L'UOMO E ILO SPAZIO

Mai come in questa tragedia sofoclea il legame tra il protagonista e lo spazio che lo circonda si presenta così inscindibile ed imprescindibile ad un’analisi ragionata dell’opera. Durante la permanenza Filottete instaura con l’isola di Lemno un rapporto viscerale e simbiotico: è come se l’autore afferrasse i moti interiori e reconditi dell’eroe e li trasfigurasse in descrizioni vivide e penetranti. Lo spirito di Filottete è così circondato da un’aura che oscura tutto d’intorno, in un osmosi dal vago sapore preromantico. Il paesaggio diviene lo specchio privilegiato dell’interiorità, la proiezioni dello stato d’animo del soggetto. Sono ancora lontane le ridenti vallate che gioiscono al passaggio di Werther, gli alberi e le onde del mare che si inchinano alla rinascita spirituale di Andrea Sperelli, ma ciò che esploderà magnificamente nel Romanticismo (“dappertutto trovo nelle cose l’orrore che regna dentro di me. Non c’è più traccia di verde, l’erba è gialla e inaridita, gli alberi spogli, i venti boreali accumulano neve e ghiacci, tutta la natura è morta ai miei occhi, come la speranza in fondo al mio cuore”, Novelle Eloise, Rousseau) e nel Decadentismo (“La Natura è un tempio dove incerte parole mormorano pilastri che son vivi, una foresta di simboli che l’uomo attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari”, Corrispondances, Baudelaire) è un piccola idea che germoglia inconsciamente, un discorso sospeso, un mistero d’atmosfera che è difficile afferrare. Si prenda in esame un passaggio significativo della tragedia sofoclea:

Roccia cava, gelida, era destino che non ti avrei più lasciata, che mi saresti stata vicina anche in morte. Ahimè! Grotta piena del mio dolore, che mi toccherà giorno per giorno? Povero me, dove troverò ancora una speranza di cibo? In alto nel cielo le creature più timide voleranno libere nel soffio rapido dei venti. In me non c’è più forza.” (versi 1081-1094)

Sono le parole dell’eroe greco, straziato dall’inganno e dalla disillusione, che rivolge al coro un pallido lamento. La roccia è cava e gelida ma questo non è un dato oggettivo, bensì filtrato dalla sensibilità di Filottete: gelido e arido è anche il suo spirito, tormentato da un dolore ancor più grande di quello fisico, il dolore che nasce dalla sfiducia nel genere umano. La natura diviene dunque una “matrigna” che, pur accogliendolo, perpetuamente rammenta al suo animo la condizione di chi non può aspirare a esprimere il proprio valore, non può volare libero nel soffio rapido dei venti, non può tracciare codici di geometrie esistenziali. Parimenti (il procedimento è il medesimo ma il risultato è inatteso), al termine della tragedia, quando l’intera vicenda pare risolversi, il paesaggio si apre a tratti di gentilezza e gradevolezza prima impensabili:

Orsù, nel momento di partire, voglio salutare questa terra. Addio, casa mia che hai vegliato con me, addio, Ninfe dei prati rugiadosi, rombo virile del mare contro il promontorio, per cui tante volte pur dentro la grotta si è bagnati il mio capo sotto la sferza del vento; e tante volte il monte Ermes mi rimandava l’eco dei gemiti, nella tempesta del mio dolore. Ora vi lascio, sorgenti, e fonte sacra ad Apollo Licio, vi lascio quando non pensavo più di farlo. Addio, piana di Lemno cinta dal mare; dammi un buon vento per giungere dove mi porta il destino e il volere degli amici, e il dio onnipotente che ha compiuto tutte queste vicende.”

E’ questo uno slancio lirico spiazzante (quasi incoerente se rapportato alle estenuanti querimonie di Filottete), che ai critici più smaliziati ha ricordato il celebre “Addio ai monti” manzoniano. La disposizione d’animo dell’arciere greco muta improvvisante, e con essa muta anche la natura, ora amica e compagna. Paradossalmente sembra nascere in Filottete la nostalgia dell’abbandono. Fino all’ultimo momento del dramma infatti, Lemno è la terra deserta di uomini, il paese della natura selvaggia e feroce, dei rapaci e delle fiere. La grotta di Filottete era definita come un άoikoς  eisoίkhsiς, “una dimora che non lo è” (verso 534); adesso è a una terra pastorale, dai colori vagamente bucolici, che Filottete dice addio, anche se ricorda che vi ha sofferto; non che essa sia divenuta “civilizzata”, ma la selvatichezza ha per così dire cambiato segno, un po’ come l’isola nella “Tempesta” di Shakespeare può essere a volte quella di Calibano e a volte quella di Ariele. 

Se si analizza pertanto l’aspetto prossenico della tragedia, facilmente lo studio si risolve nell’individuazione nell’isola di Lemno dell’unica coordinata spaziale della scena. E’ altresì lapalissiano, ma pur sempre doveroso, individuare una stretta connessione tra Lemno e l’isolamento esistenziale dell’eroe: per un motivo chiaramente etimologico e per un motivo pratico, in quanto l’isola è sempre esempio di solitudine e sofferenza interiore, neanche fosse un archetipo collettivo. Una conferma scherzosa ci è data dall’episodio “Isole”, tratto da “Caro Diario” di Nanni Moretti, in cui il protagonista, alla ricerca della calma e della serenità utile a terminare un progetto, spostandosi tra alcune isole siciliane, altro non trova che inquietudine e desolazione. L’isola poi è definita come un’escatίa, (verso 144) un lembo estremo del mondo.

