggressioni, in «volenterosi carnefici» capaci di perpetrare eccidi in massa di una violenza incontrollata? Il mutare dei tempi e dei luoghi ha un'importanza determinante. Dopo il settembre 1939 la Germania era in guerra, la quale, a sua volta portò alla creazione di un immenso impero tedesco nell'Europa orientale. Sebbene la reazione popolare iniziale allo scoppio della guerra fosse più di apprensione che di entusiasmo, quasi nessuno in Germania era disposto ad assumere comportamenti dissidenti, critici o anticonformisti a questo proposito. Non sarebbe esagerato affermare che il massimo fattore di consenso nella cultura politica della società tedesca (e non certo soltanto di quella) era l'obbligo di fare il proprio dovere e di sostenere il proprio Paese in tempo di guerra. Non lo inventarono i nazisti, ma seppero servirsene appieno. In linea generale, la guerra significava sospensione degli atteggiamenti critici, temporanea scomparsa della distinzione tra lealtà al Paese e lealtà al regime, disponibilità ad accettare sacrifici e durezze, predisposizione a vedere un mondo diviso tra amici e nemici, rassegnazione all'inevitabilità delle cose terribili a venire paradossalmente accoppiata con la tendenza ad attribuire le relative notizie alle esagerazioni della propaganda nemica. I capi del nazismo erano ben consapevoli che la guerra avrebbe creato una situazione favorevole alla realizzazione di politiche che sarebbero state inopportune, se non impensabili, in tempo di pace. Come spiegò Göring a una riunione di vertice subito dopo la Notte dei cristalli: «Se in un futuro prevedibile dovesse verificarsi un conflitto esterno, è ovvio che qui in Germania penseremmo anche, e prima di tutto, a una grande resa dei conti con gli ebrei». Per parte sua Hitler rese pubblica questa aspettativa con la «profezia» del Reichstag del 30 gennaio 1939, sulla guerra mondiale che avrebbe portato «la distruzione della razza ebraica in Europa». E gli ebrei non furono le uniche vittime dei nazisti la cui vulnerabilità fu enormemente aggravata dallo scoppio della guerra, come dimostra chiaramente l'ordine di Hitler sull'eccidio in massa dei minorati mentali e fisici tedeschi nell'autunno del 1939. La conquista e la spartizione della Polonia nel settembre 1939 furono un grande passo avanti nella creazione dell'impero orientale della Germania nazista, e offrirono un terreno propizio all'applicazione di tanti aspetti dell'imperialismo razziale. Come dimostrano le condizioni del trattato di Brest-Litovsk, le campagne dei Freikorps e il rifiuto quasi totale del trattato di Versailles, la negazione del verdetto della Prima guerra mondiale e le mai assopite aspirazioni imperiali nell'Europa dell'Est, sostenute dalla convinzione della superiorità razziale e culturale della Germania, erano sentimenti largamente diffusi nella società. Più dell'antisemitismo, furono questi il terreno davvero comune tra la popolazione tedesca e il regime nazista. La Polonia in guerra, insomma, fu il luogo e il momento in cui i tedeschi subirono un cambiamento, determinato da ciò che videro e fecero tra il 1939 e il 1941, assai maggiore di quello provocato in loro dalla dittatura interna nel 1933-1939. Come il processo decisionale che portò alla Soluzione finale fu progressivo, e condizionato dall'inebriante euforia del successo da un lato, dall'altro dalla frustrazione dello stallo e delle aspettative deluse, così avvenne per il progressivo adattamento dei perpetratori. Una catena ininterrotta di vittorie, non soltanto in Polonia ma in Scandinavia, in Francia e nei Paesi Bassi, e nei Balcani, aveva esteso il controllo della Germania sull'intero continente. Ma fu soprattutto in Polonia che i tedeschi vennero esortati a comportarsi come la razza padrona di una popolazione indigena inferiore, e fu qui che essi incontrarono le masse strane e aliene degli Ostjuden, così diversi dagli ebrei assimilati nelle classi medie tedesche. Fu qui che il processo corruttore dell'imperialismo razziale poté scatenarsi con maggiore facilità. In Germania il regime aveva tentato di tenere relativamente segreto l'eccidio in massa dei minorati fisici e mentali. Così non fu per l'imperialismo