Diario

L’anello mancante

Nelle incredibili affermazioni del presidente iraniano Ahmadinejad si saldano sterminio, sionismo e diritto all’esistenza dello Stato ebraico

Furio Colombo

Improvvisamente tre anelli dell'infinito dibattito che, da sinistra e da destra, riguarda Israele, si sono saldati: sterminio, sionismo e diritto di esistenza dello Stato ebraico. Si è assunto l'incredibile compito il presidente dell'Iran, Mahmoud Ahmadinejad, uomo noto per la sua inclinazione a rappresentare il più rigido fondamentalismo islamico e per il suo progetto - forse dettato da dure ragioni interne - di spingere il suo Paese verso una situazione sempre più conflittuale. In tre affermazioni successive, che non sono una provocazione ma un manifesto politico (perché appaiono coordinate ed elaborate secondo un disegno), Ahmadinejad ha sostenuto che gli ebrei (si riferiva agli israeliani) devono essere rimossi dal Medio Oriente e tornare in Germania o in Austria, o andare negli Stati Uniti. Il senso era: se li avete perseguitati, tocca a voi riprenderli. Poi ha messo in discussione la persecuzione e lo sterminio e ha dichiarato la Shoah un mito. È stata la prima volta nella storia (certo da parte di un capo di Stato) che il negazionismo viene messo in relazione diretta con il progetto di cancellare lo Stato di Israele. Infine ha annunciato oche il governo iraniano sponsorizzerà un grande convegno internazionale sul sionismo, nel quale l'intento evidente (e dichiarato) è quello di fare del sionismo il colpevole del secolare complotto che ha portato, con la finzione (il mito) della Shoah, all'invenzione arbitraria dello Stato di Israele, che dunque va cancellato. La grande novità è la proposta del presidente iraniano di razionalizzare (collegandoli in un rapporto di causa e di effetto) antisemitismo e ostilità terminale nei confronti dello Stato di Israele, stabilendo che il crimine non è stato perpetrato contro gli ebrei ma, attraverso il sionismo, da parte degli ebrei che dunque sono responsabili del conflitto che, per forza, è il punto di arrivo di questo percorso. In questo senso Ahmadinejad è, che lo abbia voluto o no, portatore di una chiarezza che, a proposito di Israele e della sua esistenza, è spesso mancata. Dopo la netta, ripetuta e inequivocabile presa di posizione iraniana (che ovviamente fa appello alla mobilitazione del mondo islamico e allo scontro contro chiunque si schiererà con Israele) diventa impossibile separare la questione Israele dalla questione esistenza e difesa dello Stato di Israele. E diventa meno difficile capire ciò che molto spesso sembra essere sfuggito alla tiepida opinione pubblica europea: perché tanta tensione per la difesa, anche con drastiche decisioni preventive come la costruzione del muro. È possibile ridicolizzare o svilire quel muro chiamandolo «muro dell'apartheid», in un mondo di odio in cui si continua a progettare l'apartheid contro gli ebrei, che siano o no israeliani? Questo punto è di estrema importanza. Il presidente iraniano invita non ad antagonizzare Israele ma a rigettare gli ebrei, e a spingerli via dal mondo. Infatti il disprezzo con cui esorta tedeschi e austriaci a «riprenderseli», o la finta noncuranza con cui dice «vadano in America», significa: non hanno terra e non devono averne. Che se la vedano altri con loro. C'è differenza fra affermazioni come queste e il più cieco antisemitismo? C'è differenza fra ciò che dice, autorevolmente, Ahmadinejad e il nazismo? Occorre riflettere sul peso e l'importanza di un Paese come l'Iran, che non è un Paese arabo e dunque non può far valere una qualunque forma, magari eccessiva e drammatica, di solidarietà nazionalistica. Il conflitto a cui spinge il presidente iraniano, e che anzi si vanta di avere già dichiarato (anche attraverso l'espediente di alzare il tono di aggressione e di insulto a ogni nuova dichiarazione), è guerra di religione. Traspare una tremenda analogia con il ruolo che la Germania di Hitler si era assunta in Europa negli anni Trenta. Tocca all'Iran diventare l'agente scatenatore di odio senza spazi di mediazione o ritorno, dunque a uno dei Paesi più ricchi, potenti ed evoluti di tutto il Medio Oriente. Serve a poco una spiegazione ovvia e tremenda: Ahmadinejad è un fanatico ma anche un fallito, che ha stentato a farsi accettare, a governare, a nominare ministri, a farsi sostenere dal suo Parlamento. La sua strategia di guerra, di odio e di morte ha provocato una saldatura che politicamente, a quanto pare, gli era impossibile. Saldatura con i giovani, anche non suoi seguaci, in nome del patriottismo; saldatura con l'autorità religiosa, che aveva dimostrato, durante la precedente presidenza, di ospitare sentimenti di più mite e civile convivenza con altri popoli e religioni; saldatura con la borghesia tec­nocratica sulla nuova politica nucleare, che si colora per forza di ambizioni militari e militaristiche, e che provoca una risposta nazionalistica contro chi, da