torna alla pagina precedentevai alla pagina successivaLa Città dei Filosofi - Quaderno 12/4 - 2001

Parte seconda

Le regole della polis

Le domande intorno alle regole e allo stato trovano risposte nei testi della tradizione filosofica occidentale, a partire dai Greci fino ai giorni nostri. Intorno al dibattito sulla nozione di legge e sul suo fondamento presentiamo una scelta di testi che appartengono a contesti storici diversi e che testimoniano la pluralità delle posizioni.

Nella Grecia del V sec. a. C. per la prima volta la riflessione filosofica si chiede quali siano le condizioni capaci di garantire la coesione sociale e trova la risposta nell’ordinamento giuridico condiviso da tutti. Di qui l’importanza della Legge della Città, il Nómos, fondamento positivo della giustizia.

Nel dialogo che porta il suo nome Platone fa narrare a Protagora un grande mito che ha per tema la costituzione della convivenza civile tra gli uomini, altrimenti minacciati di estinzione dall’ingiustizia e dalla violenza.

Allora Zeus, nel timore che la nostra stirpe potesse perire interamente, mandò Ermes a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, perché fossero princìpi ordinatori della Città e legami produttori di amicizia. Allora Ermes domandò a Zeus in qual modo dovesse dare agli uomini la giustizia e il rispetto: “Devo distribuire questi come sono state distribuite le arti? Le arti furono distribuite in questo modo: uno solo che possiede l’arte medica basta per molti che non la posseggono, e così anche per gli altri che posseggono un’arte. Ebbene, anche la giustizia e il rispetto debbo distribuirli agli uomini in questo modo, oppure li debbo distribuire a tutti quanti?”. E Zeus rispose: “A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipino, perché non potrebbero sorgere Città, se solamente pochi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti. Anzi poni come legge in mio nome che chi non sa partecipare del rispetto e della giustizia venga ucciso come un male della Città”.
Platone, Protagora, 322 C-D, (tr. it. Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Milano 1991).

 

Esercizi:

Su questo testo lo studente è chiamato a compiere le seguenti operazioni:

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Platone ci presenta Socrate come figura emblematica di cittadino che riconosce il valore assoluto delle leggi, cui non si può disobbedire, anche se questo comporta grave danno per sé.

Il comportamento tenuto da Socrate in occasione del processo intentatogli dai suoi accusatori fu la coerente testimonianza della fedeltà a questi principi.

La formulazione più alta di questo insegnamento è contenuta nel Critone, in un passo nel quale si immagina che le Leggi si rivolgano a Socrate dicendo:

“Rifletti, pertanto, o Socrate, se quello che noi veniamo dicendo è vero: che non è giusto cercare di fare contro di noi quello che ora appunto cerchi.

Noi, infatti, che ti abbiamo generato, allevato, educato, e abbiamo fatto partecipi di tutti quei beni che erano in nostra facoltà te e tutti quanti gli altri cittadini, prescriviamo ciononostante (…) che colui al quale, eventualmente, noi non siamo gradite, possa benissimo uscire dalla Città, prendendo tutti i suoi beni, e andarsene dove voglia. (…)

Ma chi di voi resta qui, vedendo il modo in cui noi regoliamo la giustizia, e come governiamo in tutto il resto la Città, allora noi affermiamo che costui, di fatto, ha dato il suo consenso a fare ciò che noi ordiniamo. E chi non ubbidisce, noi affermiamo che commette ingiustizia in triplice maniera: e perché non ubbidisce a noi che lo abbiamo generato, e perché non ubbidisce a noi che lo abbiamo allevato, e perché, dopo aver acconsentito a ubbidirci, né ci ubbidisce, né cerca di persuaderci se mai facciamo non bene qualche cosa; mentre, dal canto nostro, noi proponiamo e non comandiamo duramente di eseguire ciò che ordiniamo; anzi, mentre permettiamo una delle due cose, o di persuaderci o di ubbidire, egli non fa né l’una né l’altra di tali cose”.
Platone, Critone, 51 A- 52 A, tr. il. cit.

Esercizi:

Su questo testo lo studente è chiamato a compiere le seguenti operazioni:

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Platone nell’ultimo dialogo scritto prima della morte, le Leggi, si propone di fondare lo stato sul potere delle leggi. Nel corso del racconto del mito dell’era di Crono, deve riconoscere che “nessun uomo è capace per natura di un pieno controllo sul suo destino, se non al prezzo di grande ingiustizia e violenza” [Platone, Leggi, IV, 713 C, tr. it. cit.], per cui il potere di governo fu affidato in quella mitica età non a uomini, ma a demoni, esseri di natura semidivina, onde evitare che, rimanendo in mano agli uomini, degenerasse in violenza ed arbitrio. Il mito dell’era di Crono

ci insegna non senza verità che una Città retta da un mortale e non da un dio non può trovare scampo né dai mali né dalle sofferenze e che pertanto non resta che imitare con ogni mezzo possibile la condotta di vita dei tempo di Crono di cui si è parlato, governando Stati e famiglie con quella parte di noi che è immortale sia negli affari pubblici che privati.
Orbene, all’azione direttiva della ragione noi diamo il nome di legge.
Platone, Leggi, IV, 713 E - 714 A, tr. it. cit.

Lo stato di cui si parla nelle Leggi è, dunque, uno state legale, in cui si conferisce razionalità all’ordine sociale attraverso le norme. Sono queste, le leggi, che ora vengono chiamate ad esercitare il potere. Si noti che la legislazione è imposta d’autorità: il cittadino non ha alcun potere decisionale, deve solo obbedire.

L’introduzione delle leggi è una necessità di fatto imposta dalla valutazione pessimistica che Platone dà dell’azione politica degli uomini. Parlando di “uno che divenisse titolare di un potere personale assoluto nello Stato” Platone dice:

Piuttosto avverrà che la nostra natura mortale non cesserà di spingerlo verso la ricerca del proprio particolare interesse e profitto, per un’irragionevole avversione al dolore e per un altrettanto irrazionale attrazione al piacere. Non c’è dubbio, infatti, che l’umana natura preponga sempre questi due sentimenti agli ideali di giustizia e di bene, con ciò suscitando in sé medesima una grande oscurità e finendo col riempire sé e l’intero Stato d’ogni genere di male.
Ma se per grazia di qualche dio dovesse nascere un giorno un uomo che per natura è capace di superare le difficoltà di cui s’è detto, questo non avrà affatto bisogno d’esser vincolato a leggi. Non c’è, infatti, né legge, né ordinamento che abbia più valore della scienza; né si può ammettere che l’intelligenza sia schiava o sottoposta ad alcun altra realtà. Essa, piuttosto, quando sia vera ed effettivamente libera, come la sua natura richiede, deve avere potere su tutto. Oggi però in nessun luogo è così, o, lo è in minima parte. Perciò bisogna scegliere una via di ripiego, quella appunto dell’ordinamento e delle leggi, che, se mette a fuoco quanto avviene per lo più, non riesce a inquadrare la totalità dei casi.
Platone, Leggi, IX, 875 B-D, tr. it. cit.

Esercizi:

Sui due testi tratti dalle Leggi lo studente è chiamato a compiere le seguenti operazioni:

 

A questo punto sarebbe opportuno verificare il livello di comprensione rispetto al tema.

[INDICE DEL MODULO]