Sant'Ignatij Brjan-Caninov
Le  afflizioni  sono  l'eredità dei  monaci  degli  ultimi  tempi

 

 

 

Sant'Ignatij Brjan-Caninov - scheda bio-bibliografica

 

Sant’Ignatij Brjan-Caninov  (5 febbraio 1807 - 30 aprile 1867), monaco e vescovo del Caucaso e del Mar Nero, è stato uno dei grandi maestri spirituali della Santa Russia.

 

Oggi sono molto numerosi coloro che vogliono impegnarsi nell'avventura spirituale e desiderano mettersi alla scuola di un maestro che insegni loro, per esperienza, la scienza del combattimento spirituale e le vie esigenti e paradossali che conducono alla preghiera interiore, per giungere alla pace del cuore e alla Luce che trionfa della morte e dell'inferno.  Ma i maestri, soprattutto i maestri della vera preghiera, sono rari.  Con san Brjan-Caninov è ancora possibile attingere alla grande tradizione spirituale della Chiesa.

 


In italiano esiste la traduzione di: 

Preghiera e lotta spirituale (introduzione alla preghiera del cuore), 

 a cura di E.Bianchi, presso Gribaudi Editore, Milano


Le sue Opere Complete [in russo] sono raccolte in 5 volumi:

I - II - III - Esperienze ascetiche

           IV - Discorsi ascetici

            V - Contributo al monachesimo contemporaneo


Il testo che segue costituisce il capitolo XXX della parte II (Consigli per la vita spirituale dei monaci) del vol. V (Contributo al monachesimo contemporaneo) delle Opere Complete di Ignatij Brjan-Caninov (Ed. Touzova - St. Pietroburgo 1886)

 

© traduzione ed edizione ad uso manoscritto, 

a cura dei monaci della Abbazia Nostra Signora della Trinità - Morfasso (PC) Italia

 

 

I santi Padri, i monaci dei primi tempi del cristianesimo, furono dei cristiani perfetti, pieni di Spirito Santo. Essi ebbero delle rivelazioni dall'alto riguardanti il monachesimo degli ultimi tempi e profferirono a suo riguardo delle profezie, che si realizzano attualmente sotto i nostri occhi. Tutte le predizioni dei Padri concordano nel dichiarare: che i monaci degli ultimi tempi condurranno una vita monastica estremamente ridotta; che a loro non saranno date né le forze psichiche e spirituali né l'abbondanza dei doni di grazia di cui godettero i primi monaci; e che essi non troveranno la salvezza se non con grande difficoltà.

 Un certo monaco egiziano un giorno cadde in estasi ed ebbe una visione spirituale. Vide tre monaci in piedi sulla riva del mare. Una voce, che veniva dall'altra sponda del mare, gridò loro: “Prendete le ali e venite verso di me”. Dopo aver sentito questa voce, due dei monaci ricevettero ali di fuoco e volarono velocemente fino all'altra sponda. Il terzo monaco rimase da solo, là dove era. Si mise a piangere e a gridare. Alla fine ricevette anch’egli delle ali, ma esse non erano di fuoco: erano così deboli, che egli non attraversò il mare se non a gran fatica e incontrando tantissimi ostacoli. Spesso le forze lo abbandonavano e allora affondava in mare; vedendo che stava per annegare si metteva a gridare con voce lamentevole; si alzava sopra le onde, volava di nuovo faticosamente a filo d'acqua; si spossava di nuovo e cadeva nel gorgo marino; gridava ancora; si sollevava un po'... E alla fine, estenuato, riuscì a raggiungere l'altra riva. I due primi monaci rappresentano il monachesimo dei primi tempi, mentre il terzo rappresenta quello degli ultimi tempi, povero in numero e in realizzazioni (Apophtegmi: Giovanni Colobo [il Nano] n.14).

Un giorno, il santi Padri di Sceti parlavano profeticamente a proposito dell'ultima generazione."Cosa abbiamo fatto noi?", si chiedevano. Uno di loro, il grande abba Ischirione, rispose: "Noi abbiamo osservato i precetti di Dio". Gli chiesero che cosa avrebbero fatto quelli che sarebbero venuti dopo di loro. L'abba rispose: "Essi adempiranno la metà di quello che abbiam fatto noi". Gli chiesero ancora: “E che cosa faranno quelli che verranno dopo di loro?”. Abba Ischirione rispose: "Non compiranno nessun’opera monastica, ma saranno messi alla prova con tribolazioni, e quelli fra loro che persevereranno sino alla fine saranno più grandi di noi e dei nostri Padri" (Apophtegmi: Giovanni Colobo [il Nano] v. Ischirione). 

