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SCIENZA

 

IL SEGRETO DELLA LUNGA VITA
Un gruppo di ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center
e del Children’s Hospital di Boston, coordinati dall’italiano
Annibale Puca, ha scoperto nel cromosoma 4 umano una regione
che probabilmente contiene uno o più geni associati alla longevità. Lo studio è stato pubblicato sui «Proceedings of the National
Academy of Sciences».
Per questa ricerca i genetisti hanno analizzato il genoma di 137
famiglie di origine prevalentemente europea con un famigliare
sopra i 98 anni, un fratello di età superiore a 91 e una sorella di età
superiore a 95, per un totale di 307 soggetti analizzati. Durante il
campionamento i ricercatori si sono accorti che le persone molto
longeve hanno spesso fratelli o sorelle altrettanto fortunati.
Sembra dunque che la longevità si trasmetta in modo verticale
attraverso le generazioni.
Oltre all’età si è visto che tutti gli ultracentenari possiedono
caratteristiche biologiche speciali: sono vivaci, lucidi, invecchiano
lentamente e ritardano l'insorgenza delle tipiche malattie legate
all'età, come i disturbi cardiovascolari e il morbo di Alzheimer. Conservano, insomma, fino all’ultimo un’alta qualità della vita.
Ora che i geni sono stati identificati, i ricercatori puntano a
scoprirne la funzione, nella speranza di poter creare farmaci che
possano offrire a tutti gli stessi vantaggi biologici di cui godono
naturalmente i pochi fortunati portatori di quel gene. Il quale,
sottolineano i ricercatori, non deve essere considerato come una
specie di fontana della giovinezza o, peggio, dell'immortalità, ma
piuttosto come un "gene del Buon Invecchiamento".

ETNA: UN VULCANO IN EVOLUZIONE
Secondo una ricerca franco-italiana pubblicata su "Nature", l’Etna
sta cambiando identità. Studiando la composizione del suo magma,
i ricercatori Pierre Schiano, Roberto Clocchiatti, Luisa Ottolini e
Tiziana Busà hanno infatti scoperto che l'Etna sta attraversando
una fase di transizione, che lo sta trasformando in un tipo
di vulcano diverso, con un'attività più intensa ed esplosiva.
L’ipotesi è quella di un cambiamento lento e di lunga durata,
cominciato più di centomila anni fa, nel corso del quale l’Etna ha
iniziato a trasformarsi da vulcano "hotspot", formato da colonne di
lava che emergono dalla profondità del mantello terrestre in un
vulcano appartenente ad una categoria che i geologi definiscono
"vulcano a scudo di tipo islandese". Questo secondo genere di
vulcano, che di solito è di dimensioni piuttosto ridotte, si forma
quando una placca tettonica si sovrappone ad un'altra ed è quindi
alimentato da materiale della crosta terrestre pressato e fuso dai
movimenti tettonici.
Il motivo di un tale sconvolgimento va ricercato nella
particolarissima collocazione geografica dell'Etna, in cui vengono
a coincidere ben due cause di formazione vulcanica: è situato al di
sopra di un "punto caldo", un pennacchio di materiale
incandescente che da una zona molto profonda del mantello
terrestre sotto la Sicilia risale verso la superficie;
contemporaneamente, è anche molto vicino all'area in cui la placca
ionica, i cui magmi alimentano i vulcani delle Eolie, si fonde con
quella adriatica.
Una trasformazione di questo genere è assolutamente senza
precedenti e rappresenta un'ulteriore conferma dell'unicità
dell'Etna.

