28 LUGLIO

 

Quelle 36 ore
Cercherò di descrivervi le sensazioni che ho provato sabato scorso a Genova. Non è facile. Sono ancora emotivamente molto scossa. Pensare a quanto è accaduto mi fa ancora piangere. Mi fa piangere il qualunquismo della gente con cui ho parlato in questi giorni, la loro indifferenza e cecità, la mancanza di voglia di capire, la loro ipocrisia. Mi fa piangere perché sto male vedendo e sentendo tutto ciò. Mi fa piangere perché cosi riesco a sfogare la tensione che mi ha avvolto e sconvolto in quelle 36 ore. Sabato ho provato, prima, una gioia infinita. Erano tanti anni che non partecipavo ad una manifestazione di piazza così gremita, cosi intensa e gioiosa. Si ballava, si cantava, si battevano le mani. Sembrava quasi di essere ad un concerto. Sai, di quelli che riescono a raccogliere gente di tutte le età. Giovani ventenni, quindicenni con i genitori, quaranta cinquantenni con famiglia al seguito e, infine, arzilli pensionati. Era bellissimo. Un sole stupendo sul lungomare di Genova. Ad un certo momento (per quanto mi riguarda vero le 17) da lontano (circa 1 chilometro) abbiamo visto un denso fumo che si alzava da quella che poi abbiamo saputo essere piazza Kennedy. Da lì è cominciata prima una vaga paura, che ci ha indotti a fare qualche passo indietro.., poi il terrore totale... quando da un viale laterale che incrociava il lungomare abbiamo visto sbucare due cingolati, centinaia di poliziotti che cominciavano a caricare e decine di camionette della polizia al seguito con ricambio di uomini. In quel punto della manifestazione, come in tanti altri che ho visto con i miei occhi, NON ERA PRESENTE NESSUN "NERO"!!!. Però siamo stati brutalmente e gratuitamente attaccati. Noi quattro siamo riusciti a scappare, strisciando lungo i muri del viale laterale, ma tutti quelli che erano dietro di noi hanno beccato manganellate, cariche su cariche e lacrimogeni solo per il fatto che volevano manifestare pacificamente. E non è finita qui. Una volta fuggiti dal lungomare credevamo di essere al sicuro. Non potevamo certo immaginare che da lì fino all'una di notte la nostra incolumità personale sarebbe stata continuamente in pericolo NONOSTANTE FOSSIMO FUORI DAL CORTEO. Passavano continuamente camionette della polizia pronte a bastonare, sputare, insultare qualsiasi piccolo e anche involontario raggruppamento (trenta-quaranta persone) di uomini,donne, anziani che fuggivano. Un clima di terrore che mi ha subito ricordato (prima ancora di leggerlo nei giornali il giorno dopo) i tempi di Pinochet in Cile descritti da Isabelle Allende nei suoi libri più belli. Ti giuro che è così. Ho avuto tanta paura. Ho sentito ragazzi e ragazze come noi che si mangiavano un panino in disparte assaliti da poliziotti che gratuitamente li hanno picchiati. Ragazze che sono state toccate sul seno e in mezzo alle gambe, chiamate puttane. Gente che piangeva mentre raccontava questo ed altro che in questo momento non sono in grado di ripetere. Gente come me, come noi, pacifica e tranquilla, assolutamente non violenta. Pensa che una quarantina di persone (tra cui parecchi anziani) aveva trovato rifugio nel portone di un palazzo. La polizia se n'è resa conto, ha sfondato il portone, ha buttato dentro lacrimogeni e ha costretto tutti ad uscire per massacrarli di manganellate. Tutto questo è vero. Non sono fandonie. Ho visto. Ho sentito. Ho avuto così tanta paura. Mi sono sentita braccata come mai in vita mia. Nessun luogo mi sembrava sicuro. Alla fine, verso le nove di sera, siamo scesi verso la stazione Brignole per aspettare il treno che verso le due ci avrebbe riportati a Firenze. Ma non siamo andati a Firenze. All'una abbiamo preso il treno per Torino. Il primo treno che partiva dalla stazione. Non era più sicura neppure la stazione. Cominciavano a girare poliziotti in divisa ed in borghese. Ho sentito alla radio la notizia del blitz alla sede del Genoa social forum. Ho sentito personalmente quattro o cinque quarantenni, di quelli che organizzano i cortei o simili, che dicevano tra loro (a bassa voce per non diffondere il panico) che non era più sicuro neppure stare lì. Non era più sicuro stare a mezzanotte alla stazione, quando la manifestazione era finita. Siamo tornati a Firenze alle cinque del pomeriggio di domenica, prendendo uno dei primi treni da Torino. Questo è il mio racconto. Di testimone oculare, presente ai fatti. Presente ad un assalto ingiustificato ai pacifisti lontani chilometri dai black block. L'intento era chiaramente quello di spezzare il corteo, impedire la manifestazione e creare un clima di terrore nei manifestanti... e ci sono riusciti in pieno. Alcuni ragazzi di Genova mi hanno detto che venerdì mattina dalle finestre di casa loro hanno visto questi neri saccheggiare parti della città indisturbati. Perché allora non li hanno fermati? Perché l'on. Francescato, la sera del blitz, arrivando in taxi in una stradina laterale, vicina alla scuola sede del forum, ha visto neri che giravano tranquillamente da quelle parti, mentre la polizia massacrava di botte quelli che stavano dormendo nella scuola? A questi e a mille altri perché qualcuno deve rispondere. Non deve passare la giustificazione del governo. Non deve passare il messaggio neri uguale Genoa social forum. La violenza va condannata; tanto quella dei neri, quanto quella della polizia. Soprattutto quando è gratuita. E nessuno deve toglierci il diritto di manifestare. Qui non c'entra il colore politico di appartenenza. C'entra il rispetto di diritti fondamentalicostituzionalmente garantiti. Scusa se sono stata lunga. Ti abbraccio forte forte.
Saura

C'era da dire, e da ricordare Carlo
Sabato 21 Luglio mi sono recato con il pullman organizzato dal Prc a Genova per manifestare, insieme con altre 300mila persone, il mio dissenso a questo modello di sviluppo.
La mia protesta, come del resto quella della maggioranza dei presenti, era ferma e decisa, ma assolutamente pacifica, fatta di slogan, di canti, di musica, di allegria. C'era da dire agli 8 "grandi" che la loro politica e la loro idea del mondo non ci piacciono, ma c'era anche da ricordare Carlo Giuliani, reagendo subito alla violenza del giorno prima mostrandoci molto numerosi. Così era, infatti, con l'intento di poter arrivare tutti in fondo al corteo in piazza G.Ferraris dove ci saremmo raccolti in un momento di confronto collettivo. Invece no. Invece una larga parte del corteo è stata dispersa dalla polizia e dalla violenta stupidità di alcuni gruppi che non so identificare. Alla fine di corso Italia, verso le 15,30, poche centinaia di ragazzi hanno provocato la polizia per almeno un'ora, ed alla fine quest'ultima ha deciso di pressarli sul corteo, che si trovava in alto, anziché isolarli in strade laterali in basso alla Foce. Io, la mia fidanzata e molti altri amici e compagni ci siamo trovati nella parte di corteo caricata brutalmente dalla polizia; una violenza insensata, cieca, indiscriminata, ma legale.
Gli episodi che mi sento di raccontare per dovere di cronaca (vissuta!), vogliono essere una risposta alla cattiva informazione che si sta producendo nei confronti del Genoa social forum, del movimento, del "buon operato" delle forze dell'ordine e ancora, una critica alla violenza, anche quella istituzionale. Sono stato picchiato dalla polizia e dalla Guardia di finanza quando non opponevo nessuna resistenza, tentavo semplicemente di respirare; per un attimo, infatti, in molti abbiamo creduto di morire soffocati a causa dei fumogeni, dei lacrimogeni, e della calca umana. Abbiamo rischiato di fare la fine dei topi e quando ci siamo rialzati con le mani alzate cercando aria ci hanno rispediti a terra col manganello. Una volta caduti ci hanno scaricato addosso tutto il loro sapere, il loro addestramento: violenza repressiva.
Ho abbracciato la mia ragazza, insieme abbiamo tentato di proteggerci, ma loro continuavano cambiandosi i ruoli: questo a te, quell'altro a me e poi viceversa. Ho visto signore cinquantacinquenni sanguinare ed essere ulteriormente picchiate, li ho visti infierire su un ragazzo oramai "inoffensivo" perché sdraiato per terra, li ho sentiti ritornare su di me perché mi ero spostato in difesa delle signore, li ho risentiti picchiare la mia ragazza perché ha osato difendermi. A rifinire il lavoro con maggiore bestialità ci ha pensato la Gdf che, reclamando la sua parte, ci ha picchiato ancora un po', anche con calci, e ci ha spruzzato il famoso spray al peperoncino. Ormai paghi del "servizio" ci hanno fatti rialzare usando molta violenza verbale anche nei confronti dei feriti, ci hanno messi al muro e hanno guardato- ipotizzo- se eravamo davvero così cattivi. Visto che non lo eravamo- ma non potevano accorgersene prima che ci risparmiavano un sacco di botte e di violenza psicologica?- ci hanno fatti andare via, sempre a mani alzate, umiliati, impauriti, violati.
Ricordo tutto questo con sentimenti di rabbia, angoscia, impotenza e le immagini che mi tornano alla mente spontanee si mescolano. Rivedo così Diego in maglia bianca, che non conoscevo e con cui avevo portato lo striscione durante il corteo, a terra disteso come fosse svenuto e ancora picchiato da più celerini. Rivedo Lidia, una signora non più giovanissima anche lei non conosciuta prima di allora, picchiata nonostante avesse la testa sanguinante. Rivedo Giuly che alza le mani in segno di pace ed è scaricata a terra dai manganelli, risento pure la sua voce urlare: "perché ci fate questo? perché?!". Rivedo un ragazzo in carrozzella uscire dal caos, protetto e trasportato da altri 4-5 ragazzi, chissà se avranno fatto male anche a lui. Risento il pianto mio e quello di Giuly abbracciati durante l'aggressione, e più ancora dopo, quando finalmente potevamo tornare a esprimerci liberamente. Ho descritto attimi interminabili riassumendoli molto anche perché non riuscirei a fare entrare tutto in poche pagine, tutti i ricordi, la dinamica, le sensazioni. La valutazione che mi sento di fare è molto dura nei confronti delle forze dell'ordine in quanto non hanno isolato, dopo le provocazioni (lancio di oggetti verso loro stessi, danneggiamenti a cose), il Blocco nero o chi per loro ed hanno picchiato selvaggiamente- 200 denunce a carico della Ps, tra cui la mia - della gente disarmata e non violenta. Me la sono cavata con una grossa contusione al gomito sinistro, con il segno del manganello sulla schiena e le tracce dello spray al peperoncino sul volto. La mia ragazza con molti lividi e molti dolori, Diego è ricorso a cure in ospedale Genova e molti altri sono ricorsi a cure di sanitari presenti sul percorso del corteo. Sabato 21 ci sono state 105 persone soccorse in ospedale e 123 nelle infermerie del Genoa social forum, ma è il complessivo clima di tensione e confusione che mi preoccupa ulteriormente. Nella notte, la perquisizione e il successivo sgombero alla scuola Diaz e al centro stampa del Gsf. Domenica, le giustificazioni date dalla questura per la barbara incursione e lo screditamento mediatico che pone sullo stesso piano il Blocco nero e altri violenti con il resto, la stragrande maggioranza, del movimento. Per la cronaca ho visto la scuola: macchie di sangue nel corridoio del secondo piano ovunque, nella tromba delle scale l'impronta di una testa insanguinata e segni di sangue sul muro.
Circa la gestione dell'ordine pubblico: la libertà di cui hanno goduto i Black Bloc venerdì e sabato, la violenza sul corteo, gli ausiliari- quindi non adeguatamente formati- impiegati nella gestione della piazza, l'irruzione cilena alla scuola Diaz e al centro stampa del Gsf, le foto degli infiltrati della questura e dei Cc tra i manifestanti.
A queste mie domande e quelle altrettanto sentite di molti altri cittadini italiani, genovesi compresi, qualcuno, la Ps per prima, dovrà pur rispondere, o no?
Fabrizio Ascheri

Signori, signore, compagni, compagne, amici, amiche,
anche se in ritardo volevo dire la mia sui fatti di Genova essendo arrivato a Genova solo in auto venerdì sera. Ero fermo a Modena quando ho sentito della morte di Carlo Giuliani e sono stato preso da un breve momento di commozione. Breve anche perché mi aspettavo un esito del genere: è sufficiente miscelare un governo peronista/mafioso/repubblichino nella colonia più sgangherata dell'Impero, con l'arrivo dell'Imperatore e la divisione politica delle sinistre e degli antiglobal per avere deflagrazioni anche peggiori di quelle viste fin qui. Ho compiuto da poco 40 anni e sono un veterano (77 e dintorni): solo per questo mi sono salvato anche fisicamente da questa vergogna. Mi vergogno comunque di non essere stato capace di impedire praticamente nulla del male che circondava giovani, ragazze, vecchi, bambini e handicappati. Ho pietà per tutti coloro che nell'ingenuità che ha contraddistinto anche i miei 18 anni mettevano a repentaglio la loro vita e quella degli altri per sfidare queste forze dell'ordine che non aspettavano altro che un pretesto, un fiammifero per gridare all'incendio. Ho rischiato di essere investito da un'auto della Digos che giocava a far sbiancare chi camminava davanti al corteo (ma perché cercare in ogni istante la provocazione, la reazione anche solo di paura e di fuga come iene sanguinarie...) . Ho capito fin dalla sera di arrivo a Genova che questo corteo non si sarebbe dovuto fare. Sabato sera verso le 21,00 sono riuscito a raggiungere la macchina e aspettandomi il peggio ho deciso di ripartire per Roma senza aspettare un mio fratello che era riuscito a guadagnare Brignole e a salire su un treno (non poteva raggiungermi io ero a Quarto e la polizia cercava di ingabbiare tutti quelli intorno la stazione). Nella notte ho saputo dello scempio della Diaz: stesso discorso della breve commozione di cui sopra. Un vecchio compagno di Roma incontrato a pranzo prima del corteo di sabato mi ha detto: "siamo caduti in una trappola". In ciò mi si consenta una piccola polemica con Stefano Lenzi che conosco politicamente da quando era un ragazzino poco più grande di me nella fgci del mio stesso liceo a Roma: non potevate, è vero, prevedere un così tragico esito; ma anche se ci fosse stato un pericolo cento volte inferiore dovevate sottrarvi a questa infame trappola che ha avuto come risultato saliente l'annichilimento e la morte forse più di una persona innocente (è vero si era in 300mila ma questo non è passato nei media ergo non esiste). Il Gsf non violento non potrà essere fermato comunque, ma la violenza non può essere semplicemente non gestita o solamente subita sul piano mediatico e politico. Siamo arrivati alla criminalizzazione della manifestazione del pensiero ancora prima che questo possa esplicitarsi. Questo metodo rozzo e arcaico di gestione del potere sembra confacersi a questo strano nuovo mondo, inimmaginabile fino a pochi giorni fa anche per me. E tutto sembra avvitarsi in un problema meramente italico: così non è e non poteva essere poiché l'origine di tutto questo carosello di morte e violenza ha forse regie straniere, diciamo pure multinazionali e il governo Berlusconi è servito anche in questo caso come buon maggiordomo di richieste forse interpretate con troppo cinismo. Comunque su una cosa concordo con Lenzi quando si chiede se " ... all'alba del XXI secolo il continuo rilancio di una vuota radicalità, la simbolica conquista del palazzo d'inverno, i servizi d'ordine inquadrati e lo scimmiottamento di modelli e leader terzomondisti abbiano un senso".
Il problema è che specularmente le forze della repressione inducono a
cadere in questa rappresentazione qualunque soggetto si costituisca in forma visibile ai più; è la capacità dei più coscienti, coloro che purtroppo dobbiamo chiamare ancora "Leaders", a permettere alle masse di sottrarsi a questa sciocca o tragica messa in scena e di giocare di anticipo.
Riusciremo a sottrarci ora in Italia a questa logica cilena oppure negozieremo ponendo sulle bilance morti e feriti da una parte e terroristi e infiltrati veri o presunti dall'altra?
Sono ottimista ingiustificatamente e dico che per fortuna stavolta la storia non si ripeterà neanche sotto forma di farsa. Intanto che questo governo liberi tutti gli arrestati e faccia chiarezza sui cittadini europei che mancano all'appello, il resto è politica con la p meno che minuscola.
Ma oggi Il Leader per antonomasia è la Televisione .....(potremmo andare troppo in là scusate per l'intervento prolisso).
Genova è libera.
Luciano Di Giacomo

