Immagini di Como

Gli scali a lago
delle ferrovie

... nella vecchia Como

Molti comaschi, anche non più giovanissimi, non ricordano queste strutture in riva al lago.

Sin dall'alto medio evo e forse anche prima, gli abitanti del Lago di Como sfruttano, con grandi vele quadrate, i venti costanti che al mattino soffiano da nord verso sud (Tivan) ed al pomeriggio da sud verso nord (Breva).
Ancora negli anni 60, le merci pesanti vengono trasportate con gondole e comballi, due grandi barche in legno, più aggraziate le prime, più ingombranti e meno manovriere le seconde che spesso superano i 30 metri. La gestione della notevole capacità di carico di questi grandi mezzi di trasporto richiede attrezzature particolari. A Como, infatti, esistono due moli con bitte per l'ormeggio e gru per il carico e lo scarico.

Locomotiva modello 851, numero di serie 186,
in grado di utilizzare sia carbone che nafta.
Costruzioni Meccaniche di Saronno - 1909
Monumentata ai giardini pubblici di Como.

L'impianto più modesto, quello delle Ferrovie Nord Milano, si trova di fronte alla stazione a lago. Le rotaie, attraversano la strada ed arrivavano sino ad una banchina, dove, è situata una piccola gru. Non a caso il bar sorto in questo luogo, da una quindicina d'anni, si chiama "Al Molo".
La scomparsa di questo minuscolo scalo risale agli anni cinquanta.

Lo scalo più imponente, quello delle Ferrovie dello Stato, si trova ai giardini pubblici. Via Cavallotti prosegue sino al Mausoleo Voltiano e tutto il lato destro della strada è occupato da una grande stazione merci che certamente, non contribuisce ad abbellire il lungolago.
Per arrivare fin qui, una deviazione della linea ferroviaria Como - Chiasso passa su un lungo viadotto a fornici che con un ampio semicerchio passa sopra Borgo Vico, corre lungo l'attuale passaggio Santa Caterina, chiude via Masia ed attreversa il Cosia, in via Recchi.
Dietro allo zoo (oggi autosilo) ed all'Istituto Carducci le rotaie scendono rapidamente ed in fine, ormai a raso, attraversano via Cavallotti per entrare nello scalo a lago.
Al passaggio dei treni, due tralicci, scorrendo su piccoli binari, fermano il traffico stradale. In questo modo, viene garantita la necessaria protezione all'ultima parte del percorso.
Sopra via Borgovico, per evitare di restringere la strada, passa una grande passerella in ferro, sostenuta da due robuste teste di ponte (una esiste ancora).
Poiché la linea non è elettrificata, i vagoni vengono mossi con una locomotiva a vapore. Alcune grosse gru provvedono, poi, a caricare le merci sui comballi che sono attraccati alla banchina e protetti dalla diga foranea.
La maggior parte del lavoro consiste nel trasportare ferro e combustibile per le acciaierie di Dongo.

Questo orrendo complesso viene abbattuto, in varie riprese, durante gli anni sessanta, quando, ormai, è già obsoleto.
Per molto tempo, in via Recchi, l'arco che passa sopra il torrente Cosia, rimane in piedi, da solo, a rimpiangere il passato. Sotto questo rimasuglio, si può vedere scorrere l'acqua da una grande apertura quadrata, protetta da una balaustra. Poi, fortunatamente, ormai da una ventina d'anni, anche questo misero relitto viene eliminato.

Oggi, di tutta queste invadenti e costose opere, utilizzate relativamente per breve tempo, rimane ben poco. La parte più evidente, sebbene quasi nessuno ne conosca la storia, è la vecchia vaporiera, monumentata ai giardini pubblici, ormai trasformata in un gioco per bambini. In un primo tempo, era rimasta su un breve tratto di binari sopravvissuto in via Cavallotti, dietro l'angolo dell'Istituto Giosuè Carducci.
Il residuo più consistente, anche se poco noto, è la parte del viadotto non abbattuta che ancora scende dalle FF.SS. per interrompersi bruscamente in via Borgovico.

Tutte queste demolizioni e le conseguenti trasformazioni cambiano la zona in un modo incredibile. Il lungolago è molto migliorato e via Masia è addirittura irriconoscibile. Vedendola oggi, è quasi impossibile immaginarla a fondo cieco e con i bambini che giocano a calcio in mezzo alla strada, come se la ricordano, invece, i primi residenti.



Quel che resta del viadotto delle FF.SS.
Una cartolina 1950/60, dove si vedono i luoghi descritti.
Scarico pietre con trattori preindustriali (buoi), inizio '900.
(Sul molo, una gru ed un vagone FNM)
Il molo di S. Agostino negli anni 30 (lavandaie al lavoro tra le barche).


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