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SCONFINANDO

STORIA DELLE IDEE



LA CRITICA FILOSOFICA DELLA SCHIAVITU'

Parte prima - Nel mondo antico

Parte seconda - Nel mondo moderno

Parte terza - La critica filosofica della schiavitý nel mondo contemporaneo

BIBLIOGRAFIA








LA CRITICA FILOSOFICA DELLA SCHIAVITU'

Parte prima - Nel mondo antico

Soltanto nell'età ellenistica i filosofi levarono la loro voce contro l'ingiustizia della schiavitù. In quel tempo agli intellettuali greci non fu più possibile quella partecipazione alla vita politica che avevano conosciuto nelle città-stato, ma essi d'altra parte vivevano esperienze di rapporti tra i Regni che ancora mantenevano in certo senso la grande dimensione dell'impero di Alessandro Magno, attraverso il perdurare di alcune istituzioni. Acquistarono perciò il senso di una giustizia universale, ossia una giustizia che non riguardasse più soltanto i cittadini di uno Stato ristretto e non consistesse nelle leggi in esso vigenti, ma si riferisse a ciò che viene prima: la natura umana in generale. Questo seppero dire i filosofi della scuola stoica, fondata ad Atene verso il 300 a.C., i quali elaborarono una vera e propria teoria della libertà e dell'eguaglianza degli esseri umani. Essi ritenevano che gli uomini sono tutti figli di Dio e quindi fratelli tra loro e sottoposti alla legge divina che è legge di ragione, superiore quindi alla legge dello Stato. Secondo Crisippo, "nessuno è schiavo per natura, e uno schiavo dovrebbe essere trattato come un lavoratore assunto a vita".

Lo stoicismo si diffuse a Roma a metà del I secolo a. C. e influenzò Cicerone e Seneca, che consideravano tutti gli esseri umani uguali e degni del medesimo rispetto, in quanto appartenenti ad una sorta di grande famiglia

Tra il II e il III secolo d. C., ossia nell'età imperiale, molti giuristi romani discussero la questione, e ne possiamo leggere gli scritti raccolti successivamente da Giustiniano nel suo Codice. Essi facevano distinzione tra il diritto di natura (jus naturale) e il diritto dei popoli (jus gentium), ovvero quello stabilito dalle leggi. Su questo fondamento ritenevano che per natura gli uomini sono nati liberi ed eguali, ma sono le leggi a consentire la schiavitù.

La filosofia stoica e la scienza giuridica hanno preparato la sensibilità dei seguaci del cristianesimo, che alle sue origini pose di nuovo l'accento sulla fratellanza umana. Ma nei secoli successivi finì col prevalere nei fatti la consuetudine antica di considerare i vinti come prede da ridurre in schiavitù e i contadini ridotti in miseria come servi in potere del padrone. E la Chiesa cristiana si rassegnò a insistere sulla libertà dell'anima, che anche nel corpo incatenato può intraprendere la via della salvezza. Fu il nuovo senso morale diffuso dalla cultura umanistica, così legata alle fonti classiche della saggezza, a riproporre i termini giusti della questione. Il pensatore francese Jean Bodin, pur difendendo il potere assoluto dei regnanti nei Sei libri della Repubblica, del 1576, dichiarava che quel potere aveva i suoi limiti nella legge di Dio e della giustizia naturale, anticipando nella forma dello "Stato naturale" quella che poi sarebbe stata elaborata come teoria dei diritti di natura. Su questi principi Bodin basò anche una solida confutazione del diritto, e della stessa utilità, di ridurre sia i vinti sia i poveri alla schiavitù.

Parte seconda - Nel mondo moderno

1. Nel '500 le potenze europee misero piede nel Nuovo Mondo, e in particolare spagnoli e portoghesi intrapresero la colonizzazione delle Indie occidentali, ovvero degli immensi territori che si estendevano nelle zone tropicali al di sopra e al di sotto dell'Equatore. Allo stupore provato dai primi conquistatori davanti agli abitanti di quei luoghi, esemplari di un'umanità così lontana dai costumi europei da apparire più che selvaggia, e senz'altro inferiore, subentrò ben presto l'avidità di impadronirsi di quell'oro e di quell'argento che gli indigeni non consideravano ricchezze ma materie ornamentali. Cominciò così il grande genocidio, avvenuto rapidamente sia nelle forme dell'immediato sterminio, sia per le inumane fatiche del lavoro forzato in schiavitù, ma anche attraverso la trasmissione di malattie sconosciute in quel continente.

Tra i primi a protestare per quelle imprese dei conquistadores furono alcuni umanisti italiani, ma la cruda testimonianza degli orrori perpetrati venne dalla "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie", presentata dallo spagnolo Bartolomeo de Las Casas all'imperatore Carlo V, il quale ne fu indotto a emanare leggi di protezione degli Indios, purtroppo ben poco osservate. Lo studioso dopo essersi laureato a Salamanca, si era fatto domenicano e, trasferitosi in Messico per l'evangelizzazione degli Indios, era stato nominato vescovo di Chiapas. Il suo scritto scosse le coscienze cristiane d'Europa, ma destò l'odio dei coloni spagnoli del Messico, che costrinsero infine il domenicano a tornare in patria.