Ero a Genova per il mio caffè dolce
Sono arrivata a Genova perché mi piace il caffè dolce e al mattino la tazzina mi sembrerebbe molto amara pensando che dietro c'è l'umiliazione e la sofferenza di uno schiavo invece della dignità di un lavoratore. Per questo mi sono ritrovata con le amiche e gli amici del Commercio Equo della mia città. Non mi sono mai sentita contro ogni forma di globalizzazione ma per una globalizzazione solidale, democraticamente controllabile dai cittadini del mondo. Mai ho inteso la partecipazione ad una manifestazione come protesta fine a se stessa, piuttosto critica e proposta, opinione pubblica fisicamente espressa. In questo caso ritenevo che una grande presenza pacifica il 21 luglio avrebbe simbolicamente contrastato una minoranza violenta.
Il corteo è infatti tranquillo, composito, con tante identità al suo interno, non tutte, da parte mia, condivisibili, ma tutte con il diritto di esprimersi. Incontriamo un gruppo di femministe, è un'appartenenza che sento, insieme ad altre persone del gruppo decidiamo di rimanere con loro e di non disperderci fino alla fine della manifestazione. Ci accorgiamo presto che manca un servizio d'ordine, un gruppo sospetto appare, distante da noi, all'altro lato della strada, sfilando rapidamente ai margini. Sta andando verso la testa del corteo. Ma che possiamo fare? Continuiamo a camminare, è comunque tutto tranquillo. Le strade laterali sono deserte, in lontananza si vedono luccicare gli scudi della polizia. Da un lato il mare, stabilimenti balneari, balaustre, dall'altro muri, cancelli. Il corteo procede lentamente. Gli elicotteri della polizia ronzano in continuazione e molto bassi sulle nostre teste. Ci supera, sfilando come già abbiamo visto fare, un gruppo di "anarchici", con striscione. Sono pallidi, quasi emaciati, silenziosi. In un'altra situazione ci sarebbe da allungar loro un panino, ma nelle loro mani, dalla parte del corteo, si vede un'ininterrotta linea di spranghe. Ci fermiamo. Il corteo è ora immobile in una strada senza vie d'uscita laterali, senza che vi sia servizio d'ordine (chi avrebbe dovuto pensarci?). C'è silenzio. A circa 200-300 metri al massimo davanti a noi vediamo il fumo, tracce bianche di lacrimogeni. Là c'è la piazza. Alla nostra sinistra c'è un piccolo slargo, vi compaiono un gruppo di "socialisti rivoluzionari", con insegne. Stanno tutti insieme, anche loro immobili, parecchi di loro tengono un fazzoletto sulla bocca. Per me sono una presenza inquietante. Che fare? Spontaneamente, un gruppetto dopo l'altro, ci sediamo per terra a braccia alzate in segno di scelta assolutamente non violenta. Un uomo grida dentro un megafono che non c'è niente da temere: sta solo bruciando un cassonetto, ma tutti continuiamo a vedere sempre più fumo e i lacrimogeni arrivare fin dentro il corteo. Il mio gruppetto ha deciso di sistemarsi nell'aiuola spartitraffico, accanto ad un lampione e ad alcuni massi. Decidiamo comunque di non scappare se la situazione dovesse peggiorare. Sono sana e corro bene, ma non sono proprio una giovinetta, non mi piace l'idea di trovarmi in una folla che si disperde, in una strada senza vie laterali, mentre dietro di noi il corteo si allunga ancora per molto. E poi qualcosa ci trattiene: non abbiamo fatto niente di male, e nessuno può volerci fare del male. "Ci ripariamo, aspettiamo che passi, poi andiamo." Le nostre previsioni non riescono ad andare oltre uno scioglimento del corteo e poi siamo abbastanza lontane dalla piazza degli scontri.
Il fumo è all'improvviso più vicino, la folla si muove verso di noi, "stiamo calmi, stiamo calmi" ripetiamo ad alta voce. I ragazzi al nostro fianco rimangono immobili. Di nuovo un brusco movimento nella folla. "Arrivano". Ci sistemiamo al riparo, aspettiamo che passi. Non vedo, ma sento molto vicino un fortissimo rumore di frenate. I gas ci riempiono di fumo. Avverto il rumore sordo dei colpi intorno a me, mi sento scavalcare, spingere. Mi arriva un colpo in testa. Cerco di rimanere aggrappata al lampione per non farmi travolgere né picchiare. Contemporaneamente tento di salvare gli occhiali che continuano a salire e scendere, di difendermi con le mani dai gas e di pulirmi il sangue dal viso. "Al muro, a braccia alzate!". Finita. L'aria è schiarita, accanto a me c'è un giovane del gruppo, più lontano le amiche, un ragazzo inglese piange per il dolore provocato dalle sostanze irritanti, un altro ci versa addosso acqua per dar sollievo. Il bruciore è veramente molto intenso e capisco di essere piena di sangue in faccia e sugli abiti. Davanti a me vedo un samurai spaziale con casco e tubo. Incrocio i suoi occhi scuri, duri, forse sconcertati. "Lei, all'ambulanza". Vado. Il giovane accanto a me chiede di accompagnarmi. Oltre lo sbarramento formato dai numerosi mezzi della polizia e della finanza (picchiata da un finanziere?!) mi pare di vedere anche un blindato, ci sono ambulanze, tra cui quelle del soccorso del Gsf e giornalisti. Non riesco a contare quante persone ferite ci siano in giro, mi sembrano parecchie. Una ragazza è su una barella con una spalla ed un braccio forse fratturati. Sento gridare "Ossigeno, ossigeno!" Rispondo brevemente ai giornalisti e continuo a ripetere di star bene. Al pronto soccorso troviamo personale competente, affannato e molto paziente. Ringrazio ancora. In attesa delle radiografie c'è anche un giovane poliziotto, ferito ad una mano. Tento un difficile dialogo: "E' andata male a tutti, mi dispiace, ma noi eravamo pacifici". Mi spiega che è stato ferito nel tentativo di separare un manifestante "di noi" da un violento. "Perché non li avete fermati?" mi chiede. Noi? "E per quale motivo ci avete caricati?" "Non sapete che cosa stava succedendo in piazza."
Usciamo tra due file di poliziotti, tento verso di loro un indolenzito sorriso. Andando verso Marassi e gli autobus prendiamo per sbaglio una strada che porta verso la zona rossa. Ci fermano altri poliziotti, a viso scoperto; uno di loro, giovane, bello, ci indica con cortesia la strada possibile. Incontriamo un cittadino che porta a spasso il cane e ci accompagna fino alla stazione. Ringrazio lui e gli altri che lungo la strada ci hanno aiutati a non perderci. Vediamo le devastazioni, incrociamo gruppi, un piccolo pericoloso corteo, polizia. Siamo costretti a fermarci, nasconderci, aspettare. Vicino agli autobus l'atmosfera è tesissima, c'è molta polizia, odore di gas. Si riparte, siamo tutti, un po' malconci. Cerco di addentare un panino informe, molliccio e un po' gasato. Riporto a casa gli occhiali, lo zainetto, le scarpe e perfino le bottigliette vuote di acqua minerale conservate perché lungo la strada, ovviamente, non c'erano cassonetti. Non sono scappata, non mi sono lamentata, non ho inveito contro nessuno. Cominciano le domande: era davvero inevitabile la carica? Perché proprio accanto a noi e su di noi? La piazzolina consentiva forse ai mezzi di disporsi? O era stato preso di mira qualcuno in particolare? Perché il corteo era stato lasciato indifeso? Ognuno ha fatto la sua parte, il pacifico, il violento, il poliziotto, come da copione, e nessuno è stato in grado di consolare il dolore dell'altro, dolore che si avvertiva su tutti. Nei giorni successivi mal di testa, solidarietà e sorrisini di commiserazione. "Eri a Genova? Ma perché? Era inevitabile che finisse così, c'erano gli infiltrati." Tutto chiaro, tutto semplice. Altri si impegnano a spiegarmi come sono i governi di destra e come ci si deve comportare in un corteo. Non sono ascoltata né creduta, soltanto interpretata secondo schemi superficiali, stantii, inadeguati alla complessità e alla novità della situazione. Ora sento soltanto il bisogno di raccontare quello che ho fatto, visto, sentito. Ho fatto un'esperienza per libera scelta personale e l'ho condivisa con migliaia di altre persone. Vorrei ripartire da qui per non perdere la forza positiva delle motivazioni che mi hanno portata a Genova.
Gabriella Rustici - Siena

"Zitti, zitti, c'è la stampa!"
Sono circa le 16, siamo a Punta Vagno, vicino ai bagni S.Nazaro c'è un muretto, sopra il muretto un piccolo terrapieno pieno di pitosfori che nascondono una rete di cinta alzata a ridosso di un altro muretto. La manifestazione è imponente e noi siamo contro il muretto pigiati dalla ressa. Arretriamo per toglierci di lì perché la situazione ci sembra pericolosa. Ragazzi che hanno bandiere da anarchici ci dicono che non si può risalire il corteo perché anche alla coda dei manifestanti c'è la polizia. Non abbiamo via d'uscita: verso la testa del corteo gli scontri, dietro la polizia e noi contro un muro da cui non riesci a muoverti per la calca. All'improvviso e non sappiamo perché, la polizia inizia a sparare lacrimogeni, una signora con una bimba per mano che avrà sette anni, un piccolo cane e un'anziana al seguito corrono impazzite, la bimba piange in preda alla disperazione. Devono essere i bagnanti - pensiamo - che la polizia ha fatto allontanare. Tutti, in preda al panico, scavalcano il muretto, d'istinto. Ma sul terrapieno c'è la rete. Lucia va in tachicardia, ci perdiamo di vista, abbiamo paura di morire lì, schiacciati dalla ressa e soffocati dai gas. Per fortuna qualcuno ha aperto una breccia nella rete, ci passiamo attraverso. Una ragazza col viso gonfio grida a Lucia : "Signora, mi aiuti ho tanta paura!". Lei le passa mezzo limone sopra la bocca. Roberto, che non ha fiato per parlare, le fa segno con le mani di stare calma. Finalmente ricominciamo a respirare, sentiamo Flavio che dalla strada ci grida di scendere con le mani in alto. Scendiamo in una strada piena di mezzi blindati, il corteo pacifico è stato disperso, gasato, manganellato. I poliziotti, in quel deserto, raccolgono come trofei gli adesivi, i cartelli spezzati, gli striscioni. Vediamo un'ambulanza del Gsf con un vetro sfondato.
Sfiliamo davanti ai poliziotti in assetto di guerra che ci minacciano con i manganelli e ci urlano attraverso le maschere antigas con una voce che sembra virtuale: "Bastardi! figli di puttana! la sinistra è morta!" Poi all'improvviso sentiamo gli stessi poliziotti dire: "Zitti, zitti, c'è la stampa!" (ci rivedremo su TG2 Dossier con l'audio censurato). Vediamo una persona, lunga distesa sul marciapiede, è immobile e piena di sangue. Proseguiamo verso uno slargo sempre con i poliziotti a fianco. I mezzi della polizia carichi defluiscono. In mezzo ad ogni autoblinda c'è un poliziotto con quella che ci sembra una mitraglietta puntata. L'ultimo mezzo della polizia sgomma e fa gimcana a rischio di falciare qualcuno ancora inebetito dallo shock. Risalendo una scalinata ci ritoviamo davanti alla scuola Diaz e lì aspettiamo due nostri amici che avevamo perso di vista. Continuano ad arrivare mezzi di soccorso del Gsf con ragazzi feriti. Rivediamo l'ambulanza con il vetro rotto. Ci dicono che è stata centrata da un candelotto. La dinamica dell'aggressione della polizia al corteo ci appare chiarissima dal momento che noi stessi come tutti, appena compariva qualche tuta nera, le urlavamo di andarsene, mentre la polizia anziché isolarle le ha spinte sul corteo per poter compiere il lavoro di cui abbiamo testimoniato sopra. Anche uscire da Genova evitando di essere randellati è stata un'impresa, la polizia era ovunque, raggiungere Castelletto dove avevamo parcheggiato una macchina era impossibile, alcuni di noi si sono rifugiati in casa di amici nella zona di via Isonzo, altri solo dopo aver percorso parecchi chilometri a piedi verso levante hanno potuto farsi dare un passaggio in auto.
Lucia Munna giornalista e insegnante
Roberto De Bartolomeis insegnante

Se non c'è la legge
Sono stato a Genova per manifestare contro il Global forum e, come avvocato, mi sono messo a disposizione del coordinamento legale per fornire assistenza a chiunque ne avesse avuto bisogno.
Ne avrebbero avuto bisogno in moltissimi, ma noi siamo stati messi nell'impossibilità di assisterli: quando non c'è più la legge, ovviamente gli avvocati non servono.
In compenso, con le nostre magliette gialle del Gsf, siamo stati un punto di riferimento per centinaia di racconti e testimonianze che chiedevano giustizia per quanto stava succedendo, e quello che ancora adesso rimane nelle facce di tutti noi è un senso di rabbia e impotenza mista a incredulità per le innumerevoli e sistematiche violazioni dei principi fondamentali del nostro ordinamento.

Il punto di partenza per cercare di calarsi nella situazione di Genova è quello di cancellare dalla mente il presupposto per cui viene punito solo chi commette un reato ( il famoso nullum crimen sine lege su cui si basa il nostro diritto penale e l'articolo 13 della Costituzione).
Per le forze dell'ordine, già solo il fatto di essere a Genova significava essere colpevoli: mi ha raccontato un ragazzo che mentre veniva brutalmente manganellato ha provato a chiedere spiegazioni ed un agente gli ha risposto che "doveva morire solo per il fatto di essere lì!" (per la cronaca il ragazzo e alcuni amici ed amiche si erano trovati davanti ad alcuni agenti perché in fuga dai lacrimogeni lanciati sulla folla da tetti ed elicotteri: una volta visti gli agenti il gruppo si è messo a sedere per terra con le mani alzate….tutto questo non ha minimamente impedito agli agenti di accanirsi con violenza sul gruppetto).
Una volta eliminato questo presupposto- e mi rendo conto che è estremamente difficile scardinare dalla mente uno dei principi fondamentali della democrazia e della convivenza civile- è più facile capire il perché dei rastrellamenti e delle violenze commesse nei confronti di chiunque fosse in qualche modo avvicinabile, meglio se trovato in piccoli gruppi e meglio ancora se potenzialmente innocuo: la preda è più facile, altro che black bloc (in molti ci riferiscono anzi che l'ordine è stato quello di lasciar perdere i black bloc, ma queste- sia pur plausibili- sono congetture, le violenze sono e rimangono dati di fatto).
E allora inizia la paura, la paura di tornare a casa o al campo, la paura di essere fermato, arrestato o picchiato soltanto per il fatto di essere trovato lì, come se tutti noi facessimo parte di un progetto destinato a sovvertire l'ordine pubblico.
"Ordine pubblico" è un'altra delle parole chiave dei fatti di Genova: sulla base di una generica tutela di un ordine pubblico le forze dell'ordine, squadre e singoli, hanno potuto avere carta bianca per ogni tipo di intervento. Tecnicamente la tutela dell'ordine pubblico dovrebbe essere garantita con mezzi idonei e proporzionati alla minaccia, ma anche questo corollario sembra non appartenere alle regole di Genova: la violenza su ogni fermato, sistematica e ripetuta, pareva essere naturalmente connessa all'arresto, come se non fosse possibile neutralizzare il "colpevole" e trasferirlo in centrale.
Salta poi il diritto di difesa: i fermati e gli arrestati non possono vedere gli avvocati, fino alla convalida dell'arresto, quindi fino ad almeno 48 ore dopo e inutilmente ci rechiamo al comando dei carabinieri per chiedere ulteriori spiegazioni: ci troviamo davanti ad un nuovo secco rifiuto e possiamo soltanto scorgere vari agenti vestiti da dimostranti che rientrano in caserma e raccogliere le prime testimonianze di chi, rilasciato e sconvolto, si è trovato a subire violenze fisiche e morali sia durante il trasporto, sia nelle stanze della stessa caserma.
Salta il diritto alla salute: i manifestanti che si recano negli ospedali vengono presi e condotti in questura, solo per il fatto di essere stati feriti: al danno si aggiunge la beffa e prima di ulteriori e gravi danni; mi raccontano di una manifestante inglese pacifista, di quelle con le mani dipinte di bianco che aveva subito un colpo di un manganello sull'avambraccio sollevato in segno di resa: anche lei, medicata al pronto soccorso, è poi finita dentro con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale: e a questo punto è inutile pensare che il codice di procedura penale non ammette in questo caso il fermo, ma solo l'arresto (facoltativo) se attuato nella flagranza del reato.
Gli episodi della perquisizione (meglio, del massacro) alla scuola Diaz sono soltanto un riassunto esplicativo di tutte le violazioni commesse: anche volendo ammettere che nella Diaz vi fosse un covo di criminali (e chi c'è stato sa bene che non è così) nessuno è stato in grado di spiegare perché dei "tutori dell'ordine" armati e coperti non si siano limitati ad una perquisizione, che pure avrebbe raggiunto lo scopo prefisso, semplicemente rendendo inoffensivi gli occupanti dell'edificio, e non provocando oltre sessanta feriti .
"Picchiavano, ridevano e picchiavano" riferiscono e per ben due ore, anche in questo caso senza consentire l'ingresso agli avvocati che per legge ne avrebbero avuto tutto il diritto: le immagini della palestra dopo la perquisizione sono più eloquenti di qualsiasi ulteriore parola.
Rimangono poi gli episodi forse più gravi, le violenze e le torture subìte dagli arrestati in carcere, distanti da qualsiasi logica di uno stato che si definisce democratico.
E ancora è presto per fare il punto sugli scomparsi, ma ancora oggi non è possibile avere dalle istituzioni liste ufficiali dei fermati, degli arrestati e dei feriti e rimane nella testa l'eco delle centinaia di telefonate di parenti e amici da tutta Europa che chiedono notizie dei manifestanti.
A questo punto la violazione del diritto di riunione e di manifestazione del pensiero sembrano per assurdo meno rilevanti di tutte quelle attuate nei confronti della persona fisica.
Ho tralasciato volutamente l'omicidio di Carlo Giuliani, che rappresenta solo la punta dell'iceberg e sul quale già molte parole sono state spese: ne aggiungo solo una: quale "legittima difesa" avrebbero dovuto attuare le centinaia di persone accerchiate da gruppi di agenti che infierivano su di esse?
Gli avvocati del coordinamento legale stanno continuando nel loro lavoro, questa volta nelle aule di Tribunale, e sarà importante che adesso, chiunque abbia subìto un torto di qualsiasi genere si dia da fare per ottenere giustizia, nella speranza che gli episodi di Genova costituiscano solo una pagina della nostra storia recente, sia pur fotocopiata da quelle di un regime sudamericano.
Concludo con una serie di commi, presi qua e là dalla nostra Costituzione, la più alta fonte legale del nostro ordinamento: alla luce di quanto accaduto si commentano da soli…
art. 13 - La libertà personale è inviolabile
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge
E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà
art. 17 - I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi
art. 21 - Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione
art. 24 - La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento
art.32 - La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività.
art.52 - L'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Federico Micali

In margine
Sono Raffaele Barbiero, ed oltre ad essere segretario provinciale della Fim-Cisl Forlì-Cesena, sono il referente di un gruppo nominato "Gruppo di Affinità Forlì e dintorni" che da 3 mesi circa lavora sulle tematiche della globalizzazione, del commercio mondiale e della nonviolenza.

A Forlì, nella nostra città di provenienza, abbiamo organizzato diverse iniziative: volantinaggi a feste, avvenimenti di rilievo (come lo spettacolo di Beppe Grillo), una presenza di fronte a Mc Donald's, un corteo silenzioso e un concerto con lettura di poesie, un tavolino informativo nella piazza centrale della nostra città, un seminario formativo sulla nonviolenza e le dinamiche di gruppo, e, ovviamente, la partecipazione alla manifestazione del 21 luglio.
Premetto che la mia è una testimonianza diretta e scriverò solo delle cose di cui sono stato testimone e che ho visto personalmente.
Noi siamo arrivati alla stazione di Quarto dei Mille in treno, di lì ci siamo incamminati in una splendida giornata di sole verso piazza Sturla da dove doveva iniziare il corteo. Eravamo in migliaia con bandiere, striscioni di tutti i colori. La sinistra con Rifondazione era molto presente e c'erano pure "formazioni" straniere (greci, spagnoli, francesi).
Eravamo talmente tanti che siamo stati fermi per circa mezz'ora fra l'incrocio di via Pisa, via Felice Cavallotti e via Caprera.
Lì abbiamo visto una decina di ragazzi, all'apparenza giovanissimi, vestiti con la "divisa" dei famigerati Black Blocs. Un mio amico, di professione avvocato che mi era accanto ha chiamato il 113 per segnalare di questa presenza e si è sentito rispondere pressappoco in questi termini: "Non si preoccupi, dall'elicottero controlliamo la situazione".
Il corteo ha iniziato a muoversi intorno alle 12/12:30 e fino a corso Italia, in prossimità dei Giardini Gilberto Govi, vi erano stati la simpatica iniziativa di alcuni gruppi protestanti inglesi con un pullman rosso di fronte alla chiesa di Boccadasse e, per me nota stonata, alcuni cori contro la polizia e gesti offensivi all'avvicinarsi dell'elicottero della polizia; per il resto era un normale corteo con slogan tutt'altro che offensivi, ma relativi al tema della manifestazione.
Noi (una decina di persone, fra cui un delegato Fim della Marcegaglia di nome Montanari Cesare) sfilavamo dietro uno striscione dal titolo "La difesa popolare nonviolenta è l'alternativa alla difesa armata".
Sul lungomare, 4/500 metri prima di giungere in una grande piazza dove si doveva svoltare per la parte finale del percorso, il corteo si è fermato.
Si è incominciato a vedere fumo nero e poi lacrimogeni lanciati dalle forze dell'ordine. Il corteo ha iniziato a indietreggiare, ordinatamente e lentamente. La strada era in leggera pendenza verso la piazza per cui si poteva scorgere di lontano che vi era della confusione, anche se non si capiva cosa succedeva.
Ci siamo ammassati fra noi, poi abbiamo alzato le mani e tutti si sono messi ad urlare "nonviolenza, nonviolenza", in lontananza si vedeva il cordone della polizia avanzare lentamente, poi si è succeduta una fitta serie di lacrimogeni e quindi ovviamente la fuga disordinata.
Io, mia moglie Alessandra e Cesare ci siamo arrampicati dentro un caseggiato alle spalle di un ristorante e ci siamo ritrovati in un cortile di 50m per 10 dove abbiamo capito di essere "in trappola". Un elicottero ci ha sorvolato una prima volta, alla seconda ha lanciato dei lacrimogeni, se non abbiamo ricevuto grossi danni è per la generosità di un signore genovese che ci ha aperto la porta di casa (siamo entrati in una cinquantina) e ci ha fatto lavare dal liquido dei gas.
Ero molto arrabbiato perché non capivo per quale motivo bisognava lanciare lacrimogeni in un posto dove si erano rifugiati solo manifestanti impauriti, che gli occupanti dell'elicottero avevano potuto ben identificare.
Dopo circa 20/30 minuti siamo usciti di casa e dopo alcuni minuti due poliziotti, uno in tenuta antisommossa e uno senza casco, ci hanno detto di andare via di là, di ritornare indietro che tutto era tranquillo.
Abbiamo ritrovato due del nostro gruppetto e mano nella mano siamo scesi e ci siamo incamminati verso il ritorno, la strada era vuota, piena solo di carta, occhiali rotti, pezzi di bandiere e altro.
Per ritornare al corteo, tre/quattrocento metri dopo, siamo stati costretti ad attraversare un cordone di black blocs dotato di spranghe, bastoni, elmi di plexiglas che al nostro passaggio ci ha deriso.
Siamo rimasti stupiti di come queste persone stessero tranquillamente a fare il battistrada del troncone di corteo che era arretrato notevolmente e di come la polizia, nel dirci di tornare indietro, ci avesse segnalato che tutto "era tranquillo".
Un altro tafferuglio l'abbiamo visto sulla strada del rientro quando un piccolo gruppo di manifestanti ha incominciato ad inveire contro una caserma di polizia e a lanciare bottiglie piene d'acqua, abbiamo cercato di parlare con questi e gli abbiamo urlato contro. Si sono però dispersi solo al lancio di un paio di lacrimogeni.
Infine dopo essere ritornati alla stazione di Quarto, preso un autobus per Nervi, un treno per Brignole ed aver aspettato fino alle 2 e 30 del mattino, siamo partiti alla volta di casa dove siamo giunti intorno alle 9 e 30.
La stazione di Brignole aveva un presidio di 30/40 poliziotti a fronte di alcune migliaia di manifestanti, ma nessuno -giustamente- ha fatto il benché minimo gesto o ha proferito la benché minima parola di offesa nei loro confronti.
Le forze dell'ordine e chi le governa devono sicuramente riflettere su quello che è accaduto per recuperare il significato della loro funzione che non è quello della repressione, ma di tutela della libertà democratica di manifestazione del pensiero.
Sono convinto però che il Gsf deve ripensare alcune cose:
a) distinguere nettamente fra chi vuole raggiungere gli obiettivi delineati con la nonviolenza e chi pensa che si possa lasciare correre in determinate occasioni;
b) organizzare un servizio di accoglienza ai manifestanti (noi giunti a Quarto non avevamo nessuna indicazione e se non c'era il servizio di Rifondazione non avremmo avuto nessuna segnalazione utile);
c) organizzare un servizio d'ordine, o almeno un presidio ogni 500/600 metri di corteo, con personale riconoscibile dotato di megafono e cellulare per poter dare indicazioni precise ai manifestanti sul comportamento da tenere, sulle cose da fare;
d) evitare che gruppi di manifestanti gridino slogan offensivi o violenti;
e) chiedere ai manifestanti che si facciano carico dei rifiuti che si portano appresso. Le vie di Genova toccate dalla manifestazione sembravano una discarica, nonostante si manifestasse per il rispetto dell'ambiente e la sottoscrizione del protocollo di Kyoto;
f) in certe occasioni e in certi contesti (dopo il fatto gravissimo di venerdì a me sembrava di essere in questa situazione) la manifestazione più che caratterizzarsi per i "colori" e il "rumore" dovrebbe essere silenziosa e senza bandiere o striscioni di partito. Mi sarebbe sembrato un modo più rispettoso anche di ricordare il ragazzo morto il giorno prima;
g) infine, se si valuta che il pericolo di atti violenti sia alto, lasciati correre o provocati "poco importa", forse sarebbe il caso di non svolgere manifestazioni di questa portata e valutare se fare manifestazioni locali o regionali, più facilmente gestibili.
Raffaele Barbiero -Alessandra Antonelli

