C'era una volta . . . tutte le favole cominciano così, ma questa che stiamo per raccontarti non è una favola: è la storia della nostra città, è la storia di Napoli...
Napoli faceva parte di un Regno dove ad un re straniero era succeduto un altro re straniero e poi avanti così per diversi secoli.
I primi furono re normanni. Venivano dalla Francia.
Il primo si chiamò Ruggero II.

Questa è la sua statua a Palazzo Reale in Piazza del Plebiscito
Apparteneva alla famiglia degli Altavilla (Hauteville) di cui vedi sotto l blasone

A lui successero re della dinastia Sveva degli Hohenstaufen (tedeschi)



Federico II di Svevia (imperatore del Sacro Romano Impero)
Questo sotto è invece è lo stemma di Manfredi di Sicilia l’ultimo di questa dinastia




Poi vennero i re della dinastia Angiò (francesi)

Carlo I d'Angiò Sotto il loro stemma


Arrivarono poi da Barcellona i re spagnoli tra i quali Pietro I (Pietro III d'Aragona, anche re di Valencia e conte di Barcellona, detto il grande, sposò Costanza di Hohenstaufen, figlia di Manfredi; approdò in Sicilia chiamato in aiuto dai baroni isolani, in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani(1282-1285),divenne re, con la base giuridica dei diritti acquisiti col matrimonio
Il loro stemma era questo.


Ma dopo il matrimonio lo stemma divento questo sotto

Seguiranno gli aragonesi (sempre spagnoli ma di un'altra zona) • Ferdinando I (il Giusto, anche re d'Aragona) 1412-1416 • Alfonso I (il Magnanimo) 1416-1458, conquisterà il Regno di Napoli assumendo il titolo di Rex Utriusque Siciliae e unificando anche formalmente i due regni.

Alfonso V d'Aragona (Alfonso I di Napoli)

Alfonso I fa unire, nel nuovo stemma, le insegne di Aragona e quelle angioine del Regno di Napoli.

Poi vengono i Re di Napoli e Sicilia della dinastia Asburgo di Spagna (ma gli Asburgo erano austriaci) Ecco lo stemma del più famoso di tutti, Carlo I di Spagna ,maggiormente noto come Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Carlo V d'Asburgo (imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo I di Spagna)


Ma di lui vediamo anche il ritratto



L’epoca che ci interessa è quella nella quale il re era FILIPPO IV d'Asburgo-Spagna (1621 - 1664) e questo si trovava in Spagna

mentre a Napoli c’era un viceré.

Si trattava di Rodrigo Ponce de León Duca d'Arcos

che fu viceré dall’11 febbraio 1646 e fino al 26 gennaio 1648.

La storia che vogliamo raccontare è quella della rivolta di Masaniello che inizio il 7 luglio 1647 e durò appena 10 giorni ma di questa avvenimento ancora oggi si parla molto.

Dicevamo del viceré Don Rodrigo Ponce de León Duca d'Arcos che decise di riunire i seggi e di chiedere loro il reperimento di un milione di ducati da destinare alle dissanguate casse spagnole.

I seggi maggiori erano quelli

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del Nilo --- di Capuana --- di Portanova --- di Porto --- di Montagna --- di Forcella --- del Popolo

I Seggi erano i luoghi dove i nobili si riunivano per trattare delle leggi, delle cause e degli affari pubblici relativi a una parte del territorio della città (oggi "municipalità"). I Seggi, tra maggiori e minori, erano ventinove e generalmente prendevano nome dalle famiglie che vi abitavano oppure dalla vicinanza di una chiesa, una porta d'ingresso in città, una fontana.

Va precisato che il Seggio di Popolo: chiamato così perché rappresentava il popolo non aristocratico della città; aveva per arme una P maiuscola su sfondo diviso d'oro e di rosso (oggi sono i colori del Comune di Napoli).

Non aveva alcun potere, i rappresentanti potevano solo riferire delle lamentele del popolo; partecipava attivamente alle feste di piazza o nelle processioni religiose.
I rappresentanti erano scelti quasi sempre tra la classe mediana (medici, letterati, giuristi, notai, commercianti, ecc.).



Napoli - Piazza San Gaetano

Gli stemmi dei Sedili o Seggi di Napoli sulla facciata ingresso Museo Opere di San Lorenzo e Scavi, già sede del Tribunale di San Lorenzo.



Furono così introdotte quattro nuove gabelle cioè imposte(tasse), una delle quali gravava su uno dei prodotti di maggior consumo: la frutta.

