Documenti dell'ANED di Milano

Scritti e testimonianze sul Lager di Bolzano

 

Introduzione

 

Il Pol.[izeiliches]-Durchgangslager-Bozen fu uno dei quattro campi di concentramento esistenti in territorio italiano, oltre a quello di Fossoli nei pressi di Carpi, Borgo San Dalmazzo in provincia di Cuneo ed alla Risiera di San Sabba di Trieste. Quest’ultimo, situato nell’Operationszone Adriatisches Küstenland, svolse in realtà sino alla liberazione sia la funzione di campo di detenzione e transito per gli ebrei destinati ad essere deportati nel campi di sterminio d’Oltralpe, che quella di raccolta, punizione ed eliminazione di oppositori politici e partigiani; fu l’unico Lager in Italia ad essere provvisto di un forno crematorio. Le vicende inerenti al campo di Bolzano devono essere inquadrate nel contesto più ampio dell’"universo concentrazionario" in Italia e nel restante territorio europeo. Per la sua funzione, la struttura organizzativa ed il personale di sorveglianza, esso va considerato come la prosecuzione del Polizei- und Durchgangslager Fossoli, attivato nel dicembre 1943; l’avanzata degli Alleati con il conseguente arretramento del fronte tedesco e l’intensificarsi delle azioni partigiane resero difficoltosa la formazione a Fossoli di convogli da inviare Oltralpe ed indussero l’SS-Brigadeführer Wilhelm Harster, Befehlshaber der Sicherheitspolizei und Sicherheitsdienst in Italia, a decidere lo smantellamento ed il trasferimento del campo nei pressi di Bolzano. Il Sudtirolo, unificato dal settembre 1943 con il Trentino e la provincia di Belluno nell’Operationszone Alpenvorland, era considerato un territorio sicuro dal punto di vista politico e militare. Stabilire una datazione precisa all’apertura del campo risulta piuttosto problematico: nella sua testimonianza contenuta in questo volume, Quintino Corradini sostiene che il padre, arrestato in qualità di ostaggio, lavorò già nel maggio 1944 all’allestimento del Lager, mentre il bellunese Tullio Bettiol, fra i primi internati a Bolzano, vi iniziò la sua detenzione in luglio. I trasporti da Fossoli a Bolzano cominciarono verso la fine del luglio 1944 e riguardarono, a quanto risulta, un centinaio di prigionieri: per lo più si trattava di politici, ma fra i detenuti trasferiti vi erano anche alcuni ebrei. Questi ultimi, a differenza di tutti gli internati per "motivi razziali", erano stati esentati dalla deportazione nei campi di sterminio quasi certamente in quanto considerati utili al funzionamento del campo in qualità di addetti a servizi e lavori vari. Il Lager di Bolzano-Gries fungeva da centro di raccolta e detenzione per politici, zingari, ebrei, rastrellati e ostaggi catturati nelle diverse città del Centro e Nord Italia. Analogamente a molti altri campi nazisti, anch’esso aveva alle sue dipendenze dei sottocampi, dislocati sul territorio provinciale, dei quali disponiamo però di notizie piuttosto scarse. La definizione di campi - satellite risulta in questo caso piuttosto impropria: a Merano Maia Bassa ed a Vipiteno gli internati erano alloggiati in una caserma, a Certosa in Val Senales presso la Guardia di Finanza. All’imboccatura della Val Sarentino circa 200 prigionieri vivevano all’interno di alcune baracche di legno in un’area cintata da filo spinato; altri campi erano situati a Colle Isarco ed a Dobbiaco. In ognuno di essi i detenuti venivano costretti a svolgere pesanti attività lavorative. Il Lager principale sorgeva nell’attuale via Resia; esso occupava un’area di circa 2 ettari, era circondato da un muro di cinta sul quale era stato ulteriormente fissato del filo spinato ed il perimetro era di forma rettangolare. La struttura comprendeva due grandi capannoni in muratura: costruiti dal Genio Militare in epoca antecedente all’istituzione del campo ed adibiti a deposito, essi furono suddivisi in seguito in vari blocchi, ovvero in grandi vani separati fra loro da tramezze e destinati agli internati. Inizialmente vennero creati solo sei Blocks, contraddistinti con le prime lettere dell’alfabeto, ai quali se ne aggiunsero