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Palmer Rockey - Rockey's Style (1980)

Palmer Rockey è tante cose, cineasta mancato, musicista, ahilui inghiottito da un gorgo e deportato nel parallelo mondo degli outsider.
Musicista alquanto incatalogabile, più musicologo che altro, che dal proprio garage origina una qualche ecumenica forma musicale che continuamente e in ineccepibile sapienza avvicenda pop morbido e solare secondo la migliore tradizione della magica sponda west, e rockabilly, calypso, flamenco, discomusic (!).
Un po’ come ascoltare il Ry Cooder di “Bop til you drop” ma interpretato dall’outsider seventies per eccellenza, Kenneth Higney.

Accade così che morbide ballate soul tipicamente metà anni settanta tra fiati e piano alla Al Green s’alternano ad episodi frenetici e passionali, generando una scaletta fulminante con un’invidiabile idea di sintesi e omaggio reminiscente, meravigliosamente a proprio agio.
Incredibile tutto si avvicendi nei solchi di uno stesso disco, ma tant’è: questo è il pasto più lauto e augurabile per giornalisti musicali, cinefili, cinofili.

 

Panda Bear - Person Pitch (2007)

"Person Pitch" di Panda Bear degli Animal Collective nuovamente rovescia il pudicissimo, sconsolato dramma Young Prayer in uno smagliante delirante baccanale orgiastico; catarsi prossima tanto al gruppo di origine quanto a certe cose della Jewelled Antler Collective..passando gioco forza per le intuizioni dei precursori Disco Inferno.
L’ammucchiata nell'eloquente copertina (bella? brutta?) muove a coinvolgimento, trattasi in realtà di un'efficace controfigura: artefatto di voci, riverberi, echi, strumenti tradizionali e digitali tutti ad opera dell’autore.

Dunque un personalissimo mosaico di panneggi iperreali sino a una propria, possibile, trasfigurazione fantastica. Person Pitch appare come ideale continuo della saga Animal Collective, perpetrando senza mai correggerli, i molti pregi e i pochi difetti.
Un weird folkpsyche spaziale e fantasiosamente dinamico che spezza le simmetrie: è tenue e fiammeggiante, esasperato e armonico, etereo e libero, bizzarro e delirante, proteso e irrisolto all’infinito tra gioco e spleen.

 

PAPAS FRITAS- Pop Has Freed Us (2003)

Papas Fritas, ovvero “il pop ci ha resi liberi”. La missione del trio di Boston è appunto emancipare quanti più altri.
Si formano nel 1992 dopo essersi conosciuti all'Università Tufts a Somerville, Massachusetts.
Tony Goddess é la voce e la chitarra della band, Shivika Asthana batterista e voce femminile (proveniente da Delaware) e Keith Gendel voce e basso, è originario di Houston, Texas.
La loro proposta musicale è un pop informale registrato con un registratore 8 piste, ma melodicamente intenso e molto curato. Dapprima lavorano in uno studio battezzato ironicamente Hi-Tech City, poi si trasferiscono al Columnated Ruins.
Dopo un paio d'anni di interruzione di attività per dedicarsi a viaggi, progetti paralleli e agli studi, la band nel 2002 ha ripreso ad esibirsi dal vivo in vari festival tra cui a Chicago, lo “Sheffield Garden Walk”.
Dopo tre anni di silenzio i Papas Fritas tornano a far parlare di loro con una…raccolta. Chi dice infatti che una indie pop band non possa pubblicare una compilation, come antipasto per il nuovo album in studio?
Pop Has Freed Us rivela anzitutto il nome del gruppo (da cui il neologismo “Papas Fritas”).
In secondo luogo, come riportato dagli stessi autori sul sito web, l'album “Pop Has Freed Us" “(is) a new compilation of 9 tracks unavailable on any album, 8 of our greatest hits, and a DVD with three videos was released today”.

Papas Fritas sono tra i nomi più memorabili del pop indipendente anni novanta, in virtù di un esordio non meno che perfetto e di un paio di seguiti dignitosi, tutti concepiti con pochi mezzi, di natura semplice e affascinante.
La loro musica recupera genialmente melodie, surrealismo e ironia, senso informale e ritmico della wave dei primissimi Talking Heads e B-52's incrociandoli con la dolce-amara alchimia di un Rumours dei Fleetwood Mac, con vivacità e calore sorprendenti (autoironia, clapping, bongos, coretti).

