CAPITAN HARLOCK
...la leggenda
Sono nata sul pianeta Jura molto tempo fa... Io stessa non so davvero più
quando...
Il tempo per me si è fermato nel momento in cui l'uomo al quale avevo dedicato
la vita ha reso l'anima tra le mie braccia. Harlock è andato a raggiungere il
suo amico Toshiro. L'Arcadia rimane, così, sotto la protezione del suo Capitano
e del suo creatore.
Terrestri, dormite pure tranquilli. Noi continueremo a vegliare su voi.
Non fidatevi del mio aspetto giovanile.
Nel mondo da cui provengo, Saturno non può scalfirci.
Nel mondo da cui provengo, il tempo conserva ciò che da voi fa appassire. Su
Jura, moriamo soltanto occasionalmente, o meglio solo quando vogliamo lasciarci
morire. Tuttavia questa promessa d'immortalità non è riuscita a consentire al
mio popolo di sopravvivere ad uno dei più orrendi massacri dell'Universo.
Rinomato per la varietà della sua flora e per la sua lussureggiante
vegetazione, Jura fu annientato dall'esercito delle Mazoniane e offerto come
giardino alla gloria della loro regina: Raflesia.
Una volta investite dai terribili gas nucleari delle Mazoniane, le nostre piante
subirono una mutazione e, divenute rapidamente gigantesche, si avventarono
contro quelli di noi che erano sopravvissuti all'invasione di quegli esseri
diabolici. Avrei fatto la loro stessa fine, se Harlock non fosse intervenuto ad
aiutarmi, portandomi poi via con sé.
Mi chiamo Meeme, ultima superstite del pianeta Jura. Senza l'intervento di
Harlock, io non avrei avuto modo di narrarvi la mia storia, e voi non sareste in
grado di conoscerla.
Certo, i trentanove valorosi membri dell'equipaggio dell'Arcadia hanno
raccontato le terribili prove che abbiamo dovuto superare e, dunque, nessuno dei
machiavellici stratagemmi, messi in atto dalle Mazoniane per aver ragione del
nostro accanimento nel difendere il vostro pianeta blu, vi è ignoto.
Per la maggior parte di voi, le loro testimonianze hanno oggi lo stesso valore
dei vostri antichi racconti biblici, nei quali non si sa mai bene dove cominci
la verità né dove finisca la leggenda.
Quale mente sagace, infatti, potrebbe arrivare mai ad ammettere che un pugno di
uomini ed una nave da guerra, per quanto sofisticata fosse, siano stati capaci
di sopravvivere agli assalti non di qualche centinaio, bensì di migliaia di
vascelli nemici?
Ci hanno creduto quelli che pensavano che il vostro Dio avesse creato l'universo
in sei giorni, riposandosi nel settimo giorno. Costoro innalzarono Harlock al
rango degli dèi, mentre i più "esperti" di voi non tardarono a
minimizzare le nostre gesta e non esitarono poi, favoriti dal trascorrere degli
anni, ad accusare lo stesso Harlock d'impostura.
Popolo della Terra, ho maledetto i vostri avi per aver condannato all'esilio i
più degni tra i vostri uomini. Quando, sulle rovine delle vostre città, s'è
dissolta la minaccia delle Mazoniane, voi li avete acclamati come eroi, dinanzi
ai cannoni ancora fumanti dell'Arcadia. Insieme a voi ed ai vostri animi
finalmente ridestati, loro hanno fatto crescere fiori sulle ceneri del vostro
pianeta devastato. Poi, discretamente, si son fatti da parte.
Se esiste un pianeta per gli angeli, è là che un giorno ci ritroveremo, e lo
difenderemo insieme contro le forze dell'ombra, come una volta, sotto le insegne
della libertà.
Se esiste un pianeta per gli angeli, è là che un giorno ci ritroveremo, e lo
difenderemo insieme contro le forze dell'ombra, come una volta, sotto le insegne
della libertà.
Meeme, Dionis 60, 3056
L'Arcadia si allontanava dalla Terra. Io la contemplavo sullo schermo
panoramico, di fronte al timone, che tenevo con orgoglio. Non l'avrei più
rivista per tanto, tanto... tanto tempo... Cos'è il tempo? E quanto tempo dura,
il tempo? La guerra contro le Mazoniane era durata appena un anno... ma ci era
sembrata interminabile. In compenso, i tre anni di tregua che erano seguiti - i
nostri primi tre anni d'intimità - erano trascorsi senza che ce ne fossimo
accorti. Lui ed io, da soli su questo titanico vascello, potevamo finalmente
liberarci delle nostre preoccupazioni, stringerci senza pudore, amarci senza
riserve. Solo a pensarci, diventavo tutta gialla... e ad un tratto, dietro di
me, avvertii il rumore dei suoi stivali: entrando, lui mi sorprese in quello
stato, fluorescente dalle dita dei piedi alla punta dei capelli. Su Jura, è
così che tradiamo le nostre emozioni.
Io mi appoggiai alla barra di navigazione, lui sedette al suo posto. Nessuno,
dai tempi di Toshiro, aveva mai occupato il sedile del Capitano. Nessuno,
nemmeno io. Ora ci trovavamo uno di fronte all'altra. Lui mi rivolse un tenero
sorriso. Il suo unico occhio sembrava aver già colto la natura dei pensieri che
m'illuminavano, quando... presi coscienza del suo sfinimento!
S'era appena tolto di dosso il suo lungo mantello nero, la sua seconda pelle,
che non lo abbandonava mai e che soleva nascondere la sua impressionante
magrezza. Bisogna dire che Harlock mangiava poco e che le nostre ultime
battaglie contro la flotta reale di Raflesia ci avevano richiesto molte energie.
Lui si era, letteralmente, consumato dall'interno e, finalmente, al riparo da
ogni pericolo, aveva permesso ora alla sua stanchezza di rivelarsi ai miei
occhi. Il suo viso aveva perso il colorito rosa e il mio, in questo frangente,
andava perdendo la sua fluorescenza: lui s'era fatto bianco in volto, come per
un processo di mimetismo, a somiglianza del mio colore naturale. Appena il tempo
di un sospiro, e il suo sorriso e la sua palpebra crollarono simultaneamente. Io
sedetti ai suoi piedi e poggiai la testa sulle sue ginocchia; sentii la sua mano
accarezzarmi i capelli, prima di assopirmi a mia volta. Al nostro risveglio, la
Terra non era ormai più nient'altro che un piccolo punto blu... uno zaffiro su
un cuscino di velluto nero.