in tempi differenti altrettanti; gli internati, da cento a duecentocinquanta per ogni capannone, dormivano su letti a castello, consistenti in tavolati coperti da sacchi ripieni di trucioli di legno. All’interno dell’area recintata si trovavano poi altre costruzioni minori quali una sorta di infermeria, gli alloggi delle SS, gli uffici, la cucina, i depositi, la doccia e le latrine; in un’area ristretta, separata dal campo ma comunicante con esso tramite una porta, erano posizionate quattro baracche che fungevano da officina meccanica, tipografia, sartoria e falegnameria. Nel blocco A erano alloggiati i "lavoratori fissi" quali elettricisti, muratori e meccanici; le loro mansioni erano considerate necessarie al buon funzionamento del campo, pertanto a questi internati veniva riservato un trattamento leggermente migliore rispetto agli altri. Le baracche D ed E, divise dalle altre da un reticolato di filo spinato che delimitava un recinto, erano riservate ai "pericolosi", mentre nel blocco F erano rinchiusi donne e bambini; nel Block L, separati dunque dagli altri prigionieri, alloggiavano gli ebrei di sesso maschile. Il criterio di assegnazione dei prigionieri agli altri blocchi era, a quanto risulta, casuale. Di fronte all’ingresso, sul fondo del campo, era posizionata una baracca che costituiva il blocco celle, ovvero la prigione del campo: era destinata ai detenuti considerati pericolosi, a chi era sottoposto a punizione o a chi doveva subire un interrogatorio e consisteva in 50 locali estremamente angusti e bui, con solo un letto a castello al loro interno. Ai rinchiusi nelle celle non era consentito il contatto con gli altri prigionieri: essi potevano uscire unicamente per pochi minuti al giorno per compiere le quotidiane abluzioni e per lavare scodella, bicchiere e cucchiaio. Ad esclusione dei pericolosi destinati ai blocchi D ed E e dei prigionieri detenuti nelle celle, gli internati venivano suddivisi in squadre ed adibiti a diverse incombenze, quali il ripristino dei binari della ferrovia danneggiati dai bombardamenti, lo sgombero delle macerie dalle vie cittadine, scavi per la posa di cavi telefonici, lavori di falegnameria e sartoria, raccolta di pietre dall’argine del fiume Adige, trasporto di materiale da costruzione... Le donne invece erano incaricate di compiere lavori di pulizia in caserme ed ospedali, di occuparsi degli alloggi dei sorveglianti oppure erano addette alle cucine. Numerosi prigionieri furono impiegati in una fabbrica di cuscinetti a sfera, la IMI di Ferrara, posta sotto la galleria del Virgolo. Gli internati infatti, analogamente a quanto succedeva negli altri Lager nazisti, rappresentavano una forza - lavoro coatta da sfruttare. Nei loro spostamenti le squadre esterne erano costantemente scortate e sorvegliate da guardie, sentinelle e spesso anche da cani lupo, di cui si ricorda la particolare ferocia; di tanto in tanto la popolazione bolzanina, soprattutto gli abitanti delle Semirurali, riusciva, ricorrendo a sotterfugi, a fornire ai prigionieri dei viveri oppure a recapitare ai componenti delle squadre biglietti, messaggi o lettere. Enrico Zamatto, internato per motivi razziali, ricorda "qualche santa donna" che allungava delle mele ai prigionieri; alcuni sorveglianti permettevano saltuariamente di effettuare degli acquisti in qualche negozio situato lungo la strada. I prigionieri impiegati in lavori al di fuori del campo riuscivano talvolta a prelevare del cibo di nascosto ed a portarlo all’interno del Lager. Laura Conti, internata e preziosa esponente dell’organizzazione interna clandestina, ha tracciato in un suo saggio una mappa della popolazione del campo: il numero dei bambini era esiguo, si trattava per lo più di piccoli ebrei o zingari, alloggiati con le madri nel blocco F. Fra le donne le detenute in qualità di Sippenhäftlinge, parenti di partigiani, disertori o semplicemente di "sospetti", erano le più numerose; molte di loro erano sudtirolesi. Erano state arrestate in base ad un’ordinanza di Franz Hofer del gennaio 1944 che sanciva la