Le Indie furono scoperte nell'anno 1492 [...] e tutte furono trovate piene di indigeni, indios, e tanto densamente popolate quanto più può esserlo una terra del nostro mondo [...] tutta piena di gente come un alveare [...].Tra queste pecore mansuete [...] entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi e tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non hanno fatto, da quarant'anni fino ad oggi, e oggi ancora non fanno [...], siamo sicuri che i nostri spagnoli con la loro crudeltà e nefandezza hanno spopolato e devastato più di dieci regni più grandi di tutta la Spagna. La causa per cui i cristiani hanno ucciso e distrutto tante, tali e così infinito numero di anime [...] risiede nella insaziabile brama e ambizione che li ha guidati.....

Dopo finite le guerre e con esse l'uccisioni, divisero tra loro tutti gli uomini [... ] e così avendoli compartiti gli davano a ciascun cristiano sotto questo pretesto, che dovesse ammaestrarli nella fede cattolica, ed essendo essi tutti comunemente rozzi e uomini crudeli, avarissimi e viziosi [...] la cura e pensiero che n'ebbero fu il mandar gli uomini nelle maniere a cavar oro, ch'è una fatica intollerabile, e mettevan le donne [... ]a coltivare il terreno, fatica da uomini molto forti e robusti. Non davan da mangiare agli uni né alle altre, se non erbe e cose che non avevano sostanza [...] e così morirono in poco tempo tutte le creature. (Brevissima, etc., in La scoperta dei selvaggi, a cura di G. Bliozzi, Milano, Principato 1971, pp. 73-7)

Non mancò la polemica contro Las Casas da parte di filosofi e teologi come Juan Gines de Sepulveda e Francisco de Victoria, che trovarono nella patristica e in Aristotele argomenti a difesa della "guerra giusta" dei conquistadores e del loro diritto di impadronirsi degli Indios, che erano da ritenersi "schiavi per natura". Ma in tema di schiavitù sappiamo che perfino Las Casas in un primo tempo non era contrario alla "tratta" dei negri dall'Africa alle Americhe, largamente praticata fin dai primi anni del '500. Egli l'aveva favorita perché quegli schiavi apparivano più resistenti degli Indios alle fatiche. Più tardi, tuttavia, se ne pentì amaramente poiché, come scrisse, "ebbe a constatare che la cattività dei Negri è altrettanto ingiusta che quella degli Indiani".

2. Avendo letto l'appassionata denuncia di Las Casas, accompagnata dalla descrizione delle doti genuine di mitezza e semplicità di costumi degli Indios, il filosofo umanista francese Michel de Montaigne ne scrisse nei suoi "Saggi" del 1582. Con la sua riflessione pacata, laica, e tanto vicina al nostro attuale modo di sentire, avrebbe portato così un contributo decisivo per il sorgere di quel "mito del buon selvaggio" destinato a diffondersi grandemente durante il '700, fino a diventare teoria negli scritti di Rousseau.

Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo [...] Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove in verità sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall'ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto [...]

Di fatto, quanto a coloro che li hanno soggiogati, mettano da parte le astuzie e le furberie di cui si sono serviti per ingannarli e i giusto stupore che causava in quei popoli il vedere arrivare così inaspettatamente uomini barbuti, diversi per lingua, religione, aspetto e per comportamento, da una parte del mondo così lontana [...], issati su grandi mostri sconosciuti, contro di loro che non avevano mai visto non solo cavalli, ma nessun'altra bestia assuefatta a portare e sostenere né un uomo né un altro carico; adorni d'una pelle lucente e dura e d'un'arma tagliente e risplendente, contro di loro che, per il prodigio dello splendore d'uno specchio o d'un coltello, andavano scambiando una gran ricchezza d'oro e di perle e che non avevano né arte né strumenti con sui potessero facilmente forare il nostro acciaio; aggiungetevi i fulmini e tuoni dei nostri cannoni e archibugi [...] ; mettete in conto, dico, ai conquistatori questa disparità, toglierete loro ogni motivo di tante vittorie [...]. Chi mise mai a tal prezzo l'utilità del commercio e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni sterminate, tanti milioni di uomini passati a fil di spada, e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vili vittorie! Mai l'ambizione, mai le inimicizie pubbliche spinsero gli uomini gli uni contro gli altri a così orribili ostilità e a calamità così miserabili. (Saggi, Milano 1970, I, 31, vol. I, p. 270, e III, 6, vol. II, pp. 1211-3.