Era giunto il momento di fare il punto della situazione. Harlock ed io
eravamo in procinto di appartarci per riparare i danni subiti dall'Arcadia. Era
necessario reperire i minerali e i metalli leggeri sparsi su una decina di
pianeti situati nella nebulosa Ulisse, a tredici milioni trecentosettantamila
chilometri dalla Terra. Questi materiali erano uno dei segreti della resistenza
eccezionale dell'Arcadia e soltanto Harlock e Toshiro sapevano dove
procurarseli. Doveva esserci ancora qualche scorta di materie prime
sull'isolotto "Ombra di Morte", un nostro caposaldo, nascosto nella
cintura dei piccoli pianeti, all'interno di un satellite artificiale, e
utilizzato come officina per la manutenzione e la riparazione dell'Arcadia fin
dal momento della sua costruzione. Queste officine erano dotate di fornaci in
grado di fondere metalli dei quali sulla Terra s'ignorava ancora l'esistenza.
L'energia indispensabile a queste fornaci per raggiungere le temperature di
fusione di quei materiali, era fornita da un prano-reattore (frutto, anch'esso,
dello spirito ingegnoso di Toshiro), che era azionato dall'energia del vuoto,
dispensataci dall'Universo con grande generosità. La tecnologia basata
sull'utilizzo di tale forma di energia non è, sulla Terra, che ai suoi primi
passi, eppure un reattore del genere alimentava l'Arcadia già da circa
settant'anni, permettendole di raggiungere una velocità superiore a dieci
megalioni all'ora, senza che il vascello, o coloro che lo abitavano, subissero
alcuna modificazione cellulare! Le avarie causate dall'assalto finale delle
Mazoniane ci costringevano a ridurre la velocità, ma non c'era più fretta.
Eravamo ad una settimana di viaggio dall'isolotto "Ombra di Morte", ma
il tempo aveva già cominciato a perdere significato. Non c'erano più che lo
spazio infinito dell'Universo e quello delimitato dell'Arcadia, che ora ci
toccava occupare da soli. Il suo tasso di vibrazione stava già cambiando...
l'ansietà del nostro equipaggio aveva lasciato insieme con esso gli spazi della
nave. L'aria sembrava più leggera, come dopo un temporale, ed io per la prima
volta sentii Harlock davvero spiazzato; stava per la prima volta sperimentando
quello stato di grazia che vi procura un sentimento di pace. Mi è difficile
stabilire se ne fosse felice oppure no. Voi terrestri, quando lo stato di crisi
vi condiziona, ci mettete molto tempo prima di lasciarvi andare alla felicità,
prima di darle lo spazio che merita. Il mio valoroso corsaro pensava che la
felicità si cogliesse come i fiori e che la sua durata fosse altrettanto
effimera, la sua fragranza altrettanto conturbante, e riteneva che i più bei
mazzetti di felicità si raccogliessero sulle colline dell'inferno. Ed ecco che,
tutt'a un tratto, la vita gli offriva un campo di fiori, che egli non avrebbe
dovuto neppure prendersi la briga di cogliere, perché erano lì tutti per lui:
potevano inondarlo del loro profumo per tutto il tempo che desiderava. Dunque,
di che avere paura?
Poiché la sua vicinanza mi permetteva di leggere spontaneamente i suoi
pensieri, Harlock, fino ad allora, non aveva mai acconsentito a lasciarmi
dormire al suo fianco: i suoi sogni ed i suoi incubi non dovevano appartenere
che a lui... In ogni caso, le prime volte che dormimmo insieme mi fecero capire
la ragione della sua ritrosia nell'accogliere la felicità: lo sorpresi, in
sogno, al margine di questo campo di fiori che si perdeva all'orizzonte; Harlock
lo contemplava con l'aria meravigliata di un figlio del sole che scopre la neve.
Ma, inquieto, esitava a spingersi avanti.
"Questo campo dev'essere minato", lo sentii pensare, immobile davanti
al tappeto multicolore. "È senz'altro minato!". Poi, voltò le spalle
al campo di fiori e s'incamminò lungo un sentiero di rovi, che estirpò
servendosi della sua spada.
Fui talmente scossa dal suo tormento che mi svegliai; il mio spirito lo vedeva
dibattersi contro rami e spine, benché i miei occhi potessero constatare che
lui era proprio là vicino a me, steso e inerte, le mascelle serrate. Lo sentivo
digrignare i denti. Presi la mia arpa, che era accanto al letto, e, volgendogli
le spalle, cominciai a suonarla. Mentre le mie mani saltavano di corda in corda,
il mio spirito lo raggiunse dentro i suoi sogni. Non era stato svegliato dal
suono della mia arpa, però, sentendolo, aveva smesso di tagliare le piante
ribelli; cercava di capire la provenienza della melodia. Io non stavo più
suonando seduta sul bordo del suo letto, ma lì dove, qualche attimo prima, lui
s'era negato l'accesso alla felicità. Sentii che mi chiamava nel sogno; fece a
ritroso il suo cammino fino a me.
"Non restare lì, Meeme! È pericoloso!" Io gli sorrisi e,
fiduciosa, mi misi a camminare all'indietro nel campo di fiori. Il mio spirito
sentì Harlock gridare e nello stesso istante un'esplosione, sotto i miei piedi,
mi accecò. Poi, più nulla. Harlock non sognava più. Siccome gli volgevo le
spalle, non potevo sapere se si fosse svegliato. Continuai a suonare per
calmarlo; sentii ad un tratto la sua mano che si posava sul mio fianco.
Qualunque sia il pianeta da cui veniamo, non possiamo escogitare nulla che ci
rassicuri quanto un abbraccio: perciò lo strinsi fra le mie braccia. Era in
momenti come quello che mi rincresceva non poterlo baciare. Infatti, sul nostro
pianeta ci nutriamo per assorbimento d'alcool: la nostra pelle era strutturata
in funzione di tale utilizzo, il nostro cervello produceva vibrazioni sonore che
ci permettevano di farci capire; e quindi, non avendo bisogno di un sistema
digestivo, né di un apparato vocale, noi eravamo privi di bocca.
Prima di conoscere il sorriso di Harlock, la bocca, quella strada intima che
attraversa voi Terrestri e tante altre specie umanoidi, suscitava in me
decisamente disgusto. Mi accorsi presto che la mia mancanza di bocca ve ne
ispirava altrettanto. Di solito, quando vi capitava d'incontrarmi per la prima
volta, i vostri pensieri mi ferivano. E quando non vi disgustavo, avevate paura
di me e dei miei occhi gialli.
Invece Harlock fu affascinato dal mio viso e mi amò d'impulso. Il suo
atteggiamento di fiducia nei miei confronti facilitò la mia integrazione fra i
membri dell'equipaggio. Quando capii l'importanza che ha il pasto nei vostri
processi di socializzazione, io presi l'abitudine di assorbire l'alcool alla
vostra maniera, attraverso lo spazio che avrebbe occupato la mia bocca, se ne
avessi avuto una. Potevo così stare insieme all'equipaggio al momento del
pranzo, somigliare a tutti loro un po' di più, avvicinarmi a loro.