La frutta era un prodotto di larghissimo consumo di cui le classi popolari si nutrivano più di ogni altra cosa

Il 26 dicembre 1646 la città, già informata di tali decisioni, ne fu talmente scossa che quando il viceré decise di recarsi nella
chiesa del Carmine (dove è sepolto Corradino di Svevia), si strinse intorno a lui per invitarlo a revocare tali disposizioni.

Dopo un primo assenso, il viceré si ritirò nel suo palazzo e non annullò le impopolari gabelle, restando insensibile anche agli inviti rivoltigli in tal senso dal cardinale Filomarino.


CARDINALE ASCANIO FILOMARINO

Si cominciò col primo giorno del 1647: sette mesi dopo scoppiò la famosa rivolta di luglio.

Su altri generi di consumo quali pasta, carne fresca, salumi, pesce, formaggi, latticini freschi si pagava un tributo che era andato progressivamente crescendo negli anni e la cui riscossione doveva servire non tanto ad essere reinvestita nei rifornimenti quanto alla fortificazione della città e alle esigenze dell’ammattonato, cioè la manutenzione delle pubbliche vie.

Ciò diede vita anche al contrabbando.

Che si verificassero episodi di introduzione illegale di merci nella città non c’era alcun dubbio: Una famiglia poteva acquistare solo una quantità limitata di merci.

In città cresceva il malcontento popolare. In quei giorni due figure si posero in evidenza come portavoce della cittadinanza: l’abate Giulio Genoino

Giulio Genoino
che già in precedenza era stato in carcere per le sue idee politiche, e un pescatore della zona del Carmine, Tommaso Aniello detto Masaniello.

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La casa di Masaniello a Vico Rotto al Mercato come si presenta oggi.


La targa ricordo che si vede al primo piano.

Per molto tempo si è creduto che Masaniello fosse originario di Amalfi, mentre in realtà nacque a Vico Rotto al Mercato, uno dei tanti vicoli che circondano Piazza Mercato a Napoli.


Piazza Mercato all'epoca di Masaniello

All'origine di questo equivoco c'è quel d'Amalfi, che è semplicemente il cognome, ma che è stato tradizionalmente interpretato come un riferimento al luogo d'origine.



Nel 1896, il poeta Salvatore Di Giacomo smentì l'origine amalfitana di Masaniello trascrivendo l'atto di battesimo, reperito nella Chiesa di Santa Caterina in Foro Magno, che cita: « A 29 giugno 1620 Thomaso Aniello di Cicco d'Amalfi (soprannome Ceccone) et Antonia Gargano è stato battezzato da me Don Giovanni Matteo Peta, et levato al sacro fonte da Agostino Monaco et Giovanna de Lieto al Vico Rotto. »

(scritto in penna d’oca nel XII libro dei battezzati, rilegato in cartapecora)

La celebrazione avvenne lo stesso giorno della nascita, nella stessa chiesa dove nel 1641 Tommaso Aniello sposò poi la sedicenne Bernardina Pisa.

Bernardina Pisa

Il padre Francesco d’Amalfi, è alle dipendenze dei grossisti del pesce, trasportatore e venditore al minuto,

Antonia Gargano, incinta di Masaniello prima di contrarre matrimonio, svolge lavori domestici, forse fila anche e lava biancheria per i monasteri ed i conventi vicini.

Dei due fratelli minori, il secondo Francesco, muore ancora bambino.

Il matrimonio tra Francesco d’Amalfi e Antonia Gargano avviene il 28 febbraio 1620 come risulta nel registro di S. Caterina in Foro Magno, Libro V dei matrimoni,Fol.89,numero progressivo 16.

“Ingaudiati, in casa per me Don Giovanni Peta, parroco per decreto di Monsignor Vicario Generale, e vi furono presenti Andrea Di Rossi, Agostino Ceratolo, Salvatore Lizzibelli e Giovan Battista Cacumi, Don Olimpio Siciliani ed altri”

La famiglia di Masaniello era umile ma non poverissima. Il padre, Francesco (Cicco) d'Amalfi, era un pescatore e venditore al minuto.

La madre, Antonia Gargano, incinta di Masaniello prima del matrimonio, era una massaia.

Aveva due fratelli minori ed una sorella: Giovanni, che fu un altro capo della ribellione; Francesco, che morì durante l'infanzia; e Grazia.

La casa dove visse si trovava tra la pietra del pesce, nel quartiere Pendino, dove avveniva la riscossione della gabella sui prodotti ittici, e Porta Nolana, dove avveniva quella del dazio sulla farina.

