Documenti dell'ANED di Milano

Scritti e testimonianze sul Lager di Bolzano

Ricordiamo bene quel tunnel verso la libertà

 

Nel mese di dicembre del 1944 alcuni prigionieri organizzarono una fuga scavando un tunnel, lungo alcuni metri, che dal blocco E li avrebbe condotti direttamente all’esterno del Lager; l’evasione era stata fissata per la notte di Natale, ma, come scrive Pietro Caleffi, "il 23 dicembre il maresciallo Haage entrò improvvisamente nel blocco E [...] e andò dritto verso il punto in cui il buco era stato praticato"... A proposito di questo tentativo d’evasione Gino Dell’Olio, un feltrino internato a Bolzano con il numero di matricola 4999, riporta nel suo diario: "Or son venti giorni circa, che uscendo nel cortile, vediamo tutti i rossi del blocco E inquadrati in piedi nel loro recinto a capo scoperto con un freddo cane: è una punizione che dura dalla sveglia alla chiusura dei blocchi. Veniamo a sapere che era stato scoperto un complotto per la fuga. Quel blocco è formato da tutti ‘rossi pericolosi’. Da qualche notte un gruppo lavorava con i cucchiai ed una candela per fare un traforo, il materiale era raccolto nei pagliericci; dopo circa cinque metri di perforazione, avevano raggiunto il muro di cinta, quando erano stati scoperti". Le testimonianze che seguono, relative al tentativo d’evasione, sono tratte da Triangolo rosso, bollettino dell’Associazione Nazionale Ex Deportati Politici, precisamente dal n. 1 del gennaio 1998 e dal n. 3 del luglio 1998. A parte alcune marginali omissioni, sempre indicate con [...], esse sono riportate integralmente come compaiono nel giornale; i curatori di questo volume si sono limitati ad aggiungere alcune note esplicative e biografiche. Ringraziamo l‘ex direttore responsabile di Triangolo rosso, Dario Venegoni, per la disponibilità dimostrata.

 


Carlo Filippa

Una vicenda già nota

Partigiano, originario di Borghetto S.S. (Savona), Carlo Filippa fu catturato il 4 dicembre 1944 in combattimento; internato a Bolzano con il numero di matricola 7175, fu deportato a Mauthausen e quindi nel sottocampo di Gusen II.

 

[…] Gli ideatori della fuga, scoperta il 24.12.44 la vigilia di Natale, erano cinque almeno quelli che sono venuti fuori: l’ingegnere Fausto Gavazzeni (Tenente Rossi) Val Ghisone (To), morto a Mauthausen; l’allora studente in ingegneria Giorgio Quazza (Giorgio Bolognesi) partigiano della Val Sangone (Tornio) (gli è stata intitolata un’aula al Palazzo Vela a Torino, è morto in un incidente alpinistico); Libero Sergi, partigiano della Val Sangone, morto a Mauthausen. E altri due dei quali non ricordo più il nome e la provenienza. (9) […]

 


Nunzio Di Francesco

C’ero anch’io a scavare quel tunnel

Partigiano combattente nelle "Brigate Garibaldi" in Piemonte, Nunzio Di Francesco venne catturato nell’ottobre 1944 ed incarcerato a Torino. Il 16 dicembre fu internato nel campo di Bolzano da dove fu deportato a Mauthausen l’8 gennaio 1945. Venne liberato a Gusen il 5 maggio 1945.

 