Gli album dei Papas Fritas rappresentano nel proprio corso un incantesimo, l'illusione di una magia che possa far tornare indietro nel tempo.
Pop Has Freed Us potrebbe servire a chi da tempo non trova gli album originali. Ai completisti, invece, potrebbe attrarre l'inclusione di inediti e rari.
Per metà di sé questa raccolta è pura estrazione e riabilitazione di brani già editi e mandati a memoria, come “tv movies”, “holiday”, “say goodbye”, “way you walk”.
Poi le variazioni: “Smash this world” che compariva sull'omonimo, diventa una canzone alla J Mascis dei Dinosaur Jr., “lame to be” in questa rudimentale veste pop-punk avrebbe potuto trovare spazio sul primo dei Police.
“Flash lightning” col suo sbilenco chitarrismo è pura art-wave nuyorkese di fine anni settanta.
E poi arrivano le inedite su album, la cui qualità media avrebbe permesso di confezionare un altro Lp senza colpo ferire.
I cavi sentimentalismi di “questions”, “love just don't quit” e “book of love”, il beat di “let's go down to town oasis” e “do the move”.
Il tipico, stralunato mimetismo anni settanta della band é puntuale su “vertical lives” e sulle tastiere di “people tell me not to worry” o il puro scherzo di voce e pianoforte di “high school maybe”.
(primavera, 2004)

 


Evan Parker & Paul Lytton - Collective Calls (Urban) (Two Microphones) (1972)

Evan Parker, soprano and tenor saxophones, home made instruments, cassette recorder; Paul Lytton, percussion, live electronics, sound effects and noise.

Primo frutto di un sodalizio destinato a durare anni e progetti lì innanzi, tra due musicisti come Evan Parker (ex MEV, poi in Company) ai sax e Paul Lytton alle percussioni.
“Collective calls” dell’aprile ‘72 è il quinto disco della scuderia Incus, sulla carta questo duo sarebbe la risposta alle magmatiche elucubrazioni allora in corso, di Instant Composers Pool d’area olandese, di Iskra e Spontaneous Music Ensemble; a sodalizi-duo ricorrenti per musica primordiale, da subconscio, come tra il batterista Han Bennink con Misha Mengelberg o Peter Brotzmann.

Ma “Collective Calls” ha intento radicale, insonorizza risvegli dell’atavico, vira sensibilmente verso territori spopolati, sospingendo le vele da soffi caustici, pulsanti sovracuti, mimetici striduli, afflato formicolare, onnipresenti battiti, verso una graduale, distesa quiete panica (“le ‘chiamate’ di Parker e Lytton alludono a un disfacimento, a una corrosione, a una quotidiana apocalisse...”, F. Bolelli, 1979).

Qui entrano in gioco strumenti home-made e attrezzistica tape (su cui agiscono entrambi i performer) a evocare appunto un eden sospeso, alla rovescia, spoglio e minimale, lacerante al cospetto. Un ambient screziato ancestrale, rado e frammentario, d’echi secolari, pulsazioni lontane, riflessi stagnanti.


Paul McCartney - Flowers in the Dirt (1989)

Forse nel 1989 nessuno sperava che McCartney realizzasse un disco pop fenomenale come Flowers in the Dirt, scritto in gran parte assieme al prodigioso McManus alias Elvis Costello.

Ebbene, questo è il disco che il mondo aspettava da Paul sin dal 1975. Sintetico e maturo, forse un pò insistente e con qualche riempitivo, ma dinnanzi alla bontà di molti brani, è roba davvero veniale. Nell'89 di fatto, pur brevemente McCartney e Costello resuscitarono i Beatles.
Contesto a FITD un pò la produzione che luccica il già luccicante col rischio del collasso ma che non può offuscare perle come You Want Her Too, Rough Ride, Distractions, Put It There, This One, That Day Is Done.
E il capolavoro riservato al termine dell'album, quella Motor Of Love che diventa all'istante uno degli standard di Paul, tra memorie di risacca Beach Boys (durante il refrain) e quei cori celesti che risvegliano i 10cc, il desiderio e la certezza del sempiterno sentimento amoroso.
Comunque, quasi ogni brano di questo disco irripetibile è da manuale.