possibilità di fermare, in qualità di ostaggi e fino all’arresto dei ricercati, congiunti di disertori e renitenti alla leva. Le testimonianze fornite da alcune sudtirolesi internate mettono in luce come esse, ben consapevoli del pericolo che correvano, avessero fornito spesso servizi di supporto essenziali alla sopravvivenza dei disertori, portando loro cibo ed indumenti, prestando assistenza medica, trasmettendo notizie, recando conforto. Il loro raggio d’azione non sempre si era limitato ai congiunti in senso stretto, ma aveva coinvolto pure amici, vicini e conoscenti. La detenzione viene a tutt’oggi considerata come un contributo personale di opposizione alla guerra ed al nazismo. Nel campo vi erano poi detenute arrestate per attività politica e partigiana: alcune erano state catturate in combattimento o in operazioni di rastrellamento, altre avevano partecipato alla resistenza in maniera sistematica; altre ancora vi avevano contribuito in modo sovente episodico e non organizzato, ad esempio proteggendo e supportando partigiani, ebrei o militari alleati. Le testimonianze concordano nell’evidenziare la reciproca solidarietà creatasi all’interno blocco femminile, facilitata dalla coabitazione in un’unica baracca e dal numero tutto sommato esiguo delle prigioniere. La loro quota, infatti, non superò mai il 10 per cento del totale. Le donne ebree, sia di nazionalità italiana che straniera, restavano di solito nel Lager per poco, in quanto venivano subito deportate; solo le internate giunte a Bolzano alla fine del 1944, successivamente alla partenza dal campo dell’ultimo convoglio femminile, rimasero a Bolzano fino alla liberazione. Pure la permanenza delle zingare, italiane e spagnole, era decisamente breve. Nel campo furono rinchiuse anche alcune ladre e prostitute. Il quantitativo degli uomini internati era decisamente più alto, tanto da occupare dieci baracche differenti. Numerosi erano i politici ed i partigiani, soprattutto garibaldini ed appartenenti alle formazioni di "Giustizia e Libertà", ai quali si sommavano pure coloro i quali, pur non identificandosi direttamente nella figura del politico o del partigiano, avevano contribuito alla lotta di liberazione aiutando in varie forme i perseguitati. Ricordiamo la figura di Odoardo Focherini, arrestato nel marzo 1944 a Bologna per aver soccorso e salvato dalla deportazione oltre un centinaio di ebrei: condotto in carcere nel capoluogo emiliano, fu internato prima a Fossoli e successivamente a Bolzano, da dove venne deportato nel settembre 1944 a Flossenbürg. Morì nel dicembre di quell’anno a Hersbruck, un sottocampo di Flossenbürg. Fra gli internati vi erano inoltre soldati dell’esercito italiano, alcuni militari alleati, zingari, ebrei, obiettori di leva, "rastrellati" non sospetti di attività partigiana, fascisti e ladri; numerosi erano i sudtirolesi, principalmente giovani disertori ed ostaggi. Gli ebrei erano stati catturati per lo più in città dell’Italia del Nord come Milano, Genova e Torino: in base all’"ordine di polizia" n. 5 del 30 novembre 1943, emanato dal ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana, tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti sul territorio italiano dovevano essere arrestati ed avviati in campi di concentramento. Tale provvedimento rese pertanto possibile il fermo di ebrei da parte di autorità di polizia italiane. Appena entrati nel campo i prigionieri dovevano consegnare documenti e valori; essi ricevevano una divisa, zoccoli di legno ed un distintivo di colore differente a seconda della categoria di appartenenza: un triangolo rosso per i politici, verde per gli ostaggi, azzurro per gli "stranieri civili nemici", rosa per i rastrellati ed i "meno pericolosi", giallo "senza numero" per gli ebrei. Benché le condizioni di vita fossero meno disumane che nei Konzentrationslager d’Oltralpe, le punizioni frequenti, le violenze e le angherie, il cibo scarso, le precarie condizioni igieniche, la costante presenza di parassiti, il lavoro massacrante e le rigidi temperature invernali rendevano