Inoltre potevo gustare insieme con Harlock i vini prelibati che lui apprezzava e
dei quali l'Arcadia era ben fornita. Dicevano che il Capitano fosse "di
bocca buona"; io ignoravo che cosa volesse concretamente dire questa
espressione. Il gusto è un senso astratto per me. Appresi che una "bocca
buona" apprezzava i sapori più delicati. Dal piacere che provava nel
baciarmi, dedussi che lui dovesse gradire il mio gusto... Avrei desiderato avere
anch'io il senso del gusto per poter assaggiare lui, per conoscere il sapore di
quegli orli rosa che lasciavano sulla mia pelle sensazioni umide e calde e che,
quando si degnavano di schiudersi appena un po', davano tanto risalto al color
madreperla dei suoi denti.
"Che ne vuoi fare di tutto il tempo di cui disporremo adesso?", mi
domandò, sempre rannicchiato tra le mie braccia.
- Riparerò l'Arcadia insieme a te.
La mia risposta lo fece ridere di cuore. Portò le mie mani, che teneva tra le
sue, verso la bocca e le baciò.
- Non voglio che tu rovini le tue stupende mani: hanno di meglio da fare.
Io non gli risposi e mi chiesi che cosa le mie mani potessero mai avere di
meglio da fare invece di aiutare lui a rimettere in sesto la nostra dimora.
Certo, esse si erano già abituate ad occuparsi di lui; certo, le mie lunghe
dita fini e delicate non si erano mai stancate di accarezzare la mia arpa dal
giorno in cui m'ero imbarcata sull'Arcadia. Ma forse le sue mani valevano meno
delle mie, perché lui solo si sentisse obbligato a rovinarsele?
Si aspettava forse che io passassi il resto della mia esistenza comportandomi
come ero solita fare in tempo di guerra, ora che eravamo finalmente in pace?
Le mie mani avevano già voglia di qualcos'altro; avevano voglia di costruire,
di indurirsi, di irrobustirsi come quelle del mio Capitano, che, del resto, non
erano molto più spesse delle mie.
Cosa desiderava che facessero, quelle mani? Non mi riusciva ancora di afferrare
le sue intenzioni: senza dubbio, in quel momento neanche ci rifletteva su, dato
che la risposta al quesito che io mi ponevo era per lui evidentemente ovvia da
molto tempo. Mi aiutò a formularla affrontando tutt'altro argomento:
- "L'isolotto "Ombra di Morte" dispone di risorse sufficienti da
permetterci di vivere il resto dei nostri giorni senza apprensioni ma, in
compenso, le nostre riserve di alcool non ti consentirebbero di resistere più
di qualche anno. Io farò crescere vigne e alberi da frutto, tanti quanti te ne
serviranno."
- "Trasformare l'isolotto "Ombra di Morte" in giardino
dell'Eden", mormorai, commossa. "Che splendida idea..."
- "Senza serpenti, ma con una distilleria", precisò lui, il volto
sorridente rannicchiato contro il mio petto. "Io ti fabbricherò gli alcool
più puri."
- "Ah?", mi stupii. "Anche questo, sarai tu a farlo?"
Lui lo dava per scontato e si meravigliò che io non sembrassi condividere il
suo entusiasmo.
- "E io, allora? Cosa ne farò di queste mani che hanno di meglio da fare
che rischiare di rovinarsi?"
- Ebbene... Tu ti prenderai cura dei nostri figli! Beh, s'intende... se lo
desideri...
Mi feci gialla per l'incredulità.
Era la prima volta che Harlock manifestava la sua voglia di essere padre.
Accolsi con gioia la sua proposta, sebbene ancora ignorassi come si potesse
generare un figlio dotato di vita con un terrestre tanto singolare.
I nostri figli avrebbero avuto una bocca? Gli occhi scuri, rotondi e mobili del
loro padre? Uno stomaco? Delle viscere? Io desideravo tanto che gli
rassomigliassero... e desideravo, nella stessa misura, che essi si facessero
portatori, per mio tramite, dell'eredità biologica del mio pianeta. L'idea di
creare una nuova specie di individui nell'universo mi spaventava, mi eccitava,
mi stordiva. Harlock ed io saremmo diventati l'Adamo e l'Eva dell'"Isolotto
dell'Ombra di Morte", un asteroide artificiale, nel cui cuore si sarebbe
sviluppato un ecosistema ricostruito di sana pianta, ma che, col succedersi
delle generazioni, avrebbe rischiato di rivelarsi troppo piccolo.
Espressi ad Harlock l'ipotesi che, col tempo, i nostri figli avrebbero forse
maturato il desiderio di tornare sul suo pianeta.
- "Ripopoleranno il tuo", replicò lui, con tono deciso.
Io scoppiai in lacrime. La densità della radioattività presente nell'atmosfera
di Jura avrebbe garantito il dominio delle piante mutanti per molte generazioni
ancora. Lui bagnò le sue dita delle mie lacrime zuccherose e se le portò alla
bocca; mi sorrise e poi mi disse, con aria seria:
- "Dacci tempo, Meeme... Troveremo il modo di rendere Jura di nuovo
ospitale."
Io saltai dal letto e corsi alle docce, al piano inferiore. Nel momento in cui
Harlock stava costruendo i suoi progetti per l'avvenire, io non mi sentivo in
diritto di mettere in mostra la ferita che non smetteva mai di sanguinare in me
dal giorno in cui il mio pianeta era stato annientato. Io stessa non avevo osato
immaginare che Jura potesse ridiventare abitabile. Privata del mio popolo, avevo
caricato Jura di troppi ricordi insostenibili per il mio cuore.
L'acqua calda ed il sapone ebbero presto la meglio sullo zucchero che
m'incollava i capelli alle guance e sigillava le ciglia una sull'altra. Mentre
mi facevo la doccia, Harlock doveva essere nella sala di comando: aveva appena
programmato la diffusione della musica nella sala delle docce e Vivaldi, un
compositore italiano della seconda metà del secondo millennio dell'era
giudaico-cristiana, invase lo spazio con una sinfonia leggera e vivificante,
intitolata: "Le quattro stagioni".
La primavera mi cambiò le idee. Un turbine di aria fresca m'era appena entrato
nel ventre ed io pensai all'ovulazione che avrebbe dovuto permettermi di
generare.
Infatti, su Jura un bambino non nasceva mai per caso. Le donne ovulavano
soltanto quando il loro desiderio di avere un figlio provocava in loro le
risonanze elettromagnetiche che a loro volta ordinavano al cervello di
diffondere gli ormoni necessari alla liberazione di un ovulo. Tale evento poteva
verificarsi soltanto due o al massimo tre volte nel corso della loro esistenza.
Quanto al liquido seminale degli uomini del mio pianeta, esso, in assenza delle
medesime risonanze elettromagnetiche scaturite dal loro desiderio cosciente e
incosciente di procreare, era e rimaneva semplicemente sterile.
Quindi, un figlio doveva essere desiderato da una parte e dall'altra per poter
essere concepito.
