Documenti dell'ANED di Milano

Scritti e testimonianze sul Lager di Bolzano

Paolo Mischi

Stai molto attento a come parli, se no non te la cavi

 

Paolo Mischi è nato il 24.10.1921 a Mischi, nel comune di S.Martino in Badia (frazione di Longiarù). Primogenito di otto fratelli, ha fatto le scuole elementari a Longiarù, più due anni di scuola agraria a Dietenheim nei pressi di Brunico, prima di lavorare nel maso di famiglia. Il padre, Giovanni, morto subito dopo la Prima Guerra Mondiale, era veterinario. La madre, Agreiter Angela, fu dapprima incarcerata e poi internata nel Lager di via Resia a Bolzano. L’intervista a Paolo Mischi è stata raccolta il 18 ottobre 1998 da Giorgio Mezzalira e da Lionello Bertoldi.

 

Fui arruolato come alpino nell’esercito italiano i primi di gennaio del 1941. Feci il CAR a Trento; passai sottufficiale con compiti di scritturale a Trento. Poi mi spedirono a Bari con altre compagnie alpine, per raggiungere il fronte jugoslavo. Quando sbarcammo a Cattaro, cominciò per noi un inferno. Era l’autunno del 1941. Quella fu una guerra terribile. Io ero arruolato nel battaglione Bolzano della divisione Pusteria, mandata a Cetinje, Priboj, Podgorica nel Montenegro a combattere contro i partigiani. Furono combattimenti violentissimi e quasi tutti gli alpini della divisione Punteria morirono, sterminati dai cetnici, (1) appoggiati da missioni inglesi che paracadutavano in continuazione casse per loro. Della divisione Pusteria facevano parte anche molti bresciani e piemontesi, molti bolzanini. Fu lì, in Montenegro, che vidi Kurt Waldheim, (2) all’epoca ufficiale in comando della SS. La truppa tedesca affiancava quella italiana e spesso gli ufficiali tedeschi venivano a parlare con quelli italiani. Assistei a molti rastrellamenti contro i cetnici. Quelli che non venivano uccisi, venivano caricati su camion tedeschi e spediti ai campi di sterminio in Germania. Rientrai a Susa di Torino con i pochi superstiti alla fine del 1942. Tornai a casa mia grazie ad una legge che il Duce aveva emanato. Secondo questo provvedimento chi possedeva almeno 5 ettari di campagna, poteva far domanda per tornare a casa, ma solo per lavorare la campagna; il sindaco del paese doveva poi accertare che il tutto corrispondesse al vero. Fu in questo periodo che conobbi il professor Paolo Egger, ispettore delle scuole private a Monaco di Baviera. Veniva a caccia in questi boschi. Era un uomo molto intelligente e mi aiutò molto. Appena dopo l’8 settembre del 1943 il sindaco di S. Martino, Giuseppe Nagler, andava in giro predicando che qui sarebbero arrivati i tedeschi, che sarebbe arrivato l’esercito del Reich e che bisognava andare a passare la visita militare, perché i giovani che erano a casa a fare i contadini, dovevano andare a Rosenheim per addestrarsi a diventare soldati della Wehrmacht. Avevano anche messo i fogli della chiamata giù in paese.

Andavano, casa per casa, a chiamare alla visita i giovani sopra i 18 anni. Io non ci andai. Io ero a posto, avevo già combattuto; avevo già fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Un giorno arrivarono a casa dei soldati tedeschi. Un gruppetto di 4 o 6 militari con la cartolina precetto. In famiglia eravamo in due a dover andare alla visita: io e mio fratello della classe del 1924.