Paul Steel - April & I (2007)

Dedicato a chi ama il pop wilsoniano e a chi non imbarazzano citazioni piuttosto marcate forma/contenuto da Pet Sounds.
Il fatto è che da oltre 40 anni centinaia di musicisti sono davvero “rimasti sotto” quell'indimenticabile treno di ritentiva targato Brian Wilson, suggestionandosi al punto da marchiare la propria carriera, di vedere con altri occhi tutta la realtà.

Cito questo giovane da Brighton UK, Paul Steel, perché lo ritengo promettente, e il suo disco “april & I” tra i più riusciti dischi pop del 2007. Esercizio pop melodico modello Wilson dunque, laddove già varcarono recentemente, con esiti spesso rimarchevoli, tanti autori tra cui Wondermints, Heavy Blinkers, Pearlfishers, High Llamas, B.C. Camplight ed altri.
Se si dimentica una sfuriataccia stonata in un pezzo (“school bully”) sbilanciata in un d’n’b senza preavviso (a dimostrare ampiezza di vedute inopportuna, eccessiva, a Super Furry Animals riesce molto meglio), il resto è puro Eldorado pop.
April & I si mantiene operina deliziosa da cima a fondo, dalle vesti ben acchittate, brevi vezzi sinfonici, armonie curate che scivolano l’una entro l’altra come tante miniature incompibili, come girotondo di bimbi in cortile.

 

The Pastels - Up For a Bit (Paperhouse, 1986)

The Pastels è e resterà sempre una delle principali band di culto dell'indiepop.
Stephen Pastel ricorda: “Pastels of the 1980s were unintentionally amateur but pretty spirited, and a little lazy, and usually in a state of disunity”.
Glasgow, 1982. Il giovanissimo Stephen McRobbie (chitarrista, in arte Pastel) assieme a Brian Taylor (chitarra) e Chris Gordon (batteria) concepisce i primi introversi brani. Ignaro, egli tiene a battesimo tutto l'indiepop in bassa fedeltà, sia come compositore -la cui particolare mistura di ingenuità e dolcezza in vocalismi languidi sarà avvenirista- che come produttore -fonda l'etichetta la 53 and 3rd, per cui inaugura le prove discografiche di gente come Jesus & Mary Chain, Vaselines, Shop Assistans, BMX Bandits-.

Sin dai primi singoli, The Pastels realizzano fulgenti melodie strascicate e ossessive per strumenti non suonati se non alla bell'e meglio; contrastano voci spente, sovente “illuminate” e rischiarate in cori-chorus. Cambieranno spesso line-up: a Stephen s'aggiungerà Aggi al basso e cori e in seguito la batterista e fan di lunga data Katrina Mitchell nel '90.

“Up For a Bit” raccoglie i brani prodotti dal gruppo nel biennio '85 e '86, tra cui le irrinunciabili “ride”, “address book”, "if i could tell you" e “i'm alright with you”, attraverso tante etichette come Creation, Glass, Big Time/Paperhouse.
A vent'anni di distanza questa musica suona ancora integralmente virginale, coinvolgente, profondamente innovativa. 
(primavera, 2005)

 

 

Peter Lacey - Songs From A Loft (Pink Hedgehog, 2005)


Sarà un caso che l'anno di nascita di Peter Lacey sia il 1966?
In quell'anno, si ricorderà, avvenne la pubblicazione di due classici del pop: “Pet Sounds” e “Revolver”. Sarà un caso, non abbiamo dubbi; ad ogni modo questo autore sensibile e poetico erge Beach Boys, Paul McCartney e Burt Bacharach a numi tutelari della propria straordinaria carriera.
Un talento non inferiore a un Sean O'Hagan, a un Gary Clark, a un Boo Hewerdine (Bible). Come biasimarlo: d'altronde se un giorno mi mettessi a scrivere canzoni mi augurerei di intraprendere un percorso simile.

Peter Lacey non è altro che uno dei più talentuosi compositori del pop di culto in circolazione.
Innamorato tanto di Joni Mitchell quanto di Claude Debussy, Lacey è un artigiano colto e.. colto folgorato, illuminato d'immenso, dall'arte immortale e dalla perpetua vita della creatura musicale di Brian Wilson.

In qualche modo similmente a quanto sviluppato dallo scozzese David Scott di Pearlfishers e da June & The Exit Wounds, Lacey compone musica idealizzando uno dei più grandi e intensi testi, tesi e splendenti, del pop di sempre ovvero “Surf's Up”, Beach Boys.

