LA TRAMA DEL "FILOTTETE" DI SOFOCLE

Prima di morire per mano di Eracle, il centauro Nesso, cercando vendetta nei confronti dell’eroe, donò a Deianira alcune gocce del suo letale sangue, dichiarandole fallacemente che con esso avrebbe potuto preparare un unguento per conservare l'amore di suo marito. Così quando molto tempo dopo Eracle indossò una veste donatagli dalla moglie, intrisa dello stesso liquido, il veleno cominciò a penetrargli nella pelle, rendendolo quasi pazzo dal dolore. Tentato invano di strapparsi di dosso il funesto abito e consunto dall’incontenibile sofferenza, l’eroe si portò allora sul monte Eta, deciso a darsi la morte salendo su una pira. L’unico uomo che fu disposto a dare fuoco al rogo fu Filottete, figlio di Peante. Con la promessa che non avrebbe rivelato a nessuno il luogo della sua sepoltura, Eracle gli donò, riconoscente, le proprie armi: l’arco e le letali frecce, bagnate nel micidiale sangue sgorgato dalle teste dell’Idra.
Anni dopo, alla vigilia dell’arrivo a Troia, Filottete, reo di aver rivelato il luogo che aveva giurato di mantenere segreto senza proferire parola, ma indicandolo ripetutamente con il piede, fu morso da un serpente sacro che, pur non uccidendolo, gli creò una ferita putrescente all’arto indicatore. Le grida di dolore erano talmente forti e l’odore della piaga talmente insopportabile, che i capi Achei decisero di abbandonare l’eroe nella disabitata isola di Lemno, lasciandogli come solo compagno l’arco donatogli da Eracle.
Per nove anni Filottete patì le sofferenze della solitudine e del morbo abbandonato al suo destino, e per nove anni l’esercito Argivo combatté senza frutto sotto le poderose mura di Ilio, finché una sortita notturna portò alla cattura dell’indovino Eleno, figlio di Priamo e conoscitore di profezie rivelative sulla caduta della città: egli vaticinò che Troia non sarebbe stata conquistata senza l’arco di Filottete.
E così che l’astuto Odisseo e il giovane Neottolemo, figlio di Achille, incaricati di persuadere l’eroe ripudiato a tornare a combattere, sbarcarono sulla terra di Lemno, “non calpestata da piede umano”.
Qui ha inizio il dramma sofocleo.
Agli occhi dei due Achei si prospetta da subito la solitudine in cui l’eroe Maliaco è stato costretto a vivere per anni. Neottolemo, infatti, mandato in avanscoperta da Odisseo, scorge immediatamente la desolata caverna a due entrate che il compagno gli indica essere la dimora di Filottete; al suo interno solo uno scarno giaciglio di foglie e alcuni rozzi utensili di legno a testimonianza della presenza umana. Approfittando dell’assenza dell’arciere, forse allontanatosi alla ricerca di erbe mediche o di cibo, Odisseo, consapevole di non potersi esporre in prima persona per il forte odio provato da Filottete nei suoi confronti, esplica al figlio di Achille, non conosciuto dal Maliaco, il piano che dovrà portare a termine al suo posto. Convinto dell’impossibilità di catturare l’eroe con la forza per via della letalità del suo arco, Neottolemo, non senza essersi opposto, accetta di raggirare l’eroe con la parola: egli dovrà fingere, al fine di conquistarsi la simpatia dell’arciere, di essere di ritorno da Troia a causa di dissapori con gli Atridi, che, negandogli la legittimità sulle armi del padre Achille, morto in battaglia, l’hanno oltraggiato consegnandole al signore di Itaca.
Egli non tarderà a mettere in atto l’astuto raggiro. Infatti, dopo che Odisseo, al fine di non essere scoperto, scompare dalla scena, arriva, claudicante e gemente, Filottete. Scorgendo, dopo anni di solitudine, una figura umana, e avendo riconosciuto in essa la parlata greca, l’arciere non esita a narrarle le sue sciagure: abbandonato e ingannato dai suoi stessi compagni, costretto a vivere, selvaggio, in un isola disabitata e non toccata da alcuna rotta di nave, piagato da un’orribile ferita al piede che gli rende ancor più difficile il sopravvivere.