Da ora in poi
Ho ancora negli occhi il corteo immenso, con le donne genovesi che dalle finestre ci innaffiavano generosamente d'acqua e noi accaldatissimi che battevamo le mani e ringraziavamo e ne chiedevamo ancora.
Dietro di noi evangelici tedeschi: "Cancelliere, cancella i debiti non cancellare i poveri". Bandiere rosse, bandiere verdi, i giovani socialisti belgi, ragazzi della Lipu, delegati dei consigli, disabili in carrozzella.
Lo chiamo, lo chiamiamo "movimento", perché è, grazie al cielo, un'espressione composita, trasversale per età e intendimenti ideologici e culturali, non legata (di nuovo grazie al cielo) ad una particolare formazione politica. Non ha leader, solo portavoce. Non ha teorici, solo seri studiosi che vogliono capire.
E' un movimento che può avere ed ha riferimenti differenti: da organizzazioni laiche a organizzazioni di credenti, dalla chiesa cattolica a quella riformata (io appartengo ad esempio, alla stessa confessione protestante di, ahimé, George W. Bush, ma anche di Nelson Mandela). Un movimento che ha come interlocutore chiunque voglia parlare in modo serio dei problemi che mette in campo.
E qui arriviamo al primo punto che credo che sia chiaro a tutti:
1) Il denominatore comune del "movimento" non può e non deve essere un'ideologia, ma una serie di valori. O meglio, un insieme di valori da interconnettere. Questi valori sono ancora in fase di focalizzazione, ma sono già visibili: solidarietà, giustizia sociale, diritto, rifiuto non violento della legge del più forte, rispetto per la natura (o, per un credente, del Creato), umanesimo, accoglienza dei più deboli, di quelli che non ce la fanno, tolleranza o anche, per un credente, amore (che è concetto più forte). Esattamente quei concetti che per i potenti e il senso comune che essi vogliono instillare nella gente, sono utopie più o meno risibili e senza sbocco, sorgenti di disordine, espressioni ambigue della conservazione, foriere di disastri economici. E non può essere che così, dato che l'attuale pensiero unico assume per definizione che la sola fonte di progresso sia il liberismo e dato che questo, per l'appunto, si basa fin dalle sue teorizzazioni accademiche, sulla combinazione degli egoismi individuali col suo seguito di controvalori: l'esclusione, la sopraffazione, l'indifferenza. Un pensiero che è unico perché non ammette critiche, se non interne, tecniche, di dettaglio o varianti implementative.
Un pensiero che è unico perché di fatto accomuna la destra e la sinistra, sia in Italia che in Europa che in America. Un pensiero totalitario, in senso tecnico-filosofico (ovvero un sistema di concetti che ha la pretesa di interpretare, definire e regolare tutto) che si rappresenta come fine della storia (è insuperabile e perfetto in tendenza, non si può concepire nient'altro di diverso perché è il coronamento della storia umana e il massimo di razionalità) e come esclusivo generatore di magnifiche sorti e progressive.
Già, "magnifiche sorti e progressive". Quante generazioni umane hanno dovuto opporsi a questi pensieri unici? (last but not least, i poco felici sudditi del "socialismo reale" che, sia detto per inciso, il liberista denuncia come inumano solo quando non permette lauti affari: c'è in giro qualche difensore dei diritti umani che si ricordi dei diecimila morti di piazza Tien-an-menn da quando la Cina è diventata un bengodi degli investimenti?).
Anche i pensieri alternativi corrono costantemente il rischio di diventare pensieri unici. La mia generazione ha fatto questo errore: ha affidato all'ideologia comunista il compito di costituire il framework che potesse dar forma a tensioni ideali molto diverse (e, attenzione, ricordiamoci che il primo ad essere contrario al concetto di "ideologia comunista" era proprio Marx. Per Marx ogni forma di ideologia è fumo gettato negli occhi alla gente per non permettergli di ragionare con la propria testa; ha con sé un potenziale repressivo e totalitario. Tanto è vero che lui affermò esplicitamente di non essere per niente marxista, cosa che è un paradosso solo per chi non vuole capire la differenza tra analisi scientifica e, per l'appunto, ideologia).
Non voglio che questo nuovo movimento faccia lo stesso errore. E' un film già visto. E finisce male. Quindi:
2) Questo movimento non può e non deve combattere il pensiero unico dominante con un altro pensiero unico. La pluralità è la sua ricchezza.
Se la perde, perde se stesso perché vuol dire che è già dominato dal pensiero che vuole combattere. Questo movimento non è e non sarà un tentativo di sostituire un sistema di potere con un altro.
Ma data questa natura e questo programma, il movimento ha di fronte un problema delicatissimo e complesso.
Infatti, se questo movimento fosse una cosa diversa (e vecchia), fosse cioè un partito strutturato, con tessere, militanti conosciuti e fidati, con capacità di espulsione e di scomunica, con capacità di chiudersi a falange per tenere fuori chi non si riconosce nella sua linea, i rischi di essere investiti da elementi "altri", "estranei" (vedi black-bloc a Genova) sarebbe molto ridotto. Ma a che prezzo? In un corteo degli anni settanta le tute nere sarebbero state inesorabilmente additate come provocatori e inesorabilmente sprangate da un efficiente servizio d'ordine. Ma quello stesso servizio d'ordine era espressione proprio di quel concetto di "contro-stato" che è invece rifiutato a priori dal movimento attuale e che in particolare era rifiutato dal Genoa social forum.
In vista della manifestazione di sabato 21, Vittorio Agnoletto dichiarò che a malincuore, ma proprio a malincuore, il Gsf aveva deciso di istituire un servizio d'ordine, proprio per evitare le provocazioni del giorno precedente. Ma che tipo di servizio d'ordine? Quello con caschi e spranghe stile anni settanta? No! Un cordone di gente disarmata che si teneva per mano.
E' del tutto risibile l'accusa al Gsf di non aver neutralizzato le tute nere. Qualche volta, grazie a circostanze fortunate, c'è riuscito, ma il più delle volte gli attivisti del Gsf sono solo riusciti a prendersi calci e sprangate.
Anche dopo gli incidenti del giorno precedente e la morte di Carlo Giuliani il movimento poteva contare solo sulla dimensione e sulla tipologia della propria mobilitazione e, paradossalmente, sulla capacità e, più che altro, la volontà delle forze dell'ordine di mantenere per l'appunto l'ordine, perché non aveva nessuna capacità difensiva e tanto meno offensiva. E qui arriviamo al terzo tema:
3) Il movimento potrà sopravvivere e ampliarsi solo se sarà in grado di definire in modo ancora più netto di quanto sia riuscito a fare sinora, un confine tra i metodi di lotta non violenti e ogni pratica estranea ai suoi valori. E questi confini vanno tracciati non solo tra i metodi di lotta, ma anche tra le parole. Per inciso, anche le Tute bianche, devono rivedere criticamente l'opportunità di alcuni loro metodi. Conosco alcune Tute bianche, so come la pensano e le ho viste all'opera. Non perseguono lo scontro ma solo la rappresentazione dello scontro, equipaggiati con strumenti esclusivamente difensivi e con modalità non molto distanti da quelle ghandiane. Checché ne dicano i giornalisti benpensanti, il confronto tra Tute bianche e le forze dell'ordine non è mai stato più violento di quello che avveniva tra il movimento guidato da Ghandi e la polizia e le truppe inglesi in India.
Questo, almeno fino a Genova. Probabilmente dopo Genova bisognerà ripensare criticamente a tutte le tecniche di lotta non violente, capirne le modalità e opportunità tecniche (con tute nere e provocatori in giro anche un certo tipo di confronto diretto non violento può essere inopportuno. Se ne sono rese conto troppo tardi anche le Tute bianche venerdì prima dell'uccisione di Carlo Giuliani. E infatti hanno cercato di fare dietro front e di sganciarsi dagli scontri. Hanno cercato disperatamente di farlo quando hanno capito di essere finiti in una trappola congiunta blacks-forze di polizia. Ma ormai era troppo tardi).
E bisogna capire tutte le implicazioni politiche dei metodi di lotta non violenti.
E' urgentissimo farlo, perché a Genova decine di migliaia di giovani, dai boy scout ai volontari delle Ong, dai disabili ai ragazzi down, dai missionari ai centri sociali, si sono visti caricare e troppo spesso massacrare da chi doveva garantire il loro diritto a manifestare pacificamente e difenderli dalle violenze, mentre i violenti scorrazzavano impunemente.
Io ero là, sul lungomare di Genova. Ero in quello spezzone terminale di
ventimila persone che si è preso la carica "finale".
Ho visto la gente che c'era in quello spezzone: pastori evangelici italiani e stranieri, studentesse di teologia, consigli di fabbrica, un gruppo di untrasettantenni tedeschi, anziani non vedenti, due persone disabili in carrozzina (ho poi letto che sono state investite dalla carica della polizia), ragazzi con le chitarre sulle spalle, ragazzi con il bongo, i visi solari della ragazza e del ragazzo che sul treno da Milano si ripassavano gli appunti universitari e avevano nello zainetto l'insalata di riso preparata dalla mamma, il gruppo di giovani inglesi coi quali siamo arrivati da Genova Nervi (pericolosi teppisti, ovviamente, che, come noi tutti, hanno timbrato il biglietto sull'autobus affollatissimo anche se era evidente che nessuno glielo avrebbe mai controllato). C'eravamo, eravamo con loro, abbiamo parlato con loro, abbiamo fotografato quelle ventimila persone che con altre duecentomila avevano superato la paura e l'angoscia con la gioia di poter dire insieme "Dropt the debt" (e non abbiamo di certo bisogno di guru dell'economia per sapere che è una parola d'ordine che va articolata in un programma non semplice -quanti pseudo-ragionamenti supponenti ci vengono riversati addosso, come gas lacrimogeni o meglio come melassa per impastare e immobilizzare ogni critica).
Ormai lo sanno tutti: la carica violentissima su quella gente è stato un attacco gratuito. Questi eventi sono già un pezzetto di storia, suggellato dalle immagini che sono state viste in tutto il mondo.
Non è necessario entrare qui nella polemica tra chi dice che era un piano preordinato, delirio di singoli poliziotti, rabbia e desiderio di vendetta (è una scusante?) o frutto d'incapacità.
Probabilmente, quando si saranno dissipate le nebbie del day after, si troverà che era tutto ciò. Si scoprirà che era localmente un piano preordinato. E si scoprirà che localmente era anche delirio, incapacità e voglia di rivalsa (sui deboli).
E' allora compito del movimento bloccare sul nascere ogni possibile deriva che può essere indotta da questa chiusura ed evitare che migliaia di giovani si sentano disperati e agiscano in modo disperato. Perché questo è il rischio maggiore, sul piano umano e politico, delle sconsiderate affermazioni e delle dissennate rivendicazioni del governo.
Ed è nostro compito, solo nostro, evitare che un giovane di 23 anni cerchi di gettare un estintore addosso ad una jeep di carabinieri e si faccia ammazzare. Un nostro giovane, si badi bene; che non si facciano distinzioni manichee, che non si pronuncino scomuniche, che non si cerchi di evitare responsabilità tramite dissociazioni vergognose, perché altrimenti non saremo mai in grado di prevenire queste tragedie.
E' a ragazzi come Carlo Giuliani che innanzitutto doveva arrivare il nostro messaggio e nella forma più forte. Se non è arrivato è una colpa nostra, non di altri. Occorre dirlo chiaramente, senza temere che si stia scusando il governo. Perché lo diciamo in una lingua che l'avversario non capisce e che non sarà mai in grado di capire. Ed è in questa lingua, che è solo nostra, che dobbiamo chiederci, perché un giovane obiettore di coscienza, che presta il servizio civile con Amnesty international, che raccoglie firme contro la pena di morte, che non ha mai avuto atteggiamenti violenti si trova in un certo momento della sua vita a cercar di lanciare un estintore contro una jeep con dentro un carabiniere di leva.
Era compito del movimento additare con forza la propria reale ricchezza a ragazzi come Carlo Giuliani. Ed ora in avanti sarà un compito ancora più urgente. Un'emergenza prioritaria, in vista dei confronti sociali che si apriranno in settembre. I ragazzi del movimento lo stanno capendo benissimo. A Milano, durante la manifestazione di lunedì pomeriggio, tre ragazzini a lato del corteo tenevano uno striscione: "Vendetta per Carlo". Io ero con Emergency e alcuni giovani facevano un cordone laterale. Uno di essi li ha rimproverati: "Togliete quello striscione. Vendetta‚ non vuole dire niente".
Sì, vendetta‚ non vuole dire niente. Film già visto; ha un finale angosciante. E probabilmente vuol dire poco anche "assassini"‚ urlato a
carabinieri e poliziotti. E' solo un pegno che paghiamo a quel pensiero unico incapace di distinzioni, a quel pensiero di regime che dobbiamo scardinare dalla nostra coscienza, dal nostro modo di pensare, di agire, di parlare. Dobbiamo fare come il giovane di Emergency: un servizio d'ordine di idee, un cordone laterale di valori.
Non è un compito facile. Anzi, in base alla mia esperienza vedo che sarà uno dei compiti più difficili di questo nuovo movimento.
E questo è dunque il quarto compito:
4) L'avversario non deve poter leggere il movimento, non deve poterlo
decifrare coi suoi schemi. Laddove si aspetta che noi si urli "assassini", noi saremo muti. Laddove sperano di averci azzittiti, noi urleremo con tutto il fiato. Quando ci aspetteranno per scontrarsi con noi, noi saremo altrove. Appena saranno sicuri di averci assopito, noi risveglieremo migliaia di persone. Se farà così il movimento resisterà e crescerà: opponendo ricchezza e varietà di azioni, di pensiero e di parole all'orizzonte monocromatico dell'avversario.
Ecco allora il quinto compito:
5) Mantenere, coltivare e far crescere la ricchezza e il pluralismo di questo movimento, contro ogni tentativo di egemonia di un pensiero unico.
Piero Pagliani

Senza un centro
Avevo deciso di non andarci questa volta alla manifestazione.
Sono un insegnante e con le scuole chiuse mi sentivo un po' senza punti di riferimento vicini: amici e amiche, discussioni. E poi avevo paura, della zona rossa, delle prove di forza, della città militarizzata.
Poi ho visto venerdì che c'era davvero da avere paura, come mai prima forse, e ho pensato che si doveva andare, esserci. Altrimenti, in un certo senso, voleva dire non andare mai più: che aveva vinto lo scontro militare, finita la politica.
Forse ho sbagliato la mia rabbia per coraggio, perché poi là sul lungomare di Genova, ho avuto paura.
Ma prima?
Non se n'è parlato gran che, ma è stato bellissimo.
Fino a quando non ci hanno fermato su corso Italia, la manifestazione era stata (almeno per quelli un po' indietro, partiti verso l'una da piazza Sturla) una incredibile festa di colori, di vitalità, di generazioni e lingue diverse.

