Titolo: Tra inferno e Paradiso
Autore: V.L.Elia
Disclaimer: I personaggi usati per questo racconto, se così lo si può definire senza offendere il buon nome dei veri scrittori, non mi appartengono e sono stati usati senza l'intenzione di guadagnarci su, se non qualche incoraggiamento. John Doggett e Monica Reyes, così come gli altri nomi citati appartengono alla 1013 Production e sono creature di Chris Carter, Brad Follmer glielo lascio volentieri. La catena Starbuck appartiene non so a chi, ma gliela lascio perché in quanto a caffè non è che gli americani siano delle cime.
Ratings: non credo che sia il caso di porre censure, mi pare che non ci siamo scene volgari o particolarmente spinte da meritarsi una censura o avvertimenti.
Summary: La pioggia porta sempre sentimenti contrastanti, alle volte porta solo la malinconia, specialmente se tu sei nuova in una città che non conosci e vivi un rapporto un po' strano con il tuo partner di lavoro. Incontri inaspettati sotto la pioggia che presto si trasforma in neve, un angelo o semplicemente un essere umano? Sentimenti contrastanti, sì, ma non sempre la realtà è una sola…
Category: Reyes/Other, Angst, DRR implied
Feedback: per qualsiasi commento o stroncatura accomodatevi al mio indirizzo: nonsonoimmaginaria@virgilio.it
Note: il nick è un anagramma, chi lo indovina vince una pacca sulla spalla; se lo stile di scrittura non è fluido, non prendetevela, sono arrugginita, è tanto che non scrivo e le pigrizia estiva peggiora le cose.
Thanks to: a tutti quelli che dicono che io non farò mai nulla nella vita, grazie a voi ogni giorno ho lo stimolo a dimostrare che posso essere meglio di voi, che posso fare di più e non baratterei nemmeno un giorno della mia vita da perdente con uno delle vostre vite perfette…Un giorno, faremo i conti, ed io mi preparo assaporando il sapore dolce e amaro della rivincita.
Note 2: La citazione iniziale è della canzone 'Ossigeno', dall'album 'Germi', pubblicato dalla Mescal, ed è stata scritta da M.A. La canzone dei R.E.M citata da Monica Reyes è 'Lotus', tratta dall'album 'UP'. La voce di Tim Buckley appartiene solo a lui ed a tutti quelli che si ricorderanno di lui tramite i suoi dischi.
L'Autrice chiede formalmente scusa a Dante Alighieri per averlo tirato in causa, ma questo dimostra che non vado a scuola solo per scaldare il banco come molti credono. =))


Tra Inferno e Paradiso
Di
V.L. Elia

'E'così insano, dentro ai miei occhi…Chi ami è un angelo, che uccide se lo tocchi…'

Quando è inverno le grandi città possono diventare molto tristi: il cielo costantemente grigio scuro, avvolto in una cappa buia che infonde una tristezza infinita, l'aria profumata di pioggia e di ozono e di foglie secche; i rumori sono ovattati da una specie di malinconia, il freddo ti penetra dentro, fino alle ossa.
Era così Washington quell'inverno.
Il tempo ti lascia solo la voglia di startene in casa, sotto le coperte del tuo letto, magari con una tazza di te' caldo in mano, a guardare la pioggia che batte incessante contro i vetri della finestra della tua camera...
In inverno le grandi città possono diventare molto tristi, specialmente se sei appena arrivata e se sei sola...L'umore ti scende sotto le scarpe, la tua vita scorre lenta, come una moviola, un senso generale di stanchezza ti pervade l'anima e il corpo, e la voglia di andare a lavoro corrisponde a zero.
Il lavoro diventa un peso, confinata in un ufficio a riempire scartoffie, e la tensione col tuo partner che ormai ha raggiunto un punto insostenibile; negli ultimi tempi la tensione si taglia col coltello, quando siete insieme non fate altro che litigare, per cose inutili per lo più, ma nessuno dei due può fare a meno di alzare la voce con l'altra.
Eppure un tempo eravate tanto amici, no?
Non è di lui che ti sei innamorata?
Passare le giornate a pensare che sarebbe meglio tornarsene a casa, dove ritroveresti gli amici di un tempo, ma a che scopo?
Era stata una di quelle giornate per lei; la pioggia cadeva incessantemente da giorni e presto si sarebbe trasformata in neve, una strana apatia si era impossessata di lei e non poteva tollerare l'idea di vedere qualcuno.
Era andata in ufficio però, come tutte le mattine, a riempire le scartoffie, perché, anche se ci fosse stato qualche caso su cui investigare, col tempo che c'era, non avrebbero potuto in ogni caso lasciare la città.
Forse andare non era stata una buona idea, sapeva che non appena sarebbe entrata in ufficio si sarebbe sentita ancora peggio: una volta vederlo, vedere quegli occhi azzurri serviva a farla sentire meglio, in fondo, da molti anni era stato il suo migliore amico, e forse, il loro rapporto stava maturando ad un livello superiore: eppure adesso non poteva nemmeno stare nella stessa stanza con lui senza cominciare a litigare.
Quel giorno non era stato diverso dagli altri, avevano cominciato ad urlarsi contro per un motivo talmente stupido che non riusciva nemmeno a ricordarlo; così si era presa il resto della giornata libera, aveva preso il cappotto, aveva salutato educatamente l'uomo dietro la scrivania e se ne era andata.
Quella mattina era stato lui a venirla a prendere, era senza macchina e per un momento meditò di prendere un taxi, ma si risolse per tornare a casa a piedi: in fondo le era sempre piaciuto camminare e non le veniva in mente niente di meglio per distendersi da quella sorta di stress che in quei giorni la stava opprimendo rendendo la sua vita sociale impossibile; farsi una lunga passeggiata sarebbe stata la cosa migliore, le avrebbe disteso i nervi e le avrebbe fornito l'occasione di pensare.
Fuori pioveva, come sempre, ma questo non la fermò: camminare sotto la pioggia aveva un fascino noir che non avrebbe saputo spiegare...
' Let it rain, rain, rain, bring my happiness back again...'
Sorrise fra se' mentre si scoprì a canticchiare una canzone dei REM, Se solo bastasse la pioggia a far tornare la felicità...Pensò, ma poi convenne che forse la pioggia se ne sarebbe dovuta andare per farle tornare la felicità.