Parlando in tedesco, mia mamma gli disse: "Come mai venite qui a chiedere che mio figlio vada ad una visita militare? Noi abbiamo già fatto il nostro dovere". E cominciò a spiegare come e dove avevano fatto l’armistizio del 1918. E spiegava che noi eravamo ancora cittadini italiani, che avevamo già compiuto il nostro dovere, che i figli e i padri avevano già servito l’esercito. "Signora - disse in tedesco un soldato - lei adesso deve venire con noi. Lei parla un po’ troppo, così non può andare avanti". Mia madre non voleva andarci, ma la presero e la condussero nelle carceri di Brunico. La misero in galera e non volevano più lasciarla tornare a casa. Dopo un mese circa andai a trovarla. Ricordo che in prigione c’erano altre due donne di S. Martino, anche loro finite lì per lo stesso motivo. Dopo un po’ di tempo venne a casa anche il sindaco del paese, per convincermi ad andare alla visita. Mi diceva, in modo abbastanza cortese, che tanto ci dovevo andare lo stesso e che non mi avrebbe neanche fatto male. Rimasi a lavorare a casa fino all’inizio del 1944. Poi tornarono con la cartolina precetto. Questa volta andai con loro ed ebbi una sfortuna terribile. Invece di mettermi nella Wehrmacht, mi misero nella SS. Diventai un soldato della SS. Il professor Egger, che mi conosceva bene, una giorno mi disse: "Guarda che se vieni tirato dentro da questi lazzaroni devi stare molto attento a come parli; mai dimostrare che sai il tedesco. Tu devi dire io sono di lingua italiana, noi siamo cittadini italiani e basta. Devi tener duro, se no caro mio non te la cavi più". Io il tedesco lo sapevo poco, ma lo capivo bene. Mi visitarono e poi scrissero su un foglio che ero arruolato nella SS. Quando me ne accorsi, cercai di fargli capire che io parlavo solo italiano. Dopo mezzora o un’ora portarono lì un interprete. Ma questo lazzarone non traduceva giusto, quello che io dicevo in italiano. E mi arrabbiavo, non sapevo più come fare. Tornai a casa; anche mia madre era stata rilasciata. Un giorno ritornarono e di nuovo mia madre insistette, dicendo che non avevano nessun diritto di farci andare militare; che eravamo cittadini italiani. Questa volta la presero e la portarono via; prima in galera a Brunico, poi al Corpo d’Armata e, alla fine, nel lager di via Resia. (3) La stessa sorte toccò ad altre due donne: Amalia Tolpeit, che era di S. Martino e Palla Pia, che abitava vicino a Corvara. Mia madre mi raccontò, poi, che al Corpo d’Armata dovette subire ripetuti interrogatori e che nel Lager di via Resia le davano pochissimo da mangiare. Lei, che era la più forte, la misero in cucina a lavorare. Un giorno arrivò un ufficiale della SS e disse che mia madre non aveva alcun diritto di mangiare di più degli altri internati del campo. Lei rispose: "Ma come mai? Io avrei fame di mangiare anche più di una volta al giorno, due o tre; o, se no, mi lasciate tornare a casa". L’ufficiale minacciò di darle botte. Mia madre comunque rimase in cucina. Poi un giorno fu caricata su un vagone con destinazione Buchenwald. Poco prima di partire, però, fu fatta scendere. Era arrivato il comando di riportarla nel lager di via Resia: quella volta la salvò il fatto di conoscere le due lingue e di poter dunque fare da interprete al campo. Dopo che portarono via mia madre, io rimasi ancora un po’ nel maso, fin quando tornarono per dirmi che, se non andavo, le avrebbero fatto del male. Io dovevo presentarmi. Lo feci. Con me c’era anche il mio vicino, amico d’infanzia, Albino Da Porta. Anche lui con la madre in carcere. Quando ci presentammo alla gendarmeria, ci presero, ci ammanettarono e ci portarono in galera a Brunico. Erano i primi di aprile del 1944. Poi fummo condotti nelle carceri di via Dante a Bolzano. Il 4 luglio del 1944 mi comunicarono che sarei stato processato dal Sondergericht Bozen Alpenvorland (Tribunale Speciale per la Zona di Operazioni delle Prealpi ndr), che si trovava nello Josephheim a Gries. Lì, incontrai monsignor Nicolli, (4) cappellano delle carceri di Bolzano: un pezzo d’uomo, alto, che mi cominciò a parlare in tedesco. Ma io il tedesco non lo capisco, gli dissi. Allora si rivolse a me in italiano: "Processano anche voi qui?". "Sì", gli risposi. "Avete i documenti?". "Sì, ce li hanno dati; dobbiamo comparire qui". "State attenti - ci disse - perché appena adesso, qui, hanno condannato uno a morte". Si trattava di Reitshamer Riccardo, (5) un meranese nato in Germania, un sant’uomo, che aveva combattuto sul fronte russo e che, ritornato a casa con un po’ di licenza, non si era più ripresentato. Ricordo che parlava del Papa, Pio XII, che aveva detto che ora si doveva finire la guerra e ricercare la pace. E se queste erano le parole del Papa, lui le aveva ascoltate e intendeva metterle in pratica, rifiutandosi di tornare a combattere. Fu così che fu preso, ammanettato e condotto alle carceri di via Dante. C’era un biglietto sopra il finestrino della sua cella, che diceva che quella era una cella della morte. La mattina di quel 4 luglio mi fecero il processo. In aula cominciarono a scandire ad alta voce i nostri nomi: "Paolo Mischi di Longiarù comune di San Martino in Badia, contadino che sa parlare bene la lingua italiana, ma non sa la lingua tedesca. Dunque, usciere accompagni subito qui l’interprete. L’altro è Dapunt Sigfrido del comune di San Leonardo di Badia". Fummo portati dentro questa sala ammanettati. Sentimmo il suono di una campanella: iniziava il processo contro due disertori, che avevano negato di voler partecipare alla vittoria della Grande Germania. Scortati da quattro gendarmi, due da una parte e due dall’altra, entrammo in aula. C’erano due o tre giudici con la croce di Hitler, dorata. C’era anche un giornalista della Bozner Tagblatt. Arrivò anche don Nicolli, che ci confortò con le sue parole e ci invitò a pregare. Avete molto bisogno anche dell’aiuto di Dio, ci diceva. I giudici non fecero che disprezzarci, dicendo che avevamo fatto molto male e che era molto probabile che andassimo incontro ad una condanna molto dura. Finito il processo, fummo infatti condannati a morte, come molti altri quel giorno. Ci portarono nelle carceri di via Dante e messi in celle separate, con gli altri condannati a morte. Don Nicolli ci veniva a trovare in carcere quasi tutti i giorni, portandoci un po’ di conforto e anche qualcosa da mangiare, perché la fame era tanta. Anche mia madre venne a farmi visita in prigione, mettendomi al corrente che aveva trovato uno dei pochi avvocati di Bolzano ammessi a presentare la domanda di grazia. Solo quelli iscritti al partito della Grande Germania potevano farlo. Io dividevo la cella con dei partigiani di Schio: Luigi Organo e Luigi Dal Santo. Ricordo che mi chiesero dei soldi per potersi comprare almeno delle mele, per riuscire a mangiare qualcosa di più oltre alla minestrina con poche patate, che veniva distribuita. Io glieli diedi; ne avevo grazie a mia madre, che mi faceva avere tutto quello di cui potevo aver bisogno. Un giorno uno dei carcerieri mi chiese se avevo dato dei soldi ai miei compagni di prigione. "Sì – ho risposto - glieli ho dati". "Allora, fatteli dare indietro - mi disse - perché qui le cose vanno male". Lo guardai e gli chiesi: "Perché vanno male?". "Mah, - fece lui - magari vengono trasferiti in altri posti, magari in posti dove vanno a lavorare". Non voleva dirmi che li uccidevano. La sera del 7 luglio, alle otto circa, dovettero portare fuori il loro pagliericcio e vennero a prenderli. Uno di loro piangeva come un bambino. Le guardie parlavano in tedesco; loro non capivano, ma io sì. Parlavano della loro imminente esecuzione. Ebbi il tempo di avvisarli del loro destino: la fucilazione. Il giorno dopo il carceriere ci disse che li avevano uccisi tutti. Don Nicolli non era riuscito a intercedere per loro, ma ci disse che avrebbe fatto di tutto per salvarci, anche se lui stesso ammetteva che sarebbe stata un’impresa assai difficile. Mi ricordo che avvisò il carceriere di permettere che mia madre potesse venire a trovarmi ancora una volta; forse l’ultima. Così fu e, insieme a mia madre, arrivò anche la sorella di Dapunt. La sera del10 luglio venimmo portati fuori dalla cella per l’esecuzione. Don Nicolli intanto era andato a parlare con il giudice Seiler, per convincerlo a concedere la grazia. Le nostre casse da morto erano già