Il Dott. Zero aveva definito questa maniera di procreare: "l'inseminazione
spirituale". Si diceva che la bellezza dei nostri figli fosse proporzionale
all'amore che si scambiavano i loro genitori al momento del concepimento.
Harlock pensava che i miei genitori dovessero amarsi molto.
La gestazione da noi durava dai sette ai dieci mesi. Il bimbo nasceva quando si
sentiva pronto a nascere, senza dolore, né per lui né per la madre, alla quale
la concentrazione di alcool accumulata nel corpo durante la gravidanza garantiva
un parto quasi euforico.
Ma io potevo essere fecondata da Harlock?
Non mi ero mai posta la questione, prima d'ora. E, del resto, perché mai me la
sarei dovuta porre? Decidere di affrontare una maternità significa proiettarsi
nel futuro. E la minaccia delle Mazoniane, dopo aver distrutto il mio passato,
aveva limitato il mio avvenire all'istante presente. Fino al momento in cui ci
siamo salutati sulla Terra, l'equipaggio ed io vivevamo intensamente ogni
istante, senza porci alcun interrogativo, per evitare che la paura della
sconfitta potesse prendere il sopravvento. Quanto ad Harlock, lui era riuscito a
coltivare la fiducia nell'avvenire e a proiettarsi in esso, senza nutrire
aspettative, ma chiedendosi, piuttosto, che cosa l'avvenire avrebbe potuto
aspettarsi da lui.
Ed io, in questo preciso istante, sotto una delle docce dell'Arcadia, io pure mi
stavo chiedendo che cosa il destino avrebbe potuto aspettarsi da me. Le sue
aspettative erano compatibili con le mie aspirazioni?
In fondo, io desideravo soltanto essere la compagna del capitano, aiutarlo a
realizzare i suoi sogni, vegliare su lui, prendermene cura, volergli bene
finché lui lo desiderasse e finché la morte non ci separasse. Non aspiravo a
niente di più, e mi sembrava già molto, poiché gli umanoidi privi di stomaco,
come me, hanno poca ambizione personale. L'energia del nostro cuore e del nostro
spirito compensa l'aggressività dell'istinto di sopravvivenza ed il bisogno di
potere e di espansione che un ventre da riempire ogni giorno comporta.
Solo le emozioni e l'interesse collettivo spingevano la gente della mia razza a
superarsi, fino a rendersi temibile. Infatti, la fissione atomica dei nostri
eteri, provocata da un forte sentimento di paura o di ribellione, poteva
letteralmente e istantaneamente dare alle fiamme la causa del nostro turbamento.
Ma per turbarci ce ne voleva! E noi eravamo così poco abituati alla violenza
che ci siamo tutti quanti fatti sorprendere quando l'invasore è apparso.
In fondo, ancor più dell'ambizione smisurata delle Mazoniane, è stata la
nostra mancanza di aggressività a mandare in rovina Jura.
A pensarci bene, sarebbe stato meglio se avessimo avuto anche noi una bocca e un
ventre da nutrire: uno stomaco avrebbe forse reso i nostri spiriti maggiormente
vigili e agguerriti. E forse saremmo sopravvissuti...
Cominciavo a capire: se il popolo di Jura voleva rinascere dalle sue ceneri,
doveva colmare questa lacuna. Io ero l'ultimo ventre a disposizione e Harlock
era il primo stomaco che gli si offriva. Ma io potevo essere fecondata da questo
provvidenziale stomaco?
Un brivido mi percorse, dalla testa ai piedi, recando una risposta istantanea
alla mia domanda: Sì! Potevo. La natura fa le cose per bene: aveva previsto
tutto, compresa la fortuita combinazione del nostro incontro; ora stava a me
agire.
Le "Stagioni" di Vivaldi si erano concluse. Avvertii la presenza di
Harlock dietro la porta.
Stava a me agire.
Stava a me agire!
Stava a me agire... e io non sapevo che fare. Mi sentivo persa.
La porta della doccia si aprì, spinta da Harlock. Mi fissò per qualche
istante, inquieto, prima di chiudere l'acqua. Provai sollievo perché era venuto
a metter fine a quella doccia interminabile.
- "Che cos'hai, Meeme?", domandò lui allora, mentre io ero ancora
incapace di rispondergli. "Non restare là, vieni!", aggiunse,
attirandomi a sé.
Io nascosi il mio viso nell'incavo della sua spalla.
Io nascosi il mio viso nell'incavo della sua spalla.
"Ma di che hai paura?" lo sentii pensare.
Così come avevo fatto io con lui, dopo il suo incubo, un po' meno di un'ora
prima, egli mi strinse tra le sue braccia per rassicurarmi. Io mi strofinai su
lui per asciugarmi, fino a fargli perdere l'equilibrio. Lui si lasciò cadere
ridendo, trascinandomi con sé.
Amavo sentirlo ridere. Là, stesa su lui, nuda, i miei capelli blu zuppi d'acqua
che gli bagnavano il viso, io avevo il cuore che andava su di giri per l'effetto
dei miei eteri che, in fondo al mio ventre, erano in preda all'agitazione.
Harlock cominciava ad avvertire il cambiamento di densità del mio corpo, che di
attimo in attimo tradiva la mia eccitazione, appesantendosi quando si
raffreddava e alleggerendosi quando si scaldava.
Così, come accadeva a tutti quelli del mio pianeta, la mia temperatura, prima e
durante l'atto sessuale, passava da un estremo all'altro, dalle dieci alle venti
volte al minuto, come in preda a spasmi che simulassero l'andirivieni del
mercurio da un'estremità all'altra del termometro, modificando simultaneamente
il mio peso, che passava dal suo valore normale al doppio... poi tornava
normale... poi si riduceva ad un quarto.
Quando diventai più pesante di lui, egli mi rigirò sulla schiena, si chinò su
me e piantò il suo occhio in uno dei miei. Io vi lessi che lui voleva sapere se
desideravo che restassimo nella sala docce. Feci "no" con la testa.
- "Bene", rispose lui ad alta voce. "Portaci dove vuoi."
Io scostai la mia fronte dalla sua e gli proiettai dai miei occhi gialli la
prima immagine mentale che mi attraversò lo spirito.
Eravamo, da quel momento, lui ed io, nel mezzo del campo fiorito nel quale
l'aveva portato il suo ultimo sonno. Poiché aveva riconosciuto il posto, mi
lanciò uno sguardo di disapprovazione.
- "Tu spii i miei sogni?" mi chiese con tono severo.
- "No", feci io. "Ci sono entrata soltanto per
soccorrerti..."
- "Perché ci hai condotto qui?"
- "Non lo so. Forse perché poco fa questo posto l'ho trovato magnifico. Tu
no?"
- "Sì", rispose lui, accarezzandomi il volto. "Ma io non posso
fare l'amore su un terreno minato."