Napoli era all'epoca, con circa 300.000 abitanti, la seconda città più popolosa d'Europa dopo Parigi; e Piazza Mercato, nei cui dintorni Masaniello trascorse tutta la sua vita, ne era il centro nevralgico.

Ospitava bancarelle che vendevano ogni sorta di merce, palchi da cui i saltimbanchi si esibivano per i popolani, ed era come ai tempi di Corradino di Svevia il luogo preposto alle esecuzioni capitali. Essendo il principale centro di commercio della città, in piazza aveva luogo la riscossione delle imposte da parte degli arrendatori al servizio del governo spagnolo.

Nel corso degli anni quaranta del Seicento, la Spagna asburgica si trovava a dover affrontare una lunga serie di conflitti rovinosi: la rivolta dei Paesi Bassi (1568-1648); la guerra dei trent'anni (1618-1648); la sollevazione della Catalogna (1640-1659); e la secessione del Portogallo (1640-1668).

Per sostenere lo sforzo bellico, il regno iberico impose una forte pressione fiscale al Vicereame di Napoli allo scopo di risanare le casse del suo enorme impero, il cui siglo de oro stava fatalmente volgendo al termine.



Punizione dei ladri al tempo di Masaniello, Micco Spadaro, 1647 ca.



Masaniello, pescatore e pescivendolo come il padre, era descritto così dai suoi contemporanei:
« Era un giovine di ventisette anni, d'aspetto bello e grazioso, il viso l'aveva bruno ed alquanto arso dal sole: l'occhio nero, i capelli biondi, i quali disposti in vago zazzerino gli scendevano giù per lo collo. Vestiva alla marinaresca; ma d'una foggia sua propria, la quale, [...] alla mezzana ma svelta sua persona molto di gaio e di pellegrino aggiungeva. »



Spesso, per evadere la gabella, portava il pesce direttamente nelle case dei notabili, ma veniva quasi sempre ripagato male o colto sul fatto dai gabellieri ed imprigionato.

La sua principale attività era però il contrabbando, tanto che nel 1646 la sua fama di abile contrabbandiere era già ampiamente consolidata nell'ambiente del Mercato.

Lavorava principalmente per la nobiltà feudale, tra cui la marchesa di Brienza e don Diomede Carafa duca di Maddaloni, dal quale era trattato come uno schiavo.


I gabellieri sequestrano il pesce a Masaniello che viene arrestato. Bozzetto di Gaetano Dura che fa parte dell’opera MASANIELLO I TUMULTI DI NAPOLI DEL 1647

Anche la moglie Bernardina, arrestata per aver introdotto in città una calza piena di farina evadendo il dazio, fu imprigionata per otto giorni.

Per ottenerne il rilascio, Masaniello fu costretto a pagare un riscatto di cento scudi, che racimolò indebitandosi.

Secondo la tradizione, fu proprio questo episodio a scatenare in lui il desiderio di vendicare la popolazione dagli oppressori.

Durante uno dei soggiorni in prigione incontrò, nel carcere del Grande Ammiraglio, il giovane dottore in legge cavese Marco Vitale, figlio illegittimo dell'avvocato Matteo Vitale, che lo mise in contatto con alcuni esponenti del ceto medio stanchi dei continui soprusi dei gabellieri e dei privilegi della nobiltà.

Masaniello divenne allievo del letterato don Giulio Genoino, prete ultraottantenne con un passato da difensore del popolo.

Giulio Genoino e Masaniello in un'illustrazione del Settecento.

Nel 1619, durante il mandato del viceré don Pedro Téllez-Girón, duca di Osuna, Genoino era stato chiamato due volte a rappresentare gli interessi del popolo contro la nobiltà, svolgendo in sostanza la funzione di un moderno tribuno della plebe. Nel 1620 fu però fatto destituire dal Consiglio Collaterale ed incarcerato lontano da Napoli.

Rientrato in città nel 1639, tornò subito a combattere per i diritti del popolo e formò intorno a se un nutrito gruppo di agitatori, composto da: Francesco Antonio Arpaia, suo vecchio e fidato collaboratore; il frate carmelitano Savino Boccardo; il già citato Marco Vitale; i vari capitani delle ottine della città; ed una numerosissima schiera di lazzari. Il vecchio ecclesiastico, logorato nel fisico ma non negli intenti rivoluzionari, trovò nel giovane ma ignorante Masaniello il suo braccio armato.

Il 30 giugno 1647 don Genoino e fra Savino si procurarono il denaro per acquistare delle lunghe canne, le armi dei cosiddetti alarbi, lazzari vestiti da arabi, che guidati da Masaniello inscenarono una irriverente sfilata davanti a Palazzo Reale in occasione delle prime celebrazioni per l'imminente festa della Madonna del Carmine.