dura e penosa l’esistenza quotidiana nel campo. Le giornate erano scandite da un rituale sempre uguale: sveglia all’alba, appello estenuante, lavoro dalle 7 del mattino fino ad almeno le 16.30 con una breve pausa per la distribuzione di un misero pasto, rancio serale, appello ed alle 20 il rientro nei blocchi. La colazione consisteva in una tazza di caffé nero zuccherato, i pasti in una scodella di minestra di rape o di verze; il quantitativo giornaliero del pane, spesso ammuffito, variava a seconda delle attività lavorative svolte dal prigioniero. I prigionieri erano sottoposti ad una disciplina estremamente rigida, "curata nel modo più ferreo da parte del comando del campo. Non salutare togliendosi il cappello, e non fermarsi e mettersi sull’attenti quando passavano le guardie costituiva mancanza da meritarsi pugni, calci e anche la cella quando non si veniva legati al palo e percossi". L’apparato di sorveglianza, incluso il nucleo di comando, era in sostanza lo stesso esistente a Fossoli, con l’aggiunta in loco di elementi sudtirolesi e guardie appartenenti ad altre nazionalità. Comandante del Lager era l’SS - Untersturmführer Karl Titho, coadiuvato dall’SS-Hauptsharführer Hans Haage; quest’ultimo, particolarmente feroce, è stato definito il "semidio del campo" e ricordato da molti ex internati come la reale suprema autorità all’interno del Lager. Fu lui "l’inventore dell’assurdo e snervante rituale cui ogni giorno [i prigionieri ndr] erano sottoposti al momento dell’appello mattutino; l’ordine ‘cappelli giù, cappelli su’ ripetuto fino all’esasperazione per poter udire in un unico suono il rumore provocato dai cappelli degli internati che al suo comando dovevano toglierseli e rimetterseli". Responsabili di numerose atrocità furono due SS-Totenköpfe ucraine di circa una ventina d’anni, Otto Sain e Michael (Mischa) Seifert, i "padroni delle celle"; condannati per stupro, essi agivano liberamente come aguzzini soprattutto nella prigione del campo. Al blocco femminile erano addette due guardiane, Else Lächert e Anne Schmidt, soprannominate per la loro ferocia la "Tigre" e la "Tigrina". L’ordinaria amministrazione della vita quotidiana veniva gestita dagli stessi internati "secondo uno schema organizzativo sperimentato dai nazisti in tutti i campi dell’Europa occupata". In ogni blocco vi era un capo - blocco, la cui mansione principale consisteva nell’organizzare i servizi interni alle baracche quali la pulizia e nel fornire la lista degli internati da adibire alle squadre di lavoro; i diversi capi - blocco facevano riferimento al capo - campo, coadiuvato da un vice. Agli internati erano state inoltre delegate l’organizzazione dell’assistenza sanitaria e dell’intendenza: quest’ultima aveva anche il compito di cambiare la valuta portata in campo dai prigionieri con dei buoni, validi solo all’interno del Lager, utili per fare acquisti allo spaccio. L’intendente, designato fra i prigionieri, controllava e distribuiva viveri e capi di vestiario; la sua, "come quella del capo - campo, era inevitabilmente una posizione scomoda per chi la occupava; essendo a contatto con gli internati e tentando in qualche modo di sottrarre ai magazzini qualche briciola in più da suddividere fra loro, l’intendente non poté non attirarsi le accuse di essere troppo cauto nell’alleggerimento dei magazzini per paura di rappresaglie o di favorire un internato o un gruppo di internati a scapito di altri. Anche questo contribuiva ad aumentare quell’atmosfera di diffidenza reciproca, di tensione e di sospetto che conviveva e si intrecciava con l’opposta dimensione di reale solidarietà, di aggregazione antinazista e di resistenza che pure era diffusa nel campo di Bolzano". Nell’infermeria del campo prestavano servizio alcuni internati: Virgilio Ferrari, futuro sindaco di Milano, la dottoressa Ada Buffulini, internata nel novembre 1944 ed il dottor Pisciotta; costoro, malgrado disponessero di scarsissimi mezzi, svolsero una costante azione di assistenza a favore dei prigionieri. Per un breve periodo, dal settembre al