Corriere della sera

Elzeviro L'ultimo segreto di Primo Levi

I versi e i manoscritti inesplorati

di Frediano Sessi

 

«Compagno stanco ti vedo nel cuore ... / Compagno vuoto non hai più nome, / Uomo deserto che non hai più pianto, / Così povero che non hai più male, / Così stanco che non hai più \ spavento, / Uomo spento che fosti uomo forte ...».

Sono alcuni versi della poesia Buna che Primo Levi data 28 dicembre 1945. Lui stesso, interrogato più volte sullo scrivere, dirà che proprio là poesia viene prima di ogni sua altra opera memorialistica o narrativa, E a Giulio Nascimbeni che lo intervista, risponde che «dopo Auschwitz, non si può più scrivere poesia se non su Auschwitz». Dopo il suo ritorno dal Lager, Levi comporrà quattordici poesie, prima di accingersi a scrivere, sotto la spinta di «una pressante necessità interiore» Se questo è un uomo. E il titolo del primo libro, scelto insieme all'editore, riprende un verso di Shemà (datata 10 febbraio 1946: «Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango»); così come il titolo della sua ultima opera l sommersi e i salvati sta all'interno di un verso («Noi già sommersi») della poesia 25 febbraio 1944, scritta nel gennaio del 1946. A leggere in profondità le poesie scritte da Levi, suggerisce François Rastier (in Ulysse à Auschwitz, éd. Cerf, Parigi 2005), si è portati a pensare che i suoi versi, malgrado la poca stima che lui stesso gli riserva («non credo alla sacertà dell'arte e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti»), e la scarsa attenzione che la critica e i biografi gli hanno dedicato, si trovino al centro della sua opera. «Esse danno il titolo alle sue maggiori opere in prosa, o sono poste in epigrafe a molte altre». Sorretta da una lingua molto semplice e immediata in apparenza, la poesia di Levi cela in sé profondità inaspettate che ci aiutano a comprendere i diversi registri narrativi e lo spirito stesso della sua opera. E tuttavia, nonostante i bel lavoro di Rastier, che si unisce alla generosità dell'editore Einaudi nel proporre all'Italia e al mondo intero tutto quanto è possibile pubblicare (con l'ottima cura di Marco Belpoliti, o di Ernesto Ferrero); nonostante l'impegno a studiare e interpretare i suoi scritti in convegni e colloqui internazionali (ricordiamo quello di Bruxelles previsto per l'ottobre 2006), nessuno sembra poter avere accesso ai manoscritti leviani (se escludiamo le brevi incursioni di Giovanni Tesio sui quaderni di Se questo è un uomo e di La tregua, quando Primo Levi era ancora in vita). Taluni hanno sostenuto che il senso del messaggio complesso di Levi è già tutto dentro la sua opera edita, le tante interviste e dichiarazioni, gli scritti sparsi. In passato lo credevamo anche per un autore come Beppe Fenoglio, prima che Maria Corti ci consegnasse l'edizione critica completa della sua opera con tutte le revisioni, le riscritture, i tagli e le aggiunte. Proprio leggendo cronologicamente la corposa produzione di Primo Levi, o riascoltando la sua voce nelle innumerevoli interviste radiofoniche e televisive, ci si rende conto di come sia necessario poter accedere alle carte di lavoro; poter leggere e studiare quel procedere lento o forsennato di una scrittura che si muove nello spazio aperto tra il testimone/auctor e il sopravvissuto cui è stato dato il dono della parola per raccontare, con la massima chiarezza, l'incredibile: vale a dire sia l'esperienza di Auschwitz che l'uomo e il suo vivere sulla terra in seno alla comunità, non estraneo ancora oggi a Sodoma e Gomorra.

Corriere della sera, 17 luglio 2006

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