pronte e, quando le vidi, cominciai a piangere come un bambino. Prima che arrivassero le 5 di mattina fummo graziati. La nostra condanna a morte era stata sospesa e più tardi commutata in una condanna più lieve: sette anni di reclusione. Rimanemmo nelle carceri di via Dante ancora per i mesi di luglio, agosto e parte di settembre. Fui interrogato più volte al Corpo d’Armata. Lì, ebbi occasione di conoscere l’avvocato Ferrandi di Trento. (6) Ricordo le sue grida durante gli interrogatori. Nel Lager di via Resia fui rinchiuso nelle celle, perché temevano che io potessi convincere Dapunt di non arruolarsi nelle SS. Rimasi lì pochi giorni e, sempre nel mese di settembre, caricato insieme ad altri prigionieri in un vagone bestiame, per essere trasferito in Germania. La prima fermata fu a Innsbruck, dove ci fecero scendere. Ricordo che le guardie di scorta al nostro convoglio avvisavano gli altri viaggiatori della stazione di allontanarsi, perché stavano passando dei pericolosi criminali. Ed eravamo noi, quei pericolosi criminali. A Innsbruck fui messo in cella da solo, in una prigione dove avevano condotto anche tre giovani ragazze. Probabilmente ostaggi; sorelle di renitenti. Erano nella cella vicina e io potei sentire gli interrogatori a cui furono sottoposte; i loro lamenti per le botte che ricevevano. Dopo alcuni giorni, forse una settimana, ci riportarono alla stazione e ci misero su un treno per Ulm. Da Ulm a Monaco di Baviera. Poi a me, che ero considerato più pericoloso, toccò di essere internato a Dachau. Non mi ricordo più per quanto tempo rimasi lì: tre-quattro settimane? Ma, non so. Lì, la vita era così dura che si perdeva anche la cognizione del tempo. Mi addormentavo in baracca e di notte bisognava spesso levarsi per andare a Monaco a disseppellire cadaveri dalle macerie dopo i bombardamenti: donne, vecchi, bambini. Dopo Dachau fui ancora trasferito a Dieburg, vicino a Darmstadt, dove ritrovai Dapunt e anche Albino Da Porta, un altro compaesano. Ci facevano tagliare la legna da usare come carburante per gli automezzi, visto che scarseggiava la benzina. Si lavorava duro e si mangiava poco. Sopra alle nostre baracche ogni tanto passavano alti degli aerei americani. Lanciavano dei bigliettini indirizzati ai tedeschi, su cui c’era scritto che dovevano ribellarsi contro le loro Autorità, le SS, la Wehrmacht, altrimenti la guerra non sarebbe finita. Guai a noi a raccoglierne uno da terra, saremmo stati fucilati all’istante. Anche lì, a Dieburg, venivamo ogni tanto svegliati di notte per andare a raccogliere cadaveri sotto le macerie delle case bombardate di Francoforte. Poi la mia odissea continuò in un campo di lavori forzati stracolmo di prigionieri, vicino a Wiesbaden-Mainz. Mi ci trasferirono, perché i tedeschi non tolleravano che io mantenessi i contatti con Dapunt, che ci si parlasse. C’erano delle grandi acciaierie dove si producevano pezzi per le centrali elettriche, che venivano continuamente bombardate. Quasi tutti gli operai che ci lavoravano, morivano dopo qualche anno per l’aria appestata che si respirava. Non passavano neanche una tazza di latte da bere. Quelli che non morivano potevano sperare di restare lì fino a quando avessero avuto ancora forze sufficienti per lavorare. Venendo a mancare anche quelle, sarebbero stati trasferiti nei campi di sterminio. Gli ebrei internati in quel campo di lavori forzati venivano fucilati in un prato vicino allo stabilimento, ammanettati ai polsi con il filo di ferro. Anche i preti facevano la stessa fine. Di questo periodo di prigionia ho ancora molto presente la figura di un ebreo dalla barba molto lunga, anche lui operaio nell’acciaieria. Mi chiedevo come mai non fosse stato ancora ucciso. Ricordo che non solo conosceva molte lingue, ma era anche convinto che la guerra sarebbe durata ancora solo pochi mesi. Era capace di predire il futuro. Io non so come facesse. Lui diceva che bastava guardare il cielo, gli astri. Vedeva avvicinarsi un grande cambiamento: la fine della guerra in aprile o, forse, in maggio. Tutti lo consideravano un po’ come uno stregone ed é stata forse la cosa che gli ha salvato la vita. I tedeschi stessi