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SCONFINANDO

TOTALITARISMO



GLI SCHIAVI DI HITLER

Nel corso della seconda guerra mondiale, soprattutto quando in Germania comincia a scarseggiare la manodopera da utilizzare nelle fabbriche, il regime nazista iniziò ad utilizzare in maniera brutale i prigionieri di guerra che vennero impiegati come operai nelle industrie, che sempre più spesso trovarono estremamente utile ricorrere a questa manodopera schiavile. Molti prigionieri finirono per soccombere a causa del lavoro estenuante, delle percosse, della fame. Benché questa situazione si sia verificata per prigionieri di tutta Europa, in questa sede si prenderà in esame soltanto la situazione che ha coinvolto gli italiani, tanto più particolare in quanto l'Italia fino al 1943 è stata un paese amico, mentre dopo l'8 settembre, anche gli italiani sono stati sempre più coinvolti in questo processo di schiavizzazione.

1 Prima della guerra

Per quanto concerne l'Italia, occorre ricordare che già prima dello scoppio del conflitto, molti lavoratori italiani, per lo più braccianti, lasciarono il paese e si recarono in Germania a lavorare, attratti dalla possibilità di una paga migliore. I primi lavoratori italiani partono nel 1938, nel 1941 si trovano in Germania 36.000 italiani. Oltre ai contadini, che hanno costituito il nucleo più consistente ed originario, ci sono anche muratori ed operai. I lavoratori volontari italiani si trovano ora a stretto contatto con i prigionieri di guerra polacchi francesi, belgi, sovietici. Godono naturalmente di un trattamento diverso rispetto ai prigionieri di guerra e possono inviare a casa il denaro guadagnato. Molti di essi provengono dal Sud ed hanno alle spalle una situazione di grande miseria che li spinge a restare, anche se il lavoro è duro e se spesso si trovano sottoposti ad angherie di vario genere, sorretti dalla speranza di poter assicurare un futuro un po' migliore alle mogli e ai figli lasciati in Italia.

2. La prima fase del conflitto

Scoppiata la guerra la Germania ha sempre più bisogno di manodopera e i treni di lavoratori continuano ad affluire dall'Italia e non solo. Con l'inasprirsi del conflitto, il trattamento riservato ai lavoratori stranieri diventa sempre più duro, anche se fino all'armistizio gli italiani sono protetti dall'alleanza tra Mussolini ed Hitler. Si deve terner presente che i lavoratori stranieri erano stati divisi in gruppi, a seconda dell'appartenenza a questo o a quel gruppo, era assai differente il trattamento che veniva riservato alla manodopera. In un primo tempo gli italiani vengono inseriti nel gruppo A: ricevono un trattamento che tenga conto che essi appartengono ad un paese amico. Al grupo B appartengono i popoli germanici: fiamminghi, danesi, norvegesi ed olandesi, al gruppo C i popoli non germanici, ma alleati o verso i quali i nazisti nutrivano una certa simpatia, come slovacchi, croati, bulgari, ma anche spagnoli e francesi. L'ultimo gruppo comprende i popoli non germanici e slavi, ai quali ovviamente era riservato il trattamento più duro. Come si vede il leit-motiv di tutta la politica nazista ruota intorno ad un unico principio di fondo, che viene continuamente ribadito: quello razzista. Nella visione del mondo di Hitler e dei suoi seguaci, il mondo era strettamente diviso in razze: ad alcune spettava il compito di lavorare duramente, ad altre di comandare, altre ancora potevano occupare in questa piramide una posizione intermedia.
I lavoratori stranieri erano tutti soggetti a severi controlli da parte del partito nazista sia sul posto di lavoro, sia nei dormitori, chi risultava poco efficiente veniva inviato nei lager di educazione al lavoro.
I lavoratori italiani non sempre sono ben visti dai loro padroni tedeschi, a causa del loro ritmo di lavoro che risultava meno elevato rispetto a quello dei tedeschi.
Si veda a questo proposito il seguente documento:

"Nella zona vi sono circa 6600 italiani occupati nell'agricoltura. Da entrambi i settori , agricolo ed industriale, arrivano lamentele. Gli italiani sono assolutamente indisciplinati. Reclamano per qualsiasi motivo, hanno una produttività inferiore a quella dei tedeschi. In prevalenza si tratta di siciliani e di altra gente del Sud con un livello di formazione spaventosamente basso. Pochissimi sanno leggere e scrivere. Dal punto di vista politico sono completamente "non istruiti". Del significato profondo di questa guerra, per esempio, che è noto all'ultimo camerata tedesco, essi non hanno la più pallida idea"
.(Si trova in Ricciotti Lazzero,Gli schiavi di Hitler,,Mondadori, Milano, 1996, p.13)

Gli italiani sono subito catalogati come inaffidabili: questo a causa del fatto che molti tentarono di fuggire alla ricerca di un posto di lavoro migliore, altri furono semplicemente considerati scansafatiche. Si veda a questo proposito questo altro significativo documento, proveniente da Postdam:

"Poca voglia di lavorare, prevalgono la passività e la resistenza; si estende la diffusione di notizie false, si verificano attacchi violenti contro responsabili delle fabbriche e sorveglianti; il comportamento verso i tedeschi e gli altri stranieri non è cameratesco, quello in fabbrica è indegno. Si registrano relazioni sessuali con le polacche e fughe dai posti di lavoro. Le esperienze maturate con gli italiani sono pessime. Particolarmente difficile la situazione alimentare, nonostante l'autorizzazione a importare cibo dall'Italia. Spesso la gente dice: "Mentre gli italiani che hanno l'età per fare il soldato lavorano in Germania, i soldati tedeschi combattono nel Nordafrica". La popolazione non è contenta"
.(Si trova in Ricciotti Lazzero,op.cit.,p.15)

In realtà, si trattava soltanto di persone estremamente umili, che erano state spinte a recarsi in Germania attratte dal miraggio di guadagnare di più e di poter, in questo modo, sostenere la famiglia rimasta in Italia. L'orario di lavoro per gli operai volontari era spietato, molti italiani subirono punizioni durissime per aver cercato di rubare un po' di cibo o qualche pezzo di abbigliamento per ripararsi meglio dal freddo pungente della Germania.
Alcuni lavoratori col procedere della guerra, maturano una maggiore consapevolezza politica e si affiancano a colleghi di altri paesi nel sabotare la macchina industriale tedesca.

3. L'armistizio

Quando nel luglio del 1943 il fascismo cadde i lavoratori italiani in Germania si trovano in una situazione difficilissima, impossibilitati a lasciare la Germania, a partire da settembre si trasformeranno in prigionieri.
Con l'uscita dell'Italia dal conflitto cadono in mano dei tedeschi 800,000 militari italiani che verranno immediatamente utilizzati come schiavi. Infatti la Germania, impegnata su molteplici fronti di guerra, ha sempre più bisogno di manodopera per mandare avanti le sue molteplici industrie. Gli italiani sono ormai catalogati come vigliacchi, vermi e traditori. Alcune compagnie di soldati finiscono nei campi di concentramento per prigionieri di guerra, ma molti finiscono direttamente nei lager di Buchenwald, Sachsenhausen, Mauthausen, Dachau, Bergen-Belsen che sono campi di sterminio e vanno ad ingrossare le fila dei cosiddetti "kommandos di lavoro". Agli italiani viene riconosciuto lo status di IMI (internati militari italiani), che non è equivalente a quello di prigionieri di guerra, in questo modo Hitler non era tenuto a rispettare la convenzione di Ginevra. Gli italiani diventarono così appunto schiavi, quotidianamente sottoposti al disprezzo da parte dei tedeschi, che non perdevano occasione per rinfacciare loro la svolta dell'8 settembre.
Man mano che la situazione della guerra diventava sempre più drammatica e la Germania cominciava a vacillare, nei campi di lavoro e sterminio, si assiste ad una barbarie senza fine. I prigionieri erano costretti a lavorare per dodici ore al giorno, ricevendo bastonate ad ogni minima infrazione.
Durante gli anni di Salò moltissimi italiani verranno deportati e costretti a lavorare per l'ex-alleato. Moltissime retate effettuate dalla polizia italiana vennero effettuate nelle città italiane: a Varese, a Bologna, in Piemonte.
Per quanto riguarda i militari la loro condizione era pessima, soltanto nel Luglio del 1944 Mussolini riuscì ad ottenere da Hitler un miglioramento delle loro condizioni, che rimasero tuttavia assai precarie, come dimostrano tante vicende vi vita, come quella di Fermo Rossi, scalpellino spaccapietre, che dopo essere sopravvissuto a tanti orrori, bastonature da parte delle SS, nel 1956 si toglierà la vita.
(Cfr.Ricciotti Lazzer,op.cit.p.87-88
Va ricordato inoltre che i militari che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e che per questo finirono per aumentare le fila degli schiavi lavoratori, non erano affatto ben visti dai lavoratori civili, che si erano recati in Germania prima della guerra. A questo proposito è opportuno tener presente questa testimonianza:

"I rapporti tra gli operai venuti dall'Italia, nei tempi d'oro, e gli ex internati non sempre sono stati di buon vicinato. Eccone il motivo: gli anni scorsi gli operai erano trattati con ogni cortesia, ricevuti con la musica alla stazione, accompagnati a far festa in birreria, apprezzati sul lavoro, salutati con simpatia per la strada. Con l'armistizio le cose mutarono nei loro riguardi. Gli italiani furono considerati tutti, senza distinzione fra lavoratori e militari, alla stregua di traditori. Per i militari venne coniata una nuova invettiva che voleva esprimere il profondo disprezzo tedesco verso i vili e i traditori: "badogliani". I prigionieri che tornavano dal lavoro, estenuati dalla stanchezza e dalla fame, si sentivano scherniti dall'urlo di questa espressione, che voleva essere una parolaccia. E' triste dire che a berciare non erano solo i tedeschi, ma spesso gli operai italiani, i quali addossavano ai nostri soldati la colpa dei maltrattamenti che anch'essi ora subivano."Prima stavamo bene [...]. Si mangiava e si guadagnava. Eravamo rispettati e potevamo mandare i risparmi a casa. Ora paghiamo per voi, vigliacchi" I connazionali li tenevano a distanza, senza commuoversi alle loro miserie.
"(Pio Cappuccino,Fame di Dio nei Lager, La Poligrafica, Siena, 1949, pp.11-12.

Questa testimonianza è estremamente interessante, perché ancora una volta viene messo in evidenza uno dei più sottili strumenti utilizzati dai nazisti per fomentare l'odio fra le diverse categorie di prigionieri: il mettere costantemente gli uni contro gli altri, per evitare, in questo modo, che si creassero vincoli di solidarietà e amicizia. Questa politica è stata applicata in tutti i lager: la divisione dei prigionieri in varie categorie, corrispondenti alla loro appartenenza nella piramide nazista, finiva per far nascere sentimenti di rivalità e di odio reciproco. È inutile dire che nella parte più bassa della piramide nazista si collocavano gli ebrei e gli slavi. Si noti inoltre che la testimonianza riportata fa riferimento ad un inserimento tutto considerato positivo dei lavoratori italiani in Germania, mentre come si è visto, già prima dell'armistizio, la considerazione dei tedeschi nei confronti dei lavoratori italiani era scarsa. Resta comunque un fatto che dopo l'8 settembre la situazione peggiorò enormemente per tutti gli italiani, che in vario modo, si trovarono ad essere arrestati dai tedeschi.