 L'Archimandrita Arcady, superiore del monastero di San Cirillo di Novozersk, che morì nel 1847, riferisce quanto segue: "Un giorno, per non so qual motivo, ero immerso nell'afflizione. Oppresso da questa, mi recai al Mattutino, e, mentre stavo in piedi in chiesa, pensavo al mio tormento. Non so che cosa mi è capitato: involontariamente chiusi gli occhi e feci allora l'esperienza di una specie di "assenza"; ma non mi ero addormentato, poiché sentivo distintamente ogni parola della lettura che si stava facendo in quel momento. Improvvisamente vedo davanti a me il santo Patrono del nostro monastero, Cirillo. Ed egli mi dice: " Perché sei così abbattuto? Non sai dunque che i monaci degli ultimi tempi devono salvarsi mediante afflizioni?". Sentendo queste parole, l'archimandrita tornò in se stesso. La visione lasciò nell'anima di questo staretz estremamente semplice - perché tale era l'archimandrita Arcady - una profonda pace.

 Così, dunque, le afflizioni sono per eccellenza la nostra eredità, la sorte del monachesimo contemporaneo, ciò che Dio stesso ci ha assegnato. Che il fatto di saperlo sia per noi una fonte di conforto!  Che da ciò noi possiamo essere incoraggiati e fortificati davanti a tutte le afflizioni e alle tentazioni che dobbiamo affrontare!  “Umiliatevi dunque sotto la mano potente di Dio, gettate in Lui tutte le vostre preoccupazioni, perché Egli si prende cura di voi" (1Pt 5, 6-7). Con tutto il nostro cuore lasciamoci formare dalle afflizioni, pur osservando con grande cura i precetti dell'Evangelo: tale è la Volontà di Dio riguardo a noi.

 Nella maggior parte dei casi, le nostre afflizioni sono così leggere che, a prima vista, non si può neanche considerarle delle afflizioni. Ma è solo un inganno del Nemico il quale, grazie a una lunga pratica, nella lotta contro l'uomo sprovveduto ha acquisito una esperienza e una abilità straordinarie. Lo Spirito decaduto ha notato che le tentazioni evidenti, grossolane e violente suscitavano negli uomini uno zelo ardente e un grande coraggio per sopportarle. Résosi conto di ciò, egli le sostituisce con tentazioni leggere, ma molto sottili ed estremamente efficaci. Queste non suscitano zelo nel nostro cuore, non lo provocano al combattimento spirituale, ma lo tengono in una specie di letargìa ed immergono la nostra mente nell’incertezza. Esse infiacchiscono e progressivamente esauriscono le forze psichiche dell'uomo; lo gettano nell'accidia e nella inattività;  lo rovinano facendo di lui un covo di passioni, conseguenza del suo infiacchimento, della sua accidia e della sua inattività.  L'inganno di Satana e il peso della lotta che egli scatena contro i monaci d’oggi sono ambedue allo scoperto sotto gli occhi di Dio. Dio corona i combattenti di oggi come quelli di una volta, anche se l'impresa ascetica dei primi è meno visibile di quella dei secondi. Guardiamoci quindi dal lasciarci andare all’indolenza, all'accidia e all’inattività! Anzi, mobilitiamo tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sforzi per osservare i precetti dell'Evangelo. Nell'adempierli noi scopriremo gli innumerevoli inganni del Nemico e quell’astuta premeditazione con cui li prepara e li mette in opera. Scopriremo che le afflizioni e le tribolazioni d’oggi, leggere all'apparenza, tendono, così come le violente afflizioni e tentazioni di una volta, a distogliere l'uomo da Cristo, a distruggere sulla terra il vero Cristianesimo, non lasciandone sussistere che l'involucro esterno, allo scopo di ingannare più facilmente gli uomini; scopriremo che le tentazioni leggere, ma concepite e messe in opera con una malizia infernale, agiscono molto più efficacemente - dal punto di vista di Satana - che le tentazioni violente, sì, ma manifeste e dirette.