Forse era colpa del tempo, forse era quella grande città che lei doveva ancora imparare a conoscere, oppure il fatto di essersi imbarcata in un'avventura più grande di lei e che ancora non poteva comprendere.
Nel giro di poco meno di un anno, quando era cambiato nella sua vita?
Aveva cambiato città, aveva lasciato un posto che l'aveva ospitata per anni e che ormai aveva imparato a considerare familiare...Quante cose aveva visto che avevano cambiato la sua vita?
Molte...Una chiamata, e lei era accorsa alla ricerca di un uomo che non conosceva, per aiutarne un altro a cui teneva molto; avevano trovato quella persona...morta.
E cinque mesi dopo, la persona che aveva visto cadavere era viva e vegeta, per un qualche strano scherzo della natura che lei non sapeva spiegare.
E come poteva dimenticare la sua breve trasferta a Democrat Hot Springs?
Aveva visto un uomo crivellato di colpi da un fucile a pompa rialzarsi dopo qualche minuto, lo aveva visto capeggiare un gruppo di gente inespressiva mentre la donna che lei avrebbe dovuto proteggere era in preda alle doglie.
Perché volevano quel bambino, lei non lo sapeva, non le era stato detto, e forse non sarebbe riuscita a capirlo comunque.
E non poteva continuare a nascondere il motivo per il quale si era buttata a capofitto in quell'avventura: lui.
Da quando era stata assegnata alle indagini sulla scomparsa di suo figlio, quando si era ritrovata a piangere in maniera disperata per un bambino che non aveva mai conosciuto, non vivo almeno, anche se forse stava piangendo per quell'ostinato detective dagli occhi talmente azzurri che fanno venire la voglia di perderti dentro di loro, che quel giorno aveva perso la cosa più importante della sua vita; quando quella sera se lo era ritrovato sulla soglia della sua camera d'albergo, con la cravatta allentata, la faccia stravolta e nemmeno la minima idea di cosa ci facesse da lei, lo aveva fatto entrare, lui le aveva chiesto se poteva rimanere lì e quando si era messo a piangere, cosa che il suo orgoglio gli aveva impedito di fare persino sulla scena del ritrovamento, lo aveva abbracciato, cercando di confortarlo, e lo aveva cullato fino a quando non si era addormentato fra le sue braccia.
E allora erano ancora due estranei; col tempo erano sempre rimasti in contatto e lei era sempre stata brava a nascondere quel sentimento che stava crescendo in lei.
Quando lui l'aveva chiamata per aiutarlo per trovare quell'agente scomparso si era accorta che per lui doveva essere stato come era stato nel 1997, trascinarla nella ricerca di una persona per poi trovarla morta... Anche quella volta lui era comparso sulla porta di camera sua, la faccia sconvolta per la donna che da tre mesi era la sua partner di lavoro e che molto probabilmente era anche l'amante dell'uomo che avevano trovato morto, o comunque dovevano essere molto amici.
'Le avevo promesso che l'avrei trovato...'
Quando lei gli aveva ricordato che lo aveva trovato, lui era arrossito in un impeto di rabbia e aveva urlato: 'Le avevo promesso che l'avrei trovato vivo!'
Ne avevano parlato anche ora qualche prima di trovarlo, lui sapeva cosa doveva provare quella donna, sapeva che probabilmente provava la stessa paura che aveva avuto lui in quei tre giorni che aveva speso per trovare suo figlio.
E poi aveva temuto di perdere per sempre la sua amicizia per aver chiesto l'aiuto di quell'uomo che era miracolosamente tornato dalla morte: era sicura che avrebbe trovato il responsabile della morte di quel bambino, ma l'unica cosa che aveva ottenuto era stato un estintore in testa e una concussione.
Fino a quando, dopo la spaventosa trasferta a Democrat Hot Springs, lui le aveva chiesto di fermarsi a Washington e l'aveva assegnata alla sua sezione, la sezione dei fatti inspiegabili...
La tensione aumentava di giorno in giorno, come per i due agenti che li avevano preceduti, doveva esserci qualcosa in quell'ufficio, ma per una ragione a lei ignota in quei giorni tutto sembrava andare storto...
Litigi, nervi a fior di pelle...Discussioni futili, senza importanza, senza senso...Valeva la pena di rovinare quello che stavano costruendo pian piano per un motivo talmente sciocco?
No, forse aveva preso la decisione giusta prendendosi un paio di giorni di libertà; sarebbe rimasta a casa, magari, con un po' di fortuna, la pioggia avrebbe smesso di cadere dal cielo e tutto sarebbe tornato alla normalità: sarebbero partiti alla volta del Maine, o dell'Oregon, o del Nevada, della Louisiana magari, per occuparsi di un nuovo lavoro, e le cose sarebbero tornate come prima.
Sì, meglio stare lontana da lui e dall'ufficio per qualche giorno.
La pioggia cedeva incessante, scrosciante e fredda; ormai era fradicia e tremava e aveva voglia di fumarsi una sigaretta, anche se con quell'acqua non sarebbe mai riuscita ad accendersene una.
Aveva freddo, un freddo tremendo e casa sua era ancora maledettamente lontana; non doveva pensare al freddo, doveva continuare a camminare, magari, pensò che poteva prendere quell'ingresso per la metropolitana che vedeva laggiù, in fondo alla strada...
Be', non l'avrebbe portata esattamente a casa, ma almeno le avrebbe evitato di stare ancora sotto la pioggia scrosciante.
Allungò il passo fino al segnale che indicava l'ingresso, ma poi qualcosa la trattenne…
Il pensiero di vedere delle persone, di stare in mezzo al confusione, alle voci di persone che non conosceva, alle grida di bambini che le erano estranei., il rumore dei treni che corrono in continuazione, senza mai fermarsi... No, non era decisamente una buona idea, un po' di freddo non l'avrebbe uccisa, decisamente, al massimo avrebbe trovato una scusa per starsene in casa per un paio di giorni causa influenza...
Continuava ad avere voglia di una sigaretta, ma cercava di reprimere la voglia pensando che una volta arrivata a casa il piacere di accendersi una Morley Light sarebbe stato doppio...
La pioggia rallentò, diminuì fino a quando lei non si accorse che si era trasformata in neve gelida che le pungeva le guance...
Accidenti, pensò fra se', forse adesso sarebbe meglio che io chiamassi un taxi.