SIMULAZIONE DI BUCHI NERI
Alcuni ricercatori della NASA sono riusciti
a simulare i getti di energia che vengono
emessi dalle regioni polari dei buchi neri:
tutto questo grazie alle capacità di un
sofisticato supercalcolatore.
David Meier, del Jet Propulsion Laboratory
di Pasadena, ha dichiarato che questa ricerca
aiuterà a chiarire alcuni misteri dei buchi
neri rotanti e conferma che proprio la
rotazione produce e alimenta i getti.
Il processo di simulazione messo a punto
è simile a quello con cui vengono realizzate
le previsioni del tempo, combinando le
osservazioni con le conoscenze dell'atmosfera
terrestre.
I ricercatori hanno combinato i dati del
plasma che cade dentro a un buco nero con la
conoscenza di come la gravità e i campi
magnetici lo influenzano.
Il modello ha mostrato quindi come il campo
magnetico possa attingere energia dalla rotazione,
per produrre intensi fasci di radiazione
dai poli.

I COLORI DELLA TERRA
Un gruppo di ricercatori del Paris Observatory,
coordinato da Jean Schneider, ha trovato il
modo di usare i colori per riconoscere la
vita su altri pianeti servendosi di un
piccolo telescopio e di una telecamera
digitale: un'osservazione che sarebbe stata
possibile anche alcuni secoli fa, senza l'uso
di apparecchiature particolarmente sofisticate.
Il team ha mostrato che la vita vegetale manda
un debole segnale luminoso nella sfera
dell'infrarosso. Così, utilizzando la Luna
come un grande specchio i ricercatori hanno
rilevato l'intero spettro di luce riflesso
dalla Terra. Oltre al blu, infatti, con questo
sistema è stato possibile cogliere i raggi
infrarossi mandati dalla vegetazione. Questa
misurazione non sarebbe stata possibile con
satelliti artificiali, poiché le immagini,
troppo dettagliate, non avrebbero permesso di
cogliere il colore medio sul nostro pianeta.
Le applicazioni dell'esperimento però vanno
ben oltre. Il segnale infrarosso, infatti,
potrà essere utilizzato per monitorare sulla
Terra i cambiamenti nella crescita delle piante,
in relazione al riscaldamento globale, o per
tracciare le variazioni della nuvolosità nella
nostra atmosfera ma anche per le future
ricerche di pianeti 'abitati'.

STAMINALI MULTIPOTENTI NEGLI ADULTI
Un gruppo di ricercatori dell'Università
del Minnesota, guidato da Catherine Verfaillie,
ha confermato la presenza di cellule staminali
multipotenti nell’organismo adulto, individuate
nel midollo osseo di numerosi donatori.
Le cellule, dette progenitori adulti multipotenti
(MAPC), hanno lo stesso potenziale delle cellule
staminali di origine embrionale.
Almeno altri due gruppi di ricercatori hanno già
riferito di aver identificato simili cellule nei
topi, ma solo il gruppo della Verfaillie sembra
aver compiuto gli esperimenti necessari a
dimostrare che esse sono realmente versatili
come quelle provenienti dagli embrioni.
Nonostante i dati siano estremamente promettenti,
molti ricercatori hanno espresso un notevole
scetticismo e si attendono a breve conferme o
smentite di questi risultati.

NUOVE BATTERIE A LUNGA VITA
Una nuova lega sviluppata quasi per caso presso il Brookhaven National Laboratory promette di migliorare significativamente le prestazioni delle batterie, almeno in termini di durata.
Le batterie rappresentano ancora il punto debole di molti dispositivi, dai telefoni cellulari ai computers portatili, a causa della durata limitata e dei pochi cicli di ricarica che possono essere effettuati.
La nuova lega consiste in un reticolo cubico con atomi di lantanio sugli spigoli e nichel al centro: non contiene cobalto, usato in molte batterie ma molto costoso, ne’ cadmio, che e’ tossico; inoltre quando viene usata per gli elettrodi nelle batterie nichel/metallo, ha una buona capacita’ di immagazzinamento dell'energia e puo’ essere sottoposta a un numero molto superiore di cicli di ricarica.
La compattezza del reticolo diminuisce leggermente la capacita’ di immagazzinare energia dell'elettrodo, ma ne aumenta notevolmente la durata: la nuova lega possiede infatti una capacita’ che rimane costante anche dopo numerosi cicli di carica e scarica.