dicembre 1944, vi operò pure un medico torinese, Giuseppe Diena: fu deportato a Flossenbürg, ove morì per le percosse subite. Accanto a questa organizzazione, definita "ufficiale" da Laura Conti, esisteva pure una struttura politica clandestina interna, che riproponeva nella sua fisionomia quella del Comitato di Liberazione Nazionale. Questa aveva il compito di assistere gli internati, procurare loro del vestiario, introdurre cibo nel campo, mantenere i contatti fra le famiglie ed i prigionieri, organizzare evasioni. I collegamenti con l’esterno venivano stabiliti per lo più tramite i civili utilizzati nel Lager nella direzione dei laboratori o per mezzo dei prigionieri occupati in lavori coatti al di fuori del campo. Queste operazioni furono realizzate grazie all’attività di una organizzazione analoga, che agiva però all’esterno, in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale. Inizialmente, cioè fino all’arresto dei membri del CLN bolzanino avvenuto nel dicembre 1944, l’organizzazione esterna fu gestita da Visco Ferdinando Gilardi ("Giacomo"); successivamente alla sua cattura fu Franca Turra ("Anita") a coordinarne l’attività, aiutata da Mariuccia Gilardi, moglie di Visco Ferdinando Gilardi, Maria Pedrotti, Elena Bonvicini, i coniugi Liberio, Giuseppe Bombasaro ed altri. In loco operò nell’autunno 1944 pure Renato Serra ("Nigra"), incaricato personalmente da Ferruccio Parri ("Maurizio") di assistere gli internati e di organizzare con il comitato di assistenza esterna le loro fughe. Laura Conti riferisce che per un lungo periodo, precisamente dal settembre 1944 alla sospensione delle deportazioni, fu "l’organizzazione clandestina a decidere quali internati dovessero essere assunti come lavoratori ‘fissi’, con un criterio che teneva conto soprattutto della responsabilità politica portata dall’internato stesso prima del suo arresto, dal contegno ineccepibile sotto gli interrogatori, dell’attitudine ad assumere anche in Campo eventuali responsabilità difficili pericolose, e di avere rapporti fraterni e solidali con i compagni". Si trattava di un compito particolarmente difficile e delicato, in quanto sia gli addetti ai servizi all’interno del Lager in qualità di capo baracca, furiere..., che i prigionieri impiegati nei laboratori e nelle officine non venivano deportati, poiché "il comando, allo scopo di rendere più agevole l’organizzazione del campo, aveva deciso che [...] dovessero essere stabili e non soggetti ad avvicendamento". Grazie alla collaborazione fra l’organizzazione esterna e quella interna fu possibile organizzare anche delle fughe: a quanto pare furono circa un’ottantina le evasioni preparate. Risultava indispensabile pianificarle in modo accurato, fornendo ai prigionieri documenti falsi, capi di vestiario ed un nascondiglio sicuro; spesso furono gli abitanti delle Semirurali ad ospitare, a rischio della propria vita, i fuggitivi. Non sempre però le fughe ebbero un esito positivo; gli internati catturati dopo un tentativo d’evasione venivano riportati in campo dove venivano uccisi o subivano una durissima punizione, come monito agli altri prigionieri al fine di inibire altri possibili allontanamenti. Nel Lager le angherie, i soprusi e le violenze gratuite nei confronti dei prigionieri erano quotidiani. A tutt’oggi risulta difficile quantificare con precisione il totale delle vittime decedute nel campo: sappiamo che 23 persone detenute nel blocco E vennero uccise il 12 settembre 1944 a colpi di pistola e seppellite in una fossa comune. Gli internati ebrei morti all’interno del campo di Bolzano furono 14, 6 dei quali per le sevizie subite: nel febbraio 1945 Giulia Bianchini Fano di 78 anni fu sottoposta a doccia gelata e poi rinchiusa senza cibo né acqua nel blocco celle ove morì; nello stesso mese, sempre nelle celle, furono uccise Giulia Leoni Voghera di 66 anni e la figlia Augusta Voghera Menasse. È probabilmente a queste ultime che si riferisce Enrico Pedrotti, detenuto anch’egli nel medesimo blocco, quando racconta: "Una sera ‘la tigre’ venne a consegnare due