- "Non ci sono mine, Harlock. Non c'è nient'altro che la nostra paura di
credere in giorni sereni."
Egli tastò con le proprie mani il terreno attorno a noi e, quando si fu
tranquillizzato, si svestì, mentre io immergevo il naso nel tappeto di fiori
per respirarne il profumo. Senza neppure guardarlo, sapevo che Harlock, mentre
si spogliava, fissava la curva della mia anca, che l'erba alta lasciava comunque
intravedere. Un istante dopo, la sua mano venne a posarvisi, poi vennero le sue
labbra, poi la sua spalla, poi la sua anca, mentre le sue labbra e le sue mani
baciavano e accarezzavano già altre parti del mio corpo, dentro il quale tutto
era caos; gelo e fusione, allentamenti e pressioni, vuoto e pieno... Il mio
ventre si preparava all'amore, si apprestava ad accogliere quest'uomo del quale
avevo imparato ad apprezzare la temperatura costante, i leggeri morsi, i
sospiri, il fiato corto e soprattutto il sorriso su un viso sereno e rilassato.
Straripamenti magnetici, tipici del mio stato d'eccitazione, scaturirono dal
palmo delle mie mani e dalla punta delle mie dita, che li trasmisero
immediatamente nelle reni di Harlock, che di rimando aveva molta energia da
dividere e che la diffuse nel mio ventre al ritmo degli inverni e delle estati
che vi si alternavano con una cadenza sfrenata, modificando in modo sempre più
frenetico la mia densità e la pressione dei miei fluidi, per suo sommo, e
parimenti mio, piacere...
Nel mio immaginario, che mentalmente continuavo a proiettargli, avevo appena
generato una pioggia d'estate per rinfrescarci. La terra, sotto il tappeto di
fiori, apprezzò la mia iniziativa: bevve la pioggia senza ritegno e mi
ringraziò offrendo, ad Harlock e a me, i propri "effluvi di terra dopo la
pioggia", che contribuirono alla parte soggettiva del nostro benessere. Un
vento leggero fece presto la propria comparsa, portando con sé un po' della
primavera di Vivaldi.
- "Vivaldi! Era la mia idea!", fece lui ridendo, nel momento in cui
m'ero appena risollevata per riprendere posto al di sopra di lui.
- "Era un'idea davvero delicata, grazie...", replicai io mentre lo
cavalcavo.
- "Perlomeno, un'idea che non ti ha spaventata", disse lui, con tono
un po' colpevole, nell'istante in cui io stavo per introdurlo in me. Egli chiuse
l'occhio e sorrise di soddisfazione.
I miei fluidi si ghiacciarono. Senza volerlo, Harlock mi aveva appena offesa. Io
non ero né più né meno timorosa di lui: mentre lui le sue paure le sognava,
io le mie le vivevo. Ecco tutto. Contrassi i muscoli dell'addome per impormi
maggiormente allo sguardo ed al sesso di quest'uomo che non aveva smesso
d'impressionarmi dall'istante in cui l'avevo incontrato, e causai attorno a noi
l'esplosione di centinaia di mine, nel campo di fiori in cui ci trovavamo.
Harlock sobbalzò: sentii le sue palpitazioni dentro me, fin nel profondo. Una
pioggia di terra umida e di fiori ridotti a brandelli ci cadde addosso. L'odore
dello zolfo si era impadronito del luogo; quanto a Vivaldi, evidentemente s'era
dileguato.
Mi ripetevo che stava a me agire; stava a me agire, ed era il momento.
Il suono della mia arpa venne ad incoraggiarmi, trasportato da un altro vento
lontano. Io fissavo l'occhio di Harlock, in cui leggevo sia sorpresa che
eccitazione. Mi afferrò per le spalle per riavvicinare il mio viso al suo e per
scrutare la fiamma incandescente del mio occhio giallo, mentre io facevo
oscillare il mio bacino sul suo ventre.
- "Ho superato le mie paure", dissi... "Non ho più paura delle
tue idee. Non ho più paura dei tuoi progetti. Sarò la madre dei tuoi figli e
loro ripopoleranno Jura."
Strofinai il busto contro il suo petto... Eravamo entrambi coperti di fango, in
mezzo a quel campo improvvisamente diventato meno bucolico, ma poco m'importava.
Sentivo che nel mio ventre la temperatura aumentava in maniera anomala; avevo
l'impressione di fondere, ed il mio corpo, fattosi leggero più di quanto
solitamente avvenisse in tali circostanze, sembrava volersi staccare dalla mia
anima. Quindi mi aggrappai al collo di Harlock, che come me sopportava la mia
ascensione termica. Egli capì che qualcosa di speciale stava per succedere.
Entrambi eravamo commossi. Il suo occhio mi fece una confessione che non avrei
mai udito dalle sue labbra: "Sono molto fortunato ad averti accanto a
me..."
I miei fluidi energetici agivano senza alcuno sforzo da parte nostra. Mi accesi,
vidi per un istante l'uomo della mia vita fluorescente proprio come me. Anche il
campo devastato si accese prima di scomparire.
Non c'era più il campo di fiori... né il fango, né il vento...
Non restava che il ronzio dei reattori dell'Arcadia ad accoglierci nuovamente
sul pavimento della sala delle docce, con Harlock che riprendeva fiato
stringendomi forte a sé, e col suo stomaco che sentii borbottare sotto il mio
ventre. Uno stomaco che borbotta... Com'è strano un corpo umano!
"Anche se conosco a memoria i rapporti medici del Dott. Zero che la
riguardano, l'anatomia di Meeme non finisce di stupirmi per la sua complessità.
Più che la ragione, è l'intuizione che mi spinge a credere che il mio corpo
proteico ed il suo corpo eterico siano non soltanto compatibili, ma anche
complementari.
Dopotutto, il Big Bang ha prodotto incontri più improbabili del nostro.
Ho visto il CAOS primigenio negli occhi di Meeme, oggi.
Se dovesse nascerne un individuo, io ho motivo di temere che sarebbe tormentato.
Da parte mia, desidererei proteggere il più possibile Meeme dal tormento, anche
dal mio, ma controllare in sua presenza la natura dei miei pensieri mi richiede
una concentrazione permanente.
Io vorrei, adesso che siamo soli lei ed io, addormentarmi e risvegliarmi al suo
fianco, ma non posso controllare i miei sogni; e non voglio che lei si trovi di
fronte agli angolini oscuri, vili e inconfessabili che il mio inconscio potrebbe
celare nel profondo.
Lei l'ha già capito. S'è appena ritirata nella sua camera per riposarsi. Il
suo pudore la rende ancor più preziosa al mio cuore.
Non ho più rivisto Tori-San da quando abbiamo lasciato la Terra. Quell'uccello
ha conosciuto l'Arcadia ancora in costruzione, però continua sempre a perdersi.
E poi, diventa vecchio... E l'equipaggio gli deve mancare.