3. Un secolo dopo, maturava nel pensiero occidentale l'idea della libertà universale. Il protagonista di questo sviluppo culturale fu l'inglese John Locke, ispiratore della soluzione parlamentare della pacifica "gloriosa rivoluzione" del 1688, e primo teorico della politica liberale. Nel suo "Trattato sul governo " (1690) scriveva, a proposito della schiavitù:

E poiché siamo forniti di eguali facoltà, partecipi di una comune natura, non si può supporre fra noi una subordinazione tale che ci autorizzi a distruggerci a vicenda, come se fossimo stati creati gli uni ad uso degli altri, così come i ranghi inferiori delle creature sono fatti a nostro uso. Come ciascuno è tenuto a conservare se stesso e a non abbandonare volontariamente il posto a cui è assegnato, così allo stesso modo, quando non è in questione la sua sopravvivenza, ciascuno deve quanto più può preservare gli altri uomini e - a meno che non si tratti di fare giustizia di un trasgressore - non può sottrarre e ledere la vita, la libertà, la salute, le membra o i beni di un altro. (Il trattato, etc., Roma, 1974, p. 55)

Sarebbe poi toccato alla forza critica del pensiero illuminista, e all'azione legislativa dei rivoluzionari dell'89 in Francia, che si ispiravano a quel pensiero, portare a compimento questo secolare processo giuridico e politico: la libertà proclamata come un diritto universale doveva venir tradotta nella concretezza delle costituzioni e delle leggi. Ecco l'opinione dello storico tedesco del primo novecento, Bernard Groethuysen ("Filosofia della rivoluzione francese", 1907):

Durante la Rivoluzione francese le due nozioni di libertà e di eguaglianza hanno espresso il carattere di diritto inerente alla natura stessa dell'uomo [...] La libertà esprime il carattere di diritto proprio dell'uomo, così come l'eguaglianza fornisce a questa caratteristica un carattere generale. (Filosofia, etc., Milano 1967, p. 254)

Alla conclusione del processo culturale che abbiamo brevemente esaminato, troviamo un solenne atto giuridico: l'abolizione della schiavitù in tutti i Paesi europei e nelle loro colonie sancita nel 1815 dal Congresso di Vienna. Qui le potenze vincitrici contro Napoleone, riunite per ripristinare in Europa l'ordine assolutistico precedente alla Rivoluzione, non erano certo insensibili alle esigenze dell'economia industriale nascente. Fu così che, accogliendo le argomentazioni inglesi sulla scarsa convenienza economica del lavoro schiavile, finirono tuttavia con l'applicare nei fatti un innegabile principio di umanità, scaturito dalla riflessione sulle più dolorose e vergognose esperienze della loro storia.

4. Ma nel pensiero illuministico sulla schiavitù si profilava ormai anche la connessione tra ricchezza e potere da una parte, e quella tra miseria e assoggettamento dall'altra. Già in Locke (Trattato sul governo) vi era quella consapevolezza del problema del lavoro servile in regime di proprietà privata, che diventerà centrale per i filosofi che lo seguiranno:

Servo e padrone sono nomi antichi quanto la storia, ma che furono via via attribuiti a persone di condizione assai diversa. Infatti un uomo si fa servo di un altro vendendogli per un certo periodo l'opera che gli presta in cambio del salario che percepisce. (Il trattato etc., cit. p. 111)

Lo stesso problema, esteso però anche alla condizione dei sudditi dei governi dispotici, appare anche nel Dizionario filosofico (1764) del francese François-Marie Arouet de Voltaire :

In che cosa un cane può essere obbligato a un cane, e un cavallo a un cavallo? In niente. Nessun animale dipende dal suo simile.Ma l'uomo, avendo ricevuto quel raggio della luce divina che si chiama ragione, quale ne è il risultato? Che egli è schiavo in quasi tutta la terra. Se questa terra fosse ciò che sembrerebbe dover essere, vale a dire se l'uomo vi trovasse ovunque sussistenza facile e sicura, e un clima adatto alla sua natura , è chiaro che sarebbe stato impossibile a un uomo asservire un suo simile [...] Tutti gli uomini sarebbero dunque necessariamente uguali, se fossero senza bisogni. Sono le miserie connaturate alla nostra specie, che obbligano un uomo ad obbedire ad un altro. La vera disgrazia non è l'ineguaglianza, ma la dipendenza. Non conta niente, che un uomo si faccia chiamare Sua Altezza, e l'altro Sua Santità: quel che è duro è servire l'uno o l'altro. (Dizionario,etc., Torino 1955, pp. 269-270)

La filosofia di Jean Jacques Rousseau, per parte sua, rappresenta la più coerente raffigurazione di ciò che si deve intendere per libertà ed eguaglianza in un quadro storico e antropologico dell'essere umano, e di come sia possibile farne scaturire il progetto politico di una società democratica, ovvero di una comunità che rifiuta ogni forma di servitù perché sa decidere di se stessa. Riportiamo alcuni passi da Il Contratto sociale (1762) e dal Discorso sull'origine della disuguaglianza(1754).