Un lungo viale porta al lungomare. C'è un sole che non dà tregua e il corteo è strettissimo, tutti incredibilmente vicini.
Uno spezzone super organizzato della Fiom, con cordoni anche laterali ferrei per evitare problemi, accanto al "popolo del bucato" che canta sul ritmo del girotondo di tutti-giù-per-terra "esponi le mutande, esponile alla grande, facciamole vedere ai grandi del potere"; e ancora "oggi c'è il G8, aiuta chi sta sotto, i popoli della terra li aiuta con la guerra".
E famiglie intere, con figli e figlie di 12-13 anni, dietro striscioni di comitati e agenzie per la pace.
Dalla cima del lungo viale che porta al mare si vede brillare nel cielo uno scroscio di acqua che sembrano coriandoli d'argento. È una signora con un catino che "aiuta chi sta sotto".
Se ne affaccia un'altra, e poi un'altra. Sei, sette insieme. Annaffiatoi, pentole, un bambino col suo fucile ad acqua. Perfino da sopra i tetti. Sembra di essere in un film, di quelli epici, con i buoni che alla fine vincono. Le mamme e le nonne di Genova che vedono giovani combattere sotto il sole e offrono, avanti e indietro dalle cucine, un po' d'acqua. Che brilla nel cielo come un abbraccio inatteso, nella città assediata, nella città della peste.
Ho pensato che avevo fatto bene a venire. Che un'emozione così - da piangere sotto gli occhiali da sole - chissà quando l'avrei rivissuta. Una specie di riconciliazione con i figli e le figlie, con le mamme dalle terrazze. Con Genova.
Non siamo così pochi. Quasi senza partiti, organizzazioni, rappresentanze parlamentari; quasi a portare la nostra "nuda vita" che è anche storia, società e politica. Non siamo così pochi.
Queste ragazze e questi ragazzi sono bellissimi. Non hanno elaborato linee o programmi - arrivano qui dalle loro pratiche, dal loro modo di essere si direbbe. Di vivere.
Penso che non può accadere niente. Siamo troppi e troppo grandi.
Mi sbaglio, naturalmente.
Che fine avranno fatto quelle ragazze dei girotondi e le famiglie dei pacifisti? (e se io avessi portato mia figlia, come mi sarei sentito, con la paura che avrei letto nei suoi occhi, con la responsabilità che mi sarei sentito addosso…).
Dal lungomare si torna indietro, strettissimi ma adesso muti.
Davanti non si va, c'è la guerra quasi "privata" fra bande dalla stessa antropologia; fra maschi che si sfidano "virilmente" (e tutto sommato forse si rispettano nel loro coraggio da sottocultura militare: picchiati, umiliati, arrestati sono gli altri/altre, i non violenti, i "politici"…).
I cellulari sono una rete di comunicazione che appare (a me che non l'ho mai avuto) assolutamente preziosa. Anche tornare indietro dicono sarà difficile: l'importante è restare compatti, aspettare. Ma siamo così vicini, con le ambulanze che corrono sull'altra carreggiata del lungomare, che basterebbe il più piccolo incidente per provocare un disastro. Non siamo arrivati neppure a metà del percorso della manifestazione. Sembra di avere perduto.
I compagni più "organizzati" mi dicono che dobbiamo d'ora in avanti proteggere i cortei, proteggere tutti quei ragazzi e ragazze con le manine bianche e i panni stesi. Se no li faranno a pezzi ancora. Io penso che un po' è vero, ma penso anche che questo movimento non ce lo vedo con cordoni di bastoni, caschi e bottiglie… mi sembra una cosa diversa da quelle che ho conosciuto. La dimensione militare anche solo difensiva (ma non abbiamo sempre detto così la nostra, negli anni 70? E non è finita comunque con lo scontro militare che prendeva tutta la scena?) lo stravolgerebbe. Mi vien da pensare a una difesa disarmata, ma forte della sua autorità e magari del suo numero - un po' stile Onu, forze d'interposizione eccetera. Mobile. Mi sembra un po' una stupidaggine (quanti dovrebbero essere per un corteo come quello di sabato, e con quale straordinaria rapidità di contatti e spostamento…) ma il problema mi pare sia tutto qui: nel tenere insieme difesa e non violenza.
E poi c'è un'altra cosa: questo popolo variegato e internazionalista, non ha un centro, neppure assembleare mi sembra. Casomai un coordinamento, una specie di informale federalismo. Arriva a occupare la scena simbolica - che il G8 pensava di aver preparato per sé e in realtà ha offerto - a partire dalle sue relazioni, dagli spazi che ha costruito di altra socialità. Non c'è una organizzazione possibile.
Ha creato un tessuto politico che è come un grande patchwork. Forse può esistere senza definire una sintesi, una linea o una piattaforma, senza avvitarsi in una discussione sul "livello dello scontro" o roba del genere. Ma ha un'etica ed è capace di sdegno: credo sia stato una specie di battesimo politico per molti ragazzi e ragazze.
Può sparire dai media (come ha scritto Pierluigi Sullo) e giocare un altro gioco simbolico, comunicativo, per nulla simile allo Stato e ai suoi Apparati: dunque davvero pericoloso. Non deve "conquistare il potere" per cambiare la società e la vita. Mi piace immaginare possa metterlo in crisi continuando a vivere in quello strano spazio - nella città appestata universale descritta sul manifesto da Agamben - che poteva sembrare marginalità o nicchia. E si è visto che non è. Per questo fa paura - forse più di quanta ne abbia (altrimenti perché saremmo stati così in tanti sabato?).
E dà speranza.
Andrea Bagni,
insegnante, vicedirettore di "école".

Lo rifarei!
Io c'ero. Ho visto coi miei occhi, non con l'obiettivo d'una telecamera manovrata da altri. Sono un anti-global pacifista e ne sono fiero. Uno dei 200 o 300 mila, contati non li ho, che a Genova sabato 21 luglio 2001 hanno sfilato nel rispetto della città e della convivenza civile. Il mio volto non era coperto di nero, e neppure quello dei miei compagni di protesta, cattolici, ambientalisti, comunisti, pacifisti, autonomi che fossero. Forse è solo per questo che chi poteva documentare pubblicamente i nostri gesti si è astenuto dal compiere il suo dovere obiettivamente: non faceva notizia un corteo lungo qualche chilometro e largo a tratti quanto una strada a 4 corsie, solo perché era composto da gente tranquilla. I cori ed i ritornelli scanditi goliardicamente in più lingue, i ritmi di tamburi e tamburelli, i fischietti ed i battimani non avrebbero costituito certamente una colonna sonora più eccitante di quella prodotta dai lacrimogeni e dalle sirene, fusi in un sadico turbinio sfruttato a dovere da chi, all'interno della zona rossa, mirava a celare all'umanità intera la rivelazione dello sviluppo d'una coscienza nuova, fatta di tolleranza verso l'essere umano, il suo ambiente naturale e la vita in generale.
Si è voluto etichettare il cittadino genovese come la vittima di un'invasione violenta, non con quel ruolo di partecipante, volente o nolente, che gli spettava di diritto. Ho ancora negli occhi le immagini della gente dei condomini del centro che ci mandava baci, saluti e segni d'incoraggiamento, ai quali ricambiavamo col grido "Genova libera!" Sento ancora sulla pelle il brivido dell'acqua fresca che ci gettavano dalle finestre e l'emozione sincera nel dedicar loro il coro "grazie Genova". Odo ancora le grida d'approvazione di fronte agli striscioni esposti dai balconi, ove sventolavano spesso e volentieri anche diverse paia di mutande in segno di sberleffo. Quale senso di partecipazione nell'alzare le braccia in migliaia al passaggio degli elicotteri della polizia, urlando "No violenza!". Non credo proprio che questi genovesi non vedessero l'ora di vederci partire, cosa che tra l'altro è stata difficile grazie ai colpi di testa d'un ministro che ha fatto chiudere le stazioni ferroviarie, cambiando idea a pochi giorni di distanza.
Certo, nemmeno posso scordare i brividi ed il batticuore causati dalla visione diretta o semplicemente dalle notizie degli scontri che si susseguivano davanti o dietro il corteo, o nelle strade adiacenti la nostra. E neppure l'acre odore dei gas, che gonfiano le narici come un getto d'aria compressa e poi cominciano a farti piangere se non sei adeguatamente protetto (bandana di cotone, occhialini da sub, limone, aceto, mascherina di carta, acqua: ecco il nostro temibile armamento)! Ma non era giusto restare a casa a subire censure. No! Ci sono troppe cose che la gente avrebbe voluto sapere! In questi giorni vengo tempestato di domande da quei miei conoscenti che mi sapevano là: e tutti chiedono di parlarmi della manifestazione pacifica. C'è una sete di sapere che i mass-media non sanno o non vogliono soddisfare.
Ma neanch'io saprei rispondere a tutti i quesiti. Non so dire, ad esempio, chi fossero quelle persone vestite in borghese che, in compagnia di gruppi di poliziotti, spiavano il corteo da diversi punti d'osservazione posti lungo la via per il quartiere Quarto: agenti in borghese, anarchici senza divisa, giornalisti, militanti d'estrema destra, semplici frontisti… tutto è possibile. Non sono stato io ad appurare se le forze dell'ordine usavano proiettili veri o di gomma, com'era accaduto in occasione degli altri G8. Ed ero già risalito sul treno quando c'è stato il blitz negli uffici del Gsf nella scuola "A. Diaz" (ma i Black Block non erano stati stanati nell'adiacente istituto "G. Pascoli"? Almeno così diceva il Televideo Rai nella giornata di domenica 22)! Mah! Giudicare è sbagliato: non voglio accusare nessuno. Chiedo solo di sapere la verità. Ho provato a cercarla in quel di Genova.
E lo rifarei!
Loris Donazzon

Vi mando il mio racconto del 20-21 a Genova. Con altri compagni/e, amici/e stiamo anche noi raccogliendo testimonianze soprattutto dei partecipanti a quelle giornate meno politicizzati, che forse rappresentano la vera novità di questo movimento dalle immense potenzialità. Se pensate che possiamo darvi una mano, anche per evitare inutili sforzi doppi fatecelo sapere, il tutto ovviamente in un'ottica militante e quindi di lavoro volontario. ciao

Sono arrivato venerdì 20 all'alba; il treno speciale sul quale viaggiavo, proveniente da Roma, non ha potuto proseguire oltre Quarto (proprio quella dei Garibaldini). Alle 8 siamo arrivati al villaggio del Genoa social forum sul lungo mare di Genova ( a un paio di km dalla zona rossa che comprendeva l'intero centro di Genova), in attesa di capire come si sarebbero mosse le sette diverse manifestazioni per l'assedio alla zona rossa, siamo andati a fare un giro per renderci conto della situazione e capire dove depositare il materiale da campeggio. La città aveva un aspetto spettrale, già sapevamo delle recinzioni alla zona rossa, abbiamo però trovato tutte le principali strade della zona gialla ostruite con container (10m x 3m) che lasciavano uno spazio di un metro per passare, i negozi erano quasi tutti chiusi, le strade principali erano già piene di blindati con poliziotti in assetto da guerra. Eppure dai primi contatti con i cittadini abbiamo riscontrato subito un atteggiamento accogliente, ci hanno indicato dove trovare un bar, ci hanno salutato , ci hanno espresso la loro tranquillità perché dall'inizio della settimana non era successo nessun episodio di violenza, i pochi esercizi aperti erano pieni di gente (no global e residenti). Verso le nove ci siamo spostati verso la zona di Marassi dove era lo stadio in cui avremmo dormito per depositare ogni bagaglio pesante. Le corse dei bus erano già state deviate, ma ancora una volta i dipendenti dei trasporti pubblici sono stati più che disponibili nel verificare come giungere a destinazione, inoltre mentre eravamo in fermata una signora è uscita da un bar offrendoci della pizza genovese. Insomma ci stavamo quasi tranquillizzando, al di fuori delle forze dell'ordine tutti sembravano sereni. Lo stadio di Sciorba, dove abbiamo dormito, è uno stadio per l'atletica, lo abbiamo trovato pieno di gente che si apprestava a spostarsi in città, tutto molto ordinato, una situazione quasi idilliaca. Ci è venuta incontro una troupe della tv giapponese per farci qualche domanda, la situazione parlava da sé, ci hanno chiesto un parere sugli episodi di lotta violenta che avrebbero potuto verificarsi. Noi abbiamo risposto che le intenzioni pacifiche erano palesi, ma che non bisognava dimenticare che non si era lì per una festa, ma per avvicinarsi il più possibile a quegli otto signori per gridargli davanti al mondo che non sono nulla più che affamatori e sfruttatori; vista la militarizzazione della città molto dell'esito della giornata sarebbe dipesa dall'atteggiamento delle forze dell'ordine. Alle 11 eravamo di nuovo in città al villaggio del Social Forum, volevamo unirci alle tute bianche ma loro partivano dallo stadio dove dormivano che era distante;così rischiando di rimanere isolati per strada abbiamo preferito partire in corteo dal villaggio con il blocco rosa, composto per lo più da stranieri coloratissimi con tamburi, artisti di strada e ogni tipo di oggetti rumorosi. Abbiamo fatto un percorso lunghissimo, alla fine abbiamo incrociato il corteo dei pacifisti e superandoli siamo arrivati davanti la recinzione della zona rossa. Era chiarissimo che non avremmo potuto superarla, a mani nude come si era, ci siamo fermati con i blindati oltre la recinzione e abbiamo cominciato a suonare, cantare e ballare di fronte a camionette con mitra puntati, idranti piazzati, squadre in assetto da guerra. Un ragazzo a torso nudo si è arrampicato sulla recinzione con un mazzo di fiori di plastica per omaggiare i tutori dell'ordine e ovviamente sono partiti gli idranti, nessuno si è scioccato sapevamo con chi avevamo a che fare, il nostro baccano è aumentato, sarà volata al massimo qualche bottiglia di plastica vuota. Dopo qualche minuto è cominciata a chiarirsi la direttiva che avevano le forze dell'ordine a Genova: negare il minimo diritto di agibilità politica democratica, infatti con i manifestanti che resistevano agli idranti (con il caldo che faceva !) sono presto partiti i primi lacrimogeni. Ad ogni lancio, tornavamo verso la strada dove erano i pacifisti per tornare poi sempre in modo non violento, fino a che il lancio di lacrimogeni si è fatto troppo fitto e sono scesi molti celerini dalla strada priva di recinzione; insomma c'era da temere una carica e privi di protezione si rischiava il massacro, così abbiamo lasciato la piazza. Erano passate le 14 e si pensava di tornare verso il villaggio del forum, ma cominciavano le brutte sorprese. Noi eravamo su un punto alto della città e vedevamo alzarsi da sotto nuvole di fumo nero, incontravamo persone che salivano sconvolte, dicevano che giù si era scatenato il finimondo. Visto che non c'era altro modo per tornare verso il mare ci siamo incamminati, il gruppo si è ingrossato, ma più si camminava più ci si sentiva stretti in una morsa, da alcune parti c'erano scontri, da altre la polizia impediva di passare. Insomma, primo non si capiva cosa succedesse ovvero chi si scontrasse con chi e quanti fossero, secondo la polizia non permetteva a manifestanti pacifici ma determinati di uscire dalla zona degli scontri. Incontravamo persone che venivano dai diversi cortei e tutti raccontavano di essere stati caricati più o meno violentemente. Per strada si vedevano le tracce degli scontri, ma non si vedevano mai i gruppi protagonisti. Dopo tre ore e mezzo di marcia siamo riusciti a sbucare sul mare anche grazie ad indicazioni di residenti. Una volta giunti al villaggio si è cominciata a capire la gravità della situazione. Alle 18 e 30 era prevista una conferenza stampa, intanto si sapeva che il corteo delle tute bianche, partito al mattino, era ancora bloccato per strada e che la polizia non li lasciava neanche tornare indietro. Inoltre cominciava il tormentone del black block, cento, mille o tremila presunti "anarchici" che avrebbero messo a ferro e fuoco la città. I danni sono stati fatti, questo è incontestabile, eppure chi ha visto questi "neri" sfondare le vetrine delle banche giura di aver visto piccoli gruppi, io per primo non ho visto neanche l'ombra di un grosso gruppo identificabile come black block. Eppure usando come pretesto la pericolosità di questi gruppetti, la polizia ha caricato la quasi totalità delle manifestazioni del venerdì, poi ovviamente i pacifisti hanno risposto alle cariche con le mani alzate, altri con il lancio di oggetti, ma credo che partendo dalla violenza subita un minimo di autodifesa se non altro per riuscire a tornare indietro senza rimanere schiacciati dalle cariche sia oltre che comprensibile, più che legittima. Comincia la conferenza stampa, siamo diverse migliaia, altrettanti sono bloccati in diversi punti della città e non possono raggiungere il villaggio. Immediatamente cala il gelo, un manifestante è stato ucciso con un colpo di pistola, altri sono feriti in modo gravissimo, un centinaio i fermi di polizia, un bilancio tremendo. Si vedono molte persone piangere, qualcuno grida "assassini", altri vogliono andare in soccorso di coloro che sono ancora bloccati dalle cariche della polizia, altri ancora richiamano alla necessità di calibrare attentamente ogni decisione visto l'altissimo livello di provocazioni subite durante la giornata. Sono momenti difficili da descrivere, hai la sensazione fortissima che nonostante il pericolo sei nel posto giusto e senti che un potere cieco sta riuscendo a distruggere qualcosa di grande che era sul nascere. La rabbia è tantissima, a tarda serata torniamo alla tenda e ci prepariamo ad un sabato che si preannuncia difficilissimo. L'indomani tutti si muovono presto. Mentre il giorno prima per l'assedio alla zona rossa si erano fatti sette diversi cortei a seconda dei gruppi di affinità, per il sabato era prevista una manifestazione unitaria alla quale erano attese almeno 100.000 persone. Fortunatamente non tutto il paese si è anestetizzato e soprattutto dal nord (Milano e Bologna, le grandi città vicine) ci sono arrivi massicci. La partenza era prevista alle 14, ma la piazza si riempie presto e alle 13 più di 200.000 persone sono già in movimento. Il Social Forum intende svolgere il tutto pacificamente per mostrare che, nonostante tutto quello che si è subito, si rivendica una posizione costruttiva che è invece mancata a governo e forze dell'ordine. La situazione tuttavia rimane esplosiva, c'è di mezzo un morto, la rabbia per la feroce violenza subita il giorno prima si fa sentire, è possibile che molte persone non tollerino di rivedere in parata l'arroganza della polizia. Si verificano infatti entrambe le situazioni: gran parte del corteo procede pacifico con grossi cordoni di servizio d'ordine interno per scongiurare infiltrazioni, molti altri (vuoi per appartenenza politica, vuoi per sensibilità) decidono di mostrare chiaramente che se l'intenzione della polizia è di giocare al massacro, non si può pensare di trovare moltitudini di masochisti. In questo senso non intendo allestire una riflessione sull'appropriatezza della non-violenza o della violenza come strumento politico, ma solo cercare di spiegare a chi ha potuto avere solo l'immondizia dei tg, quello che si è visto per le strade di Genova, poi ognuno si fa la sua idea. E' superficiale fare distinzioni così drastiche tra buoni e cattivi. Venerdì ci sono sicuramente stati gruppi estremi che hanno colpito con straordinaria velocità e agilità in diversi punti della città, ma non mi si venga a dire che la violenza della polizia sia in relazione con l'azione di questi gruppi, primo perché i suddetti gruppi non hanno subito pesanti cariche, secondo perché sono stati caricati cortei pacifici che si trovavano del tutto lontani dalle "tute nere".
L'intenzione della polizia è stata una e una sola, metterla sul piano del confronto diretto per affossare la forza propositiva della nostra lotta politica e purtroppo ci sono riusciti. Per sabato non mi sentirei infatti di parlare di tute nere, bianche, gialle o rosse, ma piuttosto di tante persone che forse sbagliando non hanno mantenuto i nervi saldi, ma che comunque dopo quanto è successo venerdì avevano tutte le ragioni per fare quello che hanno fatto, apportando tra l'altro solo danni a cose e non a persone.
Personalmente non condivido in questa fase atteggiamenti violenti, che non siano l'autodifesa, ma vorrei portare tutti a riflettere su quanto ho letto sul muro di una banca devastata "questi danni non sono niente di fronte a quelli preparati dai g8". Per cui quei danni sono stati inutili, anzi hanno ostacolato la crescita di un movimento che comincia a promettere bene, eppure attenzione alla cantilena dei media, non dimenticate contro chi e che cosa si stava manifestando: i nemici non sono le tute nere, che al limite sono un fenomeno di devianza sociale, ma Bush, Berlusconi, Blair e i potenti della terra che ci stanno preparando un futuro di precarietà globale, dove l'unica cosa sicura saranno i profitti loro e dei loro amici. A Genova si respirava una volontà di ritornare a fare politica in modo costruttivo e la stragrande maggioranza delle persone questo ha fatto, ci sono stati incidenti di percorso ma comunque indietro non si torna, c'è poco da pacificarsi. Infine mi preme dire che l'attenzione va tenuta sui governanti più che su chi li protegge. Il carabiniere che ha sparato deve pagare, ma è a sua volta una vittima, i veri responsabili sono i politici che hanno dato alle forze dell'ordine disposizioni così repressive. Non fidatevi delle immagini dei tg, vedere centinaia di persone che devastano non significa molto, fintanto che si nascondono le centinaia di migliaia che lottano in modo costruttivo. Anche quando le immagini parlano da sé, come per il blitz di sabato notte nella sede ufficiale del social forum, con una sede devastata e pozze di sangue ovunque, i media venduti trovano giustificazioni a tali azioni. Gente attrezzata ce ne era tra di noi, ma le attenzioni più violente delle forze dell'ordine sono sempre state rivolte ai manifestanti meno protetti. E attenzione, lì tutti sapevano che non si stava facendo la rivoluzione, ma semplicemente chiedendo con forza che la fame e le malattie non siano accresciute dalle brevettazioni delle soluzioni, o che un lavoratore venga comunque riconosciuto come essere umano con dei suoi diritti e non come un pezzo della catena di montaggio da buttare all'occorrenza.
Nel mio piccolo, con tantissimi/e che erano a Genova, con il lutto nel cuore, ci stiamo sforzando di comunicare quello che si è vissuto. Non si tratta di essere di questo o quello schieramento, ma di capire che la follia omicida che ha imperversato a Genova negli ultimi giorni aveva un chiaro significato, e non si dica che abbiamo la generica libertà di parlare, quella anche il fascismo la riconosceva a chi non si organizzava per contrastarlo. Nessuno chiede la libertà di lamentarsi, vogliamo semmai la libertà di provare a cambiare alcune cose.