Io vado a cercarlo e a valutare più da vicino i danni che l'Arcadia ha subito e
che non mi sono stati ancora segnalati. Questo mi permetterà forse anche di
capire come mai da un po' stiamo perdendo velocità. " L'Isolotto
dell'Ombra di Morte " non mi è mai sembrato così lontano."
Harlock.
Dopo che avemmo lasciato la sala delle docce, Harlock fece tacere lo stomaco
ingurgitando una quantità di alimenti che in altre circostanze avrebbe definito
irragionevole: poco meno di mezza forma di pane alle noci (il suo preferito)
ricoperta di marmellata di lamponi.
Sembrava proprio gustarsela. Non era un uomo difficile da accontentare a tavola;
in fondo, amava il sapore delle cose semplici e naturali: la frutta, in genere,
e quella secca in particolare, le gallette di riso, di mais o di seitan, l'olio
d'oliva, le erbe aromatiche e la pasta di mandorle.
Ci eravamo accomodati nella sala mensa dell'Arcadia, quel tempio della
scurrilità da caserma, che allora era divenuto tranquillo come un autentico
luogo di culto.
Era raro che Harlock vi pranzasse: tutt'al più vi accompagnava talvolta il suo
equipaggio per un bicchiere di vino, quando c'era un avvenimento da festeggiare.
Ma normalmente egli preferiva consumare il suo pasto da solo, in silenzio,
evitando il più possibile di incrociare Mazusan, la nostra cuoca di bordo, che
non smetteva di rimproverargli di non mangiare abbastanza:
- "Ma insomma, Capitano! Faccia almeno un piccolo sforzo! Lei finirà per
ammalarsi, se non mangia! Guardi com'è magro! Somiglia al suo uccello, a via di
mangiare semi... Non ci sarà mai una donna che vorrà saperne di lei !!"
Ella era l'unico membro dell'equipaggio che osasse fargli osservazioni così
personali. In quei momenti vedevo Harlock sollevare l'occhio, sospirando
incredulo e irritato, mentre, divertita, sentivo Mazusan pensare: "Dio mio,
ma perché non ho vent'anni di meno?!"
Dato che Harlock non aveva mai ufficialmente chiarito la natura del suo rapporto
con me, la brava donna rifiutava fra sé di ammettere quello che sull'Arcadia
non solo era evidente per chiunque, ma costituiva anche, per la maggior parte
dell'equipaggio, un argomento ricorrente per battute di pessimo gusto. Io ero
arrivata a confezionarmi un abito lungo e ampio, che non mi lasciò più, per
nascondere le parti del mio corpo sulle quali i loro occhi si soffermavano con
tanta insistenza.
Chiaramente, nessuno avrebbe fatto il minimo commento su noi in presenza del
Capitano, ma benché davanti a me essi tacessero, i loro pensieri risuonavano
come altrettante eco offensive e degradanti, che il suono della mia arpa non
sempre riusciva a coprire.
Sebbene io non me ne fossi mai lamentata con lui, Harlock aveva compreso il
dispiacere e la vergogna che il suo equipaggio mi causava suo malgrado.
E non tardò a trovare le parole per consolarmi in modo definitivo.
- "I miei uomini, anche ubriachi fradici, non ti mancheranno mai di
rispetto: sanno che non lo permetterei. Ma io non posso impedirgli di pensare
ciò che vogliono e, purtroppo, i Terrestri che si annoiano hanno la spiacevole
tendenza ad occuparsi di ciò che non li riguarda, e più domande si pongono,
più risposte inventano. Risposte che hanno il colore del loro stato d'animo.
Quindi, se i loro pensieri ti sembrano sporchi, Meeme, ricorda che loro sono da
compatire più di te".
- "Ma perché sentono il bisogno di sporcare tutto quel che c'è di più
bello?", gli avevo chiesto mentre le lacrime mi salivano agli occhi.
- "Perché sono infelici", mi aveva risposto la sua voce ferma e dolce
al tempo stesso, che non giustificava nulla, ma sembrava sempre capire le
verità più inaccessibili.
Ero persa nei miei pensieri... in questi tristi ricordi, che erano però
altrettante prove dell'amore che Harlock provava per me con discrezione, quando
lui mi trascinò fuori dai miei sogni per chiedermi quando avessi visto Tori-San
l'ultima volta. Tori era l'uccello di Toshiro e non lasciava più il capitano
dalla morte del padrone. Io non l'avevo più visto dal giorno precedente, quando
noi ci eravamo addormentati e poi al risveglio non ci eravamo preoccupati per la
sua assenza.
I sistemi d'allarme e di sorveglianza interni dell'Arcadia erano divenuti
inutilizzabili e non ci era possibile ripararli subito. Mi sarebbe piaciuto
accompagnare Harlock nella sua ricerca, ma l'esperienza del "campo di fiori
minato" mi aveva talmente sconvolta che provavo ancora le vertigini. Quando
Harlock s'accorse che stavo per perdere conoscenza, mi portò nella sua camera.
La mia temperatura era ancora molto alta e manteneva i miei eteri così leggeri
che lui non dovette fare una gran fatica nel portarmi.
Sarebbe stato piacevole farmi trasportare da lui se, con la testa appoggiata
sulla sua spalla, non avessi avuto modo di contemplare le ferite dell'Arcadia.
Dopo l'assalto in massa delle Mazoniane a bordo, mi ero sforzata d'ignorare le
porte di sicurezza sfondate, i muri dei corridoi anneriti, bruciacchiati,
devastati, bucati; gli impianti elettronici messi a nudo...
- "L'Arcadia soffre", gli dissi dolcemente nell'orecchio. "Io la
sento gemere".
- "È molto fortunata se è ancora in grado di gemere", rispose lui
spingendo con la spalla la porta della sua camera.
Mi adagiò sul suo letto, lasciandomi sola per qualche istante, per ricomparire
poi con una decina di bottiglie di vino, che mi fece bere una dopo l'altra;
tuttavia la mia temperatura non diminuì. Lui mi chiese cosa fosse, secondo me,
a mantenerla a quel livello.
- "Forse la rabbia", mi sentii rispondere con stizza.
- "Tu oggi sei strana, Meeme. Non ti riconosco", fece lui irritato.
"Con chi o con cosa sei arrabbiata ?"
- "Con me... Io posso leggere i tuoi pensieri quando tu lo desideri, ma non
sono in grado di baciarti!! Come vuoi che io ti capisca veramente ?"
Mi prese il viso tra le mani, con aria davvero preoccupata. Io lo sentii pensare
che la febbre mi facesse delirare.
- "Per favore, Harlock ! Insegnami a baciare !"
Servendosi del suo pollice, mi disegnò teneramente una bocca sotto le narici.