Essendo il fine della guerra la distruzione dello stato nemico, si ha diritto di ucciderne i difensori fin tanto che essi hanno le armi in mano; ma appena essi le depongano e si arrendano, cessano di essere nemici o strumenti del nemico, ridiventano semplicemente uomini, e non si ha più diritto sulla loro vita. [...] Se la guerra non dà al vincitore il diritto di massacrare i popoli vinti, questo diritto - che egli non ha - non può fondare quello di farli schiavi. (Il contratto, etc., Torino 1948, p.19)

.....ma dal momento che un uomo ebbe bisogno dell'aiuto di un altro, dal momento che era utile ad uno solo di avere provviste per due, da quel momento l'eguaglianza disparve, s'introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria. [...] Questa fu o dovette essere l'origine della società e delle leggi, che dettero nuove pastoie al debole e nuova forza al ricco, distrussero irrimediabilmente la libertà naturale, stabilirono per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza, di un'abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per il profitto di alcuni ambiziosi assoggettarono per sempre il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria. (Discorso, etc. Milano 1945, p. 77 e p. 85)

Concludiamo con un filosofo tedesco, Joann Gottfried Herder (Ancora una filosofia della storia per l'educazione dell'umanità, 1773) la cui visione disincantata e ironicamente amara del nuovo sistema economico e politico che si andava delineando alla fine del '700, può ancor oggi avere molto da dirci.

Il nostro sistema di commercio! Chi potrebbe in qualche modo dubitare del raffinamento d'una scienza che tutto abbraccia? Che furon mai i miseri Spartani che usavano gli iloti per la loro agricoltura o i barbari Romani che andaron rinchiudendo in ergastoli sotterranei gli schiavi? In Europa la schiavitù è abolita, giacché si è fatto il calcolo di quanto costasse e poco rendesse il lavoro servile rispetto a quello libero: noi non ci siamo permessi che una piccola cosa, di servirci cioè di tre continenti come di schiavi nostri, vendendoli, cacciandoli nelle cave d'argento, nelle fabbriche di zucchero; è vero che questi non sono europei, o cristiani, e poi così possiamo avere argento pietre preziose, spezie e malattie segrete: in grazia, insomma, proprio del commercio, dell'aiuto fraterno e reciproco, della comunità stabilitasi fra tutti i paesi.

Sistema commerciale! La grandiosità e singolarità della cosa è evidente. Tre continenti desolati e inciviliti da noi, e noi da loro spopolati, evirati, sprofondati nel lusso, nello sfruttamento e nella morte: ottimo commercio e proficuo in verità. [...] L'antico nome di pastore dei popoli si è mutato in quello di monopolista, e quando il turbine si scinderà in mille venti di tempesta....aiutaci tu, o gran dio Mammone, di cui tutti siam servi ormai. (Ancora una, etc., Torino 1951, pp. 61-2)

 

 

 

Parte terza - La critica filosofica della schiavitù nel mondo contemporaneo

 

1. Quella coscienza tutta nuova dell'ingiustizia, circa l'assoggettamento di esseri umani alla condizione servile, che abbiamo visto sorgere nella sensibilità dell''epoca illuministica, nell'ottocento fu messa alla prova dalla "rivoluzione" industriale, ovvero dal rapido quanto radicale cambiamento del sistema economico e dei connessi rapporti fra i due settori, agricolo e manifatturiero, allora predominanti come forme di produzione e di vita sociale del mondo occidentale. Questa grande trasformazione vide il passaggio da vecchie a nuove forme di servitù, ovvero dalla schiavitù non retribuita ad una manodopera salariata ma soggetta a sfruttamento e priva di protezione, in quanto la grande crescita demografica del tempo forniva un eccesso di domanda rispetto ad un mercato del lavoro ristretto ed esposto facilmente alle crisi.

In filosofia questo travagliato passaggio è stato documentato dalle riflessioni di Adam Smith, Georg Friedrich Hegel e Karl Marx. Il primo come osservatore del sorgere della rivoluzione industriale (nell'Inghilterra che già nella seconda metà del settecento sviluppava le industrie), e delle sue conseguenze nefaste sulla massa della popolazione che gli apparivano inevitabili (salario al di sotto di una condizione umana, impoverimento delle facoltà intellettuali, privazione dei diritti che oggi chiamiamo sindacali, ecc.) ma potevano essere mitigate soltanto dalle leggi dello Stato. Il secondo come profeta di un futuro riscatto della classe operaia che poteva risultare dalla crescita delle sue conoscenze e della sua partecipazione alla società civile. Il terzo come analista dei rapporti economici tra le classi nella società capitalistica e promotore (di contro all'ottimismo di uno Smith e di un Hegel) della necessità di un'azione rivoluzionaria da parte dei nuovi schiavi.

