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Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
L'indol conobbe
E’ con questo incipit, forse uno dei più conosciuti della
letteratura greca, che Omero decide di aprire il suo secondo poema, presentando
al pubblico l’eroe di cui narrerà l’avventuroso ritorno:
Odisseo.
Nato dalla figlia di Autolico, che “tutti del rapir vinse e
del giurar nell'arti”, egli ci viene delineato, sin dall’inizio
dell’Iliade, come polymetis (molto astuto), polymechanos
(molto abile) e polytlas (molto paziente), doti che, indicando
semplicemente un’intensificazione della qualità intellettiva,
non acquistano risvolti ambigui né tanto meno negativi. Guerriero
tra i guerrieri, infatti, l’Odisseo del poema iliaco tradisce, nel
confronto con gli altri eroi, una diversità che, se non lo emargina,
certo lo contraddistingue. Sfuggono ai canoni dell’aristocrazia
guerriera il suo tipo fisico, l’audacia sempre prudente e mai d’assalto,
l’eloquenza pratica e sempre mirata. Come riconosciuto da Apuleio
nel Deo Socratis, l’eroe di Itaca è il simbolo di
una natura dotata di “consiluim, mens, animus”, contrapposta
a quella del “auxilium, manus, gladius” attribuita
invece a Diomede. Nei momenti cruciali, di crisi o di svolta nell’azione,
suo è il gesto decisivo e determinante che corregge le deviazioni
ed imprime una nuova svolta agli eventi: mediatore dei rapporti fra i
capi e l’esercito nel canto II, raffinato oratore, le cui parole
sembrano “fiocchi di neve d’inverno” nel canto
III, con un ruolo di spicco legato all’ambasceria nella tenda d’Achille
nel IX, intraprendente ed audace nella sortita notturna del X. Decise
e determinanti appaiono anche quelle imprese oblique e furtive, non tutte
registrate dall’iliade, proprio perché non rientrano nel
codice guerriero, ma raccolte e tramandate dai mitografi: l’Odisseo
che rapisce, nel X canto, i cavalli di Reso, è anche quello che,
secondo altre fonti, ruba dall’acropoli di Troia la statua di Atena
e sottrae a Filottete l’arco di Eracle. Ma sono tutti gesti che
la leggenda nobilita, rendendoli necessari e indispendabili al compimento
dell’impresa Achea. La metis (intelligenza) di Odisseo guida le
sue azioni verso buoni fini, delineando quindi la figura dell’uomo
dalla mente accorta come giusta e saggia. Non a caso la sua nave, sempre
nell’Iliade, sta “nel mezzo”, tra gli accampamenti di
Achille e di Aiace, là dove sorgono i luoghi sacri delle assemblee
e della giustiza e dove sono stati eretti gli altari agli dei. Ma, soprattutto,
l’ ingegno di Odisseo eguaglia quello di Zeus, vigile, avveduta,
mediatrice. “Pari a Zeus nella metis” è l’Odisseo
di Omero.
Il protagonista dell’Odissea non è sostanzialmente diverso
dall’eroe dell’Iliade, né è diversa la qualità
del suo ingegno. Sono mutate però le circostanze, che richiedono
un uso molto più costante ed articolato dell’intelligenza
attiva contro insidie inaspettate, avversari sconosciuti e forze occulte.
Sopravvivere nel lungo nostos di ritorno è un’arte
che richiede abilità e prudenza, dissimulazione ed audacia. Per
risolvere i problemi pratici e le situazioni contingenti l’ingegno
di Odisseo si serve dell’inganno, del dolos,di cui lo stesso eroe
si dichiara esperto, come strumento di un’azione che ha come fine
la salvezza personale. In questo contesto i doloi sono il frutto naturale
dell’intelligenza, e la loro applicazione non è quindi viziata
da nessun giudizio di tipo morale. Lo scarto si definisce chiaramente
nell’opposizione fra polymetis, epiteto esclusivo di Odisseo,
e dolometis, il temine che connota, per contrasto, la metis
negativa Egisto e Clitemnestra. Egli è sostanzialmente un “maestro
di verità”, ancora e dunque “pari a Zeus nell’intelligenza”,
anche se si muove sotto il segno di Atena, che sa trasformare la sapienza,
il consilium teoretico in saggezza pratica e tecnica.