Ma non c'era nessun taxi in giro, nessuna macchina passava per la strada in quel momento, solo qualche pedone che si affannava per tornare a casa, al caldo, dove magari avrebbero trovato qualcuno ad aspettarli, qualcuno che si preoccupava per loro; quello che lei non sapeva è che c'era qualcun altro che come lei stava vagando a testa bassa per le vie di Washington.
Nessuno dei due badava molto a dove metteva i piedi, senza guardare avanti e così si scontrarono... Lei cadde a terra, lui riuscì a mantenere l'equilibrio e la guardò.
Il dolore fu grande, forse accentuato dal fatto che l'impatto l'aveva presa alla sprovvista, ma cercò di riprendere il controllo ed alzò lo sguardo. E fu allora che si trovò davanti quegli occhi...
<< Dovresti guardare la strada quando cammini...>>
Azzurro...Un azzurro che fece perdere ogni importanza ad un altro azzurro, quello degli occhi dell'uomo che aveva lasciato in ufficio quella mattina.
Non si mosse, non disse niente, rimase immobile a guardarlo, fino a quando lui non le porse una mano per aiutarla ad alzarsi.
<< Grazie...>>
Abbozzò un sorriso, incerta su cosa dovesse dire o fare, e continuava a studiarlo, continuava fissarlo in quegli occhi azzurri, e finì per sentirsi a disagio di fronte alla sua faccia apparentemente imperturbabile.
Era più alto di lei, avvolto in un cappotto nero, lungo fino alle caviglie, la pelle era bianca, in contrasto con i capelli neri leggermente spettinati e la barba corta che si era lasciato crescere sulle guance...L'età non avrebbe saputo stabilirla, anche se non pensava che potesse superare i quaranta anni, anzi...
<< Sei tutta bagnata, non fa bene camminare sotto la pioggia...>>
Non si era mai trovata davanti uno sconosciuto che la trattasse in maniera così gentile, le sembrò strano, ma allo stesso tempo quell'uomo cominciava ad intrigarla; aveva un qualcosa, non sapeva cosa, che riusciva ad affascinarla...
Si stava scordando di...?
<< Potrei dire la stessa cosa di te...>>
Disse con lo spettro di un sorriso sulle labbra per rompere il silenzio.
Anche lui sorrise e la cosa lo fece apparire ancora più affascinante ai suoi occhi.
<< Io sono Monica Reyes...>>
L'uomo sorrise fra sé e le tese la mano...
<< Piacere Monica Reyes...>>
Una folata di vento le scompigliò i capelli bagnati e la fece rabbrividire; lui se ne accorse e cercando di essere gentile le indicò l'insegna di un locale a qualche centinaio di metri da loro, << Così potrai asciugarti un po', >> disse.
Acconsentì e gli disse:
<< Non mi hai ancora detto il tuo nome...>>
L'uomo che aveva già incominciato a camminare, precedendola di qualche metro si voltò e rispose:
<< Ha importanza?>>
<< No...>>
Non avrebbe mai saputo spiegare le motivazioni che l'avevano portata a dare quella risposta in quel momento e non sarebbe mai riuscita a spiegare cosa in quell'istante le suggerì che conoscere il nome di quella persona non aveva nessuna importanza...
Dimenticò John, dimenticò l'ufficio, i litigi e tutti i pensieri che l'avevano tormentata fino a quel momento e animata da una nuova sensazione che per un po' bollò come curiosità lo seguì...
Percorsero quella breve strada fianco a fianco, a passo spedito, senza mai guardarsi in faccia, fino a quando non arrivarono al piccolo caffè che lui aveva indicato; le fece strada, le tenne la porta aperta per entrare e la guidò in un angolo in fondo, appartato e tranquillo: gli avventori del locale erano per di più ragazzi che, con le loro madri a seguito, facevano una confusione infernale.
Ordinarono due caffe' e attesero silenziosamente, godendo entrambi del calore del locale, continuando a studiarsi a vicenda, fino a quando la cameriera portò loro ciò che avevano richiesto.
<< Allora, Monica Reyes, hai voglia di spiegarmi il motivo per cui stavi camminando da sola sotto la pioggia? >>
Lo disse sorridendo e lei non potè evitare di fare altrettanto.
<< Potrei farti la stessa domanda...>>
<< Sì, hai perfettamente ragione, ma l'ho domandato prima io...>>
Le strappò un nuovo sorriso e lei si chiese se confidarsi con uno sconosciuto fosse la cosa più adatta da fare in quel momento: a volte la prospettiva di poter confidare i propri problemi ad uno sconosciuto fa dimenticare ogni inibizione e si tende ad essere più aperti; decise quindi di confidare all'uomo il motivo per il quale aveva deciso di 'intraprendere' quella sorta di passeggiata sotto la pioggia, magari, pensò, si sarebbe concessa il lusso di tralasciare qualche particolare.
<< Avevo solo bisogno di pensare...>>
Scoppiò in una risata.
<< E per pensare hai deciso di farti una passeggiata sotto l'acqua? >>
Monica bevve un sorso di caffè, continuando a guardarlo negli occhi.
<< Cosa mai può averti spinto a fare una passeggiata sotto la pioggia?>>
<< Niente, è solo che ultimamente i rapporti con il mio partner...>>
Fece una pausa alla parola partner, e poi aggiunse quasi imbarazzata che si trattava solo del suo partner di lavoro.
<<...,e un buon amico, non sono più buoni come una volta e quindi volevo solo cercare di capire perchè ultimamente non possiamo stare nella stessa stanza senza cominciare a tirarci contro i soprammobili...>>
Fu un po' sarcastica, specialmente nell'ultima affermazione e lui continuava a guardarla, con gli occhi un po' distanti, come se stesse pensando a qualcosa o come se sapesse tutto...
<< E tu? Cosa ci facevi sotto la pioggia? >>
L'uomo abbassò lo sguardo, bevve un lungo sorso di caffè e guardò con un sorriso amaro uno dei bambini che in quel momento stava subendo un rimprovero dalla madre e disse:
<< Non Ti è mai capitato di sentirti sola? Di sentirti fuori luogo e di chiederti se quello che stai facendo è giusto o meno? Come se all'improvviso tu non sapessi più quello che stai facendo, o perché lo fai; e guardandoti intorno non riconosci più le vie che stai percorrendo, come se ti trovassi in un luogo a te del tutto sconosciuto... >>
Il suono rauco della sua voce le mandò un brivido lungo la spina dorsale, ma quello che la colpì di più furono le sue parole, era come se conoscesse esattamente ciò che lei stava provando in quel momento.