Una canzone
Questa che segue e' una canzone scritta per Carlo da due antiglobalizzatori in quel di Hobart, Tasmania, Australia. Non sapendo dove si possono indirizzare le testimonianze di solidarieta' ho pensato a voi (che del resto sarete gia' alluvionati dai messaggi...
For Carlo

In Seattle, in Melbourne, In Prague, in Genoa, the story's the same.
The rich and the powerful are gathered together they say in prosperity's name.
They talk about weapons, production, investments, for all that they're worth,
While they cover their ears to the voices for justice that echo all over
this Earth.

They stay in the finest of palaces, locked behind barriers of shame,
Too vain to be bothered by the thousands outside who stand up in humanity's name.
Their democracy's packaged with bullets and comes at the point of a gun,
And as Carlo Guiliani lies silently dying he knows that he's not the
first one.

Don't call it rational, don't call it freedom and don't call it trade.
That's only the new-spin of giant corporations
Who plunder the Earth and impoverish nations
Who each day they face they face new desperations
And who each day become more afraid.

Elected by no-one they dictate to us how we must live by their rules.
But every dictator that ever has risen has only arisen to fall.
The lessons of history are there to be seen, if you'll open your eyes.
The tide of humanity's steadily turning and there's a future
that's
there to be prised.

It's a world without poverty, slavery, exploitation or greed,
A world of respect and of co-operation,
A world without warring of pitiful nations,
A world that's been rescued from disintegration,
Where equality stands as our creed."

(From Peter and Jeoff, Australia)

ma alla manifestazione linda da ogni partito!

Passavamo dentro Genova leggeri
Ad una settimana dalle infauste giornate di Genova, su invito dei compagni mi decido a tradurre su carta la mia testimonianza e la mia rabbia.
Per chiarezza dico subito di essere uno studente sardo coordinatore dei Giovani comunisti di Urbino e, in quanto tale, di aver partecipato alla settimana di laboratorio politico sulla pratica della disobbedienza civile allo stadio Carlini di Genova (con le Tute Bianche, le reti Rage di Roma , No Global, e qualche gruppo di anarchici ).
Sin dal nostro arrivo il clima era quello dell'intimidazione: controlli, perquisizioni, assedi quotidiani, elicotteri costantemente sulle nostre teste…..
Sin dal primo giorno di Social Forum la deflagrazione delle bombe ci toglieva la voglia di ridere e copriva il rumore delle nostre idee.
Una bomba ben più forte era ormai stata innescata dai poteri occulti (?) : la strategia della tensione si imponeva auto-legittimandosi.
Ciò nonostante continuava ad arrivare gente da tutta Europa, centinaia e poi migliaia di esperienze e contaminazioni culturali.
Ci sballavano più le assemblee delle canne, imparavamo a collaborare e costruire, confrontavamo idee diverse in lingue diverse……
Passavamo per la città leggeri, accolti splendidamente dai pochi abitanti rimasti che ci hanno ospitati e coccolati, a volte consigliati e spesso salvati dalle cariche.
Questa per noi era già una grande vittoria dopo il terrorismo mediatico dei mesi precedenti.
Giovedì 19 in 15/20.000 abbiamo sfilato, cantato e recitato per i diritti dei migranti e del lavoro.
E' andato tutto bene tranne le bombe che continuavano ad esplodere ed oscurarci; una avrebbe anche voluto bruciacchiarci noi del Carlini…..
Venerdì 20, il giorno dell'assedio simbolico alla zona rossa: si trattava di varcarla per delegittimare agli occhi del mondo l'operato degli 8 Grandi complici, schiavi e vessilli dell'imperialismo neo-liberista americano.

Noi eravamo organizzati con strumenti di protezione non violenta che si sono dimostrati inefficaci ed ingombranti nel clima di guerra civile venutosi a creare.
Appena usciti dallo stadio è per noi cominciata la zona rossa non essendo stato il nostro corteo autorizzato.
Abbiamo percorso 3 Km lungo vie deserte e devastate dai fantomatici Black Block che, indisturbati, ci avevano preceduto di circa un'ora.
Poco prima del nostro arrivo i Black hanno provocato le forze dell'ordine che altro non aspettavano per dare inizio ad una feroce repressione contro l'inerme corteo.
Non mi soffermo sulle brutalità e le violenze gratuite di cui siamo stati testimoni e vittime, esse sono già documentate e risapute, voglio invece sottolineare come un corteo pacifico composto da più di 10.000 persone sia stato costretto a passare da modalità non-violente a metodi da guerriglia urbana al solo fine di salvare la pelle.
Di fronte agli abusi ed alle efferatezze dei "paladini dell'ordine" siamo stati costretti a difenderci con barricate e sampietrini per reggere le cariche dai vicoli laterali che avrebbero altrimenti spezzato il corteo intrappolando le centinaia di compagni che, con gli scudi, coprivano la ritirata degli altri.
Proprio in uno di questi vicoli laterali si è svolta la tragedia, si è consumato l'assassinio.
Indietreggiavamo frastornati e loro continuavano ad inseguirci caricando, provavamo a disarmare i Black però troppo mobili e ben armati.
Alle 19.00 siamo riusciti a tornare al campo e là, sotto assedio, contavamo e piangevamo gli assenti.
Con sgomento abbiamo appreso della morte di Carlo e dell'identica metodologia che aveva guastato anche gli altri cortei: i Black venivano deliberatamente usati come giustificazione per caricare i manifestanti pacifici !
Dulcis in fundo la notizia che mi ha fatto più male: i vertici Ds avevano ritirato la loro partecipazione alla manifestazione del 21: un miope calcolo che non ha impedito la grande risposta popolare al corteo ma ha favorito (perché in qualche modo ha legittimato) la reiterata azione repressiva delle forze dell'ordine.
Anche sabato 21 si sono riprodotte le stesse dinamiche perverse: cariche della polizia al corteo nell'inseguimento dei Black.
Black Block, strano gruppo senza storia né identità, costruito dal nulla ma organizzato efficacemente per distruggere le iniziative anti-liberiste.

Non riesco ancora a capire come il 21, bloccate inizialmente a piazzale Kennedy, le tute nere siano riuscite a passare i cordoni di polizia e infilarsi nel corteo, l'unica spiegazione sembra essere la connivenza delle forze dell'ordine.
Giovedì 20 sembrava funzionare la strategia di Berlusconi - estremizzare il conflitto per marginalizzare il movimento- anche perché avvallata indirettamente dalle incertezze dei Fassino e dei D'Alema. La risposta del 21 ha però riaffermato il radicamento e la forza del movimento ed obbligato un Centro-Sinistra ormai scolorito ad una vera opposizione contro un governo sempre più spregiudicato ed anti-democratico.
E questa è la vera posta in gioco: un ideale politico di democrazia sostanziale e partecipata che si contrapponga allo svuotamento della sfera politica da parte delle forze economiche globali.
Mi auguro dunque che i fatti di Genova si inseriscano nella fase precongressuale diessina e questo partito riesca a recuperare il rapporto con la società e con i giovani che del movimento sono parte fondante.
È un augurio giocato su 4 livelli:
- i Ds necessitano identità e forza propulsiva
- il movimento necessita interlocutori istituzionali che concretizzino le sue istanze
- il paese e la democrazia necessitano di un'opposizione vera che freni l'arroganza delle destre
- il pianeta necessita un drastico cambiamento di rotta che solo un soggetto politico sopranazionale potrebbe realizzare.
Dichiarandomi fiducioso e operativo per il prossimo appuntamento romano a novembre, vi saluto.
Jacopo Cerchi

Sfiniti
Partiamo il 20 alle 5 di mattina, siamo due pulman, un centinaio di persone.
Il viaggio è tranquillo, all'entrata di Genova ci aspettiamo una perquisizione invece ci ferma una pattuglia all'uscita del casello autostradale, ci chiedono quanti siamo, non salgono né ci chiedono i documenti, possiamo ripartire.
Noi siamo nel corteo dei sindacati di base. Prima dell'inizio della manifestazione facciamo il percorso stabilito per renderci conto della situazione, la polizia c'è e si vede, la barriera di ferro che ci separa dai padroni del mondo fa paura, sembra invalicabile, e non solo fisicamente.
All'andata il corteo è tranquillo ma teso per le notizie che arrivano dagli altri assembramenti. Veniamo a sapere dei Black block che si sono scontrati anche con le tute bianche e con gli autonomi.
Le notizie sono confuse, incomincia a girare la voce di una morte, poi due, la rabbia sale ma il corteo resta unito.
Al ritorno il gruppo di anarchici che aveva fatto parte del corteo richiude lo striscione e incomincia a costeggiare il corteo. Sono tutti mascherati e vestiti di nero, incominciano i primi scazzi, molti hanno paura di essere coinvolti, parte una vetrina e due Black block che erano rientrati nel corteo vengono buttati fuori. C'è chi non è d'accordo sul metodo, questo ti fa sentire uno sbirro, e litigare con dei compagni per una vetrina di una banca ci sembra eccessivo. In ogni modo loro capiscono l'antifona, si spostano nella via laterale dove incominciano a mettere i cassonetti nel mezzo e a spaccare qualche macchina.
Il corteo si chiude nella piazza da dove eravamo partiti, tutto sembra tranquillo ma i pullman che devono riportare la gente a casa vengono fatti arrivare tre ore prima dell'ora stabilita.
Accompagniamo i compagni che non restano per la manifestazione del ventuno, intanto le voci delle uccisioni da parte della polizia diventano più precise, si hanno particolari, la rabbia monta.
Dopo che i pullman sono partiti rimaniamo una trentina, la rabbia è al culmine, arriva una pattuglia della polizia e alcuni tentano di assaltarla ma la macchina fa retromarcia e scappa.
Ci spostiamo. Arrivano notizie brutte, l'indicazione è di scansare ogni contatto con le forze dell'ordine perché manganellano e arrestano chiunque, dovremmo arrivare ad un centro sociale per dormire ma i compagni lo sconsigliano per paura di retate. Decidiamo di attraversare tutta Genova da ponente a levante, passando per il lungo mare sarebbero una decina di chilometri ma la strada è bloccata, ci toccherà aggirare tutta l'ex zona gialla cercando di scansare gli scontri che sappiamo ci sono alla stazione di Brignole. Qualcuno preso dalla rabbia assalta un autobus, lo dissuadiamo subito scusandoci con l'autista terrorizzato, che certamente avrà già acceso l'interfono con la centrale, da li a poco arriveranno a cercarci. Ci dividiamo in tre piccoli gruppi di 20 persone. Prendiamo l'autobus "normalmente" fissando un appuntamento tra quattro fermate, nel posto più vicino al mare, ancora speriamo di passare.
Da qui incomincia una marcia che durerà a tappe forzate dalle 5 del pomeriggio fino alle 10 di sera in direzione dell'ospedale Gaslini dove sono accampati gli autonomi. Durante il percorso molta gente si unisce a noi, più siamo più ci possiamo difendere. Sappiamo che la polizia e i carabinieri rastrellano la città picchiando e arrestando chiunque, tuta nera o meno.Ad un certo punto siamo 150 persone. Dei tratti di città sono normali, altri sconvolti, i cubetti di porfido sono dappertutto, banche e benzinai sono bruciati e con loro qualche macchina, la strada è disseminata di scudi e protezioni tipici delle tute bianche. Verso le 9 passiamo sotto il carcere di Marassi, abbiamo saputo che è stato attaccato ma dalla nostra parte non si nota niente, qualcuno inveisce contro le guardie carcerarie sulle torrette, loro ci mostrano il mitra, dalle celle ci chiamano, ci salutano, ringraziano.
Alle 10 arriviamo a destinazione, io e altri tre compagni, sfiniti, ci fermiamo allo stadio dove campeggiano le tutte bianche, gli altri continuano per il Gaslini. All'interno la tensione è alta, c'è un'assemblea in corso, gli interventi sono variegati, anche di segno opposto, li unisce solo la rabbia per una morte inutile. Ascoltiamo la testimonianza di un ragazzo inglese che era presente quando è morto Carlo, Carlo Giuliani, cosi si chiamava, lo comunicano dal palco. Molti vogliono uscire di nuovo ma poi, per fortuna, non se né fa di nulla. La notte passa tranquilla e la mattina del 21 ci ritroviamo con gli altri compagni al Gaslini. Ci fermiamo a fare colazione in uno dei pochi bar aperti. Le camionette delle "forze dell'ordine" passano di continuo a tutto gas. Molti compagni gridano "assassini", volano delle bottiglie di plastica vuote. Loro rallentano e ti fanno vedere la pistola dal finestrino.
Parte il corteo, davanti Rifondazione Comunista, poi i Cobas con gli autonomi, seguiamo noi con alcuni centri sociali.
Fa un caldo allucinante, l'acqua scarseggia, le soste sono lunghe. Si uniscono altri pezzi di corteo che vengono fatti scorrere in avanti tentando di unire tutto lo spezzone di Rc alla testa del corteo, non ci riusciranno perché molti pullman arrivano in ritardo e non riusciranno neanche a vedere da lontano piazza Kennedy, che è l'obbiettivo del corteo.
La gente dalle finestre ci butta acqua per rinfrescarci, sembra una festa.
Dietro a noi però ci sono gli "anarchici" del giorno prima. Usano la stessa tattica seguendoti per un pezzo di strada per poi staccarsi e colpire una macchina o un benzinaio. Qualcuno del nostro servizio d'ordine cerca di farli smettere e viene minacciato, non ci facciamo intimidire e loro si portano al lato del corteo. In lontananza si vedono i fumi dei lacrimogeni in piazza Kennedy, stiamo andando in bocca al lupo e non lo sappiamo.
Polizia non se ne vede ma i cassonetti sono tutti al loro posto, cosi le campane per la raccolta del vetro e perfino diverse macchine. Arriviamo sul lungo mare, dietro di noi c'è lo spezzone dei greci. Siamo sotto la caserma dei carabinieri, ci guardano, due elicotteri ci sorvolano. C'è una stradina che sale verso l'interno costeggiando la caserma, è chiusa da un cancello, dietro diversi carabinieri. Un paio di Black block si attaccano al cancello e lo scuotono, sembra il segnale, partono i lacrimogeni, il corteo viene spezzato in due, noi rimaniamo nella retroguardia dello spezzone iniziale, i greci sono ad un centinaio di metri, davanti il fumo di piazza Kennedy, a destra un muraglione alto più di dieci metri a sinistra un boschetto e poi il mare. Siamo in trappola. La situazione sembra tranquilla, c'è chi si siede, chi si chiama, l'intenzione è aspettare che finiscano gli scontri in piazza Kennedy per poi passare. Siamo pigiatissimi, il servizio d'ordine di Rc si è squagliato, noi ci chiudiamo a riccio, nessuno lo dice, ma se la polizia carica molti verrebbero inesorabilmente travolti. Non vediamo partire i primi lacrimogeni ma ne sentiamo l'odore e la gente comincia a premere sempre più forte, molti gridano di stare calmi, di non correre, ma si vede che siamo accerchiati da gente che ha già il terrore negli occhi, persone non abituate a queste situazioni, che mai avrebbero pensato di trovarsi in quest'incubo. Incominciano a sparare lacrimogeni anche dagli elicotteri, è il panico totale.
La nostra copertura si sfascia, non ci possiamo più appoggiare l'uno all'altro. La compagna davanti a me inciampa in una bicicletta abbandonata, me la vedo brutta, se mi travolgono finiremo calpestati, in una decina decidiamo d'istinto di infilarci nei cespugli sopra il muretto che stiamo costeggiando sballottati come pupazzi, tutti gridano. Un candelotto ci piove tra i piedi, non ci vediamo più, gli occhi bruciano, la bandana, anche se bagnata non serve più a niente. Riusciamo a salire, la massa scorre sotto di noi, l'assalto sembra finito. Un elicottero si abbassa e spara un candelotto in mezzo ai cespugli, il panico è alle stelle, la gente cerca di arrampicarsi su quelli che sono davanti, ognuno pensa a salvare se stesso. Riusciamo ad arrivare ad una rete, per fortuna bucata, e mezzo soffocati sbuchiamo in quello che sembra un alberghetto o una stazione balneare. C'è una terrazza che da sul mare, da lì potremmo scendere in spiaggia ma al largo stazionano le motovedette della polizia costiera e i gommoni dei carabinieri. Da lì non si passa, l'elicottero ci gira sopra la testa, tutti alzano le mani in segno di resa. Le persone che abitano lì ci aprono l'acqua in giardino e fanno usare il bagno a chi sta male, molti vomitano, la pelle brucia.
Passano una ventina di minuti, ad un certo punto sbucano due poliziotti che ci dicono che possiamo scendere, che non ci faranno niente, uno si toglie il casco, non scorderò mai quello sguardo allucinato, sconvolto. Ci riuniamo, siamo una cinquantina, decidiamo di fidarci, non c'è alternativa. Ci prendiamo per mano e in fila indiana incominciamo a scendere. La strada è sgombra, la polizia e i carabinieri ci fanno cenno di fare alla svelta, ci intimano di andarcene ma intanto si avvicinano sempre di più. Un primo gruppo riesce a passare senza danni e rincuorati ci avviamo anche noi ma appena scesi si avvicinano due carabinieri e cercano di portarsi via due ragazzi, reagiamo strattonandoli e facendoli scappare, parte un'altra salva di lacrimogeni e l'ennesima carica. Ci rifugiamo di nuovo sulla terrazza. La rabbia e a mille, qualcuno piange, gli occhi sono fissi nel vuoto.
Passa un'altra mezzora, qualcuno scende a trattare la resa, risale poco dopo e se non fossimo disperati ci verrebbe da ridere, la polizia ha detto che possiamo andare, tranquilli, ci dice il tipo, mai sei sicuro? Ne prendono solo un paio a caso gli altri possono andare, viene sommerso da una caterva di vaffanculo!
Stufi e rassegnati decidiamo di andare, ci fanno passare e non trattengono nessuno.
Sarà una ritirata lunga più di tre chilometri dove gli elicotteri non smetteranno mai di bombardarci con i lacrimogeni e gli sbirri di manganellare chiunque resti indietro, ferito o meno. Una disfatta. Come ci fa notare un compagno, sembra il punzecchiare del pastore sul culo delle pecore per farle rientrare all'ovile.
E' tutto finito, ritroviamo i pullman e tutti i compagni dispersi, nessuno è stato preso.
Nella notte, tornando, veniamo a sapere dell'irruzione nella sede degli autonomi e del Genova Social Forum e tutti ci chiediamo se l'Italia è diventata il Cile di Pinochet o l'Argentina dei Videla e Massera, ma siamo troppo stanchi e demoralizzati per darci una risposta. Domani sapremo tutto e sarà anche peggio. A Genova, con i miei compagni, ho visto la morte definitiva della democrazia, anche se solo per 24 ore.
Il giorno dopo ci sono state manifestazioni di protesta in tutta Italia.
Presidio davanti alla Prefettura. Davanti c'è il Consiglio Regionale. Due tipi in giacca e cravatta discutono tra loro: "Non vai con il corteo?" "No, non sono d'accordo, cosi si legittima una minoranza" (sic!). Accennano ad una fiaccolata, gli ho detto che era meglio se si andavano a fare una grigliata. Era meglio per tutti.
La sera guardo la televisione. C'è "Terra!", intervistano un prete, penso sia un cappellano militare, un corvo tutto nero con una piccola croce d'argento sul bavero della giacca. Cerca di giustificare il carabiniere che ha ucciso, poi dice: " da una parte è meglio così, questi giovani (i manifestanti) fanno esperienza, un'altra volta sanno cosa aspettarsi."
Carlo Salvi