La ragione principale per cui le afflizioni sono così opprimenti per i monaci contemporanei sta nel monachesimo stesso, e risiede prima di tutto nella carenza di formazione spirituale che esso presenta. Bisogna considerare questa carenza come un guaio molto grande, ma che non si lascia scoprire facilmente. Un monaco non se ne rende conto subito. Il principiante, pieno di zelo, in cui il sangue ha un grande peso e la conoscenza spirituale una piccolissima parte, si accontenta di solito della formazione che trova in monastero o che egli stesso desidera darsi. Solo più tardi - dopo uno studio molto approfondito delle sacre Scritture e degli scritti patristici - gli asceti (e solo pochissimi tra di loro) prendono poco a poco coscienza che, per progredire nella vita monastica, è indispensabile una formazione specificamente spirituale, e che la formazione intellettuale, per quanto ricca e stupenda possa essere in apparenza, e qualunque sia la stima di cui essa gode presso questo mondo colpito dall'accecamento, non resta meno nelle tenebre, e trattiene nelle tenebre, nel dominio degli spiriti decaduti, coloro che vi si consacrano (cfr. Gc 3, 15).  (*)

Una direzione spirituale fondata sulla parola di Dio come la si trova in un libro, ma non ricevuta da un insegnamento vivo e orale, è l'unica di cui ora possiamo disporre, e così, per forza di cose, il monaco diventa, in gran parte, la guida di se stesso. Questo tipo di direzione spirituale, al di là di eventuali vantaggi che se ne possono trarre, è spesso accompagnato da errori e da deviazioni gravi, conseguenze inevitabili di uno stato d’ignoranza sottomesso al potere delle passioni. L'ignoranza del debuttante e la presa che hanno su di lui le passioni non gli permettono di comprendere correttamente le sacre Scritture, né di rimanervi attaccato con la dovuta fermezza. Mentre attraversiamo in volo il mare dei peccati, le forze spesso ci vengono meno: sfiniti, cadiamo e sprofondiamo in mare col rischio di annegarvi. A causa della mancanza di guide spirituali, di viventi vasi dello Spirito, a causa degli innumerevoli pericoli da cui siamo accerchiati, la nostra situazione è degna di lacrime amare, di inconsolabili lamenti. Siamo nella desolazione, abbiamo deviato, e non  c'è voce che ci possa ricondurre dal nostro smarrimento: il libro resta muto, lo Spirito decaduto, desiderando mantenerci nell'errore, ci fa persino dimenticare che un tale libro esista. "Salvami, Signore! - gridava Davide che, nello spirito di profezia, prevedeva i nostri mali e parlava a nome di colui che desidera essere salvato - non ci sono più santi!".  Non c'è più un maestro o una guida spirituale capace di indicarci senza errore la via della salvezza, al quale chi vuol essere salvato possa affidarsi con la massima sicurezza. "Non ci sono più fedeli tra i figli dell'uomo, ognuno mente al suo vicino” (Sal 11, 1-3) sotto l'impulso di una sapienza profana, capace solo di sviluppare e di sigillare gli errori e la presunzione. Noi siamo diventati estremamente vulnerabili, mentre le occasioni di caduta si sono moltiplicate attorno a noi ed hanno acquisito un potere enorme; esse si presentano con una grande varietà e con un'attrattiva ingannatrice allo sguardo malato della nostra mente e del nostro cuore, che esse attirano a sé e distolgono da Dio. Noi ci siamo a tal punto sottomessi all'influsso delle tentazioni, che abbiamo persino abbandonato l’orientamento spirituale fondato sulla parola di Dio e che pure è il nostro unico mezzo di salvezza. Questo orientamento spirituale esige che si conduca una vita molto attenta, libera da distrazioni; ma la nostra volontà depravata esige proprio il contrario. Ci siamo rivolti al successo materiale, al successo in questo mondo. Abbiamo bisogno di onori, abbiamo bisogno di abbondanza e di lusso. Abbiamo bisogno di distrazioni e della nostra razione di piaceri mondani. Per realizzare tutto questo, noi siamo esclusivamente preoccupati dello sviluppo della natura decaduta. Abbiam persino perduto la nozione di natura rinnovata; i precetti dell’Evangelo vengono trascurati e dimenticati; l’ascesi interiore ci è totalmente sconosciuta, ma siamo completamente assorbiti dall’ascesi esteriore allo scopo di apparire religiosi e santi agli occhi del mondo e di riceverne la ricompensa. Abbiamo abbandonato la via stretta e faticosa della salvezza, e ce ne andiamo per la via larga e comoda. "Salvaci, Signore!, perché non ci sono più santi. Eccoci (noi monaci) più piccoli di tutte le nazioni, èccoci umiliati su tutta la terra, oggi, a causa dei nostri peccati. Non c'è più in questi tempi, né capo, né profeta né principe" (Dan 3, 37-38) per guidarci nella guerra invisibile agli occhi della carne, poiché "non è con la carne e col sangue che noi ci scontriamo, ma con le Autorità, i Poteri, i Dominatori di questo mondo di tenebre, con gli Spiriti del male che stanno nei luoghi celesti" (Ef 6,12). 