Abbassò la testa e rispose a voce bassa:
<< Sì, conosco la sensazione...La conosco fin troppo bene...>>
Lui scosse la testa, come se non fosse completamente sicuro di quello che lei aveva appena detto, ma a Monica sfuggì questo suo gesto...
Monica si guardò intorno, la donne con i loro figli se ne stavano andando, ed il locale sarebbe stato vuoto all'infuori di loro due, di alcuni ragazzi alla parte opposta della sala e di un vecchio dall'aria melanconica seduto un tavolo davanti a loro, intento a guardare la strada bagnata.
<< Parlami di te...>>
Lui alzò lo sguardo, meravigliato.
<< Non hai voluto dirmi il tuo nome, almeno dimmi qualcosa di te...>>
Esitò, incerto su cosa dovesse dirle, ma fu lei a sbloccare la situazione.
<< Da dove vieni? Non sei di Washington, vero? >>
Scosse la testa.
<< No, non sono di Washington, non sono nemmeno americano, per la verità...>>
<< Sul serio? Dal tuo accento non si direbbe... Da dove vieni allora? >>
L'uomo soffocò una risata in fondo alla gola, Se solo lo potessi sapere...
<< Da un luogo talmente sperduto che è impossibile che tu possa conoscerlo...>>
<< Mettimi alla prova...>>
Fece un segno di diniego.
<< No, fidati di me, non puoi conoscerlo, quindi è inutile che tu ne conosca il nome.>>
Monica lo fissò, subiva da quell'uomo, del quale sapeva così poco, per non dire nulla, un fascino ed un'attrazione irresistibili: nella solitudine dei suoi occhi vedeva riflessa se' stessa e la sua voce, poco abituata a parlare, le mandava brividi di interesse lungo la schiena.
<< E tu, Monica Reyes? Fammi indovinare, nemmeno tu sei di questa città, vero?>>
Sorrisero entrambi.
<< Monica, solo Monica...Comunque no, sono stata cresciuta in Messico...>>
<< Messico? Cognome a parte, Monica, hai poco di messicano...Non prenderla coma un'offesa, ti prego, non è mia intenzione...>>
Lei gli prese la mano, per rassicurarlo.
<< Non preoccuparti, hai perfettamente ragione. In Messico vivono i miei genitori adottivi, sono cresciuta lì, ma per il resto, sono americana...>>
<<Ah, non ne avevo idea, se ho detto qualcosa di sbagliato ti chiedo scusa.>>
Chiedere scusa? Il pensiero la fece sorridere: era la prima persona che le chiedeva scusa per aver affrontato il discorso della sua infanzia.
<< Cosa fai qui a Washington, Monica?>>
<< Lavoro, sono un'agente federale...>>
Alzò le mani per scherzo.
<< Ehi, promettimi che non mi arresterai!>>
Rise.
<< Perchè dovrei? Sei forse un pericoloso criminale? >>
Scosse la testa.
<< No, posso rassicurarti che le mie intenzioni sono tutt'altro che cattive.>>
<< Non ne dubito.>>
Rispose sorridendo e ancora una volta rimasero in silenzio, con lei che stringeva fra le mani il suo caffè, come se volesse riscaldarsi, anche se ormai il calore era diminuito notevolmente.
Fuori la pioggia si alternava alla neve, come se anche il tempo fosse indeciso sul da farsi.
<< Ancora neve...e ancora pioggia, >> Disse. <<Non ho mai visto un tempo così strano.>>
<< Già, mi sto pentendo di non aver preso la macchina questa mattina... e uscendo dal lavoro avrei dovuto prendere un taxi.>>
Fece una pausa e osservò un fiocco di neve fluttuare davanti a lei dall'altra parte del vetro.
<< Se avessi fatto così adesso sarei a casa, al caldo e con i vestiti asciutti...>>
<< Ma se avessi agito così non ci saremmo mai scontrati...>>
Ribattè prontamente lo sconosciuto causando il suo imbarazzo.
<< Ti trovo molto bella, Monica Reyes; la persona che ti ha 'spinto' a camminare sotto la pioggia evidentemente non ti merita...>>
La rabbia che normalmente l'avrebbe colta per un'affermazione del genere si spense sul nascere; arrossì invece.
<< Tu non lo conosci, come puoi dire questo?>>
Rise.
<< Hai ragione, ma conosco te...>>
Lo guardò sorpresa:
<< Ci conosciamo da poco più di un'ora! Come fai ad affermare di conoscermi?!>>
<< So che ti chiami Monica, che sei un'agente federale; so che sei stata adottata e cresciuta in Messico, so che ti sei affezionata ad un uomo che non ti merita... e che in questo momento ti senti sola e spaesata, come me.>>
Qualsiasi voglia di fuggire stava abbandonando la sua mente, non poteva andarsene, quell'uomo con la pelle chiara e gli occhi azzurri l'aveva stregata a tal punto che forse era lei stessa a comandare alla sua mente ed al suo corpo di lasciarsi andare.
<< Chi sei?>>
Balbettò.
<< Sono qualcuno che vaga da troppo tempo e che ha imparato a conoscere le persone...più di quanto si conoscano loro... Non sono come te, o come tutte le altre persone in questo Starbuck...>>
E non aggiunse altro, si limitò a prenderle la mano e lei a quel punto non potè più opporsi.
<< Cosa sei? >>
Sorrise.
<< Sono un angelo caduto...>>
Lei scosse la testa, trovando le sue ultime parole assurde, fuori dal mondo e completamente prive di senso...Un angelo? Doveva trattarsi di uno scherzo evidentemente.
<< Stai scherzando, vero? >>
<< No, Monica. Non sto scherzando, sono un angelo e sono terribilmente solo...>>
<< Ma non è possibile...>>
Quelle parole risultarono aliene sulle sue labbra: lei, Monica Reyes, disposta a credere agli omini verdi di Fox Mulder, agli spettri, agli gnomi e quant'altro, si trovava a dire 'non è possibile' di fronte ad un uomo che si era presentato a lei come un angelo.