Nessun marinaio arriva qui di propria volontà; non c’è approdo, non c’è possibilità di alloggio, né di commercio. Gli uomini saggi non navigano verso qua”. (versi 301-304)

Essa è inoltre un luogo selvaggio che egli non riesce a dominare attraverso il lavoro, e che al contrario lo investe in tutta la sua selvatichezza. Nella grotta sono pochi i segni che mostrano ancora la sua appartenenza all’umanità: un giaciglio di foglie (verso 33), una coppa di legno (verso 35) e degli stracci intrisi tragicamente di pus (versi 38-39). Filottete è regredito ad uno stato selvaggio e primitivo, come la natura intorno a lui, restia a lasciarsi razionalizzare. La caccia è la sola attività che permetta al protagonista di sopravvivere fuori della cώra, della città e dei campi coltivati:

Così fatalmente deve trascorrere la vita, a tirare alla selvaggina con le sue frecce alate, miserabile, miserabilemente”. (versi 164-166)

Ma i rapporti che Filottete intrattiene cogli animali, suoi compagni e sue vittime, sono reversibili; quando è privato, per l’inganno ordito da Ulisse, del suo arco, il cacciatore rischia di essere cacciato:

Il mio arco non abbatterà più uccello alato né belva della montagna, e sono io sventurato, che morendo fornirò un pasto alla selvaggina che mi nutriva. Le bestie che io cacciavo mi cacceranno a loro volta.” ( versi 955-958)

La centralità dell’arco per la sopravvivenza di Filottete è a più riprese evidenziata:

Quest’arco mi procurava da mangiare, colpendo in volo le colombe; e quando avevo colpito, mi muovevo dolorosamente, trascinando il piede ferito fino a alla preda.” (versi 286-289)

Senza cibo dai semi della sacra terra, senza gli altri prodotti che noi uomini ci guadagniamo, solo le rapide frecce scoccate nell’aria gli procuravano da mangiare” (versi 708-711)

Se si accantona per un momento l’arco divino, è chiaro che Filottete fa ben poco per migliorare la propria permanenza sull’isola, per rispettare la propria dignità di essere umano. Spacca la legna e sa accendere un fuoco (versi 291 e segg.), ma nulla più: l’eroe non trova la forza di adattarsi, rimane immobile sulle proprie convinzioni, non è flessibile né ingegnoso. Non si configura dunque come un essere-indipendente ma è schiavo del dono eracleo, poiché, come sostiene Hegel, “formando e coltivando le cose, il servo non solo forma e coltiva se stesso ma ancora imprime nell’essere quella forma che è dell’autocoscienza, e così trova se stesso nella propria opera”. Sotto tale aspetto Robinson Crusoe si presenta come il corrispettivo antitetico di Filottete. Mentre l’eroe greco è un aristocratico, che non intende macchiare il proprio decorum con il lavoro manuale (ed è proprio questa miope ed inossidabile convinzione interiore che lo condurrà allo stato di άgrioς), Robinson invece un borghese, sintesi mirabile di tutte le virtù mercantili di una classe in ascesa, caratterizzato da uno spirito pragmatico vicino a quello latino, ma ben distante dal sistema olimpico di valori. Come lo stesso Calvino afferma acutamente in un saggio del 1955:

Per questo suo impegno e piacere nel riferire le tecniche di Robinson, Dafoe è giunto fino a noi come il poeta della paziente lotta dell’uomo con la materia, dell’umiltà e difficoltà e grandezza del fare, della gioia di veder nascere le cose dalle nostre mani. Da Rousseau fino ad Hemingway, tutti coloro che ci hanno indicato come prove del valore umano il misurarsi, il riuscire, il fallire nel “fare” una cosa, piccola o grande, possono riconoscere in Dafoe (e quindi in Robinson) il primo maestro”.    

Ma nel “Filottete” di Sofocle l’isola non rappresenta l’unica dimensione spaziale. Sebbene l’intera vicenda abbia come teatro d’azione Lemno, a questo mondo selvaggio si contrappongono in modo assai netto due altri mondi, che formano ciò che si è potuto chiamare il “triangolo” spaziale del “Filottete”: il primo è il campo di battaglia troiano, cioè l’universo della città rappresentato dai cittadini in armi, gli opliti; il secondo è il mondo dell’oikòs, dell’universo familiare di Filottete e di Neottolemo. È tra questi due poli che gli eroi saranno chiamati a scegliere, e Lemno si situa in un’ideale metà strada, altrove privo di determinazioni dove la scelta è ancora più angosciosa poiché l’uomo è solo con se stesso.

Infine una piccola nota: l’autore sottolinea (verso 16) il fatto che Filottete viva in una “grotta a due bocche”. La cosa di per sé non sarebbe così sconvolgente, ma c’è chi, dando libero sfogo alla fantasia impertinente e alla giocosa sfacciataggine che sono proprie di ogni critico, ha visto nella grotta un simbolo, tanto sottile quanto ostico da sciogliere. Alcuni hanno ipotizzato che le due bocche fossero destinate una agli dei a l’altra agli uomini (e quindi a Filottete): tale sterile supposizione si appoggia barcollante sul fatto che, durante la ricognizione di Neottolemo, il terreno sottostante una delle due entrate appaia “senza passi di uomo”. Altri invece hanno proposto e sostenuto una tesi molto più stimolante: alla “due bocche” dell’antro roccioso corrisponderebbero le “due bocche” di Odisseo e Neottolemo, loci materiali dello scontro dialettico e spirituale che si instaura tra i due personaggi.