MAGGIORI NORME IGIENICHE PER COMBATTERE IL MORBO DI CHAGAS
Il morbo di Chagas, o Tripanosomiasi americana, e’ una malattia endemica del Centro e Sud America, causata da un protozoo che viene trasmesso all'uomo attraverso le feci di cimici alate della famiglia delle Triatomine.
L'incidenza del morbo in America centro-meridionale potrebbe essere sensibilmente diminuita semplicemente vietando l'accesso nelle stanze domestiche a cani e polli: le cimici portatrici di questa infezione si nutrono infatti del sangue degli animali domestici.
E' questa la conclusione di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Rockefeller University, della Columbia University e della Universidad de Buenos Aires e pubblicato recentemente su Science, nel quale Joel Cohen e Ricardo Gürtler, descrivono anche un modello matematico della diffusione della malattia.
I dati dell'Organizzazione mondiale della sanita’ mostrano che 16-18 milioni di persone in Messico e Argentina sono affette da questo morbo e altri 100 milioni rischiano di contrarre l'infezione. La Tripanosomiasi americana non e’ curabile e le sue conseguenze possono risultare fatali.
Secondo i ricercatori per ridurre il numero degli infetti basterebbe migliorare il livello di educazione delle popolazioni delle campagne: il rispetto di alcune elementari norme igieniche, unito all'uso intelligente di insetticidi, potrebbe rappresentare un'efficace barriera al diffondersi della malattia.

DINOSAURI: RETTILI A CRESCITA VELOCE
Uno studio condotto da un gruppo di paleontologi dell'Universita’ dello Stato della Florida, e pubblicato su Nature afferma che i dinosauri erano cosi’ grandi perche’ crescevano molto rapidamente.
Grazie a un metabolismo simile a quello degli animali a sangue caldo, i dinosauri crescevano piu’ velocemente di qualsiasi altro animale fino a raggiungere dimensioni enormi.
Per esempio, il noto brontosauro, durante la fase dello sviluppo, aumentava il suo peso di 13 chili al giorno e l'argentinasauro, forse il piu’ pesante dinosauro mai esistito, aumentava addirittura piu’ di 45 chili al giorno.
Questa ricerca e’ stata condotta sulle ossa fossili dei dinosauri e ha permesso ai paleontologi di risalire alla massa corporea e dell'eta’ di alcuni dinosauri e di tracciare la loro curva di crescita.
In passato molti studiosi credevano che i dinosauri crescessero lentamente come i moderni rettili, ma oggi questa convinzione, secondo Gregory Erickson, uno degli autori dello studio va abbandonata.
Con grande sorpresa dei ricercatori, dallo studio e’ emerso anche che le specie piu’ piccole di dinosauri hanno avuto ritmi di crescita piu’ lenti, smentendo la convinzione che negli stessi gruppi di animali la velocita’ di crescita sia uniforme.