<< E' tutto vero...Devi fidarti di me...>>
Sgranò gli occhi meravigliata quando le sussurrò qualcosa in una lingua che non conosceva, parole con un suono che sembrava sprofondare nell'antichità delle leggende, delle storie e dei miti; incomprensibili, ma allo stesso tempo rassicuranti, che sembravano dirle di rilassarsi e di lasciarsi andare.
Le prese la mano e la accarezzò dolcemente, poi avvenne una cosa che non seppe spiegare: la caffetteria scomparve nella luce bianca fra lo sconcerto e la meraviglia, sentì la chiara sensazione di non essere più seduta su quella scomoda panca imbottita, ma di essere come sospesa nel vuoto che quella luce aveva creato.
Da prima vide la sagoma di lui davanti a lei, distante, fino a quando non lo percepì avvicinarsi, vicino, sempre più vicino, fino a quando non sentì il suo respiro sulla pelle...
Non sentì più il peso dei vestiti sul suo corpo, sentiva solo il contatto di pelle contro pelle, l'odore del sudore misto all'eccitazione; odori che poteva essere identificati con una solo cosa.
Sentì i loro gemiti in una confusione di corpi in un fruscio di lenzuola di cotone pulite, capelli sudati, baci e carezze, fino a quando non si sentì stanca e chiuse gli occhi...

Era buio adesso, non avrebbe saputo dire che ora fosse o con precisione dove si trovasse, l'unica cosa che le era chiara era che non si trovava a casa sua, ma piuttosto in una camera di motel, abbastanza spoglia ed illuminata unicamente dai raggi della luna che passavano attraverso le spesse tende.
Evidentemente la pioggia se ne era andata...Oppure quella non era la luce della luna, ma solo quella di un lampione...
Non era sola, accanto a lei, nel letto si trovava un uomo, o forse un angelo, perfettamente sveglio come lei, con gli occhi azzurri spalancati verso di lei.
Continuava a chiedersi come fossero andate le cose, come avesse passato tutto quel tempo, ma nella sua mente c'erano solo immagini sfumate, confuse, ma allo stesso tempo estremamente piacevoli. Stava sdraiata su un fianco, il lenzuolo bianco le copriva solo un pezzo della schiena nuda, e teneva lo sguardo fisso alla parete davanti alla sua; sentiva le dita dell'uomo sfiorarle leggermente il fianco e il suo respiro sulla pelle.
Ricordava la caffetteria ed il momento in cui, in una lingua che non le apparteneva, lui le aveva dichiarato la sua identità, prendendola per mano e poi guidandola, non sapeva come, in quella camera di motel, dove...
<< C'è qualcosa che non va, Monica. Non c'è bisogno di avere i miei poteri per accorgersene. Cosa ti turba?>>
Lei si girò mettendosi di schiena, arrivando a guardarlo negli occhi azzurri che splendevano alla luce della luna.
<< Sei tu sei veramente un angelo, un'entità che non appartiene a questa terra, cosa ci fai qui?>>
Qualcuno nella camera accanto accese una radio e lei riconobbe la voce di Tim Buckley, con quel timbro che spesso aveva associato alla voce di un angelo.
<< So che la mia storia può sembrare pazzesca, ma posso assicurarti che è vera; forse non disporrò mai di elementi abbastanza validi per convincerti... Non devi temere, io non sono pazzo...>>
<< Non ho mai pensato che tu lo fossi, per lo meno, dopo quello che è successo prima, mi risulterebbe difficile. >>
Rispose Monica posandogli una mano sulla spalla.
<< Voglio solo cercare di capire. Vorrei sapere chi sei, da dove vieni, cosa ci fai qui e perché hai sempre quell'espressione triste... Hai un'aria così triste...>>
Si meravigliò dell'ultima affermazione che le era sfuggita dalla bocca, ma non potè fermarsi...
<<Non ho un nome, non un nome terrestre almeno e vago su questa terra da tanto di quel tempo che non saprei nemmeno dire quanto, non appertengo alle vostre città, così grandi, pericolose ed affascinanti, e nonostante tutto non riesco ancora ad abituarmi a stare in mezzo agli esseri umani...Mi sento spaesato ed aspetto...>>
<< Cosa aspetti? Qual'è la tua storia?>>
Chiese lei con insistenza.
<< Le sacre scritture non spiegano tutto, ci sono cose che sono state omesse, nascoste agli occhi degli esseri umani, ma che sono avvenute prima della comparsa dell'uomo stesso sulla terra. Conosci la storia di San Michele? Di come con la sua schiera di arcangeli scacciò gli angeli ribelli dal Paradiso?>>
Sul suo curriculum FBI c'era scritto che era un'esperta di religioni e conoscendo l'episodio della Bibbia a cui si stava riferendo annuì.
<< Ottimo. Devi sapere che ogni angelo viene creato ad immagine e somiglianza di Dio in una sorta di stato di grazia e che ad ognuno viene di loro viene dato il libero arbitrio di scegliere fra il Bene ed il Male. Il primo a fare questa scelta fu il favorito di quello che voi chiamate Dio, Lucifero, che scelse il male e insieme ai suoi seguaci fu relegato in quello a cui voi avete dato il nome di Inferno.>>
Si fermò un attimo per guardarla...Lo stava fissando con gli occhi sgranati.
<<Ora, quello che forse ignori è che a non tutti viene data la possibilità di scegliere, qualcuno viene corrotto senza volerlo o non riesce a decidere per quale schieramento combattere. Dante, il 'poeta' per eccellenza della cultura italiana che sicuramente conoscerai, ha dato, inconsciamente, o guidato dalla sua fantasia o da forze più grandi di lui, la definizione corretta: ci chiama ignavi, indecisi, angeli che non furono fedeli a Dio e nemmeno a Lucifero, ma che furono fedeli solo a se stessi. Troppo corrotti per rimanere in Paradiso, ma allo stesso tempo così puri che la loro presenza non è ben accetta nemmeno all'Inferno.
<< Per questo la nostra condanna è di rimanere in questa sorta di Limbo che è la Terra, vagando, con una minima speranza di rivedere Dio... o di riunirci a Lucifero. >>
L'uomo si girò sul fianco, mostrando a Monica solo la sua schiena e le grandi ali tatuate...
<< Questa è la mia condizione, sono costretto a vagare sulla Terra, fino a quando, al giudizio finale, dovrò scegliere, o le due parte sceglieranno per me...>>
Monica avvertì la tristezza nella voce dell'uomo mentre pronunciava quest'ultima affermazione ed istintivamente cercò abbracciarlo.