Riportiamo qui un passo dalla Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), di Adam Smith:

Col progredire della divisione del lavoro, l'attività della maggior parte di coloro che vivono di lavoro cioè della gran massa della popolazione viene ad essere limitata a poche semplicissime operazioni, spesso ad una o due. Ma le nozioni della maggior parte degli uomini vengono necessariamente formate dalla loro attività abituale. l'uomo la cui vita intera viene spesa per eseguire alcune semplici operazioni i cui effetti forse sono anche sempre gli stessi, non ha modo di utilizzare le proprie nozioni o esercitare la propria inventiva nel trovare espedienti per eliminare difficoltà che non si verificano mai. Quindi egli naturalmente perde l'abitudine a tale esercizio e generalmente diventa tanto stupido quanto è possibile diventarlo per una creatura umana. [...] Sembra in questo modo che la destrezza nella propria attività specifica venga acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e marziali. Ma in una società progredita e civile, questa è la condizione in cui devono necessariamente cadere i poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, a meno che il governo non si prenda la briga di impedirlo. (Ricerca sulla, etc., Roma 1976, p. 93)

Di Karl Marx riportiamo alcuni brevi passi dal primo dei Manoscritti economico-filosofici (1844) che trattano dell'alienazione dell'operaio in rapporto al capitale:

...L'alienazione dell'operaio nel suo oggetto si esprime, secondo le leggi dell'economia politica, con la seguente formula: più l'operaio produce e meno ha da consumare; più crea dei valori e più egli è senza valore e senza dignità; più il suo prodotto ha forma, e più l'operaio è deforme; più è civilizzato il suo oggetto, e più è imbarbarito l'operaio; più è potente il lavoro, e più impotente diventa l'operaio; più è spiritualmente ricco il lavoro, e più l'operaio è divenuto senza spirito e schiavo della natura. (Manoscritti, etc., Brescia 1962, p. 89)

....Si ripensi ancora alla tesi sopra esposta, che il rapporto dell'uomo con stesso è per lui un rapporto oggettivo e reale soltanto attraverso il rapporto che egli ha con gli altri uomini. Se quindi egli sta in rapporto al prodotto del suo lavoro, al suo lavoro oggettivato, come in rapporto ad un oggetto estraneo, ostile, potente, indipendente da lui, sta in rapporto ad esso in modo che padrone di questo oggetto è un altro uomo, a lui estraneo, ostile, potente e indipendente da lui. Se si riferisce alla sua propria attività come ad un'attività non libera, si riferisce a essa come ad un'attività che è al servizio e sotto il dominio, la costrizione e il giogo di un altro uomo. [...] Dunque, col lavoro alienato, estraniato, l'operaio pone in essere il rapporto di un uomo che è estraneo e al di fuori del lavoro, con questo stesso lavoro. Il rapporto dell'operaio col lavoro pone in essere il rapporto del capitalista - o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro - col medesimo lavoro. La proprietà privata è quindi il prodotto, il risultato, la necessaria conseguenza del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra l'operaio, da un lato, e la natura e lui stesso, dall'altro. [...]

Dal rapporto del lavoro estraniato con la proprietà privata segue inoltre che l'emancipazione della società dalla proprietà privata, ecc., dalla schiavitù si esprime nella forma politica dell'emancipazione degli operai...(Manoscritti, etc., Milano, 1984, pp. 173-5)

2. Negli Stati Uniti d'America il passaggio all'economia capitalistica e industriale fu grandemente complicato, fino a provocare una sanguinosa guerra civile tra Stati del Nord e Stati del Sud, dal perdurare in questi ultimi di una produzione agricola basata sul lavoro coatto dei discendenti dalla tratta dei neri, ampiamente praticata nell'epoca coloniale, e dalla resistenza che i padroni terrieri opponevano all'abolizione della loro schiavitù. In precedenza lo scrittore francese Alexis de Tocqueville, storico e uomo politico liberale, aveva visitato gli Stati Uniti e osservato da vicino il problema dei pregiudizi razziali che pesava su tutto quel Paese e, come ben sappiamo, pesa in parte ancor oggi. Ecco alcuni passi dal suo La democrazia in America (1831):

.....Non vi è un africano che sia venuto liberamente sulle rive del nuovo mondo, perciò tutti quelli che vi si trovano oggi sono schiavi o affrancati. Così il negro con l'esistenza trasmette a tutti i suoi discendenti il segno esteriore dell'ignominia. La legge può distruggere la schiavitù, ma solo Iddio può farne sparire le tracce. [...] I moderni, dopo aver abolito la schiavitù dovranno ancora distruggere tre pregiudizi assai più inafferrabili e tenaci di essa: il pregiudizio del padrone, il pregiudizio di razza e infine il pregiudizio del bianco. [...] Il pregiudizio di razza mi sembra più forte negli Stati che hanno abolito la schiavitù che in quelli in cui esiste ancora, e in nessun luogo si mostra così intollerante come negli Stati in cui la servitù non è mai penetrata. [...] Nel Sud il padrone non teme di elevare fino a sé il suo schiavo, poiché sa bene che potrà sempre se vuole rigettarlo nella polvere. Nel Nord, il bianco non scorge più distintamente la barriera che lo deve separare da una razza avvilita, e tanto più si allontana dal negro quanto più teme di confondersi un giorno con lui.