"Guai al mondo che provoca così tante cadute! Certo, è necessario che ce ne siano" (Mt 18,7), ha detto il Signore. Dio permette allo stesso tempo l'arrivo delle tentazioni e lo sconforto morale che esse provocano. Con l’avvicinarsi della fine del mondo, esse devono diventare così forti e così numerose che, a causa della crescente iniquità, l'amore si raffredderà  nella moltitudine” (Mt 24,12). "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?" (Lc 18,8).  "La casa di Israele - la Chiesa - sarà devastata dalla spada", dalla violenza mortale delle tentazioni, "e diventerà deserta" (Ez 38,8). La "vita secondo Dio" diventa molto difficile. Lo diventa perché chi vive in mezzo ad occasioni di caduta e chi ne ha costantemente sotto gli occhi, non può non subirne l'influsso.  Come il ghiaccio perde la sua durezza a contatto con il calore e si trasforma nella più dolce delle acque, così un cuore traboccante di buona volontà se è esposto all’influsso delle tentazioni, soprattutto quando questo è continuo, si indebolisce e finisce col trasformarsi. Condurre una "vita secondo Dio" diventerà molto difficile a causa dell'ampiezza della apostasia generalizzata. Gli apostati, il cui numero sarà aumentato, per il fatto che essi continueranno a chiamarsi cristiani e ad apparire esteriormente come tali, potranno tanto più facilmente perseguitare i veri cristiani; questi apostati circonderanno i veri cristiani con molteplici trappole collocando innumerevoli insidie sulla via della loro salvezza, e metteranno ostacoli al loro desiderio di servire Dio, come fa notare san Tikhon di Voroneg e di Zadonsk. Agiranno contro i servi di Dio con la violenza del loro potere, con la calunnia, con macchinazioni piene di malizia, con ogni sorta di artifici e con crudeli persecuzioni. Il Salvatore del mondo a fatica trovò rifugio nell'oscuro e lontano villaggio di Nazareth per nascondersi da Erode, dagli Scribi, dai Farisei, dai Sacerdoti e dai Sommi Sacerdoti ebrei che lo odiavano a morte; allo stesso modo negli ultimi tempi un monaco autentico molto difficilmente potrà trovare un rifugio isolato e sconosciuto dove potervi servire Dio con una certa libertà e senza lasciarsi trascinare, mediante la violenza dell'apostasìa e degli apòstati, al servizio di Satana (cfr. Tikhon di Zadonsk: Lettere dalla cella, t. XV, lettera 67). O epoca sventurata! O situazione disastrosa! O pericolo morale, impercettibile agli uomini sensuali, eppure incomparabilmente più grande delle più strepitose catastrofi naturali! O calamità che comincia nel tempo ma non finisce nel tempo e passa nell'eternità! O disastro dei disastri, conosciuto soltanto dai veri cristiani e dai veri monaci, ma ignorato da coloro che esso colpisce e inghiotte.

Testimoni di una simile visione spirituale, facciamo salire, dal mezzo delle fiamme delle tentazioni, quella confessione di fede e quel canto di lode che i tre giovani cantavano nella fornace ardente a Babilonia!  Uniamoci, mediante il nostro amore, a tutta l'umanità dispersa sulla faccia della terra, e a nome suo - come suoi rappresentanti davanti a Dio - proclamiamo questa confessione e questa dossologia, facciamo espandere davanti a Dio la nostra umile preghiera per noi stessi e per tutta l'umanità:  «Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri, degno di lode e di gloria è il tuo nome nei secoli. Perché tu sei giusto in tutto quello che hai fatto; tutte le tue opere sono verità, tutte le tue vie sono diritte, tutti i tuoi giudizi sono verità. Hai agito secondo verità in tutto ciò che hai riversato su di noi e sopra la città santa dei nostri padri, sopra Gerusalemme. Poiché è per i nostri peccati che tu ci hai trattati così, conforme a verità e giustizia. Sì, abbiamo peccato, abbiamo commesso l'iniquità, allontanandoci da te; sì, abbiamo peccato gravemente in tutto; non abbiamo obbedito ai tuoi precetti; non li abbiamo osservati, né abbiamo operato come ci avevi comandato per il nostro bene! Sì, tutto quello che hai fatto venire su di noi, tutto quanto ci hai fatto, lo hai fatto in tutta giustizia. Ci hai consegnati nelle mani dei nostri nemici, gente senza legge e peggiori degli  empi […]. Oh, non ci abbandonare per sempre - a motivo del tuo nome - e non rompere la tua alleanza […].  Ma con animo contrito e spirito umiliato, noi possiamo trovare accoglienza […]. Non lasciarci nel disonore, ma agisci verso di noi secondo la tua mansuetudine e secondo la grandezza del tuo amore. Liberaci per la tua mirabile potenza e da' gloria al tuo nome, o Signore!” (Daniele 3, 26-43).