<< Non hai idea di quante cose terribili ho visto qui...Guerre, epidemie, incidenti e quanto di più orribile tu possa immaginare...Per qualche strano caso del destino, ogni volta mi ritrovo sul luogo dove accadono cose terribili...Credo che questa sia la mia maledizione...>>
Lo strinse, la sua tristezza sembrava così reale, così vera che i suoi occhi si velarono di lacrime e cominciò a provare compassione per quell'uomo; adesso capiva perchè aveva sempre quello sguardo...
<< E tu, Monica? Adesso non vuoi raccontarmi esattamente perchè stavi camminando sotto la pioggia?>>
Le disse mentre si girava in modo da trovarsela faccia a faccia.
<< Te l'ho detto, problemi con il mio partner di lavoro...>>
<< Cosa succede?>>
E cominciò a parlare, raccontandogli di John, di Luke, degli X-Files e di come la sua vita stesse cambiando...Gli raccontò tutto, le sue speranze e i suoi desideri, fino a quando, dopo un tempo che non riuscì a calcolare, si addormentò...
Un timido raggio di sole le sfiorò gli occhi, costringendola ad aprirli; un raggio di sole, finalmente la pioggia aveva smesso di cadere ed una nuova giornata stava nascendo dentro le tende...Impiegò qualche minuto prima di svegliarsi completamente, e la veglia portò una sensazione di appagamento che non sentiva da tanto tempo.
Si tirò su, stiracchiandosi leggermente e sorridendo all'uomo addormentato accanto a lei. Si alzò dal letto dirigendosi istintivamente verso il televisore, come faceva ogni mattina, allo scopo di sentire i notiziari.
Un canale nazionale sarebbe andato bene...L'onnipresente pubblicità comparve sullo schermo e lei abbassò il volume per non disturbare ne'lei ne'la figura addormentata nel letto. Andò in bagno e rimase a lungo a guardare la sua immagine allo specchio ed a pensare a quello che era accaduto nell'arco di quelle ventiquattro ore...
Aveva lasciato l'ufficio, camminato sotto la pioggia e si era scontrata con un uomo, il quale le aveva detto di essere un angelo scacciato dal Paradiso e non accetto negli Inferi, lo stesso uomo che adesso dormiva in quel letto di una camera di motel e con il quale aveva passato la notte...
Perché si era lasciata andare così con uno sconosciuto?Forse le cause risiedevano proprio nel fascino della novità, nell'attrazione verso l'ignoto che tutti hanno, nello specifico un uomo affascinante e misterioso che dichiara di essere un angelo e che sembra conoscere esattamente le sue sensazioni.
Non si sarebbe dimenticata facilmente di quella notte, una notte nella quale la sua mente era sempre stata in bilico fra la coscienza e l'incoscienza, uno stato a metà fra il sogno e la veglia, anche quando erano rimasti sotto le lenzuola, con una radio che suonava Tim Buckey nella camera accanto ed avevano condiviso alcuni dei loro ricordi.
Sorrise fra se' e si disse che se il pensiero di John non fosse stato una costante fissa avrebbe anche potuto innamorarsi...Cosa avrebbe pensato John quando sarebbe venuto a sapere di questo? Avrebbe pensato che lei fosse una donna che segue solo i suoi ormoni ed accetta l'idea di andare a letto con la prima persona incontrata per strada? O forse avrebbe compreso?
In fondo, ancora, fra loro non c'era stato nulla, se non reciproca amicizia. Ma forse la cosa migliore era che John non lo sapesse affatto. Sì, qualsiasi cosa sarebbe successa in seguito, lui non lo avrebbe saputo e se le avesse chiesto qualcosa sulle passate ventiquattro ore gli avrebbe semplicemente risposto di aver passato la notte fuori Washington, per pensare.
Allora ho deciso, pensò.
Uscì dal bagno e lanciò uno sguardo all'uomo...o all'angelo? Le sue ali tatuate spiccavano sul bianco della pelle. Si sedette sul bordo del letto e guardò lo schermo del televisore, notò che finalmente il notiziario era cominciato e si alzò di nuovo per alzare un po' il volume; quando ebbe trovato il giusto livello di audio si mise seduta in terra, con la schiena appoggiata al letto.
L'annunciatrice di colore le annunciò le ultime svolte del processo di pace in Medio Oriente, scandali politici in alcuni stati europei, fino ad arrivare alla cronaca nazionale, quando in alto a sinistra comparve una scritta: grave incidente a Washington DC, Attentato?
Monica inarcò le sopracciglia e cominciò a fare attenzione alle parole della giornalista mentre le immagini scorrevano: riconobbe subito quella strada, vicina al J.Edgar Hoover Building, riconobbe anche l'ingresso della metropolitana che il giorno prima aveva deciso di evitare...
<<Ancora incerte le cause che questa mattina hanno causato la tremenda esplosione nella stazione della metropolitana vicino alla sede del Federal Bureau of Investigation: ipotesi dell'attentato, prima vagliata a causa della vicinanza alla sede dell'FBI, sta perdendo consistenza e sta prendendo piede l'ipotesi di una fuga di gas...
<< Sconosciuto il numero delle vittime, solo alcune persone, si parla di tre, sono state recuperate ancora in vita fra le macerie...>>
Monica fissava il televisore lasciando che le immagini le scorressero davanti agli occhi, il fumo, le macerie e i pompieri, persino qualche familiare casacca blu con la scritta FBI. Immagini di facce sconvolte, preoccupate, fino a quando...
La sua foto...
Sullo schermo apparve la sua faccia, la stessa foto che si trovava sul suo tesserino...
<< Fra questi sopravvissuti anche l'agente speciale Monica Reyes dell'FBI, estratta dalle macerie un'ora fa...>>
<< Ma che diavolo significa?>>
Si girò istintivamente verso il letto e lo trovò vuoto. Come poteva essere rimasta coinvolta in un'esplosione in metropolitana se in quel momento si trovava lì, doveva trattarsi di un errore, uno scambio di persona o qualche altra cosa...Era semplicemente impossibile...
<< Non è impossibile, Monica. Quella sei veramente tu...>>
Si voltò e lo vide, vestito nuovamente con il suo cappotto nero, con le braccia lungo i fianchi, un sorriso dipinto sul volto e negli occhi una luce strana...