Proiettai nel suo occhio il mio bisogno incontenibile di possedere una bocca
almeno per un istante nella mia vita. Egli vide la mia pelle arrossarsi,
gonfiarsi e aprirsi sotto il suo dito. Divaricò le mie labbra per scoprirvi, al
di là, due file di denti splendenti, perfettamente allineati, ma le mie
mascelle erano saldate. Non c'era niente dietro quei denti... A meno che lui non
volesse immaginarmi simile a sé... Immaginarmi la lingua, che non potevo
proiettargli mentalmente, dato che non ne avevo mai fatta l'esperienza. Se lui
fosse riuscito a sentirla, a percepirne il gusto, l'avrei sentita anch'io. È
quello che avrebbe fatto probabilmente un uomo del mio pianeta, se avesse
potuto...
Ma Harlock era figlio della Terra e, sebbene non mancasse d'immaginazione,
metteva quest'ultima principalmente al servizio del suo spirito pratico. E me lo
dimostrò immobilizzandomi sul suo letto e stringendomi il naso per costringermi
a respirare per altra via.
Io divenni gialla per il panico, ma, poiché lo sentivo fiducioso nella sua
idea, mi aggrappai a quell'esperimento e continuai a proiettare in lui quella
bocca, che per il momento era ancora perfettamente inutile.
L'esperimento si faceva doloroso. Stavo per soffocare. Mi dibattevo e tentavo di
liberarmi dalle sue braccia, ma la mia densità troppo debole non me lo
permetteva. Fu allora che sentii la mia bocca aprirsi e i miei tessuti lacerarsi
dietro le mascelle, creando una nuova strada verso i polmoni. Era l'idea che
aveva avuto Harlock per liberarmi della mia rabbia... Inspirai per la prima
volta con un rantolo fragoroso, espirai subito e ripresi quel riflesso che fino
a quel momento mi era stato sconosciuto. Respiravo con un fragore tale da
causarmi imbarazzo.
Mi trovavo grottesca. L'idea di possedere una bocca mi era sempre parsa molto
più romantica. Davanti al ridicolo della situazione, avvertii spasmi nervosi
nel mio ventre, che dettero al suono dei miei rantoli un ben diverso colore.
Stavo per ridere, per la prima volta... E trovai la cosa talmente strana che non
me ne volli privare.
- "Bene, Meeme, respira! E ridi quanto puoi! È anche a questo che serve,
una bocca", mi disse lui, sollevato per non dovermi più far mancare l'aria
nel tentativo di assecondare un mio capriccio, che in altre circostanze non
avrebbe neppure compreso.
Ridere mi fece un gran bene. Non riuscivo più a fermarmi... Harlock rideva con
me e constatò che la mia temperatura si stava abbassando.
Avvertivo con sollievo che mi stavo appesantendo. Quando i miei spasmi ebbero
fine, mi aggrappai al collo del mio amato per prendere possesso delle sue
labbra: fu proprio in quell'istante che le mie scomparvero.
Soffrii per la delusione.
A quel punto del nostro viaggio, perché l'esperimento s'interrompesse, era
necessario che uno di noi due lo decidesse. Perché mai lui non mi aveva
permesso di andare più lontano? La mia rabbia e la mia febbre erano passate, ma
io mi sentivo triste e tradita.
Egli mi strinse tra le sue braccia, nonostante la resistenza che il mio dolore
opponeva.
Ma comunque i suoi pensieri mi rassicurarono:
- "Capisco che tu sia delusa, ma credimi, è meglio così. Perché
arrabbiarsi per qualcosa che non puoi cambiare? L'illusione di avere una bocca
non può comunque dartene una. E l'esperienza di averla rischia di fartene
sentire la mancanza in seguito. Non hai bisogno di sapermi baciare per capirmi
meglio. Se la mia bocca è un mistero per te... (Nel pensarlo, egli rise)
ebbene, lasciamelo. È sicuramente uno dei pochi ai quali non hai accesso. Sii
saggia, mia cara Meeme. È così che ti preferisco."
Risposi alla sua stretta per comunicargli che avevo ricevuto chiaramente il suo
messaggio. Ora mi sentivo stanca, ma stavo molto meglio.
- "Ripòsati", mi disse lui, dirigendosi verso il fondo della sua
stanza, ove sedette alla sua vecchia scrivania di legno intarsiata di orrendi
teschi, che era appartenuta ai suoi avi. Era lì che redigeva il suo diario.
Aveva ragione. Io avevo bisogno di riposo. Ma sentivo anche che lui aveva
bisogno di star solo. L'esperimento fatto un istante prima mi aveva perlomeno
resa consapevole del suo bisogno di conservare una parte di mistero ai miei
occhi. Una parte di mistero riguardo al suo corpo, ma anche riguardo ai suoi
pensieri.
Presi congedo da lui e mi ritirai nella mia camera, dove mi addormentai senza
indugi, di un sonno lungo e placido: quel genere di sonno grazie al quale non
sai più per niente dove sei quando ti risvegli.
Fu effettivamente con questo stato d'animo che tornai in me, ma c'era un motivo
ben preciso: intorno a me qualcosa era cambiato. Osservai l'ambiente che
circondava il mio letto. Era decisamente identico a quello che conoscevo da due
anni: un letto in mezzo ad una camera vuota senza effetti personali. Tranne la
mia arpa, che era rimasta nella camera di Harlock, io non possedevo niente. Dal
momento che il cambiamento che mi lasciava perplessa non era nell'ordine delle
cose visibili, concentrai i miei sensi sui suoni ambientali. E così constatai
che, a parte il rumore dell'aria che inspiravano ed espiravano le mie narici,
non c'era intorno a me che il silenzio. Il silenzio autentico... il grido del
nulla.
Quel silenzio che raramente si percepisce nella vita. Infatti, nel tempo che era
intercorso tra l'attimo in cui m'ero addormentata ed il mio risveglio, l'Arcadia
s'era ammutolita.
Attivai il microfono incassato nel muro accanto al mio letto e chiesi ad Harlock
se avesse fermato i motori. Mezzo minuto dopo, egli mi rispose affermativamente,
prima di domandarmi, con tono irritato, se da me andasse tutto bene.
Io lo rassicurai e gli chiesi se potevo essergli utile. Lui tolse il contatto
senza rispondermi. Era il suo modo di avvisare che era di cattivo umore e di
chiedere che lo si lasciasse in pace.
Fu allora che una voce femminile mi colse di sorpresa: una voce che rideva alle
mie spalle, a due metri da me.
- "Mio padre è ingegnere aerospaziale", fece lei. "Pensi per
caso che abbia bisogno di te per riparare l'Arcadia?"
Ebbi un sobbalzo e mi voltai.
- "Chi è tuo padre?" chiesi a quella interlocutrice ancora invisibile
ai miei occhi.
- "L'uomo col quale hai appena parlato."
Provai a ritrovare la calma, mentre la persona che mi rivolgeva la parola si
materializzava progressivamente davanti a me.
- "Dunque Harlock ha una figlia?" domandai sommessamente.
- "Ne ha nove."