Un episodio
Non so quanto possa valere questo episodio rispetto alla gravità assurda dei fatti di Genova, ma forse può contribuire ad avere un quadro di insieme:
Ero nel corteo del 20 che è arrivato in via Assarotti.
Verso le 14, vedendo che non succedeva più nulla di significativo ci siamo incamminati lentamente verso piazza Manin, un giovane ciclista è sceso trafelato per la via gridando che stavano arrivando i Black block. Abbiamo deciso di accelerare ma, arrivati in piazza la situazione era così tranquilla che ci siamo fermati a mangiare e chiacchierare davanti a un negozietto di alimentari che era rimasto coraggiosamente aperto.
Era passata almeno mezz'ora dall'allarme del ciclista quando è arrivata la testa dei black block coi tamburini e io e altre persone, presentendo guai, ci siamo allontanati salendo le scale che dalla piazza portano al livello superiore. Da sopra abbiamo visto altri black block che, da via Recco, rovesciavano e incendiavano i cassonetti e i poliziotti che con calma scendevano dai cellulari avvicinandosi alla piazza. Ci siamo quindi allontanati salendo verso le strade che stavano sopra di noi.
A questo punto una macchina di grossa cilindrata ha frenato sgommando e un tipo in borghese sui 35 anni è sceso e ci ha consigliato di salire per il sentiero del boschetto che avevamo davanti. Abbiamo sperato che fosse un poliziotto "buono" e siamo saliti sulla strada che porta a Righi. Dopo poco anche lui arrivava su con la sua macchina come a verificare che avessimo seguito il consiglio e poi spariva sgommando.
Mi sembrava un po' troppo preoccupato per la nostra sorte. Non è che stava allontanando le persone che avrebbero potuto vedere dall'alto quello che succedeva in piazza Manin?
Il ciclista è riuscito ad avvisarci mezz'ora prima dell'intervento della polizia, non è curioso questo ritardo con le strade di Genova vuote e questi Black block che marciavano impettiti e senza fretta?
Raffaello Ugo

La nebbia
21 luglio, sabato. Mi sveglio al tuono del corteo che si forma sul lungomare di Genova. Passata finalmente questa notte inquieta, dopo la guerra che ieri ha fatto della mia città un inferno di ferro fuoco, ecco che il volto della grande manifestazione di oggi prende ad incarnarsi nelle parole d'ordine che rimbombano dalla spiaggia. La pace dell'eco delle onde non placa gli animi di coloro che hanno ancora spari nelle orecchie. Era un ragazzo italiano, cresciuto a Genova e figlio di sindacalisti il manifestante ucciso venerdì 20, alle 17.40, da un carabiniere con un colpo di pistola al viso e successivamente investito dalla jeep militare che era stata circondata ed aggredita. Entrambi, carabiniere e ragazzo, coinvolti in uno degli scontri più pesanti della giornata, in una piazza decentrata rispetto alla 'zona rossa' (con accesso vietato da altissime transenne) e comunque dopo che la grande massa pacifista del 'Genoa Social Forum' aveva accolto la richiesta del sindaco della città, accettando di ritirarsi dai blocchi di sfondamento delle transenne.
Chiede vendetta o pace questa vittima? Il movimento che da mesi si apre varchi per le manifestazioni di dissenso al vertice degli otto grandi e cerca soluzioni intermedie tra necessaria non-violenza e violenza inevitabile, tra alternative per un mondo migliore possibile e boicottaggio di questo potere costituito, è riuscito a mantenere il dialogo. Questa notte passata, due assemblee plenarie - le Tute Bianche allo Stadio Atletico Carlini, il Genoa social forum a piazzale Kennedy - si sono raccolte per raccontarsi reciproche testimonianze, sotto il volo radente degli elicotteri militari, ed hanno deciso di scendere ancora uniti, in strada, oggi.
20 luglio, venerdì. La sede organizzativa e sala stampa del Genoa social forum già dalla mattina è un campo strategico: sulle piantine d'accoglienza in circolazione fin dall'inizio della settimana si sono apposti cerchi e frecce che indicano le piazze di concentrazione per gruppi d'affinità ed i corrispettivi 'varchi' nel serraglio della 'zona rossa', cui si tenterà l'assedio e l'assalto. Zona rossa: si tratta di una città blindata nella città, rubando agli abitanti porto, centro storico con le sue piazze, vie e palazzi splendidamente restaurati (tra cui il Palazzo Ducale dove in poche ore saranno ufficialmente aperti il lavori del vertice); soprattutto tutti i collegamenti levante-ponente, di modo che lo spostamento dei manifestanti è reso arduo dalla impervia orografia urbana. Facce che durante la settimana s'erano viste attente, nella platea affollata del Public Forum ospitato sotto tre tendoni al mare, ora si preparano alla militanza volontaria con la responsabilità dell'assistenza medica, legale, di farsi staffetta caso i cellulari siano oscurati, animatori di corteo o barriera umana tra polizia e manifestanti. A piazza Manin, sulle alture della città, si danno appuntamento pacifisti, non-violenti, Rete di Lilliput, Teatro dell'Oppresso, blocco delle donne e blocco rosa dei creativi: scenderanno fiduciosi nel budello di Via Assarotti intonando canti, slogans, mostrando i loro cartelli e le loro mani dipinte di bianco, inscenando performances e animati sit-in, fino alla rete metallica che li separa dalla statua di Garibaldi che domina la piazza proibita su cui s'affaccia, dall'altra parte, la prefettura. Affrontando avvisaglie d'attacco da parte della polizia schierata e in assetto, decorano la rete con fiori, palloni, cartelli e file di mutande (proibite alle finestre dal Primo Ministro Berlusconi, tra le altre manifestazioni di vita nella città fatta deserta, come brutture da nascondere alla vista degli otto grandi). Un gruppo di manifestanti che si é protetto dietro la trincea di cassonetti rovesciati è isolato, circondato e disperso a lacrimogeni e getti d'idrante. Quando si torna alla piazza di concentramento sono le tre del pomeriggio; la calma incerta che vi regna è fatta inquieta dalla staffetta di notizie che la collegano ad altre piazze. Ovunque sia stato tentato l'assalto al serraglio, per quanto solo simbolicamente, la polizia ha attaccato, lanciato lacrimogeni e disperso. Peggio: il temuto black block, arrivato chissà come (visto lo stato d'assedio della città durante tutta la settimana) con le sue divise nere e le molotov, scorrazza fin dalle undici nei viali della zona 'gialla' (che doveva esser tenuta sotto stretto controllo dei carabinieri ???) in piccoli gruppi, devastando negozi e incendiando cassonetti e macchine posteggiate, raggiungendo e accerchiando la sede del Genoa social forum (fortunatamente, quando è già vuota), affrontando e intralciando l'avanzata della marcia di sfondamento delle Tute Bianche, provocando ovunque scontri tra blocchi di forze armate e manifestanti. La violenza delle spranghe e del petrolio incendiario s'impone nel teatro degli scontri e una nebbia tossica cancella l'immagine delle mani bianche alzate nel silenzio; le manganellate ormai arrivano a pioggia sul panico di chi fugge; alle suppliche di pace, le tute nere oppongono l'orribile scherno della forza bruta. Alle 16 e 35 il Genoa social forum indietreggia su tutti i fronti dell'assedio alla 'zona rossa', mentre le Tute Bianche invertono la marcia verso lo stadio Carlini; ma le battaglie di ritirata ai margini del disastro non si fermano. Alle 17 e 40 un corpo giace esanime a terra ad un incrocio nel quartiere di Tommaseo, colpito al volto incappucciato da una pallottola; quando lo porta via l'autombulanza gli si scorge il pallore di un ragazzo di vent'anni. Mentre il lago di sangue si copre di fiori rossi strappati alle aiuole e lo sgomento si incide negli occhi di chi ha visto, lo scontro si fa più disperato e estremo. Chiedono vendetta o pace queste vittime?
19 luglio, giovedì. Cinque fantocci impiccati a dieci metri d'altezza a sfregiare il bel fondale liberty di Piazza Tommaseo. Donne sepolte in mucchi di terra. Proprio lì, dove si sarebbe visto il sangue, un centinaio di rappresentanti del popolo iraniano mostrava in immagini forti, la mattina di venerdì, il massacro inimmaginabile di cui è vittima: 950 esecuzioni capitali negli ultimi quattro anni di regime, retto dai Mullah, nell'ultimo anno 17 lapidazioni, 41 delitti politici all'estero e 77 attacchi missilistici all'esercito di liberazione, la resistenza iraniana. 'Il G8 deve sapere', urlavano le donne nell'unica frase in italiano che hanno imparato a memoria. Intorno, telecamere e microfoni dominano la piccola folla di curiosi che ha resistito all'esodo massiccio dalla città blindata. Sono arrivati 50 registi italiani, alcuni di grosso calibro (Scola, Monicelli, Comencini, Salvatores, Archibugi) mescolandosi alla folla di giornalisti 'authorized' della stampa mondiale. Filmeranno kilometri di pellicola per comporre un documentario collettivo sul popolo dei manifestanti antiglobali di Genova, i look e gli slogans della loro protesta, la loro bella contrarietà espressa anche da capigliature dread, piercing e tatuaggi, l'euforia fra tutti, per un mondo diverso possibile. Al pomeriggio, della manifestazione dei Migranti, preceduta da una fantasiosa orchestrina di fiati che dalla scalinata della chiesa di Carignano serrata anima gli spiriti ad una pacifica festosità, prendon parte individui, associazioni e bandiere di tutti i colori politici; il Presidente partigiano Pertini in ritratto, festeggiatissimo da canti di resistenza in italiano e francese; perfino gli otto grandi, in forma di mostruose maschere giganti "perché quelli possano vedersi allo specchio" (Attac Italia), e Manu Chao con la sua musica "così come il fornaio con il suo pane". I genovesi relitti dall'esodo han steso mutande in lunghi archi da balcone a balcone, per contrariare i mandamenti cortigiani di Berlusconi; un gruppo di senegalesi provvede con senso patriottico a distribuire aglio al popolo perchè si faccia il pesto per la sera, come i grandi a palazzo. Mentre sul mare già decora l'orizzonte l'aereo del giapponese Koizumi (e qualcuno commenta "lui, la pasta la voleva con le vongole") - siamo tutti clandestini, canta il fiume di volti tra cui l'euforia è la stessa, generosa, della notte trascorsa in concerto, 99 Posse e Manu Chao, spartendosi i panini e le mele gratis del Bar Clandestino, accomunati dalla voglia di mantenersi disobbedienti per affrancare la vecchia superba Genova dai muri di grate che ne han fatto un ridicolo serraglio per polli; dall'esigenza di spezzare l'incubo della trincea, di là il deserto intorno ai grandi democraticamente eletti, di qua il deserto della città svuotata. Quelli barricati, e non noi manifestanti circondati da tutti i lati da squadre armate, hanno paura: a misura della loro paura i cinque metri di transenne che vogliamo sfondare. Ci unisce il desiderio di violare il privilegio, e non farsene inglobare, di aprire in quelle recinzioni un varco, seppur simbolico, entro cui far passare la rabbia e la speranza di quattro quinti del pianeta cui viene negata una vita dignitosa. L'annuncio d'esser contro, non genericamente contro la globalizzazione, ma precisamente contro come essa è governata (privatizzando i privilegi e globalizzando le perdite), allerta il corteo dei clandestini per un giorno sovrano delle strade che, armato di solidi argomenti, lancia un invito provocante alla polizia: "Disertate. Non fatevi usare come carne da macello".

Cristo si è fermato a Genova
Giovedì 19 luglio
Arrivo a Genova nel pomeriggio per partecipare alla manifestazione dei migranti.
Mi unisco alla moltitudine di persone, è un corteo veramente vivace, la gente canta, balla, grida slogan di ogni tipo, alcuni simpatici. E' una festa colorata, variegata che contagia i pochi Genovesi rimasti in città. Vedo tanti Bar aperti sul percorso, pacificamente invasi in cerca di un refrigerio. E' proprio un buon segno, penso dentro di me ma sono pochi gli immigrati presenti…il clima di paura dei giorni precedenti ha raggiunto i suoi obiettivi.
Raggiungo la Chiesa di Boccadasse, luogo dell'iniziativa inter-religiosa di preghiera-digiuno durante il summit del G8. Anche se è tardi con mia grande sorpresa trovo la chiesa piena, con tanta gente in piedi: sono molti i giovani e tra di loro tante suore e sacerdoti e missionari. Sospeso sull'altare ritrovo dipinto su un grande drappo il "Cristo campesino".
L'immagine è bella, significativa, profetica: riassume bene la sofferenza dei popoli impoveriti, messi in croce oggi da un sistema ingiusto. Le frasi scritte sul drappo completano il messaggio indirizzato non solo ai potenti della terra radunati a Genova, ma ad ognuno dei partecipanti perché si attui un vero gemellaggio con il Vangelo dei poveri.
Venerdì 20 luglio
Iniziamo la giornata con la preghiera del mattino, è su uno "scoglio" appena sotto la Chiesa, davanti a noi c'è il mare di Genova, il vento spazza via la pioggia della notte.
Siamo convocati dai rappresentanti dei popoli dell'Oceania, dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. I canti, i vari segni, le preghiere ci introducono in una dimensione universale attraverso le particolarità di ogni continente. Viviamo dei momenti nei quali la preghiera tocca veramente il cuore e scuote i sentimenti dei presenti. Nella Chiesa ascoltiamo un altro messaggio forte, è quello di p.Alex Zanotelli da Nairobi, anche se la sua voce è registrata ci sembra di ascoltarlo dal vivo. Snocciola dati, statistiche che in bocca ad un politico o ad un economista avrebbero annoiato, invece Alex ce le comunica attraverso i volti di persone, le storie e le situazioni concrete. I passi della parola di Dio diventano d'improvviso di una concretezza disarmante. "E' tempo di uscire dai conventi per portare in piazza il grido dei poveri!". E' questo il suo invito e incoraggiamento ad essere presenti per dare concretezza al sogno di Dio.
Verso le ore 16.00 durante un momento di pausa un gruppo (circa 200) di giovani, gran parte vestiti di nero (la stampa li chiama i black block), armati di bastoni, spranghe di ferro, caschi o volto bendato passa davanti la Chiesa, sembrano tranquilli, alcuni si fermano a parlare, richiamati forse anche dagli striscioni esposti fuori, domandano cosa stiamo facendo, hanno tanta sete e chiedono dell'acqua che viene generosamente offerta… a un certo punto si sente un fischio, questi improvvisamente scattano e in pochissimo tempo si compattano e cominciano a devastare le facciate in vetro di una Banca a 200 m. da noi, i cassonetti vengono ribaltati in mezzo la strada, vedo lanciare molte pietre all'indirizzo di tanti agenti delle forze dell'ordine rimaste prudentemente a distanza in una via laterale, ferme, tranquille…li lasciano fare! Intanto erano giunte le voci di scontri, di devastazioni e di gravi incidenti in città.
Decido di andare a vedere, cammino per delle vie devastate, mi rendo conto della gravità, della tensione che si respira un po' ovunque: auto ribaltate e bruciate, fumo nero che si alza in più parti, si odono sirene di autoambulanze, vigili del fuoco, della Polizia che corrono verso varie direzioni. E' per caso che arrivo in piazza Alimonda, c'è ancora una forte tensione, da una parte un centinaio di agenti dall'altra un gruppetto di ragazzi che gridano, insultano…all'inizio non riesco a capire cosa succede fino a quando vedo un corpo steso per terra, coperto da un lenzuolo bianco inzuppato di sangue. Si chiamava Carlo Giuliani, un giovane di vent'anni.
Un po' per la stanchezza ma anche per lo sconcerto mi ritrovo seduto anch'io per terra con la testa tra le mani, mi sforzo di controllare l'emozione e il pianto. Cerco di avvicinarmi al cordone dei poliziotti perché penso che quella giovane vita spezzata meriti "ugualmente" una preghiera e una benedizione ma vengo allontanato bruscamente prima ancora di presentarmi. Da lontano prego per lui e lo benedico pensando soprattutto alla sua famiglia.
Assisto alla rimozione del corpo, subito dopo la polizia per disperdere la folla fa uso di lacrimogeni, mi trovo in mezzo anch'io, con la gola e gli occhi che mi bruciano scappo via.
Ritornando alla Chiesa di Boccadasse dentro di me noto il contrasto di sentimenti, emozioni di appena qualche ora prima con quanto stava emergendo in questi attimi: impotenza, rabbia, delusione, amarezza, pietà per la morte di questa giovane vita, il G8 che probabilmente in quello stesso momento banchettava lautamente nel loro palazzo impenetrabile.
Sabato 21 luglio
La conferma della manifestazione popolare del Genoa social forum la si vede dalle prime ore della mattinata. E' tanta la gente che scende a piedi lungo lo stupendo viale di corso Italia che costeggia il mare. La Chiesa di Boccadasse è proprio situata sul percorso previsto ed è un punto di riferimento, non solo per orientarsi ma anche per moltissimi manifestanti: chi si ferma per curiosità, chi entra e sosta per pregare qualche istante per poi riprendere il cammino.
"Il grido dei poveri scuote la nostra coscienza", è uno degli striscioni appeso sulla fiancata.
Difficile ignorarlo, è un forte richiamo per tutti, credenti e laici.
"Come andrà oggi?" E' la domanda che in tanti ci poniamo, bisognerà attendere le prime ore del pomeriggio per avere la risposta chiara e con essa le polemiche, gli inevitabili scambi si accuse.
Non entro in merito, il dibattito è ancora in corso e immagino che lo sarà per non poco tempo.
Sento di condividere la tesi che la stragrande maggioranza dei partecipanti del Gsf ha manifestato pacificamente e che ha voluto essere presente per un atto di civiltà e di giustizia.
Senz'altro questa iniziativa popolare nonviolenta ha dato fastidio a tanti, soprattutto ai potenti che non vogliono essere disturbati e hanno fatto di tutto per farla fallire e metterla in cattiva luce.
Come mi ha fatto un enorme dispiacere vedere tutta questa devastazione operata da una minoranza, lasciata indisturbata in questa loro opera vandalica, altrettanto mi sorprende l'operato delle "Forze dell'Ordine" che hanno agito con violenza - spesse volte gratuita - verso tanti manifestanti pacifici e indifesi, che si sono trovati tra due fuochi, quello delle "tute nere" che aggredivano i manifestanti e quello della polizia.
Certo a Genova abbiamo assistito ad una battuta di arresto, tutti quanti, soprattutto per quelle associazioni, movimenti, laici e religiosi che si impegnano perché sia possibile cambiare questo mondo…secondo quel Sogno di Dio che ha come fondamento la giustizia e il rispetto verso tutta l'umanità e il creato.
"I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce" ebbe a dire Gesù nel suo tempo, ahimè ci tocca constatare che questo vale anche per il nostro oggi. "Non abbiate quindi niente in comune con loro…comportatevi perciò come i figli della luce, il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. " ( Ef.5, 7-13)
p.Agostino Rota Martir - Coltano (PI), campo nomadi