<< Che vuol dire? Che succede?>>
Monica cominciava ad aver paura, se la persona della metropolitana era lei, allora cosa ci faceva in quella camera d'albergo?
<< Non mi trovo sui luoghi dei disastri per puro caso...Niente succede per caso, nemmeno il nostro incontro...>>
Lei lo fissava, le labbra dell'uomo si contorsero in un sorriso amaro...
<< Il mio compito era di venirti a prendere, di accompagnarti nel tuo ultimo viaggio...Tu saresti dovuta morire in quell'esplosione, ma come hai sentito sei ancora viva...>>
Lei scosse la testa...
<< Non può essere, mi hai mentito...cosa sei?>>
<< Non ti ho mentito, Monica, non su tutto almeno... sono stato scacciato dal Paradiso, il mio spirito è troppo corrotto, ma non posso ancora raggiungere i miei compagni...all'Inferno...>>
I suoi lampeggiarono di una luce strana e lei sentì un brivido di puro terrore scenderle lungo la schiena...
<< Per conquistarmi i favori delle 'alte sfere', come direste voi umani, i miei servizi sono alla mercé del migliore offerente...>>
Rise, una risata metallica, spaventosa e non la risata che aveva sentito prima il giorno prima.
<< Cosa vuoi?>>
Disse Monica cercando a tentoni il suo cappotto per una sigaretta.
<< Io dovrei portarti via, Monica...Ma...Ho cambiato idea...>>
Per un attimo vide un bagliore di 'umanità' nei suoi occhi...
<< Ti lascerò vivere...>>
<< Perché? Dove siamo?>>
<< Non siamo da nessuna parte, qui non c'è scorrere del tempo, niente di ciò che vedi è reale...>>
Monica lo guardò storto...
<< Ti ho chiesto perchè...>>
Lui abbassò per un secondo lo sguardo e poi la guardò.
<< Non chiedertelo, ci sono cose che non devi sapere...Ci rivedremo, non così presto, ma ci rivedremo...Non posso lasciare un lavoro a metà, diciamo solo che ho deciso di rimandarlo a tempo indeterminato.>>
Monica deglutì nervosamente e tirò fuori una sigaretta dal pacchetto sorridendo fra se' in maniera quasi isterica, niente di ciò vedi è reale... Ma che sta succedendo? Che accadrà adesso? Si portò istintivamente la sigaretta alla bocca e lui la guardò con un sorriso amaro...
<< Se fossi in te, smetterei di fumare: quelle cose potrebbero ucciderti un giorno...>>
Non fece in tempo a replicare o a pensare alle implicazioni che quella frase comportavano che la stanza fu avvolta da una densa luce bianca, una luce che cancellò ogni cosa...
Ed allora centinaia di immagini le passarono davanti...La sua foto sul televisore, un paio d'ali tatuate, Tim Buckley e la sua voce d'angelo, una caffetteria, occhi azzurri...e una stazione della metropolitana...lei in piedi in mezzo alla folla, bagnata dalla testa ai piedi e poi il tremendo boato....
Poi più nulla...
Dolore, confusione, un forte senso di nausea che non seppe reprimere; pelle sporca e sangue rappreso, rigide lenzuola di ospedale; fastidiosi ronzii e rumori...Paura...Calore, calore nella mano, qualcuno le stava tenendo la mano, una presenza conosciuta, una sagoma che i suoi occhi stentarono a riconoscere a causa del buio.
John!
Ma le sue labbra non si mossero, bloccate da un fastidioso tubo che le scendeva nella gola; si sforzò di stringere la mano dell'uomo e lui se ne accorse...
<< Monica...>>
John, che si era assopito con la testa poggiata al materasso e con le dite intrecciate a quelle delle donna, si tirò su con occhi lucidi.
<< Finalmente ti sei svegliata, mi hai fatto preoccupare...>>
Le scostò una ciocca di capelli dal visto e le sorrise; anche lei cercò di sorridergli.
<< Stamattina te ne sei andata così di fretta dall'ufficio, senza dire niente e poi...>>
Sentì la voce di John spezzarsi nel tentativo di evitare di piangere.
<< ...Poi ho saputo dell'esplosione: Follmer mi ha telefonato per dirmi che ti avevano trovata fra le macerie...Per un attimo ho temuto che tu fossi...>>
Si rifiutò di pronunciare quella parola.
Monica gli strinse la mano, va tutto okay, John.
<< Credevo di averti perso...Monica, io...>>
John non completò la frase e scoppiò in singhiozzi; anche gli occhi di Monica si bagnarono, poi fu solo il silenzio.



Tempo dopo...
Monica era lì, in piedi in mezzo alla via affollata; nonostante fosse passato del tempo dal giorno dell'esplosione, nell'aria si sentiva ancora l'odore acre del fumo e della polvere e il costante rumore dei martelli e dei macchinari impegnati nella ricostruzione della stazione della metropolitana, quasi sovrastavano i rumori della folla.
Il suo corpo si era ripreso completamente, erano rimasti solo alcuni lividi, un paio di graffi ed una cicatrice su una spalla che non se ne sarebbe mai andata; non era rimasta per molto tempo in ospedale perché, miracolosamente, aveva riportato pochissime ferite, nonostante tutto.
Il suo corpo si era ripreso, ma nella sua testa regnava ancora il caos: aveva recuperato appieno la memoria di quel giorno, da quando aveva lasciato l'ufficio e si era incamminata a piedi sotto la pioggia fino alla stazione della metropolitana; ricordava di aver sceso le scale e di essersi ritrovata fra la gente,credeva di ricordare persino di aver sentito un lieve odore di gas e di aver intravisto un uomo che si    accendeva furtivamente una sigaretta, prima che il fuoco e il fumo invadessero tutto e prima che il soffitto cominciasse a crollarle addosso. Ricordava di aver sentito, in uno stato di semi incoscienza, voci disperate gridare aiuto, di qualcuno che aveva gridato mentre la tirava fuori delle macerie, ricordava di aver implorato per avere aiuto e di essersi svegliata in un letto di ospedale con qualcuno,quel qualcuno che le stringeva la mano.
Ma a questi si sovrapponevano altri ricordi, ricordi che la vedevano passare oltre quella stazione,prendere un caffè in uno Starbuck e una camera di motel... e occhi azzurri. Ai ricordi della stazione si mescolavano quelli di un uomo, un uomo che diceva di essere un angelo e che aveva detto di volerle risparmiare la vita.