I santi Padri dicevano a proposito dei monaci degli ultimi tempi: "Negli ultimi tempi, coloro che opereranno davvero per Dio si nasconderanno con cura dagli uomini e non compiranno in mezzo a loro segni e miracoli come ai nostri tempi, ma seguiranno la via stretta con grande umiltà " (san Nifone di Costantinopoli). Effettivamente, qual’è ai nostri giorni la via della salvezza più sicura per un monaco?  È quella che lo può proteggere dall'influsso delle tentazioni esterne ed interne. Essa consiste, quanto all'esterno, nell'evitare contatti e conversazioni familiari fuori o dentro al monastero, nel rimanere nel monastero e nella cella quanto più possibile senza uscirne; e quanto all'anima, consiste nello studiare e nell'adempiere i precetti dell'Evangelo, oppure - che poi è la stessa cosa - nello studiare e nel compiere la volontà di Dio (cfr Rm 12,2), nel sopportare senza mormorazione e con pazienza tutte le afflizioni permesse dalla provvidenza di Dio e nel riconoscere, con sincerità di cuore, che le meritiamo. I precetti dell’Evangelo insegneranno al monaco l’umiltà, e la croce lo condurrà fino alla perfezione di questa umiltà (Marco l'Asceta: La legge spirituale, 31). L'umiltà sradica dall’anima e dal corpo tutte le passioni peccaminose, attira nell'anima la grazia di Dio. È in questo che consiste la salvezza.


(*)     Sant' Isacco il Siro dice:  “Un conto è il valore della parola che viene dall’esperienza spirituale, e un conto quello della parola eloquente. L’erudizione sa ornare i suoi discorsi anche senza avere esperienza di quello di cui sta parlando; essa è capace di dissertare in modo eccelso sulla verità, senza conoscerla; essa è capace di fare lunghe trattazioni sulla virtù, senza averne la ben che minima conoscenza fondata sulla pratica. La parola che nasce dall’esperienza spirituale è un tesoro di speranza, mentre l’erudizione senza conoscenza vissuta è un serbatoio di vergogna. Chi pronunzia una parola che non è fondata su una conoscenza vissuta è come un artista che dipinge delle sorgenti e delle fontane sui muri, ma la loro acqua non può estinguere la sete; è come un uomo che fa dei magnifici sogni.  Invece chi parla della virtù basandosi sulla propria esperienza, trasmette la sua parola ai suoi uditori come se distribuisse dei regali estratti dai beni che ha acquistato con i propri sforzi: semina la parola nel cuore di coloro che lo ascoltano con attenzione come se li estraesse dalle sue profondità; egli apre la bocca con fiducia davanti ai suoi figli spirituali come un tempo Giacobbe che disse al saggio Giuseppe: “Quanto a me, io do a te più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte che io ho conquistato dalle mani degli Amorrei con la spada e l’arco (Gen 48,22).  (dai: Discorsi ascetici, 1)  ¾  “Non cercare di ricever consigli da qualcuno che è estraneo al tuo modo di vita (monastico), anche se è molto istruito. Rivela i tuoi pensieri all’uomo senza erudizione ma che conosce la vita monastica per esperienza, e non ad un filosofo eloquente che parla con un sapere libresco ma senza conoscenza vissuta dell’argomento di cui tratta” (dai: Discorsi ascetici, 78).

 


Questo testo costituisce il capitolo XXX della parte II (Consigli per la vita spirituale dei monaci)  del vol. V (Contributo al monachesimo contemporaneo)  delle Opere Complete di Ignatij Brjan-Caninov (Ed. Touzova - St. Pietroburgo 1886)