Succede
Succede che ribolli dentro perché il mondo che ti vedi intorno non ti piace. Neanche un po'.
Succede che ti senti solo, che nonostante la tua rabbia navighi assonnato nella tua tranquillità a fari spenti, e pensi alle tue idee e ai tuoi sogni con nostalgia, come a un qualcosa che è fuori tempo, che non importi più a nessuno, meno che mai a qualche partito politico.
Succede poi un giorno in cui vedi altri ragazzi come te che sfilano in una piazza di una città lontana, a migliaia, con il coraggio di portare la loro indignazione per le strade, manifestando il loro dissenso come una speranza.
Succede che ti informi, che segui un po' cosa si sta preparando, poi, quando l'appuntamento è nel paese in cui vivi, allora prendi un pullman e ti ritrovi a Genova, ad urlare anche tu il tuo dissenso in un'aria di festa, insieme a 300mila altre persone venute da tutta Europa, e vedi giovani, anziani, bambini, preti e suore, persone di tutte le classi sociali che sfilano in corteo e sorridono e cantano e ballano e in mezzo a tutto quel trambusto, tra voci, suoni e colori, capisci che non sei più solo, capisci che qualcuno che condivide le tue idee e le tue rabbie c'è, e che sono tanti, in tutto il mondo, e per un momento capisci anche cos'è la speranza, e senza sforzo te ne appropri con lo stesso sorriso che ammiri intorno a te, e alzi gli occhi al cielo.
E in quel momento vedi un elicottero della polizia, due elicotteri della polizia, tre elicotteri della polizia che si abbassano lentamente sulla tua testa, la loro ombra cala su di te come una minaccia ma tu li guardi con stupore, e la curiosità non si mischia ancora alla diffidenza quando da uno degli elicotteri si stacca e viene giù con la sua scia di fumo un proiettile che cade a poca distanza da dove sei tu, in mezzo ad altre persone che ripiegano il loro sorriso velocemente, e poi sono altri i proiettili che ti sfiorano e che colpiscono vicino, alcuni dal cielo, o da quel poco che ancora è cielo, altri chissà da dove, sembra dal mare.
E' il caos, il panico ti invade e non vedi più niente, tutto è bianco intorno a te e la gente sembra scomparsa tra nuvole cadute improvvisamente a terra, non fosse che per il frastuono, e le urla e le spinte che ti sbattono da una parte e dall'altra in un ammasso di corpi imbizzarriti, gli occhi sono una sorgente inesauribile di lacrime e la gola ti si stringe, ed è paura.
Poi, quando il fumo si abbassa finalmente e le lacrime cominciano a rallentare il loro corso, quando cominci a distinguere cose e persone dalle masse sfuocate che intravedevi prima, e credi d'esser salvo, vedi i poliziotti che ti corrono addosso, rabbiosi, sbattendo i manganelli sugli scudi, puntando gli spara-lacrimogeni ad altezza d'uomo, urlando, e vedi le persone che prima ti erano accanto in festa inginocchiate per terra con le mani alzate in segno di resa, o sdraiate per terra con la faccia sulla strada, totalmente inermi, che sono pestati, massacrati, quattro-cinque poliziotti per ogni manifestante, e calci e urla e sangue, dappertutto, e non ci sono distinzioni, giovani, vecchi, donne e boy-scouts, disabili in carrozzina terrorizzati ed ovunque quell'odore, quell'odore forte di bruciato, di sangue, di sudore, di paura, e di orrore.
Riesci a salvarti dal massacro solo per fortuna, la fortuna di aver trovato compagni più esperti di te che ti hanno protetto, scortato, guidato tra i resti di quella che era una festa e che è stata profanata da una violenza tanto rabbiosa quanto immotivata.
Riesci a raggiungere il pullman e sali sconsolato e mentre il paesaggio sfila davanti ai tuoi occhi e a poco a poco ridiventa familiare le domande ti si accalcano nella testa frammiste a immagini diverse, alcune atroci che vorresti dimenticare, altre strane, legate ad una sensazione di inquietudine che non riesci a classificare, fotografie che pensavi di non aver scattato e che invece ricordi con chiarezza, come quella persona vestita tutta di nero (ma con delle buffe veline bianche in testa per coprirsi dal sole), che colloquiava tranquillamente con dei poliziotti, e che poi hai visto infilarsi nel corteo dei "cattivi" del Black Block, oppure quell'immagine sbiadita dal fumo con i poliziotti che guardavano e commentavano tra loro gli uomini in nero che stavano appiccando il fuoco a una macchina, e ora, sì, ora hai anche la sensazione, ben precisa, di ricordare delle macchie nere che ti hanno sfiorato con un tocco gelido mentre eri ancora dentro alla nuvola di fumo, e le cariche della polizia non erano ancora cominciate, e subito dopo quella ragazza che scappava dai poliziotti, raggiunta e percossa con violenza sulla nuca da quattro di loro che hanno continuato ad infierire sul suo corpo crollato a terra senza sensi.
Sei un misto di rabbia, paura e delusione, e impotenza. Non riesci ancora a formare pensieri logici per quello che è accaduto, l'eccitazione della giornata si scioglie improvvisamente e il tuo corpo si rivela allo stremo delle forze, la stanchezza sopisce anche la rabbia e chiudi gli occhi.
Poi succede che arrivi a casa e accendi la televisione, e il tuo mondo si rovescia. E' ancora sangue quello che vedi, il tuo stesso sangue che sporca le barelle delle ambulanze schierate all'ingresso della scuola in via Diaz, la sede stampa del Gsf, dove entrano poliziotti ed escono volti tumefatti, che non diresti umani, ragazzi ancora chiusi nei sacchi a pelo, massacrati nel sonno, con gli occhi sbarrati ancora a chiedersi cosa gli sia successo. Guardi queste immagini e ti chiedi se non ti abbia rapito uno di quei tuoi sogni di fascisti e partigiani, e allora, perplesso, ti metti ad aspettare l'irruzione dall'alto dei buoni con gli Sten in mano, ma è di nuovo una scia di sangue quella che ti riporta alla realtà, l'impronta di una testa sanguinante trascinata sul muro delle scale, e devastazione all'interno della scuola occupata, vetri rotti, tutti i computer distrutti da una furia cieca che non ha risparmiato parlamentari, avvocati, giornalisti e fotografi, scacciati fuori a colpi di manganello dalla polizia e tenuti alla larga dall'incursione devastatrice.
E allora, improvvisamente, capisci, come una freccia ti si conficca nella testa un'idea, che subito diventa convinzione e tutto comincia a ricomporsi come in un puzzle, ogni pezzo al suo posto, ogni domanda trova la sua risposta, la stessa per tutte le domande, le strane immagini che hai visto a Genova, le immagini della televisione e l'odore acre dei lacrimogeni, e allora quel senso di inquietudine che sentivi in pullman ti si trasforma lentamente in una rabbia che sale e ti scuote dentro, una rabbia che ti fa capire che da ora niente sarà più come prima, perché Genova era una "trappola" orchestrata per massacrarti e uccidere i tuoi sogni, per umiliarti e distruggerti, e capisci anche che sei stato usato, che hai fatto la comparsa in un film magistralmente diretto e preparato da tempo e di cui non sapevi nulla, un copione scritto con il tuo sangue in cui tu eri la vittima ed il carnefice, ed è uno schiaffo, improvviso, quello che senti ora, e che ti riporta alla realtà, uno schiaffo che ti fa spalancare la finestra con forza ed urlare la tua rabbia al vento.
Il giorno dopo è ancora rabbia.
Rabbia per quelle 300mila persone che sono convenute da tutta Europa a Genova per manifestare il loro dissenso e raccontare il sogno di un mondo diverso, e che nonostante i moniti di tutti i partiti politici sono scese in piazza ad urlare la loro voglia di libertà, e che sono state pestate per strada, massacrate nel sonno.
Rabbia per tutta quella gente che ha lavorato per mesi in vista di questo appuntamento, che ha creduto fino in fondo che fosse possibile discutere pacificamente con le istituzioni, parlare ai cittadini, agli uomini di tutta la terra convinti che il messaggio potesse arrivare, convinti di vivere in una democrazia in cui la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà di aggregazione e la libertà di manifestare le proprie idee e portare la propria coscienza civile per le strade fossero tutti diritti inappellabili ed indiscutibili.
Rabbia per Carlo Giuliani, una vita spezzata a ventitré anni da un governo assassino che ha mostrato subito il suo volto rabbioso e feroce, che non ha esitato ad usare la violenza dei manganelli e le armi da fuoco per spezzare il dissenso.
Rabbia e indignazione, infine, per le immagini mistificate e le notizie edulcorate, riviste e corrette dei telegiornali, dirette a ribaltare e distruggere la verità di ciò che è successo, rabbia nel sentire i comunicati e le interviste dei politici, di governo e non, e dei capi della Polizia, indignazione per la presunzione con cui essi hanno cambiato totalmente la versione dei fatti, con il sorriso beffardo della canaglia sulle labbra, di chi comunque la passerà liscia.
Non la passeranno liscia, no, perché la tua rabbia glielo impedirà, perché ora hai capito le regole del gioco e non cadrai più nelle loro trappole, ma farai di tutto per combatterli, con la tua moralità, con la tua coscienza di uomo che non accetta limiti alla sua libertà. Dai uno sguardo alle colline, e ricordi la voce di un vecchio partigiano che diceva: Ora e sempre Resistenza!
Marco Rufini

Io c'ero e ci sarò ancora
Ciao, mi chiamo Roberta, 34 anni, infermiera genovese.
Nei lunghi giorni in piazza io c'ero, facevo parte di un gruppo di sanitari del Gsf.
Non sto a raccontarvi quello che ho visto perché non farei altro che ripetere cose già ben conosciute.
I massacri, i pestaggi, gli insulti delle forze dell'ordine: tutto tragicamente vero!
Io a Genova vivo da sempre e continuerò a viverci pero' adesso ho paura!

Facce di Genova
Ho sempre avuto una propensione per la storia. Non solo: mi piacciono le storie che nessuno racconta. E così recupero dal passato le reliquie dimenticate o sotterrate con la fretta di chi è colpevole. Per la prima volta, però, scopro che anche una realtà immensa e presente può scomparire: sabato attraversavo piazza Ferraris verso le 8 di sera e pensavo che solo quei resti di battaglia campale avrebbero fatto parlare di sé. Su un muro i black blockers avevano scritto la sentenza definitiva: "Voi fate i piani. Noi la storia". Era vero. Perché la cronaca del G8 li ha resi protagonisti assoluti della protesta, fino alla beffa finale: Berlusconi tira le somme del blitz notturno alla scuola Díaz e comunica al paese la complicità di manifestanti e neri. Fine della storia.
Non sono mai riuscita a quantificare le persone, quindi mi fido delle stime ufficiali: tra 250 e 300 mila persone, una città nella città. Con il rumore me la cavo meglio. E a Genova ci siamo fatti sentire: troppo rumore per essere schiacciato dal silenzio della pubblica informazione.
Punta Vagno, ore 10.30 circa, forum moderato da Riccardo Petrella: uniti contro il debito, vera malattia endemica del Terzo Mondo, con l'applauso interminabile al professore di Carlo Giuliani e la promessa di nessuna vendetta. Ho sentito proposte di unione dei movimenti e delle idee allo scopo di costruire un'alternativa sufficientemente forte da intaccare un sistema che non può e non deve essere ineluttabile.
Nel frattempo sfilavano alla spicciolata gruppi di greci e francesi diretti al corteo: una donna di almeno 75 anni apriva uno stuolo greco e inneggiava alla libertà in un italiano stentato. Impossibile non pensare al lungo viaggio di quella donna con il foulard rosso. Ecco cosa mi capita: mi soffermo sui particolari. E' l'unica cosa che mi riesce negli avvenimenti di massa. Potrei descrivere un corteo di particolari.
Ho visto pochi assonnati indugiare ai bordi della strada, mentre risalivamo corso Italia, incontrando gruppi sempre più nemerosi di persone. E poi la musica (Rage Against) e il furgone degli studenti e tanta, tantissima gente. Era l'inizio della marcia contro i Grandi.
Ed è tutto presente. Qui ed ora. Ritrovo i greci del mattino, scopro un gruppo di turchi, mi dicono che ci sono dei kurdi, sento i francesi inneggiare in spagnolo e i greci in inglese. Non c'è un solo coro e più gruppi si uniscono più aumentano le voci del dissenso: è il rumore di un popolo in cammino, inerme, nell'incertezza di chi muove i primi passi della marcia. Emozione tutta personale per la presenza di Valerio Mastandrea, ma non basta per convincermi a lasciare il gruppo compatto della Rete di Lilliput: serve la banda e la complicità dell'amico di sempre. Non c'è protesta senza musica di protesta e non ho mai saputo resistere al richiamo malinconico della banda. Di fianco a me un uomo dell'Arci, con due bandiere che porterà per tutto il corteo; davanti un trampoliere; dietro due ragazzi che tentano a fatica di far avanzare un albero di stoffa issato su una barca, allegoria di un'umanità che affonda; più avanti due angeli con ali di carta che parlano di giustizia, dignità e accoglienza. In fondo c'è Cusani, carcerato d'eccezione in protesta contro la violenza. Sfilano funghi giganti e mucche stanche del mangia-mangia. E la banda continua a suonare. L'uomo con il tamburo è scalzo e subito mi ritrovo a pensare che non ci sia nulla di più coerente che sfilare in un corteo pacifico senza scarpe. Il coro ora è un canto all'unisono e la moltitudine si fa sciame indissolubile.
Non so che ore si siano fatte, forse le 14:30, o giù di lì: all'orizzonte il fumo incessante dei lacrimogeni, ma si prosegue. Un po' di paura all'incrocio con via Torino. Un gruppo di neri sta retrocedendo da piazza Kennedy: il corteo si spezza, ma tutti si uniscono in un cordone umano contro le infiltrazioni. Due giovani, visibilmente apparteneti al gruppo nero, frantumano una vetrina e scappano, raggiunti dalle grida di dissenso di tutti i manifestanti. Entriamo in via Torino, per unirci all'altro cordone dei no-global, sperando di evitare la carica che sentiamo molto vicina. Chiediamo di entrare in un corteo di gente che si tiene per mano: cessato pericolo. Dietro di noi, in lontananza, di nuovo la musica: la banda è riuscita a passare. E ricomincia la festa. La grande festa al G8.
Ancora facce amiche a Genova, come le donne affacciate alle finestre, che lanciano secchiate d'acqua rigeneratrice su una strada che non è più asfalto, ma è gente che grida: "Genova libera!". Un giovane si affaccia e ci saluta: porta Che Guevara sulla maglia e un sorriso di condivisione.
E poi l'esplosione di grida e applausi sotto quel ponte che si era fatto conoscere per gli scontri del giorno prima. E quella certezza che solo l'appartenenza a un popolo sa dare, quando l'identità del singolo è quella di tutti. Ci sediamo per goderci la sfilata di quei gruppi che hanno perso lungo la strada il proprio nome e la propria nazionalità: non ci sono più comunisti e cattolici, non ci sono ambientalisti e zapatisti, non ci sono evangelici né sindacalisti, non ci sono italiani, non ci sono spagnoli, né turchi, né greci, non ci sono inglesi né tedeschi. E allora il primo scopo è stato raggiunto: è un'onda in piena, che dimentica le differenze per colpire più duro le coscienze.
Ormai quasi tutti hanno raggiunto piazza Ferraris, ma l'odore dei lacrimogeni ci avvisa di una nuova carica e così ci disperdiamo prima che i black arrivino a rovinarci la festa.
Ed eccoci, piazza Ferraris, dopo la battaglia degli sciacalli, che sembra essersi spazzata via anche le tracce di una grande manifestazione di solidarietà umana.
Chiapas, 1998: uomini, donne e bambini di un villaggio indigeno senza nome, armati solo della propria voce, fermano i carri armati dell'esercito messicano. Il mondo non lo saprà.
Genova, 2001: 300mila persone dicono basta! Facciamo che se ne parli.
Caterina Stefanazzi

Questo è quello che ci hanno fatto Questa e' la testimonianza delle violenze da parte delle forze dell'ordine subite da me,e altri che erano assieme a me,nel giorno di venerdì 20. Fatene ciò che meglio credete, tenendomi informato, possibilmente, sugli eventuali sviluppi
Ciao
Francesco Mason

Fuggiti, nauseati dalla loro violenza, dalle file dei black block, di cui posso testimoniare la completa libertà d'agire (una vera e propria licenza di distruggere assegnata loro da un lassismo delle forze dell'ordine troppo generalizzato per poter essere valutato come non intenzionale) assieme ad sei altri amici ci raduniamo presso i gazebo di rifondazione comunista e degli agricoltori, di fronte al piazzale kennedy, vicino ad una grande fontana circolare.
Dopo aver subito un prima carica della polizia, direzionata a dire il vero, non su di noi, ma su una coda d'un folto gruppo, per lo più formato da cobas e cani sciolti del gruppo nero, che stava defluendo nella direzione opposta (verso il lungo mare), carica farcita da una discreta quantità di lacrimogeni senza alcun senso né scopo, sia perché sparati su un drappello di persone che stava muovendosi in direzione contraria alla posizione dello schieramento armato, sia perché, comunque, i suoi effetti commoventi- un po' a causa del vento contrario un po' della distanza tra polizia e manifestanti- si sono poi riversati solo su di noi e coloro che, come noi, stavano pacificamente presidiando i pochi beni e gli spazi assegnati al partito e ai contadini. Dopo questo velleitario atto di forza la polizia ritorna nella sua ubicazione iniziale, un centinaio di metri a destra di noi mentre i manifestanti continuarono a muoversi, molti in cerca di pace dalla confusione e violenza sviluppatasi nel centro di Genova. Passarono una decina di minuti in cui credemmo, illusi!, che alle 15 potesse essere tutto finito, eravamo ormai stanchi, sazi di ciò che avevamo visto, ma il bello doveva ancora arrivare: in fondo a destra dietro lo schieramento dei carabinieri, si mossero almeno 6 carri armati e un buon numero di furgoni blindati.
Seguendo uno sparuto gruppo di tedeschi io e 3 miei compagni decidiamo di fare un sit-in di fronte le forze dell'ordine allo scopo di bloccare il
largo viale di fronte a piazzale kennedy al loro passaggio; abbiamo modo di chiarire con uno dei loro superiori le nostre intenzioni assolutamente non violente e il loro scopo: lasciare che i manifestanti defluiscano e si disperdano senza ulteriore, inutile, violenza.
Per circa una ventina di minuti tutto fila liscio, nello spazio tra noi e i militari si esibiscono dei giocolieri, per caricarci intoniamo tutti assieme (gendarmi esclusi) "Bella ciao"; a un certo momento scatta perfino un applauso verso le forze dell'ordine che depositano gli scudi: purtroppo è una falsa gioia, il gesto non significa fine delle ostilità, ma è soltanto funzionale a quello d'indossare le maschere anti gas.
Da qui inizia la follia.
Un primo drappello di non più d'una ventina di persone in divisa si stacca dallo schieramento, riesce a superare a piedi il nostro cordone, che, sebbene notevolmente infoltito con il passare del tempo, non riesce a coprire tutte le 4 corsie del viale; lì lasciamo passare limitandoci ad applaudirli, non vola una pietra ne volerà nei momenti successivi.
Poco dopo le file dei carabinieri si aprono nuovamente per far passare un carro armato (impossibile chiamarlo diversamente solo perché non è dotato di cannone)e due furgoni blindati. Mi alzo e vado a parlare con l'ufficiale che sembra avere il comando della situazione, lo invito nel modo più gentile che mi riesce a ritirare quei mezzi palesemente inutili che avrebbero suscitato solo il risultato di far saltare a tutti i nervi, già abbastanza sollecitati dalle vicende della mattinata; il milite, ignoto, mi risponde altrettantanto gentilmente che il cingolato non serve a contrastare i manifestanti ma soltanto a portare i panini ai suoi compagni impiegati dietro di noi. Credo che qualunque commento a questa affermazione sia superfluo. Ci risiediamo a terra, il tank si muove, cerca di schivarci deviando la sua marcia su un'altra corsia, noi ci alziamo e ci poniamo in una mezza dozzina di persone forse più di fronte al mezzo a mani alzate; drappelli simili si creano davanti agli altri due mezzi blindati.(ricorda una scena già vista, con meno personaggi, proveniente da uno stato che pensavo nemmeno comparabile, per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, alla nostra Italia).
Il carro armato sobbalza un paio di volte- ho ancora in mente lo sguardo del carabiniere alla guida, mentre mi guarda dritto dal parabrezza, sembrava drogato- e poi parte a manetta, tra le urla di chi si trova appiccicato alle sue lamiere; non so come io abbia fatto a gettarmi di lato, ero tra i più al centro, credo che qualcuno mi abbia tirato per la maglia, nella fuga m'è perfino rimasto attaccato l'orologio alla carrozzeria del mezzo: per spudorata fortuna la cinghietta si è rotta, liberandomi da una presa che poteva risultare fatale (orologio andato perso, presumibilmente schiacciato in mia vece del valore di circa 150.000,chissà se i danni mi saranno risarciti dal governo!?). Episodi identici si sviluppano davanti ai due blindati: in un caso un giovane, che non era riuscito a schivare, riamane appeso al parabrezza del furgone e viene portato avanti, urlante, per una quarantina di metri a tutta velocità; solo il frapporsi della folla alla corsa del mezzo gli permette di scendere.
Non so come, in quei lunghissimi istanti, non ci sia scappato il morto; se credessi ai miracoli penserei a uno di quelli; a quanto risulta dai giornali, in un'altra strada della stessa città, una giovane straniera ha avuto meno fortuna di noi ed è stata investita, ora è in coma. Voglio, di nuovo (ma credo sia necessario date le parole dei capi delle forze dell'ordine in questi giorni) precisare che, in tutta la durata dei fatti descritti non una pietra è stata lanciata, né sono stati usati bastoni o alcun oggetto atto a offendere, ancora meno molotov o armi; ci sono solo stati ragazzi e non solo che hanno frapposto i loro corpi alla violenza indiscriminata di presunti tutori dell'ordine (quale?). Tutto ciò che ho scritto sono pronto a testimoniarlo in qualunque sede, e credo possano e vogliano farlo anche coloro che erano con me. Disponiamo di alcune foto, ma non dei momenti cruciali; comunque se ben ricordo dovevanoesserci numerose telecamere a filmare i fatti; intorno a noi si trovava almeno un centinaio di persone, compresi avvocati e giornalisti.