Peter Lacey con la propria voce osservatrice, acuta e dolcissima, con cori appassionati, vibranti e ansiosi, con le sue chitarre, tastiere e un registratore 4 piste, comprende e trasla liberamente l'anima più sublime e rarefatta di quella musica (e di quel disco, quell'idea fissa, Surf`s Up). Se infatti i Beach Boys sono la gamba del compasso ferma al centro, l'altra è libera di muovere, tracciare e ritrarre a proprio piacimento.
Lacey si è difatti appropriato di un'anima pudica, spirituale; impensata, custodita e difesa strenuamente, come una virtù personalissima.

Tutt'altro dunque che un semplice traduttore per i posteri, a volte l'autore si mostra ascetico, come una ricognizione di Mark Hollis in una tiepida mattina assolata nell'umida brughiera, arie da chanson, di jazz; altrove ci si concede divagazioni strumentali ambientali, figurandosi l'autore appunto come un colibrì, minuto, transitorio, etereo.
Da qui nascono meraviglie come “sandman”, “more than wonderful”, “sunrise”, “sound as a bell”, “the golden of sleep”. La classe impeccabile di “the finishing touch” poteva poi tranquillamente appartenere al repertorio Steely Dan periodo di mezzo.
“Songs From A Loft” è in sintesi uno dei più suggestivi dischi melodici possibili uditi dal 2005, unico nel suo meditare, nel sistematico osservare e architettare bellezze e sofferenze.
Peter Lacey è un musicista maiuscolo e “Songs From A Loft” si annovera tra i migliori e più luminosi concept dell'anno.
(autunno 2005)

Piana - Ephemeral (Happy, 2005)


La giapponese Naoko Sasaki, in arte Piana, è una giovane esponente di musica microelettronica che dice di ispirarsi alle arti visive o ai romanzi di Haruki Muratami più che ad altri compositori.
“Ephemeral” è il suo secondo album in tre anni (“Snow Bird” era del 2003), album in cui quest'artista esplora e fantastica, attraverso un canto pudico e sfiorante, sibillino ma fatale, lancinante; assieme ad ospiti d'eccezione agli strumenti, tra cui il chitarrista Yuichiro Iwashita (da Minamo), Seigen Tokuzawa al violoncello e Gen Saito al violino, cantando vertigini d'anima, corpi celesti, pasta di stelle.

La bella Naoko si perde e intona in solitudine, languida e armoniosa, pedinando luccicori interiori, cullando, dilatando e sfacendo forme, epifanie di virtù, spinta da un fortissimo desiderio, da un'insopprimibile bisogno di amore.

I titoli compaiono in inglese, ma per buona sorte il canto è, al solito, in madrelingua. Nella traduzione si sarebbe perso moltissimo, Naoko ne è consapevole.
Pulsazioni elettriche attenuate e suggestioni trasognate “dreamy” infondono apparenze di calore e risuonano nell'intimo, attraverso un velo di calma.
Eleggo “something is lost”, “beside me”, ”mother's love” quali esempi eletti, assai poco perfettibili, di un'arte florilegio vibrante, trascinante e luminosissima, che tra modulazioni ambientali e tastiere si fa trascendente. (novembre 2005)

PIANO MAGIC

A trick of the sea (1998)

Splendido lavoro emotivo, visionario, rarefatto, a meta' tra l'ambient e il pop piu' dolce e delicato. Questo dei Piano Magic e'un viaggio attraverso aria, acqua, terra. Un lavoro che lascia notevole spazio all'immaginazione e alla fantasia, riportero' in seguito le suggestioni e le visioni provate durante il suo ascolto.

Un viaggio possibile, che comincia su una spiaggia deserta e solare, poi verso il mare aperto e l'aria. Per poi arrivare alla citta' e alla modernita'. La voce melodica e chiara, solare, struggente della ragazza-interprete ci fa planare sull'acqua a pelo d'erba e poi ci riporta su piu' in alto, verso un cielo azzurro. L'aria è fresca. Sogno e desiderio di libertà si impadroniscono di noi, completamente. Tanta inverosimiglianza ci fa perdere i sensi.

Effetti di onda marina sui nostri piedi ci avvertono che siamo alla deriva sulla stessa spiaggia. Arrivano segnali inequivocabili..cambia lo scenario. Oltre la spiaggia e il mare. Segnali di civilta'.. udiamo un suono di campane che ci avverte la presenza non lontana di un villaggio.