fuori (Nazioni unite, Unione europea) tenta di arginare e frenare. Ed è impossibile immaginare un bluff. La strada di Ahmadinejad è senza ritorno fino a quando il personaggio resterà sulla scena macabra che ha disegnato per se stesso, per il suo Paese. E non ha che due vie di uscita. O resta fermo a ripetere le cose che ha detto, scavando solchi più profondi di odio ma senza dare un seguito alle sue parole. E allora rischia nel suo Paese. O quel seguito ci sarà, generato anche dal possibile effetto che potrà avere (e che certo è stato calcolato) sul resto del mondo arabo, e allora esploderanno conflitti. Per esempio, il New York Times (16 gennaio) nota che il leader dell'organizzazione egiziana dei Fratelli musulmani (Mohammd Mahdi Akef) ha prontamente ripetuto, nel suo Paese (che, nel mondo arabo, è il più vicino a Israele) i tre argomenti di Ahmadinejad: «L'Olocausto è un mito (che vuol dire invenzione), il sionismo ha falsamente creato quel mito. E Israele è un Paese che non deve esistere, per­ché i suoi abitanti devono tornare in Germania». Inevitabile cogliere in questa se­rie di eventi una non credibile atmosfera di fantapolitica, di fiction efficace, paurosa, ma esagerata, che mette parole spaventose e senza ritorno in bocca a personaggi improbabili. Purtroppo invece si tratta di cronaca, ed è drammaticamente evidente, ma anche chiaro in modo elementare, che in futuro non si potrà mai più fare finta che queste parole non siano state dette. Paradossalmente esse sembrano giustificare di colpo anche le più discutibili misure di autodifesa di Israele, spesso sospettato di essere ossessionato dal pericolo di aggressione, o di descrivere con esagerazione deliberata quel pericolo come giustificazione per interventi o azioni militari o rappresaglie. Impossibile non pensare all'effetto devastante che l'appello, le parole del presidente iraniano, che puntano all'odio e allo scontro di religione, potranno avere fra i palestinesi. Proprio nel momento in cui avrebbe potuto avere luogo in quel Paese una vera consultazione democratica, una normale campagna elettorale, l'Iran getta tutto il suo peso sulla parte militare e terroristica delle or­ganizzazioni politiche di quel popolo. Proprio nel momento in cui l'Autorità palestinese sta cercando disperatamente di liberarsene o almeno di spingerle ai margini. La responsabilità è immensa, per ciò che può avvenire in quell'area e per ciò che potrebbe accadere nel mondo dalla «nazistificazione» del regime iraniano. Ma produce anche effetti al di fuori dell'area di immediata ricaduta militare e terroristica. Sarà possibile usare ancora la parola «sionismo» come se fosse sinonimo di un complotto per occupare le terre degli altri, come se fosse una associazione razzista (si veda la triste risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni unite che è rimasta in vigore per quasi dieci anni, come se fosse vera), come se fosse negazione del diritto di altri? Sarà possibile usare le parole e il linguaggio di Ahmadinejad senza condividere le intenzioni di lui e dei Fratelli musulmani, senza unirsi nel negare la Shoah? Sarà possibile mostrare di capire e condividere le incontrovertibili vicende della Storia, ma continuare a considerare Israele occupante e invasore? Qui diventa forse necessario dire al lettore che il problema non è di compensare con un eccesso di sostegno a Israele l'eccesso di attacco e di aggressione ideologica realizzata dal presidente iraniano. Si tratta di riconoscere in ciò che dice il presidente iraniano il frutto o l'esito di persuasioni lungamente accettate anche da persone che non sarebbero mai giunte, non consciamente, a condividere il punto finale della sua accusa. Occorre riconoscere che, date le premesse, Ahmadinejad è stato molto rigoroso nel trarre le conseguenze. E ciò è vero in due sensi. Se si considera Israele un occupante illegale i cui diritti si fondano soprattutto sulla forza militare e sull'essere spalleggiato dagli Usa, allora diventa inevitabile negare ogni relazione fra la Shoah e l'esistenza di Israele. Ma allora è più logica, nella sua assurdità, la negazione iraniana. E se si pensa che la Shoah sia stata una strage come tante altre (nessuna delle quali, per quanto tremenda, ha dato luogo alla nascita di uno Stato), allora si dovrà convenire con il presidente iraniano che di una delle tante stragi del mondo è stato fatto un mito a uso e consumo degli ebrei. Tutto ciò, per essere detto (e spesso viene detto almeno in parte, almeno in qualche pezzo di argomentazione, nelle polemiche contro Israele) richiede di ignorare deliberatamente (o anche in buona fede) alcuni fatti della storia. Uno è che tutti i Paesi del Medio Oriente intorno a Israele erano frammenti dell'impero ottomano abbandonati nelle mani - e all'amministrazione e governo - del colonialismo europeo. Richiede di far finta di non sapere che tutti i Paesi intorno a Israele, sono stati disegnati, pochi anni prima di