La penna corre
Sono stato a Genova per la manifestazione del 21luglio, grazie al pullman organizzato da ''il manifesto''. Beh, quando sono tornato a casa, nonostante la stanchezza e il nervoso, perché giunti a Roma nel cuore della notte (2.00) quando la stazione Termini era ancora chiusa (sono poi partito alle 5.30 da Roma per Napoli), la penna correva più veloce del sonno. Ho pensato di affidare a voi il mio sfogo, perché parliamo lo stesso ''linguaggio'' e siete fra i pochi ad aiutarmi a sentirmi meno isolato. Per risultare più vero e diretto avrei potuto scrivere di mio pugno piuttosto che affidarmi ad una fredda e-mail, ma sarebbe stato necessario usare un fiume di.......CARTA!
Grazie alla vena creativa di Paolo Conte:

Genova per NOI,
Genova per chi non è inebriato dal profumo di un biglietto di carta;
Genova per chi resta indifferente a tutta la carta cui l'essere umano
un giorno ha deciso di assegnare un valore, un nome, un simbolo ($), un numero! Quella carta con cui pochi hanno costruito la loro fortuna,
con cui pochi impongono la propria ricetta imperialista del benessere,
con cui pochi, quotidianamente, calpestano i sogni e le speranze di tanti, comperandone la vita.

Allora Genova per chi subisce, prende coscienza, si organizza e reagisce;

Genova per chi vive coltivando semi di speranza, libertà e giustizia sociale. Affinché possano metter radici e chissà, un giorno, sbocciare desideri e sentimenti troppo grandi per essere rinchiusi nel loro ''Castello di Carta''.

Genova per chi contrappone, a questo mondo di celluloide fittizia, il proprio ideale di equità; per chi cerca di costruire un dialogo contro l'arroganza e la sopraffazione; per chi informa correttamente, facendo vacillare il telaio su cui è rilegata tanta di questa carta: i mezzi di informazione!

Genova per chi valuta il progresso non in funzione dei profitti, delle cifre, dei fatturati, della carta appunto, ma per chi è in grado di meravigliarsi ancora, per chi ancora si colpisce nell'apprendere degli sforzi, delle sofferenze, dei sacrifici di chi lavora, sfruttato, per rendere più alti tali numeri.

Genova per chi vuole chiedersi, ad esempio, cosa si cela dietro i sorrisi imposti e di circostanza degli operai delle multinazionali del cibo serializzato (McDonald's e non solo);

Genova per chi vuole chiedersi come possa accadere che un bambino nasca ereditando debiti non suoi, condizionando la propria esistenza e lo sviluppo del proprio paese, relegato nella miseria e nell'indigenza. Laddove viene meno ciò che per principio dovrebbe essere garantito a tutti: non già il benessere, ma la sopravvivenza!

Genova per chi vuole indignarsi di fronte alla decisione dei grandi imperi farmaceutici, detentori dei brevetti sui medicinali atti alle cure dei malati di Aids, di non produrre gli stessi, perché troppo costoso, in quei paesi africani con il più alto tasso di casi. Il che costringe tali paesi alla fabbricazione "fai da te" con tutti i rischi che questo comporta……

Genova per chi vuole opporsi alla distribuzione di cibi geneticamente modificati, già presenti sui nostri scaffali, il cui scopo è quello di ridurre i costi di produzione, aumentare i ricavi e danneggiare "involontariamente", per carità, la nostra salute;

Genova per chi vuole opporsi allo sfruttamento intensivo della Terra, mediante colture nelle quali è previsto l'uso di pesticidi e prodotti che contribuiscono ad inquinare il territorio, le falde acquifere, noi stessi!

Nel "sud del mondo" ciò avviene costantemente con spaventosa regolarità ed indifferenza della cosiddetta società civile.

L'esistenza del Castello di Carta impone tutto questo. Ogni giorno, insomma, provvedono ad ingrandire il castello, aggiungendo una carta (un bigliettone verde) nelle casse alloggiate qualche parallelo più su dell'equatore, sottraendola a quelle, già deficitarie, che si trovano appunto nel "sud del mondo". Quando quest'ottusità raggiungerà il suo apice, la costruzione, ormai priva di fondamenta, crollerà.

Allora ben venga Genova per chi vuole contribuire a sradicare questa cultura, iniziando a cambiare i propri stili di vita: "consumando meno e con intelligenza, acquistando i prodotti garantiti dal commercio equo e solidale, investendo i propri risparmi in 'finanza etica', destinando qualche ora del proprio lavoro a chi è meno fortunato, etc…" (da Jubilee 2000 Coalition).

Ben venga Genova per chi non ha vergogna di scrivere e gridare agli altri queste cose "già sentite" e mai affrontate, non si ha la presunzione di sognarle risolte.
E ben venga Genova per chi accetta di vivere considerando la propria vita e il mondo in cui abita, non un'eredità dei propri padri, ma un prestito dei propri figli. Trovando sempre la forza di battersi anche per chi vivrà dopo di noi.
Finché quest'ideale vivrà, CARLO vivrà!
AQUì ESTAMOS
KOBA

Suvvia non siamo mica in Cile
Sono stata a Genova solo sabato 21 luglio.
Sono arrivati lì il mattino prestissimo, in una bellissima giornata di sole.
Non ero tranquillissima, però: il ragazzo morto il giorno prima mi aveva profondamente scosso e al telefono, mia figlia che era lì da giovedì sera, mi aveva raccontato di cariche e pestaggi; lei ed il suo gruppo (che aderiva al Genoa social forum) erano stati inseguiti dalla polizia che li aveva poi continuamente tenuti sotto controllo per tutta la notte creando tensioni molto forti. Mi aveva parlato di questi blak-bloc che imperversavano per la città e che cercavano in tutti i modi di mischiarsi con il movimento pur se tutti li allontanavano. Quando è iniziato il corteo le sensazioni negative sono aumentate: troppa polizia in assetto da "guerra", troppe camionette, troppi manganelli, troppe armi!
Ma mi sono detta "usa il cervello crederai mica che la polizia attacchi un corteo pacifico e democratico. Suvvia non siamo mica in Cile"
E invece l'ha fatto!
Ha attaccato ,scientemente, tutte le persone che insieme a me nello spezzone della Marcia e negli spezzoni vicini(la Fiom genovese, il Prc di Roma, la Federazione Anarchica italiana, ecc.) avevano sino ad allora manifestato pacificamente .
E' stato terribile. Ho partecipato a tanti cortei e manifestazioni, anche difficili, ma non ho mai provato la paura (letteralmente paura) che ho provato sabato.
Due riflessioni ,da questa esperienza:
1. si è voluto attaccare tutto il movimento per indebolirlo e frantumarlo. Il movimento composito che , da Seattle in poi, aveva saputo rimettere insieme i soggetti che la globalizzazione liberista aveva , sul piano sociale, separato fa paura ai potenti del mondo. Il movimento che , pur nelle mille anime che lo compongono, individua a Porto Alegre la possibilità di un progetto politico comune per la costruzione di una altro mondo, e fa saltare il dominio del pensiero unico riaprendo la strada ad un positivo e democratico conflitto è visto come fumo negli occhi da chi vuole continuare a fare,indisturbato, profitti globalizzati. Proprio per questo è necessario che il movimento non si disperda ma al contrario, si rafforzi rinsaldando i legami al proprio interno (senza perdere nessun "pezzo") ed aprendosi il più possibile a tutte le soggettività critiche. Sarà necessario, a questo proposito, rifuggire ogni tentazione "militarista" : non c'è nessuna guerra da dichiarare c'è da continuare a costruire una forza alternativa che sappia costruire le condizione per una vita migliore.
2. il movimento delle donne deve stare dentro questi processi e questi percorsi. Ci deve stare come soggetto politico che ha una propria analisi , un proprio progetto e proprie modalità e che è in grado di interloquire autorevolmente , anche in modo conflittuale, con il resto del movimento. Ciò sarà possibile se sapremo perseguire questa alleanza senza perdere la nostra autonomia di elaborazione, di iniziativa e di mobilitazione. Occorre mantenere, allora, quelli reti che ci consentono di produrre collettivamente elaborazioni, iniziative e mobilitazioni. Mi riferisco in particolare alla Marcia delle donne perché ho partecipato con la mente e con il cuore alla sua costruzione e perché , per il sua carattere internazionale , assicura collegamenti assolutamente necessari e desiderabili , ma penso anche alla Convenzione delle donne contro tutte le guerre. Ma mantenerle non basta. Dovremo discutere in modo più approfondito di quanto abbiamo fatto sinora di forme e di modi , sapendo che potranno "piovere pietre" e che , quindi, dovremo saper essere punto di riferimento anche per le donne(tante!) che sono ancora lontane da noi.

Proprio a partire da queste riflessioni ( non hanno la pretesa di essere niente di più) la paura che ho provato a Genova si trasforma in voglia di continuare ad esserci e in desiderio di continuare a costruire insieme a voi, e alle/agli che vorranno starci, parole e pratiche di trasformazione del mondo.

Vi abbraccio
Nicoletta

Ci siamo permessi di sognare
Vi racconto la MIA GENOVA. Sono cresciuta in una famiglia che prima di tutto mi ha insegnato a credere nella giustizia. Che mi ha educato alla legalità. Che mi ha insegnato l'amore per la società, che mi ha educato al valore del volontariato, al rispetto del diverso. Su questi valori, con questi valori, sono cresciuta e ho cominciato ad interessarmi del mondo che mi circonda, della sua storia, la nostra storia; a cercare di capire le ingiustizie del mondo, le cause, le possibili soluzioni. Il tutto credendo nella politica quale servizio alla società per il bene comune. Credendo nella democrazia quale forma suprema di tutela del valore più alto di tutti, la libertà dei singoli nel rispetto gli uni degli altri. Ebbene: il mondo in cui vivo non mi va. riassumendo, non mi piace sapere che troppa gente muore ogni giorno di fame. In poche parole, tra le altre cose, ritengo che otto grandi (ricchi) non valgano sei miliardi di persone. Che il G8, rappresentanza di un mondo dove il più ricco conta di più, sia il simbolo (solo il simbolo!) di un sistema economico che schiaccia i più deboli. Credo che l'uomo sia prima di tutto persona e non consumatore. Non sono contro la globalizzazione, è un processo inarrestabile. Sono per una globalizzazione diversa, che metta l'uomo, qualsiasi uomo, ricco o povero, al primo posto, e non l'economia. Il discorso si fa complesso, condensare tutto in poche righe è impossibile. Sono andata a Genova, solo per la manifestazione di sabato 21 luglio, con la corriera organizzata da Rifondazione comunista solo perché non sarei potuta partire i treni speciali (colpa del lavoro). I miei compagni erano già là. Ci sono andata in jeans e maglietta. Sono arrivata di mattina, una splendida mattina di sole. Azzurro il mare, azzurro il cielo, ma azzurre anche le divise della polizia. Scendiamo dall'autobus in un clima irreale di città vuota. E' ancora presto, ma ci incamminiamo verso piazza Sturla. Piano piano cominciano ad arrivare gli altri manifestanti. Il corteo si compone, comincia a sfilare pacifico, scendendo verso via Cavallotti. E' una bellissima festa di popolo, perfino troppo pacifica, in tre meditiamo di raggiungere i nostri amici che sono con le tute bianche e con gli "studenti in movimento". Ma non è ancora il momento, ci andremo poi. E' un popolo che si permette ancora di sognare. Inglesi, greci, italiani, spagnoli. Bandiere rosse, bandiere arcobaleno che chiedono pace, dei sindacati, della campagna contro il debito. I cori salgono al cielo riesumando vecchi canti di resistenza, i tamburi scandiscono gli slogan. L'unico suono minaccioso è il ronzio delle pale degli elicotteri e, in prossimità di una caserma, l'inevitabile coro "assassini" rivolto agli agenti che, dall'alto, provocano. Il corteo è composto anche di anziani, portatori di handicap in carrozzina, famigliole, mamme. Ma soprattutto tanti, tanti giovani. A me viene in mente Gandhi. Diceva. "che cosa ci importa se ci prendono per sognatori. ". Scendiamo in corso Italia, costeggiamo il mare. Il corteo è stranamente lento. Ci arrivano le notizie di alcuni scontri, in testa e in coda al corteo. Le vie laterali sono tutte sbarrate dai celerini. Siamo stretti tra mare e cielo, non potranno caricarci, non ne hanno il motivo, poi è un corteo troppo eterogeneo. I vari spezzoni di corteo sono chiusi ai lati dai dimostranti che col loro corpo costruiscono delle transenne umane per evitare l'eventuale infiltrazione di questi fantomatici "neri". Ad un certo punto, verso la fine del corso, i megafoni degli organizzatori danno l'alt. Non si capisce cosa avviene avanti a noi, si vedono salire dei fumi, è piazzale kennedy. Ci sediamo per terra. Gli slogan si susseguono: non-violenza, non-violenza, non-violenza. Poi i megafoni dicono di alzarsi e indietreggiare lentamente, a mani alzate. Ci si cala sul volto chi la kefia chi un foulard. Chi ce l'ha indossa il casco e gli occhiali da piscina, contro i lacrimogeni. Inizia la danza dei limoni, antidoto contro i lacrimogeni. Ma la maggior parte dei manifestanti non ha nulla di tutto ciò. Sale la tensione. Se le prime file indietreggiano di corsa, c'è il rischio dell'effetto tappo, ci schiacciano. meglio far loro posto. L'unica via di fuga sarebbe il mare (!), ma anche lì la polizia sta sui gommoni. Poi, e sono forse le 16.15, il delirio. Dalle prime file corrono indietro. Ci schiacciano contro il muro. Si soffoca. Le folla terrorizzata scappa travolgendo tutto e tutti. Ci si copre la bocca coi fazzoletti, arrivano i primi lacrimogeni. Non si respira. Non si vede niente. Urla. Perdo la mia amica, rimane indietro. Io sono contro il muro degli edifici. Le forze dell'ordine (!) spingono indietro prima chi si trova sulla carreggiata.
Manganellate e lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Alcuni di noi rimangono accovacciati sul marciapiede o contro il muro e per il momento sono lasciati in pace. Urla. Non si vede assolutamente nulla. Quando il fumo si dirada, complice la brezza marina, vedo i celerini avanti, farsi largo a manganellate tra gente che invoca di smetterla, gente A BRACCIA ALZATE, a volto scoperto, totalmente disarmata. Dietro di loro, a terra, conto sei persone nei pochi metri vicino a me, non riesco a vedere oltre causa il fumo. Un ragazzo, in particolare, è disteso in posizione fetale sulla carreggiata, il sangue gli cola dal viso gocciolando sull'asfalto, piange, si lamenta con versi indistinti. Una agente lo calpesta e prosegue a manganello spiegato. Le autoblindo avanzano, la folla indietreggia, ma finiranno per schiacciarsi gli uni gli altri, non c'è spazio. Siamo stretti tra mare e cielo. Io paralizzata sto contro il muro, il braccio sinistro in aria, la mano destra premuta sulla bocca. Piango perché gli occhi bruciano, e poi ho perso tutti, non vedo venire avanti la mia amica, non so cosa le sia successo. Mi si avvicina un "agente". Alto. Immenso. Grigio. La tenuta antisommossa lo fa apparire un irreale gigante, con casco e la maschera antigas che gli rende la voce metallica, il manganello, leggo la scritta gialla "guardia di finanza". Mi si avvicina, mi insulta per qualche minuto, minaccia, mi dice di andarmene, che cosa crediamo di fare lì, il mondo è loro, noi siamo degli illusi. Accarezza l'aria e le mie gambe con il manganello. Mi scuoto e scappo. Ma a pochi metri ci sono tre mitra branditi da questi personaggi e le autoblindo che avanzano. La gente a terra. Le bandiere, di partito ma anche arcobaleno, calpestate. Sacchi a pelo e caschetti abbandonati, magliette e cartelli, qualche zaino. Una signora di mezza età gambe all'aria. Una carrozzina vuota. Il fumo. Il sangue. Sperimento la solidarietà di chi come me s'è perso, che non sa se i suoi amici stanno bene. Che cerca nell'abbraccio con sconosciuti altrettanto disperati la speranza che sia tutto un brutto sogno. Ritroverò la mia amica mezzora più tardi. Li hanno messi in fila contro il muro. Senza distinzione di sesso e età, indipendentemente da cosa stessero facendo, una manganellata sì, una no, alternativamente. Piano piano ci ritroviamo e percorriamo a ritroso la via. Le ambulanze vanno e vengono. Le sirene. Non siamo mai arrivati alla fine del percorso del corteo, non abbiamo visto nessuna rete della zona rossa, non abbiamo toccato nessun bastone. Abbiamo subito una carica del tutto ingiustificata. Non raccontatemi che non si distinguevano i violenti dai pacifisti! Ci avviamo verso l'autobus. La città è invasa di gente che cerca altra gente. Pianti. Ferite, labbra spaccate, braccia contuse. Gente seduta a terra con dipinto sul volto il terrore e l'angoscia per un attacco del tutto ingiustificato. E' stato attaccato un corteo del tutto pacifico solo per spezzarlo e impedire il suo arrivo a destinazione. Con che faccia si potrà giustificare la carica contro una moltitudine a braccia alzate, semplicemente stupita di tanta violenza? Contro vecchiette e studenti, mamme. Un amico sorregge la madre, una sconvolta signora bionda sulla cinquantina. Le faceva scudo con il suo corpo, è stato picchiato. Come posso io ora credere nel mio stato, se il mio stato mi picchia per le mie idee. Come posso tornare a credere nella legalità, quando la legalità per me è morta coi manganelli. Quando ho visto chi mi avrebbe dovuto proteggere accanirsi ingiustificatamente contro di me, contro mamme e anziani, contro chi non aveva gambe per scappare. Hanno chiamato la loro violenza giustizia. Ma io ho visto solo violenza ingiustificata. Ma non riconosco più l'appartenenza ad uno Stato che non rispetta il mio diritto a pensare, il mio diritto a manifestare, il mio diritto alla salute. Eppure non c'era alcuna tuta nera tra di noi. Il mio stato mi ha insegnato la violenza. Non entro in discorsi politici, sapete come la penso. Come chiamare questo se non abusodi potere, cosa fa venire in mente? rispondete voi. La nostra costituzione dice: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione" (art. 21) "I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente" (art.18). "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi" (art. 17) . lo dice la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del cittadino del 26 agosto 1789: "la libera manifestazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo". Lo dice la L. 4 agosto 1955, n.848, quando è stato ratificata la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali: titolo I, art. 10: "ogni persona ha diritto alla libertà di espressione". E l'art. 11: "ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione" . E, soprattutto, l'art. 32: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività". La salute!!! E ci picchiano.
La prossima volta, in piazza, scenderò. Lo ritengo un dovere. Ma scenderò difesa. Mi porterò il casco e quanto altro per difendermi da chi, invece, dovrebbe tutelarmi.
Non discuto del resto delle manifestazioni, sarebbe un discorso infinito.
Quello che ho visto io, quello che hanno vissuto i miei amici e compagni di università, culminato poi nell'attacco a gente che dormiva nei sacchi a pelo massacrata ingiustificatamente la notte del 21, mi fanno dire che questa è una guerra. Ci restano solo i nostri cervelli. Resistiamo.