Ma subito dopo ci si ritrova al di la' del vetro delle finestre di un palazzo, in un appartamento buio e moderno durante una giornata grigia...siamo lì immobili ad osservare una pioggia incessante e fitta..
Osserviamo sotto, sulla strada, i fari delle automobili, disperse nel loro continuo andirivieni.

La nostalgia ha il sopravvento, e divora ogni altra cosa. Avvertiamo una grande mancanza per i luoghi dove siamo stati con i nostri sogni e ci illudiamo di udire ancora le onde del mare...mentre una voce da fuori ci distrae e spezza per un momento il filo del nostro ricordo. Torniamo a fissare la pioggia e le automobili.
Non sappiamo piu' quanto tempo e' trascorso e da quanto stiamo qui.
(2000, 2002)

low birth weight (2000)

Estetica deliziosa a parte, questo disco dei Piano Magic sa mostrare una miscela meravigliosamente indefinibile di psichedelia, ambient, noise, sound bristol.. Piano magic dopo Popular Mechanics e l'eccellente A Trick of the Sea, più un'infinità di lavori brevi, sono tornati l'anno scorso e personalmente continuano a stupirmi con la loro sintesi di maturità e freschezza. Se A Trick.. era più ambientale, evanescente, incantato, visionario, paesaggistico e sospeso, questo Low Birth è più orientato verso la composizione compiuta, a (leggero) scapito dell'improvvisazione in passato loro espressione più congenita.. La melodìa è sempre presente e distesa, ma con arte e con lo sguardo verso il nuovo e il ricercato (ottimi intrecci vocali e strumentali), deliziosamente elettronico ed etereo.
La leggiadria di questo lavoro verrà bissata quest'anno con l'ennesimo centro: Artists' Rifles, che vira più sul Gothic.
(2002)

 

Writers without homes (2002)

Ovvero take a look inside Glen Johnson. Per paradosso sono proprio le "homes" i luoghi canonici atti a svelare, a palesare la sostenibile leggerezza del nuovo lavoro di Piano Magic.
Agli adepti più fedeli dell'arte di Glen i primi ascolti possono apparire ingannatori e spiazzanti, la messa in atto di un tradimento; invero writers without homes altro non è che l'ennesima magia, uguale e diversa, un'altra mirabile pagina da un sublime romanzo esistenziale in corso, metafore e proiezioni di un intimo lacerato.
Un'opera minimale e spoglia, piana e fragile, assolutamente splendida nella propria scelta di natura.
Un lavoro di leggerezza contro il peso, che equilibra, azzerando le tensioni. Ogni strumento musicale è assimilabile a muscoli del corpo. Calvino lodava il Rerum Natura di Lucrezio nel quale "la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto, mobile, leggero (...) evitare il peso della materia che ci schiacci". E ancora, come ascoltasse questo disco: "la dinamica esistenziale consiste nel tentativo di negare il peso (...) la leggerezza è un modo di vedere il mondo".
Silence, certainty, crown of the lost, dutch housing con quella inconfondibile cadenza "magica" mostrano la statura del classico senza tempo e senza spazio. Shot through the fog il degno epitaffio taumaturgico a evacuare la coscienza dai propri spettri, per lasciar poi spazio, naturalmente, al (silenzio) .
(maggio, 2002)

 

Pinback -  Summer In Abaddon (Touch & Go, 2004)

Responsabile di una pletora di formazioni, come Heavy Vegetable, Thingy, Optiganally Yours, Physics, Snotnose, Fantasy Mission Force ma anche altre soliste, l'inesauribile Rob Crow forma nel 1997 Pinback, assieme al polistrumentista Armistead Burwell Smith IV (ex tastiere degli indimenticati Three Mile Pilot di San Diego)...
Il chitarrista e compositore Rob Crow di San Diego, è uno dei più significativi, ancorché misconosciuti, talenti prodotti dall'indie-rock(pop) statunitense negli anni '90.
Il suo è un approccio ironico, dinamico e infettivo, che attinge da new wave ed hardcore punk, sbirciando anche le complesse partiture avanguardiste di Zappa.

Rob dev'essere una persona influente ed estroversa anche caratterialmente, avendo coinvolto e adunato, nella propria carriera di musicista, i più svariati collaboratori. Dal tastierista Pea Hix, al batterista Tim Semple, al bassista e pianista Armistead Burwell Smith.
In quindici anni, Rob ha anche surfato attraverso molte etichette storiche del rock indipendente americano, come Cargo, Absolutely Kosher, Ace Fu, Headhunter, Touch & Go.