Ero l’unico siciliano "etneo" già condannato a morte dal Tribunale nazifascista presso Le Nuove di Torino essendo stato catturato il 18.10.44, assieme a due delle mie squadre della "XV Brigata Garibaldi" in Val Girba - Brusasco - Piemonte, a seguito di una spiata di un indisciplinato partigiano veneto sceso a valle per bere vino. I nazisti lo costrinsero a parlare e durante la notte subimmo una imboscata rimanendo prigionieri senza poterci difendere. Solo la terza squadra, situata più in alto della valle, riusciva a sottrarsi alla cattura. Dopo le carceri giudiziarie di Saluzzo e Le Nuove di Torino giunsi a Bolzano a tarda notte del 16 dicembre 1944. Nel mentre che i nazisti ci ispezionavano all’entrata del campo vidi un prigioniero attaccato ad un palo, punito forse per un tentativo di fuga. Era con la faccia e le mani anneriti per il forte freddo - la neve era gelata - e per i solchi delle frustate ricevute ben evidenziai sul viso. Acqua, chiedeva borbottando a bassa voce. Mi abbassai per prendere a terra un po’ di neve per porgerla tra le sue labbra. Ma sulle spalle mi arrivò un colpo del calcio di fucile di un nazista. Sbattuto a terra venni pestato e una pedata mi arrivò in faccia rompendomi il setto nasale. La bocca e il naso gonfiarono e il dolore era atroce. Venni assegnato al blocco "E" in un castelletto di legno accanto al blocco "F" delle donne. Dopo qualche giorno riuscivo, aiutato anche dall’altro lato delle donne, a comunicare con una ragazza veneta coetanea (ventenne), catturata solo perché studiava lingua inglese e perché sua madre era scozzese. Quando era possibile ci vedevamo nel recinto spinato davanti ai blocchi, appoggiati al muro dei due baracconi divisi dal filo spinato. Ci guardavamo senza parlare per poi comunicare dal buco del muro confinante coperto entrambi dai due castelletti. In quel breve soggiorno a Bolzano lei mi diede un gran sollievo morale, inoltre mi portava di fuori sempre qualcosa da mettere fra i denti. Dopo alcuni giorni dal mio arrivo venni avvicinato da un compagno, credevo che fosse un giovane ingegnere bolognese, e che si chiamasse Bolognese; dopo avermi intervistato con un interrogatorio a 360 gradi mi parlò della costruzione del tunnel e che saremmo evasi tutti da quel baraccone nel corso della notte di quel successivo Natale, organizzati in squadre, ripartendo gli anziani fra i giovani per essere aiutati nel corso dell'evasione. Mi fece vedere anche una cartina geografica stampata su un fazzoletto militare e i luoghi di destinazione per sottrarci alla cattura. Accettai di partecipare e anche il mio pagliericcio veniva riempito di terra durante la notte sostituendo i riccioli che venivano bruciati in quella specie di stufa collocata nel centro del baraccone. Il traditore che ci ha spiato, sin d’allora pensai che fosse un vecchio alquanto taciturno ed appartato. I guai furono creati dagli ultimi minuti del nostro faticoso lavoro lasciando sporco di terra vicino al castelletto dove iniziava il tunnel. Il vecchio lo rapportò al capo blocco. Il capo blocco ne rimase sconvolto e demoralizzato. Io mi accorsi del caso e riferii subito a Bolognese che intervenne subito rassicurando anche il capo blocco. Il traditore, non vedendo agire il capo blocco lo comunicò a quel nazista bolzanino che veniva sempre ad ispezionarci. Ed ecco la fine della nostra ultima speranza verso la libertà. Il primo nucleo che tentò di uscire fu dissuaso da una raffica, mentre noi rimanemmo terrorizzati nel baraccone. Successivamente entrarono i nazisti nel blocco sbattendoci, con le solite violenze, fuori nel recinto spinato, minacciandoci che se non fossero usciti i responsabili ci avrebbero massacrato tutti, eravamo circa trecento deportati. Rientrati nel baraccone per qualche ora alcuni compagni stabilirono di dichiararsi responsabili, ma erano in pochi, quattro o cinque. Tuttavia seguì la solidarietà di una dozzina di compagni, io ero uno di loro. Fummo massacrati e poi alcuni portati in cella. Io ricevetti frustate e fui calpestato sul viso, tanto che al rientro dalla prigionia venni ricoverato all’ospedale militare di Torino presso il Mauriziani e fra l’altro subii un intervento al naso per lo spostamento del setto. L’otto gennaio 1945 fummo inquadrati per la stazione di Bolzano per la deportazione a Mauthausen. Un tentativo della Resistenza per evadere dai carri bestiame lungo il percorso non è mancato. Già trovammo un martello e uno scalpello, questa era l’ultima speranza di evadere. Purtroppo, andò peggio anche quest’altro tentativo e i morti con i feriti seguirono con noi lo sciagurato destino. Io andai a finire a Gusen 2 e fui liberato il 5 maggio 1945. Di questo trasporto su 501 i sopravvissuti siamo stati 47. Il mio numero di matricola era "It 115.503" Fra i compagni del Lager di Bolzano mantenni cordiali rapporti con Piero Caleffi. Ricevetti in omaggio una sua memoria :"Si fa presto a dire fame". Conobbi, e ne restai amico, il sacerdote di Trento [...] don Narciso Sordo. [...]

da www.deportati.it

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