andavano da lui a consulto a chiedere se avrebbero vinto la guerra. Lui mi confessava che non poteva dire loro che l’avrebbero persa, altrimenti l’avrebbero ucciso. Un giorno gli domandai come riusciva a leggere nel futuro e lui mi rispose: "Di notte, quando non dormo, sogno un po’, vedo i pianeti, guardo le stelle e ti posso dire che le cose che osservo nel cielo succedono ogni sei-sette anni. Quest’anno é un anno di grandi cambiamenti. Lì, lì, in Francia, vedo un grande cambiamento". E, porca miseria, aveva proprio ragione, perché dopo ci fu lo sbarco degli Alleati in Normandia. Come faceva a saperlo? Per me é rimasto un mistero! Un giorno, invece di lavorare in fabbrica, mi chiamarono per scaricare insieme ad un altro prigioniero un camion di patate. Mentre scaricavamo, il mio compagno mi chiese se avessi un pezzo di spago o un filo di ferro da dargli. Voleva nascondersi nei pantaloni delle patate da mangiare durante la notte. Io gli diedi il pezzo di spago che avevo. Quando riuscì a sistemarselo sui pantaloni e a calarci dentro di nascosto qualche patata, gli si avvicinò un ufficiale della Wehrmacht, che cominciò a picchiarlo violentemente. Dopo il pestaggio questo mio compagno promise che, una volta finita la guerra, gliela avrebbe fatta pagare. E quel giorno, poi, arrivò. Giunti gli alleati, era permesso anche ai prigionieri di aver qualcosa in più da mangiare; si doveva però andare in cucina ad aiutare a pelare le patate. Mentre io ero lì a pelare, vidi un prigioniero rivolgersi al cuoco, chiedendogli se poteva avere un coltello. Il cuoco gli domandò a cosa gli servisse. La sua risposta fu: "Mi serve per fare una piccola cosa, poi glielo riporto". E con il coltello nascosto nella giacca uscì. Quando vidi la scena pensai: Ma lui non è quello che é stato picchiato per le patate? Era mattina, verso mezzogiorno. Poi, nel primo pomeriggio ritornò. Aveva il coltello tutto sporco di sangue. "Ma tu sei matto - gli dissi - cosa hai fatto?" "Sono andato ad uccidere quell’ufficiale. Ho fatto tanta fatica prima di trovare casa sua, ma poi ci sono riuscito. Sua moglie non mi voleva far entrare e io le ho detto che volevo solo salutare il buon uomo, il mio comandante. Lei ha chiamato la figlia. Alla fine si sono convinte e io sono entrato in casa. L’ho trovato nel salotto; mi sono avvicinato e gli ho piantato il coltello in pieno petto. Sangue e grida. Poi ho sfilato il coltello e sono scappato". Nel periodo di detenzione nel campo vicino a Wiesbaden-Mainz la mia salute, già precaria, peggiorò. Riuscivo a mala pena a stare in piedi, da quanto mi ero indebolito. La mia salvezza fu la conoscenza con un giovane ingegnere, che mi aiutò. Mi mise a fare un lavoro di precisione, visto che vedeva che sapevo lavorare bene. Ogni tanto mi portava anche qualcosa da mangiare, qualche mela, un pezzo di pane. Mi diceva che dovevo fare attenzione al lavoro, perché se lo facevo bene potevo salvarmi: "Guarda che i forni crematori non sono poi così distanti da qui" mi ricordava. Dalle nostre baracche di lamiera, ormai verso la fine della guerra, potevamo vedere gli aerei dell’esercito del Reich, colpiti dall’aviazione alleata, precipitare nelle colline vicine. In noi aumentava la speranza, per le guardie del campo era il segnale di una prossima sconfitta. Cominciarono a darci un po’ più da mangiare ed erano meno rabbiosi con noi. Rimasi in quel campo per quattro mesi e mezzo, fino al marzo 1945. Poi avvenuta la liberazione, a piedi e mezzi morti, fummo accompagnati a Dieburg. Rividi Dapunt e Da Porta, che era molto malato. Lo facemmo ricoverare nell’ospedale da campo. Io, che ero un ragazzo sano e forte, tornai a casa che non riuscivo più a lavorare. Ero in un grave stato di deperimento fisico e psichico. Il medico del paese, quando mi visitò, mi disse: "Guarda Mischi che non posso metterti le mani addosso perché tu hai una malattia un po’ cattiva. Ti mando da un altro medico, uno specialista". La cura durò tre anni. Tre anni in cui il medico mi prescriveva non solo le medicine da prendere, ma anche quello che dovevo o non dovevo fare.

da www.deportati.it

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