La settimana seguente Genoino predicò ai popolani riguardo la necessità della rivolta, che secondo i discorsi del vecchio prete, era l'unica arma consegnata da Dio al popolo oppresso per ottenere giustizia.

Il 6 luglio, la prima delle dieci giornate di rivolta, Genoino dettò gli ultimi ordini ai lazzari che si erano riuniti nei dintorni di Sant'Eligio, per sostenere una protesta contro la gabella sulla frutta a Piazza Mercato.

La rivolta

Il peso delle tasse diminuì lievemente sotto il viceré Juan Alfonso Enríquez de Cabrera che revocò alcune imposte, e che sollecitato da Madrid a reperire un milione di ducati per finanziare la guerra contro la Francia, chiese a re Filippo IV di essere sostituito.

La situazione si aggravò quando il suo successore, Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos, descritto dai contemporanei come un uomo dedito alla vita mondana, frivolo e senza esperienza di governo, reintrodusse nel 1646 una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca l'alimento più consumato dai ceti umili.

Lo stesso provvedimento nel 1620, ai tempi di Genoino, aveva già scatenato gravi tumulti in città.

La vigilia di Natale, uscendo dalla Basilica del Carmine, il duca d'Arcos fu circondato da un gruppo di lazzari che gli estorse la promessa di abolire le tasse sugli alimenti di necessario consumo.

Tornato a Palazzo Reale, il viceré fu però convinto dai nobili, ai quali era stata affidata la riscossione delle tasse, a non abolire la gabella sulla frutta.[ Il popolo, sempre più provato dalla prepotenza dei gabellieri, attese invano per sei mesi l'abolizione dell'imposta. Alla situazione già esplosiva si aggiunse l'esempio della Sicilia, dove nel biennio 1646-1647 il malcontento popolare verso la forte tassazione provocò una serie di gravi tumulti cittadini.

Il 24 agosto 1646, Messina fu la prima città siciliana sotto il dominio spagnolo ad insorgere contro le gabelle.

Nel maggio dell'anno successivo scoppiarono poi i moti di Catania e Palermo, i cui buoni risultati contribuirono a spingere i popolani napoletani alla rivolta.

Il 6 giugno 1647, alcuni popolani guidati da Masaniello e dal fratello Giovanni bruciarono i banchi del dazio a Piazza Mercato.

Domenica 30 giugno, durante le prime celebrazioni per la festa della Madonna del Carmine, il giovane pescatore radunò un gruppo di lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance, i cosiddetti alarbi, che durante la sfilata davanti al Palazzo Reale rivolsero ogni genere di imprecazione ai notabili spagnoli affacciati al balcone.


Masaniello ritratto da Aniello Falcone, 1647.

La domenica seguente, il 7 luglio, dopo essere stati incoraggiati da Genoino, un gruppo di lazzari si riunì nei pressi di Sant'Eligio allo scopo di sostenere il cognato di Masaniello, il puteolano Maso Carrese, che capeggiava un gruppo di fruttivendoli decisi a non pagare la gabella sulla frutta.

Per calmare gli animi fu chiamato l'eletto del popolo Andrea Naclerio che, nonostante il suo ruolo, si schierò dalla parte dei gabellieri.

La zuffa che si scatenò tra Carrese e Naclerio fu la scintilla che scatenò la ribellione,


Il 7 luglio, poi, presso la chiesa di S. Eligio fu aggredito l’eletto del popolo , Andrea Naclerio, accusato di non essersi adoperato a far cancellare la gabella sulla frutta.

Masaniello ed i suoi alarbi sollevarono la popolazione, ed al grido di: «Viva il re di Spagna, mora il malgoverno» la guidarono fino alla reggia dove, sbaragliati i soldati spagnoli ed i mercenari tedeschi di guardia, giunsero fino alle stanze della viceregina.
Il duca d'Arcos, riuscito miracolosamente a salvarsi dall'aggressione di un popolano, si rifugiò nel Convento di San Luigi,


e da qui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ascanio Filomarino, un messaggio in cui prometteva l'abolizione di tutte le imposte più gravose. Temendo ancora per la sua sorte, il viceré si spostò prima a Castel Sant'Elmo ed in fine a Castel Nuovo.


Il cardinale Filomarino ritratto in un affresco di Giovan Battista Calandra, 1642 Chiesa dei Santi Apostoli, Napoli.

Qui un libro su Masaniello





C O N T I N U A