Il gruppo Pinback, in particolare, appare il seguito, appena più maturo e meno delirante, dell'esperienza Heavy Vegetable. Un connubio pop-wave altrettanto carico, surreale e opportunamente futile, fatto di toni pastello, senso umoristico e frenesia autoindulgente che non vanta eguali oggigiorno; se non qualche ideale affinità nelle novelty “su di giri” con They Might Be Giants, Sex Clark Five, Modest Mouse e primi Yo La Tengo.

Chi conosce Crow e lo ha a cuore da anni, magari seguendone ogni peripezia musicale, sa certo cosa aspettarsi puntualmente. Rob non è esattamente imprevedibile nelle proprie sortite, che non scosta mai da quella formula adrenalinica di strumenti volteggianti, di coretti contorno in orbita, di complesse punteggiature ritmiche e stratificazioni di gusto hardcore e soprattutto post rock (sviluppate, dal nostro, nel periodo in cui questo genere andava sviluppando).

L'incipiente “non photo-blue” coglie in sé tutti questi elementi: certo una delle pop-songs più brillanti e epidermiche dell'anno appena trascorso. “Sender” e “bloods on fire”, mnemoniche, decelerano in lidi di mestizia, offuscandosi, sprigionando dense nebbie. “Fortress” e “3x0” sono ennesime raggianti perle pop nella carriera di questo artista, eredità morale di nervi e tensioni Xtc, Vapors, e Optiganally Yours.

Nell'insieme "Summer In Abaddon” è un album perfettamente equilibrato e persino, una tantum, compiuto. Come raggiungere la maturità senza rinunciare alle proprie scontrose, irrequiete, ataviche, eccelse alchimie.
La conferma che, come autore, Crow è abilissimo ed esemplare nel variare gesti e colori negli aspetti delle proprie pietanze, come non è altrettanto riuscito ad altri esimii colleghi (penso a Maritime..).
(autunno, 2004)

 

PIZZICATO FIVE- The Sound Of Music By Pizzicato Five (1995)

Un'altra raccolta per Pizzicato Five, peculiare quanto Made In U.S.A. per approfondire la conoscenza del duo Yasuharu Konishi e Maki Nomina, che nella prima metà dei novanta ha senza dubbio espresso al meglio le proprie elevate potenzialità, attraverso una fantasia e una eleganza del tutto fuori dal comune.
Hanno riportato in auge, nello stesso progetto, nobiltà ed effimero, popolare ed elevato; il tutto attraverso la propria lingua madre, la propria cultura, tra i primi a sgretolare quello che si considerava tabù -la non convenienza ad esprimersi, in campo internazionale, in altra lingua che non fosse quella inglese- e che oggi è diventata pratica comune.
Gemme dance pop, nelle quali primeggia ora la componente bossa, ora il downtempo, ora la house. Gemme incasellate mirabilmente, a palesare senza ombra di dubbio un talento indiscutibile.
Rock'n'roll, strawberry sleighride, if i were a groupie, good, n°5, e una sweet thursday che svetta per grazia, delicatezza e armonia, che indichiamo, ammirati, come una delle composizioni pop più amabili dello scorso decennio.
(autunno, 2001)


Plastic Ono Band (Apple Sw 3373)


Ricordo una decina d'anni fa quando lo ristamparono (benedetti RYKO/Apple), i primi istanti dell'ascolto di questo 'alieno' targato 1970. Lo trovai all'usato, qualcuno se n'era disfatto: possibile?
Insomma, ciò che provai può così riassumersi: shock ed entusiasmo, incredulità, esaltazione.

Plastic Ono Band presenta una quasi medesima copertina del primo album solo di Lennon: Ma se Lennon dopo "Mother" cambia registro, pur restando in auto-analisi, qui è decisamente un altro mondo, per sempre. La primadonna è lei, Jacko Homo , pardon... Yoko Ono, che con due quarti di Beatles agli strumenti bela, nitrisce, geme, miagola psicotica in preda a deliri anarco avanguardistici.

Line up quasi beatlesiana si diceva: Se Paul Yoko proprio non la reggeva (oltre ai dissapori con John), c'è il mitico Ringo riconoscibilissimo alla batteria, e Lennon che contribuisce anche con qualche voce di fondo.