Dal 1860 al 1865 fu presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln, che si era battuto contro la schiavitù, nonostante fosse nemico dell'industrializzazione che si andava affermando negli Stati del Nord e fautore dell'economia agricola. Egli dovette affrontare subito dopo la sua elezione la secessione degli Stati del Sud, ostili alla sua intenzione di abolire la schiavitù, proclamando la Guerra di secessione dal 1863 al 1865. Fu ucciso lo stesso anno da un fanatico sudista. Dai suoi appunti e discorsi (in C. Gorlier, L'età di Lincoln, p. 48, 54, 134) traiamo i seguenti brani:

...La maggior parte dei governi si è praticamente basata su un rifiuto agli uguali diritti dell'uomo; il nostro è cominciato con la loro accettazione. Essi dissero che alcuni uomini sono troppo ignoranti, e rozzi per poter partecipare a un governo. Noi dicemmo che lo possono essere e che con il vostro sistema voi li manterreste sempre ignoranti e imperfetti. Noi decidemmo di dare a tutti una possibilità, e confidammo che il debole diventasse più forte, l'ignorante più saggio; e tutti migliori e più felici insieme. (dal frammento del 1854)

...Ciò che dico è che nessun uomo è abbastanza buono per governare un altro uomo senza il consenso dell'altro. Dico che questo è il principio conduttore e l'ancora di salvezza della repubblica americana. (dal Discorso di Peonia, 16.10.1854)

Nel primo giorno di gennaio, nell'anno di Nostro Signore 1863, tutte le persone tenute schiave in qualunque stato o parte designata di uno stato, il popolo del quale sia allora in rivolta contro gli Stati Uniti, siano allora e da quel momento innanzi per sempre libere....... (dal Proclama finale per l'emancipazione).

3. L'ottocento fu anche un secolo segnato da altre disuguaglianze di potere e di condizione, e fra queste annoverò la soggezione delle donne all'interno delle famiglie, forma diversa di schiavitù ma non meno costrittiva e priva di difesa alcuna, da parte delle leggi come della mentalità corrente. Diversi filosofi e scrittori ne denunciarono l'ingiustizia, come Charles Fourier, William Thompson, Robert Owen, ma fra questi si distinse l'inglese John Stuart Mill, con l'opera La soggezione delle donne, pubblicata nel 1869 in collaborazione con la sua compagna Harriet Taylor. In questo libro vengono descritte le condizioni di "schiavitù legale" in cui vivevano le donne inglesi, soprattutto se sposate. Esse non avevano alcun diritto di fronte al dispotismo dei mariti, alcuna personalità giuridica e autonomia di decisione, né in fatto di proprietà né riguardo ai figli, senza l'autorizzazione del marito. Per di più non potevano sottrarre il loro corpo, in quanto mogli, alle più bestiali pretese e violenze dei mariti, né sperare nell'intervento del giudice, in mancanza di testimoni e di fronte alla certezza che nella maggior parte dei casi i giudici avrebbero deciso blande sanzioni per i mariti e poi le avrebbero rimandate (specialmente se le loro famiglie d'origine non erano altolocate) sotto la "tutela" dei loro persecutori e quindi alla mercé di ogni loro vendetta. Eccone alcuni passi:

Gli uomini non vogliono soltanto l'obbedienza delle donne, pretendono anche i loro sentimenti. Tutti gli uomini, tranne i più brutali, desiderano avere, dalla donna che a loro è più strettamente unita, non una schiava soltanto ma una favorita consenziente. E hanno escogitato a tal fine ogni mezzo per asservirne l'animo.... e hanno sfruttato tutta la forza dell'educazione a questo scopo. Tutte le donne vengono allevate fin dai primi anni nella convinzione che il loro ideale di personalità sia esattamente l'opposto di quello degli uomini: non la volontà autonoma e l'autodisciplina, bensì la sottomissione e il cedimento alla volontà altrui. In nome della moralità corrente si dice che è dovere della donna vivere per gli altri, e in nome del sentimentalismo si dice che ciò è nella sua natura; intendendo con questo che ella debba abnegare completamente se stessa, che non viva che dei suoi affetti. Ovvero dei soli affetti che le siano consentiti: quelli verso l'uomo cui è legata o verso i figli che costituiscono un ulteriore e indistruttibile legame fra lei e il suo uomo.

[...] Mi piacerebbe udire qualcuno che enunciasse apertamente questa dottrina (già implicita in gran parte di ciò che si è scritto sull'argomento): "E' necessario per la società che le donne si sposino e facciano figli. Ma non lo farebbero se non vi fossero costrette. Pertanto è necessario obbligarle." Metteremmo finalmente le cose in chiaro. Sarebbe esattamente come se i proprietari di schiavi della Carolina del Sud e della Louisiana dicessero: "E' necessario che il cotone e lo zucchero vengano coltivati. I bianchi non possono farlo. I neri non sono disposti a farlo per i salari che noi intendiamo pagare. Ergo, debbono esservi obbligati." [...]