povere donne ebree. Sembra che le dessero fastidio perché, malate, si lamentavano. Vennero finite nel modo più bestiale: spogliate in pieno gennaio, annaffiate con secchi d’acqua, lasciate senza cibo. Madre e figlia. La giovane che tardava a morire, venne affogata in un secchio. Almeno in venti di noi, la udimmo fino all’ultimo rantolo". Doralice Muggia Foà non sopravvisse alle sevizie subite in campo e morì nel maggio 1945, poco dopo la liberazione. Pedrotti riferisce anche di 14 assassinii commessi sempre nella prigione del campo: "dei quali fummo testimoni uno per uno. L’ultimo, un povero ragazzo partigiano, accusato di aver rubato del pane. I due compari [gli ucraini Otto Sain e Mischa Seifert ndr] lo uccisero il giorno di Pasqua, sbattendolo a turno con la testa contro i muri della cella. Nessuno del blocco celle dimenticherà mai quel giorno: urlo per urlo, colpo per colpo. Altri vennero strozzati. In quelle occasioni i due, circolavano per i corridoi con i guanti di pelle nera. Erano diventati un simbolo, e quando li vedevamo in quel modo, un brivido correva per le celle. Non si sapeva a chi toccava il turno". Il Pol.-Durchgangslager-Bozen era, come già menzionato, un campo di internamento e di transito: le persone catturate ed incarcerate in varie località italiane, dopo un periodo di permanenza la cui durata poteva variare da poche settimane a qualche mese, venivano caricate su treni merci e deportate nei Lager nazisti. Numerosi, benché non precisamente quantificabili, i trasporti partiti per Bolzano da città dell’Italia settentrionale e centrale, fra le quali Torino, Milano, Genova, Venezia... Non si hanno notizie certe neppure sul numero dei convogli partiti dal capoluogo altoatesino alla volta dei campi di Mauthausen, Flossenbürg, Auschwitz, Ravensbrück, Dachau: tutta la documentazione relativa al campo, compresi gli elenchi degli internati, venne infatti distrutta dal comando nazista poco prima della liberazione. Numerosi prigionieri fanno riferimento nelle loro testimonianze ad un convoglio, formatosi il 25 febbraio 1945 e composto sia da deportati politici che da ebrei, che tentò inutilmente di partire dal capoluogo dell’Alpenvorland: malgrado i reiterati tentativi di aggiustare i binari, la deportazione fu resa impossibile dal bombardamento della linea ferroviaria effettuata dagli alleati; dopo tre giorni di permanenza all’interno dei vagoni i prigionieri vennero riportati nel campo. Liliana Picciotto Fargion ha rilevato che "le deportazioni da Bolzano avvenivano quando l’Italia centrale e parte dell’Italia settentrionale erano già state liberate: mentre ancora treni carichi di umanità dolente e destinata alla morte continuavano a dirigersi verso la Polonia e la Germania, a Roma venivano avviati i primi passi, coordinati dal CRDE, per la ricerca dei deportati e dei dispersi". L’ultimo convoglio lasciò Bolzano alla volta di Dachau il 22 marzo 1945: esso partì "a un mese dalla definitiva liberazione dell’Italia e quando ormai lo stesso sistema della concentrazione e dello sterminio era entrato in collasso irreversibile con il cedimento delle strutture del Terzo Reich, prossimo alla completa disfatta militare". Il campo venne liberato alla fine dell’aprile 1945: a partire dal 29 aprile e fino al 3 maggio gli internati cominciarono ad essere rilasciati, pare a seguito di trattative fra la Croce Rossa Internazionale, esponenti partigiani di Bolzano ed il comando del Lager; tutti i prigionieri ancora presenti, il cui totale ammontava a circa 3.500 persone, ricevettero un Entlassungsschein firmato dal Lagerkommandant Titho e vennero condotti a scaglioni fuori dalla città. Gli ebrei furono trasferiti a Merano e assistiti dalla Croce Rossa: da lì furono poi riportati alle loro case. Non siamo a conoscenza del numero esatto dei prigionieri transitati per il campo: sappiamo che furono almeno 11.116, ma si tratta di una cifra certamente errata per difetto.

 

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da www.deportati.it

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