Qualche nota sui brani. L'incipit "Why" è una pera di adrenalina, roba mai sentita. Sembra di ascoltare "The Ballad of John & Yoko" ma remixata in una bolgia rutilante di grida e strumenti, ottovolante e spasmi. Atmosfera ruvida, sulfurea anche nelle perlustrazioni libere di "Why Not".
La surreale "Greenfield morning i pushed an empty baby carriage all over the city" stilla sin dal titolo rabbia e rancore per il mancato affidamento della figlia, atmosfere da apocalisse, fantasmi lasciati implodere, Eno e Byrne avranno certo frequentato letture come queste per il loro Bush Of Ghosts più in là.
Derive e desolazioni in "aos" scoppiano poi in grida da posseduta che neppure la più inquieta Patty Waters di "Black is the color..". "Touch Me" fa piaghe e cicatrici alla Sister Ray .

 

 

PLUSH- More you becomes you (1998 Domino)

"i didn't know life was so sad, I cried..."

Esempio di cantautore bizzarro ed eccentrico, Liam Haynes titolare del progetto Plush si manifesta di rado (ad esser larghi). La precedente pubblicazione risaliva addirittura al 1993 con l'ep found a little girl; la seguente sarà Fed, 2002.

More you becomes you è una folgorante, breve, discreta, indimenticabile raccolta di melodie da camera, impressioniste umili e istintive, di cieli grigi, di umori autunnali su cui fa tiepidamente capolino il sole.

Composto quasi unicamente dalla voce intensa e malinconica del performer, una voce affine a Jackson Browne ma che più che altro biascica, impenetrabilmente jandekkiano, a volte ironico o farsesco.

L'istinto melodico di Plush è fuori dal comune (può evocare un Todd Rundgren da bedroom), come testimoniano, tra le altre, virginia, I didn't know i was asleep, Soaring and Boaring, I saw you in the early morning. Un pianoforte umorale e qualche altro rado strumento accompagnano e danno un minimo di struttura al progetto.
(inverno, 2002)

 

The Pooh Sticks: The Great White Wonder (1991 Cheree Records)

Hue Pooh, leader e frontman dei Pooh Sticks è anzitutto un vero feticista del rock, uno di quelli che a vederli snocciolare nomi di bands sperdute (ben prima di Internet e di ristampe CD zeppe di bonus) fa sentir più piccoli; uno in cui l'attitudine da collezionista e da musicista marciano inesorabilmente assieme, combinandosi continuamente. Dimenticassimo alcune tra le devote citazioni nelle canzoni -e nei titoli- di quest'album, ci pensa Hue con franchezza e divertita impudenza ad elencarle in due fitte pagine nel booklet dell'album, dedicate ai suoi ascoltatori. "The Great..." non è album propriamente imprescindibile, ma a suo modo strategico.

Suscitò una certa sensazione all'epoca della propria pubblicazione, e qui riconosciamo il nostro piccolo, significativo tributo. Di buono Pooh Sticks hanno anzitutto l'identità, una prorompente lucidità espositiva entro e fuori le contaminazioni vocali e strumentali variamente beatle-stonesiane, Jonathan Richman, Neil Young, ecc..

"Young people", "pandora's box", "good times", "I'm in you" non perdono nulla di quel primigenio e umile fascino che all'alba dei 'novanta diede loro i natali, e continuano a irradiare sensi di gioia, una gioia dello scrivere che coincide col piacere puro di ascoltare. Dedica a chi ascolta, a Hue Pooh stesso, per primo.

(2004)

 


POP OFF TUESDAY - s-t (1999)

Duo di Osaka che, dopo un periodo di gavetta si mostra al mondo attraverso un esordio su lunga distanza di raffinata e sottile bellezza, di aristocratica distanza e finezza, restando, nello stesso tempo, un prodotto fruibilissimo.
E'capace di estraniare da tutto ciò che è circostante senza esser cupo o tetro o oscuro, iscenando vaste e abbaglianti aperture space-traditional cariche di spleen estatici e contemplativi, stralunati voli (ascoltate la gemma intangibile mad tea party), a produrre uno stato di anestesia (in)cosciente che sa rapire e narcotizzare dalla realtà, che commuove e riscalda, che confonde reale e fantastico, e richiama tormenti.
(autunno, 2001)

 

 

The Push Kings (1996, '97, Sealed Fate Records)

Push Kings si formano nel 1994 dall'incontro a un party tra due fratelli Finn e Carrick Moore Gerety, autori e chitarristi di Boston, col bassista Matthew Fishbeck e col batterista David Benjamin. Da allora, canzoni e concerti per il neoquartetto e una girandola romanzesca di indie etichette di ovunque, che perdura tutt'oggi (Chunk, Double Agent, Slowball, Sealed Fate…) che dal '95 licenziano i primi 7'' del gruppo, sino all'Lp edito tra 1996 (in formato vinile) e '97 (cd), prodotto da Eric Masunaga dei The Dambuilders, già al lavoro con Sebadoh e Helium.