L'Aussenkommando Dora

Alle dipendenze del campo di Buchenwald c'era il kommando esterno Dora dove trovarono la morte migliaia di schiavi che vennero impiegati a partire dal 1943 per costruire le armi segrete del Furher, le famose Vi e V2, che avrebbero dovuto modificare le sorti della guerra. Gli schiavi arrivavano da vari lager ed erano costretti a lavorare per dodici-quattordici ore. Dormivano nelle gallerie trasversali, dove l'ossigeno era insufficiente, continuamente sottoposti alle bastonature dei guardiani. La distruzione fisica dei prigionieri avveniva a causa del lavoro di scavo estenuante e del cibo insufficiente: morivano in media circa duecento prigionieri al giorno. Nonostante le terribili condizioni i prigionieri riuscirono a creare un gruppo di resistenza, che si prefiggeva il compito di sabotare la macchina di morte nazista. Questi prigionieri temevano anche costantemente per la loro vita poiché sapevano di dover essere eliminati, per il fatto di essere venuti a conoscenza di segreti militari. In effetti, all'approssimarsi degli alleati i nazisti si apprestarono a murare le gallerie per eliminare tutti i prigionieri, questa azione criminale non potrà poi essere portata a termine a causa dei continui bombardamenti, che costrinsero i nazisti a procedere con l'evacuazione del campo. Naturalmente, come del resto avvenne per tutti i campi, durante questa fase moltissimi prigionieri morirono. Oltre a Dora ci furono altri campi in cui vennero costruite gallerie sotterranee adibite alla costruzione dei missili. Tra questi occorre ricordare Ebensee, nei pressi di Mauthausen, dove a partire dal 1943 morirono diecimila persone e Gusen, pure in Austria, dove i tunnel vennero costruiti a partire dal marzo del 1944. Anche in questi campi morirono moltissimi italiani. A Gusen, ad esempio, morì Alfredo Borghi, operaio dell'Alfa Romeo, deportato per aver preso parte ad uno sciopero.
(Cfr. Ricciotti Lazzero,op.cit., pp.159-160
In tutto a Gusen sono morti 1423 italiani.

I massacri della primavera del 1945

Analogamente a quel che accadde per gli ebrei, anche nei confronti degli schiavi, la fase finale della guerra comportò un inasprimento delle condizioni di vita e le SS, ormai consapevoli di aver perduto, commisero una serie di atrocità senza fine nei confronti dei prigionieri, ormai ridotti a larve umane. Molti di essi verranno uccisi, chi per aver cercato di fuggire al momento dell'evacuazione, chi per aver cercato di rubare un po' di cibo. Si calcola ad esempio che ad Hildesheim tra il 26 e il 28 marzo 1945, a soli sette giorni dall'arrivo delle truppe alleate, siano state effettuate circa 230 impiccagioni, tra questi anche un cospicuo numero di connazionali, anche se non è stato possibile capire quanti italiani siano di fatto periti in questa carneficina. Molte di queste stragi sono rimaste del tutto impunite alla fine della guerra, anche perché non è stato possibile identificare i responsabili, che all'avvicinarsi degli angloamericani fecero perdere le proprie tracce. Le stragi proseguirono per tutto il mese di aprile, l'ultima avvenne a Treuenbrietzen, a quaranta chilometri da Postdam, dove il 23 aprile le SS massacrarono 150 italiani, si trattava di IMI, poi annoverati fra i lavoratori civili ed ora considerati nuovamente alla stregua di schiavi da eliminare.
Complessivamente nei lager nazisti sono stati eliminati circa 50,000 italiani: prigionieri, volontari, lavoratori coatti e deportati.

Alcune testimonianze

Le testimonianze che seguono sono state tutte tratte dal volume di Giorgio Cavalleri, Nelle fabbriche di Hitler, in cui l'autore, con la collaborazione dell'Istituto di Storia Contemporanea di Como, ha raccolto 101 testimonianze di italiani che hanno vissuto l'esperienza di lavorare come schiavi nelle industrie tedesche durante la seconda guerra mondiale.

1 L'inferno del Dora lo sa solo chi lo ha vissuto
Giuseppe Algeri, nato il 17 novembre 1923 a Caltagirone (Catania), residente a Genova.(Cfr. Giorgio Cavalleri,Nelle fabbriche di Hitler,Franco Angeli, Milano, 2001, pp.33-34)