LA GALEA RIEMERSA DALLA LAGUNA
L'isolotto di San Marco in Boccalama, sommerso per 600 anni
sotto le acque della laguna di Venezia, ora è riemerso dalle acque
grazie a una barriera disposta tutt'intorno all'isola e al lavoro di
cinque grosse pompe che in pochissimi giorni hanno prosciugato
l'intera area. Si vede proprio tutto: il contorno dell'isola, le
fondamenta, le mura del monastero che occupava buona parte delle
terre. Sul lato nord si individuano addirittura le ossa degli appestati
che furono sepolti qui durante l'epidemia del 1348, quando i
monaci agostiniani avevano oramai abbandonato l'isola.
Riaffiorano infine le sagome dei due vascelli che nel 1328 il priore
del monastero fece affondare e ancorare al fondo con grossi pali di
legno: sperava così di rubare un po' di terra alle acque che già
stavano sommergendo l'isola. Alla fine tuttavia i fenomeni di
subsidenza ed erosione ebbero la meglio.
E così oggi possiamo finalmente ammirare una grande galea
antica, con i suoi 38 metri di lunghezza, l’unica giunta fino a noi. Qualche metro più in là c'è pure un vascello da trasporto a fondo
piatto che finalmente gli esperti hanno identificato come un
burchio: risaliva il fiume Brenta fino a Padova partendo proprio
dall'isola, posta strategicamente dove un tempo il fiume sfociava
nella laguna della Serenissima.
Finora i due relitti, già scavati all'interno e coperti da geotessuto,
sono rimasti immersi nell'acqua. Il direttore dei lavori Marco
D'Agostino, archeologo del Consorzio Venezia Nuova, ha
affermato che i due relitti sono delicatissimi, e potranno restare
all'asciutto solo per una decina di giorni. Un sistema di irrorazione
lavorerà ininterrottamente giorno e notte, dal momento che non si
può correre il rischio che il legno delle imbarcazioni si secchi. Significherebbe perderle per sempre.
Nei pochi giorni a disposizione il lavoro da eseguire è enorme:
documentazione videofotografica dei due vascelli, fissaggio dei
punti di riferimento con un Gps ad altissima precisione,
realizzazione del rilievo fotogrammetrico di relitti e isola.
Le barriere poi si alzeranno e l'isola sparirà nuovamente nelle
acque della laguna, portandosi con se tutti i suoi tesori.

IL NORD DEL MONDO: SEMPRE PIU’ VERDE?
In Europa, negli ultimi vent’anni, l’inverno si è accorciato di una
settimana e l’autunno inizia dieci giorni più tardi.
Risultato: il Nord del pianeta sta diventando sempre più verde.
Secondo i dati raccolti da un gruppo di ricercatori della Boston
University, una vegetazione più densa e rigogliosa è una ulteriore
conferma del riscaldamento climatico causato dall’effetto serra. L’aumento di temperatura comporta infatti una maggiore durata
della stagione di crescita delle piante: non stanno aumentando le
aree verdi, dunque, ma quelle già esistenti stanno diventando più
fitte e lussurreggianti.
La ricerca è stata effettuata incrociando i dati dei satelliti polari del
Noaa (Servizio Meteorologico Nazionale USA) con le temperature
registrate da una moltitudine di stazioni meteorologiche terrestri
posizionate su entrambi i continenti.
Se per colpa dell’anidride carbonica la fotosintesi è più vigorosa e
le piante più rigogliose, sono cambiate anche le stagioni: un
cambiamento spettacolare, avvenuto in appena vent’anni e che
tende a proseguire nel futuro.
Sembra inoltre che l’“inverdimento” del pianeta sia più marcato
nelle praterie e nelle aree boschive della zona che va dall’Europa
centrale fino ai confini orientali della Russia.

CANNABIS CONTRO IL DOLORE
Uno studio preliminare svolto da William Nortcutt e dal suo team
di ricerca presso il James Paget Hospital di Gorleston, in
Inghilterra, afferma che uno spray contenente gli elementi attivi
della cannabis può dare sollievo a chi soffre di dolori cronici.
Il benefico spray è stato somministrato a un gruppo di ventitrè
pazienti affetti da sclerosi multipla o lesioni spinali: la sostanza è
stata spruzzata sotto la lingua e gli effetti sono stati decisamente
positivi nella quasi totalità dei casi.
Altre ricerche in passato avevano già mostrato le doti della
cannabis come antidolorifico, ma i ricercatori non erano riusciti a
trovare un modo efficace per somministrarla ai pazienti.
La maggior parte dei tentativi del passato furono fatti mediante
pillole, ma non avevano dato risultati incoraggianti.