razziale in Polonia. Ci furono ben poche reticenze sull'arresto e l'assassinio dei dirigenti e dell'intellighenzia polacca, e i rastrellamenti di polacchi destinati all'evacuazione o al lavoro forzato furono ancora più plateali. I rituali di degradazione e i tormenti inflitti in pubblico agli ebrei polacchi venivano addirittura ostentati. La miriade di provvedimenti sulla marcatura, l'espropriazione, il lavoro forzato e la segregazione, e l'aggravarsi dell'impoverimento, della fame e delle malattie che incidevano in misura tanto sproporzionata sugli ebrei polacchi acceleravano il circolo vizioso della disumanizzazione persecutoria. Votati alla conclamata missione imperiale della Germania nell'Est, gli occupanti tedeschi in Polonia non tardarono ad accettare, e anzi a propugnare, l'idea che quando avessero portato a termine il rifacimento della mappa demografica dell'Europa orientale, non sarebbe rimasto un solo ebreo. Gli ebrei polacchi, assai più degli ebrei assimilati in Germania, relativamente pochi e in via di diminuzione, costituivano un problema che andava risolto. L'espulsione in massa ­ quella che oggi definiamo «pulizia etnica», ma che i nazisti chiamavano eufemisticamente «reinsediamento» - prima verso Lublino, poi verso il Madagascar, e infine verso l'Est, appariva come una panacea. Era soltanto un aspetto della più vasta rivoluzione demografica pianificata dai nazisti, ma si dimostrò illusorio. La realtà erano i ghetti sovraffollati, impoveriti e devastati dalle epidemie degli ebrei polacchi, che potevano essere concentrati ma non espulsi. Il problema che i nazisti avevano tanto voluto accollarsi si era aggravato, e la soluzione appariva ancora più lontana. Gli amministratori coloniali tedeschi in Polonia non concordavano sui provvedimenti intermedi: alcuni propendevano per il logoramento per fame della popolazione ebraica, mentre altri preferivano l'impiego produttivo della manodopera per coprire i costi di sostentamento, ridurre il rischio delle epidemie e contribuire all'economia di guerra. Ma non ci fu in pratica un solo tedesco in Polonia - fossero amministratori municipali alle prese con la carenza di cibo e alloggi, ufficiali sanitari alle prese con le epidemie, poliziotti impegnati contro la borsa nera, economisti e fornitori militari che sfruttavano le risorse del territorio, o urbanisti e paesaggisti e «ingegneri demografici» che pianificavano l' «estetica» dei nuovi insediamenti tedeschi - che prevedesse per gli ebrei una permanenza prolungata sul posto. L obiettivo di far sparire tutti gli ebrei era largamente condiviso pri­ma ancora che venissero scelti i metodi dell'eccidio in massa sistematico, ma le politiche dei tedeschi avevano creato «circostanze insostenibili (unhaltbaren Verhältnisse») e «una situazione impossibile (ein unmöglicher Zustand») che rendevano sempre più facile la mobilitazione del consenso a una soluzione radicale. Il passo avanti decisivo dalla scomparsa per espulsione alla scomparsa per eccidio in massa sistematico non fu compiuto però in Polonia, bensì in Unione Sovietica. Ai contesti esistenti dell'imperialismo razziale e delle «circostanze insostenibili» venivano ad aggiungersi la crociata contro il bolscevismo e la guerra di annientamento. I provvedimenti progettati non soltanto dalle SS, ma dai vertici militari, dagli economisti e dagli amministratori civili destinavano milioni di sovietici alla morte per esecuzioni in massa, fame ed espulsione. Una cosa era comunque certa: in passato, ogni volta che i nazisti perpetravano un'esecuzione in massa, fucilavano un numero sproporzionato di ebrei; ogni volta che scarseggiava il cibo, gli ebrei morivano di fame per primi; ogni volta che si deportava qualcuno, era sempre inconcepibile che gli ebrei non partissero per primi. Per esempio, come ha dimostrato Henry Friedlander per il Programma eutanasia, gli handicappati tedeschi venivano uccisi dopo una selezione, mentre tutti gli handicappati ebrei furono ammazzati indiscriminatamente, senza verifiche. Queste tendenze non potevano non essere intensificate dall'identificazione tra ebrei e bolscevichi che non era soltanto parte integrante dell'ideologia nazista ma era anche