She's a ridiculous pop phenomenon
I don't know why people put her records on
And I will never be sleeping happily
Until she is gone


Come definire il debutto omonimo dei Push Kings di Boston se non uno dei meglio assortiti della storia dell'indiepop?
Uno dei punti di non ritorno del pop indipendente d'ogni età, tutt'altro che 'low-fi' sia pur di copie limitate in origine; ancora troppo poco chiacchierato ormai a dieci anni dalla propria pubblicazione, che certo fa tesoro dei tanti ascolti provenienti dagli anni più verdi dei due artefici, i fratelli bostoniani Moore Gerety.

Dalle cronache familiari risulta che i due si contendessero all'ultimo sangue i vinili paterni al punto da dover duplicarsi una copia ciascuno. Ma una volta ottenuta, sarà per antagonismo, per il motivo del doppio o del confronto reciproco, lo sguardo e la grammatica di Finn e Carrick diveniva organica, la medesima, foriera per qualcosa di meraviglioso e di permanente nel tempo.

E l'ascolto massiccio deve aver certo sollecitato una vena creativa già evidentemente compatta nel DNA di famiglia. Le fila di questo auriga intraprendono vie del pop anni settanta tout-court, preferibilmente britannico, da McCartney a 10cc ma anche Raspberries, secondo riletture evolute negli anni '90 tra agiografia e sottile licenza ironica.

In una recensione praticamente perfetta su allmusic, Steven Schnee approssima l'esordio di Push Kings con Badfinger e Squeeze; c'è del vero, è “fuocherello”.. ma certo è che la scrittura dei Moore Gerety si muove anzitutto per se stessa, autorevolmente, generando in quel biennio '95-'96 una ventina di brani (alcuni poi confluiti su “Crimes In Acetate”, raccolta di inediti e alternativi per il mercato nipponico).
Brani che non si può smettere di ascoltare, dalle peculiari tensioni emotive e dalle molteplici spinte improvvise e fantasiose, anche piacevolmente scompaginati al punto da originare inauditi equilibri melodico ritmici nel panorama di allora, da doversi penetrare prendendosi dapprima, l'ascoltatore, ogni cautela e tempo di dedica.

“Pure pop with a surprising amount of variety”, riferisce la sempre attenta webzine Baby Sue/LMNOP.
Una cosa è certa, sin dalle prime battute di “Push Kings” s'è pronti a decretarne lucentezza e complessità.
Gli arrangiamenti da line-up indie-classica, matrice 'power' ma anche dolcemente softpop orchestrale all'occorrenza, conferiscono, insieme alle vibranti armonie vocali dei quattro, eccellenza all'aura di “nine straight lines”, “pop phenomenon”, “mrs. McKean”, “songs of empire” sino al divampante climax nel crescendo di “number ones”.
Ottovolanti melodici, voli inattesi quanto persino misteriosi per disinvoltura e dinamica, come solo poterono quartetti d'altri tempi (i 10cc nei loro “Sheet Music” e “Deceptive Bends” o gli Squeeze di “Argybargy” ed “East Side Story”).

Il seguente album in studio dei Push Kings, “Far Places” (1998), aumenta, se possibile, varietà e gusto manipolatore volgendosi elettrico all'occorrenza (o discutibilmente, a seconda..). Ma, soprattutto in tempi più recenti, il gruppo resterà in parte soggiogato e frastornato dal proprio stesso illuminante, forse ingombrante, debutto capolavoro.
Tuttavia auguriamo ai Push Kings e ai talentuosi fratelli bostoniani in primis una sempre maggiore visibilità: nei propri primi dieci anni la loro è stata quasi unicamente, come per altri insigni predecessori, “Art For Art's Sake”.

Will there be no more number ones
that a young girl sang out in the sun?
I got just one thing to tell you what you hear today
You'll be singing tomorrow

(febb. 2006)