I segni che aveva sul suo corpo non potevano ingannarla su quale fosse la verità, ma dall'altra parte, le immagini di quella notte passata in un motel e di quello Starbuck erano troppo reali per essere semplicemente bollati come sogni.
Per questo quella mattina aveva lasciato nuovamente l'ufficio, aveva baciato John sulla guancia rassicurandolo dicendogli di avere bisogno di fare due passi; ed era arrivata là, oltrepassando il cantiere per la ricostruzione della metropolitana, alla ricerca di quello Starbuck, con la speranza di riuscire a capire qualcosa in più.

Aveva camminato, a lungo, fino a quando alzando la testa si era arrestata, lasciando che la folla le scorresse accanto come un fiume. Non sapeva esattamente quelle che si aspettava di trovare, ma sapeva di averlo trovato e non seppe capire se ciò che aveva davanti le piaceva o meno.
Fra le vetrine dei negozi, curate nei minimi dettagli, c'era un insegna, rotta, scolorita e traballante posta sopra l'ingresso di uno Starbuck abbandonato...E doveva esserlo anche da molto tempo a giudicare dallo stato in cui si trovava.
Qualcosa dentro di lei disse che era quello il luogo che cercava... E lo aveva trovato abbandonato ed in una stato di abbandono tale che sembrava fin troppo evidente che fosse chiuso da molto tempo prima dell'esplosione. Era quindi quella la prova che quei 'ricordi' non erano altro che un sogno?
John le aveva detto che per qualche ora era stata in una specie di coma farmacologico, forse in quell'occasione aveva sognato tutto, a volte per persone che si svegliano dal coma ricordano ciò che hanno visto...forse...
Già, forse, ma tuttavia non riusciva a convincersi di ciò...
<< Monica!>>
Sobbalzò quando il suono di una voce che chiamava il suo nome la strappò via ai suoi pensieri. A pochi metri da lei, fra la folla, John cercava di attirare la sua attenzione.
<< Sono qui, John.>>
Gli urlò di rimando.
Lui cercò di farsi strada fra la gente, fino a quando non si ritrovò al suo fianco.
<< L'ultima volta che sei scappata via così ti ho ritrovata in ospedale...>>
Monica lo guardava, senza dire niente, la sua mente ancora dentro quello Starbuck pieno di madri con i loro rumorosi ragazzini.
<< Mon, da un po' di tempo a questa parte mi sembri strana, c'è qualcosa che non va?>>
Lei ci pensò su un attimo, guardandolo negli occhi con una faccia totalmente priva di espressione.
<< Questo Starbuck,>> disse. << Da quanto tempo è stato chiuso?>>
John la guardò perplesso.
<< Monica, che c'entra?>>
<< John ti prego, rispondi e basta, è importante!>>
Il tono della sua voce era diventato più urgente adesso.
<< E' stato chiuso due anni fa, dopo un incendio...Perché ti interessa?>>
Lei scosse la testa e disse sotto voce:
<< Avrei giurato di essere entrata là dentro la mattina dell'esplosione...>>
<< Ma è impossibile!>>
Annuì:
<< Lo so, ma...>>
Esitò:come avrebbe raccontato quella sua 'visione' al razionale John Doggett? E doveva raccontargli tutto? Ricordava di aver già affrontato quella questione, lo ricordava, come ricordava altrettanto bene di aver deciso di lasciarlo all'oscuro. Ma adesso doveva dare una risposta alle sue preoccupazioni.
<< Ma cosa? Monica, lo sai che con me puoi parlare!>>
Abbassò lo sguardo, ancora incerta.
<< C'è una cosa che non ti ho mai raccontato riguardo a quel giorno, John; un qualcosa che io non riesco a spiegare e che non sarà facile raccontare...>>
Le fece cenno di andare avanti.
<< I miei ricordi si sovrappongono dal momento che ti ho lasciato in ufficio...>>
E gli racconto tutto, di come le scene della metro si sovrapponevano alle immagini dello Starbuck, di quella persona che aveva incontrato, delle cose strane che erano successe e di come aveva passato la notte, fino al momento in cui si era svegliata.
<< Volevi sapere il perché del mio comportamento anomalo, John; adesso lo sai, e so che non ti sarà facile capirmi, ma questo è quanto...>>
John deglutì incerto sul da farsi e incerto sulle parole che avrebbe dovuto dire. Quello che le aveva raccontato Monica era a dir poco pazzesco, credere ad una cosa simile non faceva parte della sua personalità, tuttavia, per lei, avrebbe creduto...
<< Non potresti esserti immaginata tutto?>>
Scrollò le spalle.
<< Non so, John, non potrò mai esserne completamente sicura.>>
Restarono un attimo in silenzio, poi fu John a parlare:
<< Perché, Monica? Perché quel giorno hai lasciato così l'ufficio, senza dire niente, senza...?>>
Monica rimase qualche interminabile secondo a pensare, forse era giunto il momento di chiarire i suoi sentimenti, di porre fine a quella farsa che andava avanti da troppo tempo; forse gli avvenimenti di quel periodo erano stati un monito a risolvere definitivamente l'intrigata questione del suo rapporto con John.
Ci pensò, meditando su tutte le possibilità che le parole che avrebbe detto avrebbero portato, poi sorrise, persuasa a correre questo rischio.
Prese la mano di John nella sua, in un gesto ormai familiare.
<< Andiamo, John.Forse è arrivato il momento di parlare, noi due.>>
E si incamminarono in mezzo alla folla, ognuno dei due perso nei suoi pensieri, ma confortato dalla presenza dell'altro, entrambi ignari di quello che il futuro avrebbe riservato per loro.
Il sole finalmente era tornato a splendere sulla capitale, ma una folata di vento simile ad una carezza le scostò una ciocca di capelli dagli occhi. Una sensazione di calore che la fece voltare, e per un attimo lo vide: occhi azzurri che spiccano fra ciuffi spettinati di capelli neri, in totale contrasto con la carnagione bianca.
Ma scomparve subito e lei pensò solo ad affrettare il passo, impaziente di trovarsi seduta, magari su di una panca imbottita di qualche Starbuck, e di poter finalmente parlare.
<< Andiamo, John. Ti offro un caffè.>>

Fine