Neottolemo, dal canto suo, come Odisseo gli aveva suggerito ed ordinato, da libero sfogo al suo risentimento verso i “comuni nemici”, tentando di avvicinarsi, nell’odio, all’arciere.
Ragguagliato anche sulle nobili perdite dell’esercito Acheo (Achille e Aiace Telamonio), e ancora più sdegnato per non aver udito tra i nomi dei defunti anche quello di Odisseo, Filottete prega, supplica e scongiura il giovane di portarlo con sé sulle sue navi per far ritorno nell’amata Malide.
Ad interrompere la conversazione tra i due giunge un falso mercante, inviato dallo stesso Odisseo per facilitare e velocizzare il compito dell’inesperto Neottolemo. Egli porta al giovane la falsa notizia di un piano progettato dagli Argivi, di cui fa parte anche l’eroe itacese, per riportare Filottete a Troia: una profezia l’ha infatti svelato fondamentale perché la città cada. Allontanatosi il mercante, Filottete, avvertito il pericolo e completamente intenzionato a non lasciarsi trascinare a combattere tra i compagni di un tempo, spinge Neottolemo ad affrettare i preparativi per la partenza. Ma proprio dopo aver raccolto nella caverna tutto ciò di cui aveva bisogno, una lancinante fitta di dolore si impadronisce dell’eroe, il piede ferito inizia a sanguinare neri fiotti e lo costringe a cadere a terra svenuto. Prima di perdere conoscenza però, riponendo la più grande fiducia in Neottolemo e temendo che l’arco potesse cadere nella mani degli Achei giungenti, Filottete affida la micidiale arma al giovane, facendogli promettere di non cederla, per nessun motivo, ai suoi nemici. Il legame tra i due si fa più stretto, e il figlio di Achille, nonostante abbia in mano ciò per cui è partito da Troia, è bloccato dalla vergogna di aver ingannato un uomo malato. E infatti, quando il figlio di Peante si riprende, è lo stesso giovane a rivelargli lo stratagemma di cui lui stesso è stato protagonista. La reazione dell’eroe è traboccante di sdegno per l’inganno ordito alle sue spalle e per la falsità con cui Neottolemo lo ha raggirato, ma, contemporaneamente, egli si china a toni di supplica per far ritornare il giovane sui suoi passi. Proprio quando il figlio di Achille sta per cedere, ed accenna a restituire l’arco indegnamente rubato, ecco comparire d’improvviso Odisseo. Alle minacce di trascinarlo via con la forza, Filottete risponde con lunghe ingiurie, maledizioni, minacce di uccidersi sulle rocce, ma l’eroe itacese, sicuro della sua ragione e sordo alle parole dello zoppo arciere, decide di abbandonarlo, per una seconda volta, sull’isola, solitario, malato e privato dell’arco, ritenendolo superfluo, una volta ottenuta l’arma, alla caduta di Troia.
Filottete invoca la morte, la cerca, implora una spada per staccarsi la testa dal tronco e porre fine alle sue miserie: la sua vita e la sua esistenza sono legate all’arco di Eracle, senza di questo esse non trovano un senso.
E forse egli avrebbe trovata la morte se Neottolemo, facendo ricorso al suo nobile animo e al suo senso di pietà, non fosse tornato indietro con l’arma in mano e deciso a rendergliela, nonostante le insistenze e le minacce del furioso Odisseo. Il ritorno e la resa dell’arco riabilitano la figura del giovane agli occhi di Filottete, che, fatto allontanare Odisseo con la rinnovata minaccia dell’arco, medita insieme al figlio di Achille l’immediato ritorno in patria e la futura lotta contro gli Atridi. Solo l’intervento di Eracle, deus ex machina, che promette a Filottete la gloria e la cura, risolve l’azione: l’eroe si imbarcherà con Neottolemo alla volta della piana di Ilio, dicendo addio alla disabitata isola di Lemno.