ampiamente condivisa dai conservatori di tutta Europa. Riassumendo, anche prima dell'invasione le intenzioni dei tedeschi riguardo agli ebrei sovietici avevano implicazioni genocide che andavano ben oltre quanto avevano già subito quelli polacchi. Nella primavera del 1942 erano morti 2 milioni di prigionieri di guerra, e altri milioni di cittadini sovietici erano morti di fame o erano stati fucilati. Se a questi aggiungiamo i 70-80 mila minorati mentali e fisici tedeschi, l'intellighenzia polacca, le vittime delle rappresaglie e i tanti altri uccisi sino a quel momento, la capacità del regime nazista di mobilitare i tedeschi ad ammazzare anche i non ebrei a milioni risulta evidente. In questi casi l'antisemitismo non fu una motivazione pertinente, e men che meno necessaria: quei morti furono le vittime dell'imperialismo razziale nazista, che annullava il valore della vita di intere categorie di persone, oltre che degli ebrei. Se nel contesto dell'imperialismo razziale, della guerra di annientamento e della crociata contro il bolscevismo i tedeschi erano disposti ad ammazzare milioni di altri, erano disposti anche ad ammazzare tutti gli ebrei sovietici. Nella Germania di fine Ottocento, ha scritto Shulamit Volkov, l'Ebreo era diventato «il codice culturale» della democrazia e del socialismo, del capitalismo e della libera iniziativa, dell'internazionalismo e della sperimentazione culturale. In Polonia divenne anche il simbolo di «circostanze insostenibili» come le epidemie, il sovraffollamento, la borsa nera, la sporcizia e la fame. Nel 1941, in territorio sovietico, Ebreo era la parola in codice per bolscevismo, minaccia asiatica e resistenza partigiana in quella che veniva concepita come una guerra senza quartiere tra implacabili nemici ideologici e razziali. L’antisemitismo tedesco non era statico, e si intensificò con il mutare del contesto storico. Negli anni Trenta l'entusiasmo per Hitler e il regime nazista fu dovuto in primo luogo al ripristino dell'ordine politico, alla ripresa della prosperità economica e alla rinascita dell'orgoglio nazionale. Non vi fu un'acclamazione popolare analoga per la persecuzione degli ebrei tedeschi, ma nemmeno vi fu solidarietà per le vittime, sempre più isolate e private dei diritti e delle proprietà da una sequela di provvedimenti legali e amministrativi. Nel 1938, con l'eccezione di una minoranza di attivisti del partito, la maggioranza dei tedeschi non era pronta né disposta alla violenza fisica sui suoi vicini ebrei, ma non era nemmeno interessata a correre in loro aiuto. Con lo scoppio della guerra e l'inaugurazione dell'imperialismo razziale, prima in Polonia, ma soprattutto in territorio sovietico, la situazione cambiò. Si misero in moto due circoli viziosi. Per chi prendeva le decisioni al vertice, ogni vittoria, ogni espansione territoriale, costituiva un passo indietro nella soluzione del problema ebraico che li ossessionava, con l'inesorabile aumento del numero degli ebrei presenti nella sfera tedesca. Per gli occupanti nell'Est, ogni provvedimento adottato allontanava la soluzione, aggravando le «circostanze insostenibili» (o quanto meno rendendone precaria ogni stabilizzazione) che deumanizzavano ancor più gli ebrei, e nel contempo inducevano i tedeschi ad auspicare e pretendere provvedimenti ancor più radicali. La soluzione del problema ebraico attraverso la sospirata scomparsa degli ebrei ­ nel futuro, in qualche modo - veniva data per scontata. Nel contesto assassino della guerra di annientamento contro l'Unione Sovietica, il passo dalla scomparsa degli ebrei «nel futuro, in qualche modo» all' «eccidio in massa ora» fu compiuto nell'estate del 1941. Una volta avviata in territorio sovietico, questa soluzione ultima o finale si presentò agli occhi del regime nazista come una soluzione adeguata anche per il resto dell'Europa. Già compromessi nell'eccidio in massa di milioni di ebrei e non ebrei in territorio sovietico, i tedeschi «comuni» non si sarebbero tirati indietro dall'applicare la Soluzione finale di Hitler anche agli ebrei d'Europa.

da «Diario del mese», 24 gennaio 2008, per gentile concessione

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