Ero aviere, sono stato arrestato dai tedeschi, a Tirana, in Albania. Il 9 settembre 1943.Verso il 30 settembre sono arrivato in un primo campo di concentramento e dopo due giorni sono stato trasferito al lager Dora Mittelbau. [...]. Il mio lavoro nel lager Dora con la matricola 0162 fu lavoro forzato da schiavi, chiuso per sei mesi senza mai uscire fuori. Lavorare, dormire e fare i propri bisogni sempre dentro il tunnel dell'inferno di Dora. Oltre quelli della ditta Amuniach, come guardiani avevamo le SS tedesche; i capi squadra erano dei galeotti tedeschi con il triangolo verde, veri assassini.
Questo era il lavoro e noi italiani eravamo considerati da tutti traditori e delinquenti, anche da certi italiani. Dopo sei mesi, per fortuna, mi trasferirono a lavorare fuori dal tunnel perché non ce la facevo più: fui assegnato alla ditta Becher 1 a costruire e rifare strade. Andavo al lavoro assieme a trenta compagni scortato da un capo squadra tedesco galeotto, da due SS e due cani lupi. Porto ancora i segni di qualche loro morso nelle gambe.
Il 30 agosto 1944 fui trasferito al lager Elrich o Ellerich, sotto campo di Dora, a scavare pozzi per fornire l'acqua al tunnel del Dora. Così fino al 15 aprile del 1945, poi fummo messi su un carro bestiame ferroviario in tanti italiani a girare per la Germania, subimmo un mitragliamento inglese e 300 deportati furono uccisi.
Abbiamo fatto questa marcia della morte per quattro o cinque giorni, poi siamo stati chiusi in un bosco per quattro giorni fino, così ci dissero, all'arrivo della Croce Rossa canadese. Una mattina non trovammo più i nostri torturatori e restammo abbandonati in territorio poi occupato dai sovietici. Cercai di liberarmi di questo stato e mi feci mandare in territorio occupato dagli inglesi, prima ad Amburgo, poi a Solingen.
Dopo quasi due anni di deportazione, arrivai a Caltagirone, il 28 settembre 1945. L'inferno del Dora lo sa solo chi lo ha vissuto.


2.Venivamo frustati se ci fermavamo

Giuseppe Magni, nato il 15 ottobre 1921 a Barzago (Lecco), ivi residente.
(Cfr. Giorgio Cavalleri,Nelle fabbriche di Hitler, Franco Angeli, Milano, 2001, pp.66-67)

Dopo l'8 settembre 1943 sono stato fatto prigioniero dai tedeschi a Reggio Emilia. Lì sono rimasto circa un mese e poi, dentro vagoni treno per cavalli, mi hanno portato in Germania nel campo di Batt. Hautemberg, Stammlager 11B. Ci chiamavano K. G., cioè prigionieri di guerra e, dopo un periodo di tempo, I. M. I. che vuol dire italiani militari internati. Ci costringevano a lavorare dodici ore al giorno in fabbrica di pallottole per munizioni, con turni dalle 6.00 del mattino alle 18.00 di sera e dalle 18.00 di sera alle 6.00 del mattino. Lavoravamo come bestie, venivamo frustati se ci fermavamo, ci insultavano e tanti morivano di malattia e di fatica, si mangiava soltanto minestra di barbabietole, bucce di patate e un pezzetto di pane al giorno. Le bucce di pane le rubavamo dagli scarti della mensa dei tedeschi. Un giorno mi scoprirono a frugare nei rifiuti, mi picchiarono duramente e ne ho ancora le conseguenze. Ho tanti brutti ricordi di quel tempo, ma anche qualche bella memoria: i miei tre compagni di lavoro, Enzo Testoni di Bologna, Bartolo Magri di Brescia e Luigi Ferrari di Como.

3. Molti di essi davano ancora segni di vita e noi dovevamo seppellirli

Luigi Maglio, nato il 19 gennaio 1925 a Bagnolo Cremasco (Cremona), residente a Crema (Cremona).
(Cfr. Giorgio Cavalleri,Nelle fabbriche di Hitler, Franco Angeli, Milano, 2001, p.101)
Appartenevo all'Artglieria Costiera (della RSI) e venni arrestato a Bocca di Magra perché avevo disertato. Dopo diversi passaggi in varie prigioni italiane, con i miei compagni fui portato in Germania, nel campo lager di Mauthausen. Era la fine di febbraio del 1945. Cominciò la mia odissea. Uno dei compiti più crudeli fu quello di scavare delle fosse tanto capienti da poter contenere circa duecento prigionieri, in maggior parte ebrei, deceduti per maltrattamenti sia fisici che morali. Molti di essi davano ancora segni di vita, chiedendo disperatamente dell'acqua: queste erano scene strazianti che ogni mattina si presentavano ai nostri occhi. La sorveglianza delle SS era così costante, tanto che ad ogni nostro rifiuto di svolgere i loro ordini tanto disumani, seguivano pesanti percosse.
Avrei ancora tanto da raccontare ma non mi sento di dover rievocare altri brutti momenti di questa prigionia.