Israele, dagli amministratori di coloni inglesi e francesi, quando erano territori di libere scorrerie dei Lawrence d'Arabia e dello spionaggio europeo. E l'Egitto ha cessato di essere zona di presenza e influenza inglese ed è diventato Repubblica islamica anni dopo la fondazione di Israele, con il colpo di Stato del colonnello Nasser. Tutti i confini sono stati tracciati artificialmente isolando etnie legate da storia e religione, o legandole artificiosamente le une alle altre (i curdi, gli sciti, i sunniti dell'Iraq,) inventando dinastie per governarle. Un solo Paese è stato creato dalle Nazioni unite, quando, subito dopo l'immenso conflitto mondiale, l'Onu è stata per un certo tempo l'unica grande autorità riconosciuta da tutte le parti, nel mondo, il voto sovietico con quello americano e la ratifica dell'Assemblea generale del mondo. Sarebbe sorto sul territorio (che non era Stato) di un protettorato inglese, accanto a un altro Stato, lo Stato palestinese, che purtroppo gli arabi dei Paesi circostanti (non i palestinesi) non hanno mai voluto, preferendo la guerra. Basta pensare a quanto sarebbe stata diversa la storia nell'area, se lo Stato palestinese fosse stato accettato. Basta domandarsi quanti Stati sono creazione, decisione, disegno dei confini delle Nazioni unite (oltre trenta) per chiedersi perché Israele sia tra tutti (e prima della contrapposizione della Guerra fredda) il solo di cui si chiede da cinquant'anni la cancellazione. È bene ricordare che prima della decisione plenaria delle Nazioni unite (avvenuta con il voto di tutte le grandi potenze vincitrici della guerra contro il nazismo) esistevano protettorati coloniali o finti Stati arabi sottomessi all'egemonia inglese (Egitto, Giordania) o francese (Siria) ma non esisteva uno Stato palestinese, che invece le Nazioni unite si affrettavano a istituire insieme a quello di Israele. Si trattava di un grandioso e preveggente atto di pacificazione, se si tiene conto che da oltre un secolo gli ebrei europei stavano «ritornando» nella piccola area territoriale tra il mare e Gerusalemme, attraverso l'acquisto dagli arabi di terre e di case; se si tiene conto del movimento sionista che, con la stessa dignità del movimento per l'irredentismo italiano, reclamava uno Stato per un popolo, se si tiene conto che il progetto e il sogno di quello Stato erano predicazione aperta e nota, avversata tenacemente solo dal Vaticano e dalla Chiesa cattolica; se si tiene conto che la massima autorità islamica di Gerusalemme, il Grand Muftì, ha aderito al nazismo, ha sostenuto Hitler anche nella persecuzione razziale, fino alla conclusione tragica della Seconda guerra mondiale, appare chiaro l'intento dell'Onu di creare tempestivamente (1947-48) condizioni di convivenza e di pace. Tali condizioni avrebbero potuto creare nuova vita, anziché nuova guerra, se tutti i Paesi arabi dell'area - nati artificiosamente non dall'autorità mondiale dell'Onu ma da spartizioni coloniali - non avessero deciso di gettare tutto il peso di centinaia di milioni di cittadini arabi indottrinati solo con gli insegnamenti della precedente propaganda nazista. Se non avessero giurato di «rigettare in mare i sionisti» accusati di tutti i mali già elencati dai falsi Protocolli dei savi di Sion e dalle argomentazioni di Goebbels, l'efficace ministro della Propaganda di Hitler. Ecco perché, dopo una lunga e sanguinosa stagione di guerre continue, di terrorismo, di morti innocenti di una e dell'altra parte, emerge ora il neonazismo del presidente iraniano. Quel percorso di odio non era mai stato abbandonato e neppure la fine della Guerra fredda (che aveva brutalmente assegnato Israele agli Stati Uniti e il mondo arabo, pur strettamente legato in affari e petrolio agli Stati Uniti, all’ Unione Sovietica, come difensore della causa palestinese) vi ha posto fine. L'orizzonte del mondo - non solo quello del Medio Oriente - si oscura dopo le ripetute, drammatiche e inequivocabili dichiarazioni del presidente iraniano. In un solo punto portano chiarezza: non si può dividere Israele dalla vita e dalla storia degli ebrei del mondo, da secoli di pregiudizio e di persecuzione, dal sionismo come progetto umano, culturale, risorgimentale e dal delitto immenso dello sterminio che viene negato con disprezzo, riportando indietro brutalmente la Storia. La speranza è nella fermezza che questa volta dovrà avere l'Europa nel doppio compito di stare accanto a Israele e palestinesi, e contro la guerra (non lo ha mai fatto, lasciando all'America interventi, responsabilità ed errori). La speranza è che una nuova vitalità politica animi i due popoli che si sta cercando di buttare nel massacro, affinché ciascuno di essi scopra nell'altro la garanzia di pace, il riparo contro mostri che sembrano capaci di ritornare.

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da «Diario del mese», 27 gennaio 2006, per gentile concessione

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