La legge dell'asservimento nel matrimonio è in una contraddizione mostruosa rispetto a tutti i principî del mondo moderno e a tutta l'esperienza attraverso la quale questi principi sono stati lentamente e faticosamente elaborati....Il matrimonio è l'unica servitù effettiva riconosciuta dalla nostra legge. (La soggezione, etc., Milano 1992, pp. 32-3, p. 54, p. 148)

Se questo accadeva nell'Inghilterra di quel tempo, che pure era un Paese di religione cristiana e di antica tradizione liberale, possiamo ben immaginare quale fosse la condizione in Paesi più arretrati, specialmente in quelli di religione musulmana. E quale ancora sia: è recentissima, infatti, la notizia che l'Arabia Saudita ha concesso alle donne, dal 22 marzo 2003, di avere la carta d'identità, purché se ne faccia garante un maschio adulto.........!

4. Quello della schiavitù non è purtroppo da vedere come un fenomeno appartenente ai tempi passati, destinato a sparire con il progredire della civiltà: esso infatti assume aspetti sempre nuovi, anche se non cessa di accompagnarsi all'abuso del potere, all'esercizio della violenza, alla morsa estrema del bisogno e della degradazione. E' così che nel novecento, mentre gli imperi coloniali delle potenze europee venivano smantellati a partire dagli anni venti attraverso le più dure lotte, nuove catene si crearono per l'asservimento dell'uomo: da una parte quelle dei totalitarismi che apprestarono lager e gulag e avvinsero nel terrore i loro stessi cittadini, e dall'altra parte quelle dell'enorme divario tra ricchezza e povertà, che condannò e ancora condanna centinaia di milioni di esseri umani alla fame.

Le analisi dei filosofi rifletterono, durante tutto il secolo scorso, un senso di impotenza disperante di fronte alla catastrofica smentita che in questo modo ricevevano i principî fino ad allora conclamati, quali traguardi e segni distintivi della civiltà. Tuttavia, proprio perché la civiltà non poteva essere più la prerogativa di pochi popoli dominanti, essendo ormai crollati i vecchi equilibri del mondo dopo le due disastrose guerre mondiali che stremarono l'Europa, quei principî penetrarono nell'opinione pubblica, e le analisi dei filosofi, sia che esprimano un amaro disincanto sia che indichino le ragioni per sperare ancora, sono oggi divenute il senso comune di grandi masse di popolazione ovunque nel mondo. Scrive Amartya Sen: "Le persone sono influenzate non solo dalla percezione del loro interesse, ma anche, come dice Albert Hischmann, dalle loro "passioni". Infatti, tra le cose che sembrano muovere la gente, a Praga come a Parigi, a Varsavia come a Pechino, a Little Rock come a Johannesburg, vi sono le preoccupazioni per gli altri e la considerazione delle idee." (La libertà individuale come impegno sociale, 1997, p.35).

Oltre alla voce di questo filosofo indiano dell'economia, che ha individuato nelle tante forme di privazione della libertà le maggiori cause della miseria nel mondo d'oggi, ascoltiamo in conclusone le voci di due altri grandi testimoni: di Franz Fanon, psichiatra e sociologo di origine martinicana, che fu a capo della lotta di liberazione dell'Algeria; di Hannan Arendt, filosofa tedesca, scampata allo sterminio del popolo ebraico che analizzò la natura dei regimi totalitari.

Da Franz Fanon, I dannati della terra (1961):

La decolonizzazione è l'incontro di due forze congenitamente antagoniste che traggono precisamente la loro originalità da quella specie di sostantivazione prodotta e alimentata dalla situazione coloniale. Il loro primo scontro si è svolto sotto il segno della violenza e la loro coabitazione - più precisamente lo sfruttamento del colonizzato da parte del colono - è continuata a gran rinforzi di baionette e di cannoni. [...]

Presentata nella sua nudità. la decolonizzazione lascia trapelare, per tutti i pori, pallottole infuocate, coltelli insanguinati. Poiché se gli ultimi devono essere i primi, ciò non può essere che in seguito ad uno scontro decisivo e micidiale fra i due protagonisti. Tale volontà affermata di far risalire gli ultimi in testa alla fila, di fargli scalare ad una cadenza (troppo rapida, dicono alcuni) i famosi gradini che definiscono una società organizzata, non può trionfare se non gettando nella bilancia tutti i mezzi, compresa, si capisce la violenza. (I dannati, etc., Torino 1971, p. 4)

Da Hannan Arendt, Le origini del totalitarismo (1951):

I campi di concentramento come istituzione non furono creati in vista di una possibile prestazione produttiva, dato che la loro unica funzione economica permanente è stata quella di finanziare l'apparato di sorveglianza....specialmente nel regime staliniano, i cui campi di concentramento erano per lo più descritti come campi di lavoro perché la burocrazia aveva voluto nobilitarli con tale nome...L'incredibilità degli orrori è strettamente legata alla loro inutilità economica. I nazisti portarono questa inutilità all'estremo, fino all'aperta anti-utilità quando nel bel mezzo della guerra, malgrado la scarsezza di materiale edilizio e rotabile, costruirono enormi e costose fabbriche di sterminio trasportando milioni di persone avanti e indietro. [...]