LE INFINITE RISPOSTE “CASUALI” DELLA MENTE
Un gruppo di neurobiologi della University of Cambridge, ha
scoperto che i gruppi di cellule nervose del nostro cervello
rispondono allo stesso stimolo ogni volta in modo diverso.
Roger Carpenter, coordinatore del team di ricerca, ha affermato
che il nostro cervello possiede una sorta di generatore di numeri
casuali: sembra che questa casualità sia un valido aiuto per la
sopravvivenza.
In passato si credeva che questa apparente casualità delle risposte
fosse dovuta a un “rumore” negli stimoli in arrivo.
Ora però i ricercatori si sono accorti che il tempo impiegato dalle
cellule del cervello per registrare un lampo di luce può variare di
volta in volta, tra 15 e 35 centesimi di secondo: lo stimolo dunque
è ben definito, ma i tempi di risposta continuano a rimanere
casuali.
Una simile distribuzione dei tempi di risposta è stata poi
riscontrata anche in altri animali, dai gatti fino alle meduse, tanto
da far pensare che la casualità sia una proprietà fondamentale dei
cervelli.

NUOVI MATERIALI MIGLIORANO LE BATTERIE RICARICABILI
Un gruppo di ricerca dell' Università di Waterloo in Canada ha
sviluppato un materiale innovativo che potrebbe permettere di
produrre batterie ricaricabili in grado di immagazzinare più
energia. Attualmente la scarsa durata delle batterie costituisce il
punto debole di molti dispositivi, dai telefoni cellulari ai computer
portatili.
Il vero punto debole di queste batterie è l'anodo in grafite, che non
è molto efficiente, tanto che sono in corso numerosissime ricerche
per trovare un sostituto a questo minerale.
I ricercatori hanno però scoperto una valida alternativa,
rappresentata dal nitrato di ferro e litio, scartato in passato per la
difficoltà di lavorazione che comportava nella costruzione di
elettrodi.
Ora però è stato trovato un metodo di fabbricazione semplice ed
economico che permetterà la produzione di batterie in grado di
resistere a numerosi cicli di carica e scarica e dotate di una buona
“capacità specifica” per grammo.

ANIMALI MANIPOLATI PER LO STUDIO DEI TUMORI UMANI
Due gruppi di ricerca sono riusciti a riprodurre nei topi il
melanoma umano al fine di riuscire a capire meglio e a curare
questa forma di tumore. Studiando una regione genetica che risulta
alterata nella metà dei tumori umani e che codifica per due geni
diversi, è stato osservato che questi geni impediscono alle cellule
di diventare cancerogene: potrebbero dunque diventare un
bersaglio importante per le terapie nella lotta contro i tumori.
Uno di questi geni, il p16INK4a, è connesso strettamente a molti
tumori indotti dall'ambiente, come quello ai polmoni e il
melanoma. I gruppi di ricerca hanno provato a eliminare questo
gene dai topi, ottenendo animali molto più sensibili alle sostanze
chimiche che provocano il cancro.
Il gene si trova in una regione che codifica anche per un'altra
proteina, la p19ARF. Quale delle due proteine venga sintetizzata in
una cellula dipende da dove il sistema di produzione inizia a
leggere la regione, un trucco usato comunemente da batteri e virus,
ma di cui non si conoscono altri esempi. Le regione in questione è
l'unica conosciuta di questo genere nei mammiferi.
Ancora più strano, le due proteine, pur essendo dotate di strutture e
funzioni molto diverse, hanno l'effetto di rallentare la divisione
cellulare, impedendo alle cellule di diventare tumorali.

IL CERVELLO ARTIFICIALE DIVENTA REALTA'
E' nato quello che potrebbe definirsi il primo
cervello artificiale, la prima rete neurale composta
da circuiti nervosi viventi e componenti elettronici.
Questa importante iniziativa nel campo della
bioelettronica e' stata realizzata da un gruppo di
scienziati tedeschi, membri del dipartimento di
neurofisica del Max Planck Institute di Monaco. Per
la costruzione del dispositivo i ricercatori hanno
utilizzato i neuroni di una lumaca, perche' sono piu'
grandi e maneggevoli e il suo sistema nervoso e'
molto piu' semplice. Secondo gli scienziati tedeschi,
questo dispositivo potrebbe essere utilizzato in
futuro per la realizzazione di protesi artificiali di
alcune parti del corpo quali occhi e orecchie.
PER INFORMAZIONI:
http://www.cns.mpg.de