Tuttavia il confine che separa la macchinazione e l’imbroglio dall’abietta
meschinità è labile e precario anche in molti punti dell’Odissea,
soprattutto là dove meglio emergono quei tratti della personalità
dell’eroe che saranno amplificati nella successiva interpretazione
sofoclea. Dopo Omero, infatti, nello spazio che intercorre tra epica e
tragedia, fra il mondo degli eroi e quello dei sofisti, l’ombra
della negatività invade tutti i campi in cui opera Odisseo, dall’azione
alla parola. Così, quando la crisi investe l’Atene del quinto
secolo, il personaggio itacese è minato alle sue stesse basi, si
deteriora e si frantuma rispetto alla tradizione precedente, coagulando
intorno a sé le leggende meno edificanti. Da una parte egli viene
eletto a simbolo di tutte devastazione prodotte dall’uso distorto
e corrotto della parola, dell’esercizio determinato del raggiro
e alla frode, dall’altra vengono esaltate le figure di Aiace e Filottete,
le vittime “pure”, gli onesti e i giusti. In Sofocle, infatti,
egli diventa “l’uomo di fama pessima e vergognosa, Odisseo,
l’ingannatore”, paragonato a Tersite per l’infamia
delle parole (vv 607-608). Eppure l’agire di Odisseo, seppur messo
in ombra dalla contrapposizione con l’ingenuo candore e il cieco
coraggio di Neottolemo, sembra essere guidato da più alti fini:
“lo feci per ordine dei comandanti” (vv 6) dice di
Filottete al giovane compagno, “è Zeus colui che tutto
ciò ha deciso: io lo eseguo” (vv 980), e, ancora, egli
parla “in nome degli Atridi e di tutto l’esercito”
(vv 1294). Dunque Zeus e gli Argivi sembrano perseguire il medesima obiettivo,
e Odisseo si atteggia, come nell’Iliade, a demiurgo, ad esecutore
materiale della sacra profezia di Eleno: egli progetta l’inganno
nella prospettiva di attuare il volere del Padre degli Dei, sicuro che
i mezzi odiosi ed impudenti siano buoni se applicati ad un fine giusto:
NE. “Non ti sembra brutto dire il falso?”
OD. “No, se il falso dà la salvezza”
NE. “Come osare dir quelle cose, guardando negli occhi?”
OD. “Quando fai qualcosa per trarne profitto, non esitare”
(vv 108-111)
Egli, apparentemente, non incarnerebbe quindi il solo simbolo
della “Ragion di Stato”, quella Achea, ma anche e soprattutto
il simbolo di qualcosa di più assoluto e superiore, la “Ragion
degli Dei”, quella di “Zeus, che domina questa terra”
(vv 989).
Ma ad un’analisi più approfondita e meno superficiale delle
parole che Sofocle gli fa partorire, la figura di Odisseo si svuota di
questi altisonanti significati e viene mostrato in una luce diversa: egli
è l’uomo della doxa, dell’apparenza sofistica, della
trista superbia intellettuale che si appropria dei vaticini e li interpreta
a suo piacimento: mai, per tutto il dramma, egli rivela che anche Filottete
deve essere portato a Troia insieme all’arco, preferendo tacere
in vista di un più facile obiettivo. La sua metis già
da questo viene scardinata dall’impianto omerico: essa non è
più accettata, ma, al contrario, eticamente discutibile. Il compromesso
fra sofia (saggezza) e dikh
(giustizia) che egli propone a Neottolemo (“Dediti alla giustizia
ci mostreremo in futuro; intanto, per un attimo breve di tempo senza pudore,
affidati a me” vv 82-85), viene successivamente rifiutato dal
giovane:
NE. Ma se sono giuste, queste cose valgono più
delle sagge (vv 1246)
La saggezza deve quindi essere sottomessa e subordinata
alla giustizia, e il personaggio di Odisseo, che non sottostà a
questi canoni morali, diventa “incapace di concepire pensiero
sano, pensiero libero” (vv 1006), “il più
vile tra i vili, il più impudente” (vv 984). La sua
sapienza, che arriva ad essere affine alla dolometis di Clitemnestra da
cui Omero lo aveva distaccato, è in Sofocle quella del “male”
(vv 1015), la sua mente è “maligna” (vv 1013).
Non a caso, infatti, accanto al sempre presente aiuto di Atena (“che
m’ha sempre salvato” vv 134), compare, invocato a gran
voce, quello di “Ermes, l’Ingannatore” (vv
133), protettore dei ladri e degli ingannatori.
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