Il primo passo decisivo verso il dominio totale è l'uccisione del soggetto di diritto che è nell'uomo.....ponendo i Lager al di fuori del sistema penale ordinario, scegliendo gli internati contro qualsiasi regola della procedura normale, che stabilisce una pena per un reato commesso....Il passo successivo nella preparazione di cadaveri viventi era l'uccisione della personalità morale.

Il tentativo totalitario di rendere superflui gli uomini riflette l'esperienza delle masse moderne, costrette a constatare la loro superfluità su una terra sovrappopolata. La società dei morenti, in cui la punizione viene inflitta senza alcuna relazione con un reato, lo sfruttamento praticato senza profitto e il lavoro compiuto senza un prodotto, è un luogo dove quotidianamente si crea l'insensatezza. Eppure, nel contesto dell'ideologia totalitaria, nulla potrebbe essere più sensato e logico: se gli internati sono dei parassiti, è logico che vengano uccisi col gas; se sono dei degenerati, non si deve permettere che contaminino la popolazione; se hanno un'"anima da schiavi" (Himmler), non è il caso di sprecare il proprio tempo per cercare di rieducarli. (Le origini, etc., Milano 1966, pp. 608-9, p. 612, p. 618, p. 626)

Da Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà (1999):

Lo sviluppo richiede che siano eliminate le principali fonti di illibertà: la miseria come la tirannia, l'angustia delle prospettive economiche come la deprivazione sociale sistematica, la disattenzione verso i servizi pubblici come l'intolleranza o l'autoritaritarismo di uno Stato repressivo. Nonostante un aumento senza precedenti dell'opulenza, il mondo contemporaneo nega libertà elementari a un numero immenso di esseri umani (e forse addirittura ala maggioranza). Qualche volta la mancanza di libertà sostanziali è direttamente legata alla povertà materiale, che sottrae a molti la libertà di placare la fame, nutrirsi a sufficienza, procurarsi medicine per malattie curabili, vestirsi decentemente, abitare in un alloggio decoroso, avere a disposizione acqua pulita o godere di assistenza sanitaria.

[...] l'angosciante questione del lavoro minorile (molto diffuso, ad esempio, in Pakistan, India e Bangladesh) è strettamente intrecciata con quella della schiavitù e del lavoro coatto, dato che molti bambini che lavorano (e con mansioni faticose) lo fanno perché costretti. Le radici del loro asservimento vanno cercate nella deprivazione economica delle famiglie da cui provengono (a volte anche i genitori si trovano, in qualche modo, in una situazione di lavoro coatto); così al fatto, già in sé detestabile, del lavoro minorile si aggiunge la barbarie della costrizione. [...] la libertà delle donne di cercarsi un impiego fuori della famiglia è una questione di primaria importanza in numerosi paesi del Terzo Mondo. Molte culture la negano sistematicamente, e questa è già di per sé una grave violazione della libertà femminile e dell'equità fra i sessi. [...] Qualche volt la proibizione del lavoro esterno delle donne viene messa in atto brutalmente e con crudeltà (come per esempio in Afghanistan); in altri casi, viene imposta in modo indiretto, grazie al potere delle convenzioni e del conformismo. (Lo sviluppo, etc., Milano 2000, pp. 9-10, pp. 119-120)

 

BIBLIOGRAFIA

George H. Sabin, Storia delle dottrine politiche, Etas Kompass, Milano 1967

G. Bliozzi (a cura di), La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo, da Colombo a Diderot, Principato, Milano 1971

Michel de Montaigne, Saggi, Paravia, Torino 1958

John Locke,, Trattato sul governo, Editori riuniti, Roma 1970

Bernard Groethuysen, Filosofia della rivoluzione francese, Il Saggiatore, Milano 1967

Voltaire (François-Marie Arouet), Dizionario filosofico, Einaudi, Torino 1955

Jean Jacques Rousseau, Discorso sull'origine della disuguaglianza, Universale economica, Milano 1949

Id., Il contratto sociale, Einaudi, Torino 1948

Johan Gottfried Herder, Ancora una filosofia della storia per l'educazione dell'umanità, Einaudi, Torino 1951

Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1976

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Primo manoscritto, in: Cornelio Fabro (a cura di), Materialismo dialettico e materialismo storico, La scuola, Brescia, 1962

Idem in: Marco Freddi (a cura di), Hegel e Marx. Dallo storicismo idealistico al materialismo storico, Signorelli, Milano 1984

Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, Cappelli, Bologna 1957

Claudio Gorlier (a cura di), Il pensiero politico nell'età di Lincoln, Il Mulino, Bologna 1962

John Stuart Mill, La soggezione delle donne, SugarCo ed., Milano 1992

Franz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1971

Hannan Arendt, Le origini del totalitarismo, Ed. di Comunità, Milano 1996

Amartya Sen, La libertà individuale come impegno sociale, Laterza, Bari 1997

Id., Lo sviluppo è libertà, Oscar Mondadori, Milano 2000