Credetti di svenire per lo stupore, ma colsi nella voce di quella donna
l'intenzione di spiazzarmi con quell'informazione, che tuttavia sembrava
sincera.
Le sue sembianze cominciavano a precisarsi. La mia visitatrice somigliava ad
Harlock in maniera impressionante.
La sua figura aveva qualcosa di androgino: era alta e snella, i suoi fianchi
erano stretti ed il petto quasi inesistente.
Il suo corpo asciutto e muscoloso era avvolto in una tunica nera stretta da una
cinghia di cuoio, che ornava il motivo del nostro vessillo. Una lunga spada le
scendeva lungo la coscia, ma la sua arma più temibile sembrava essere la
parola.
Mi alzai e camminai nella penombra della mia stanza, sino a raggiungere l'oblò,
senza guardare nella sua direzione.
- "Davvero?" domandai. "Harlock avrebbe nove figlie e non me ne
avrebbe mai parlato?"
- "Ma tu credi veramente che lui non abbia alcun segreto per te?"
ribatté lei ironicamente.
- "No", risposi, sempre senza guardarla, "...Ma so che non
abbandonerebbe mai i suoi figli."
Mi decisi a volgermi verso lei e ad affrontare il suo sguardo.
Lei doveva avere poco più di vent'anni, il portamento fiero e sicuro, una
chioma bruna e selvaggia che le celava gli occhi. Riconobbi sul suo viso il naso
e le labbra di Harlock. La somiglianza era tale che mi chiesi per un istante se
non stessi per caso ancora dormendo, se tutto ciò non fosse, in fin dei conti,
nient'altro che un'illusione, una proiezione del mio desiderio di generare
figli.
Interrogai la probabile proiezione della figlia di Harlock e le chiesi il suo
nome.
Lei mi rispose dicendo di chiamarsi Tita.
- "Sei molto bella, Tita. Somigli a tuo padre", le dissi commossa.
Ella replicò affermando che nessuno avrebbe mai immaginato quanto lei avrebbe
desiderato, piuttosto, somigliare alla madre. Le domandai perché.
- "Perché nessuno potrà mai affascinare mio padre quanto lei."
Mi avvicinai a lei e le sollevai la ciocca di capelli che le nascondeva gli
occhi. Lei chiuse le palpebre prima che io potessi vedere ciò che esse
celavano.
- "Tua madre... La madre delle sue nove figlie?" domandai.
Lei annuì. Sentii che era sincera. Fui percorsa da un brivido, ma tentai
rapidamente di fare il punto della situazione: Harlock aveva generato nove
figlie con una donna di cui ignoravo l'esistenza, e che doveva averlo abbagliato
a tal punto che lui l'aveva rimossa dai suoi pensieri, lasciando una notevole
zona d'ombra supplementare nella sua biografia... Aveva dunque nove figlie, una
delle quali doveva avere più di vent'anni. Quindi egli doveva essere molto più
anziano di quanto affermasse, oppure, contrariamente a quel che mi aveva
raccontato, doveva essere stato iniziato all'amore ancor prima che la sua voce
avesse avuto il tempo di mutare. Ma questo non poteva essere. Harlock aveva in
orrore la menzogna: piuttosto che mentire, egli avrebbe taciuto la sua età.
Tutto ciò non aveva senso; eppure continuai a sentire sincere le affermazioni
di Tita.
- "Perché chiudi gli occhi?" chiesi tenendole la mano.
- "Affinché tu dubiti un'ultima volta di averlo conquistato
definitivamente."
Le sue palpebre in quel momento si sollevarono, scoprendo due immensi occhi
felini, gialli e luminosi.
Io divenni gialla per l'emozione e per il sollievo: mi trovavo di fronte a mia
figlia, che si accese a sua volta.
Ella mi tenne l'altra mano, poi sedette sul mio letto, suggerendomi di fare
altrettanto.
Ci guardammo per un lungo istante con curiosità e incanto. E alla fine le
chiesi perché fosse venuta a parlarmi.
Le sue mani risalirono lungo le mie braccia, per esercitare una pressione, che
sembrava richiedere da me sia vigilanza che compassione.
Nonostante l'indubbia arroganza della quale Tita aveva appena dato prova, gli
attimi che erano trascorsi dalla sua apparizione nella mia camera risultano
comunque fra i più magici della mia esistenza.
I minuti che seguirono li considero tra gli choc più violenti della mia vita.
Con un distacco che non avrei immaginato "forzato" se non fossi stata
sua madre, lei dichiarò:
- "Questa conversazione sarà sicuramente l'ultima che avremo, Madre. Io ti
chiedo già perdono per il male che ti causerò. Provo vergogna per le mie
azioni e per la natura dei miei pensieri futuri, ma tutto questo fa parte di un
destino del quale io non avrò interamente la responsabilità. Le mie sorelle ti
daranno immense gioie e soddisfazioni, ma io, la tua primogenita, sarò la causa
della tua sofferenza più acuta dopo la distruzione di Jura. Io sarò la tua
seconda morte.
Non cercare di leggere nei miei pensieri le prove che il nostro futuro ha in
serbo per noi. Sappi soltanto che io ti decreterò un odio viscerale e che tu
dovrai imparare a proteggerti da me."
- "Allora... io sono incinta...", dissi piano, urtata dalla forma
brutale che aveva assunto l'annuncio di quel felice evento.
- "Sì", mi rispose Tita. "La mia incarnazione arriverà da un
momento all'altro. Ma hai ancora la possibilità di rinunciare alla mia venuta
al mondo."
- "Ma come puoi mettermi davanti ad una scelta del genere?",
m'indignai. "Nasci pure, se ti sembra bello, figlia mia!!!"
Misi la mia mano a pochi centimetri dal suo cuore, chiudendo gli occhi, per
sondare meglio la qualità della sua anima.
- "Io avverto in te un'energia così bella!", dissi. "Sarebbe un
peccato se tu non nascessi. Ma perché dovrò proteggermi dal tuo odio? Cos'è
che mi farà meritare un castigo simile?"
- "La tua bellezza, il tuo coraggio, la tua dolcezza, la tua pazienza, la
tua dignità. Tutte queste qualità, che ti varranno l'ammirazione di mio padre,
mi saranno insopportabili ancor prima di nascere", replicò lei col
medesimo distacco.
La strinsi fra le mie braccia, cercando di convincerla che avrebbe potuto
sviluppare le stesse qualità anche lei. E allora ella mi comunicò che quella
prova era, per alcune ragioni che non era autorizzata a rivelare, necessaria
tanto alla sua evoluzione quanto alla mia, e che essa era stata decisa da forze
che avevano potere su noi.
- "Quali forze?!", chiesi col tono di una madre in collera; tono al
quale Tita replicò con quello di una bambina colta in fallo:
- "Le stesse forze che hanno fatto incontrare mio padre e te. Non posso
dirti di più."
Non insistetti; posi di nuovo la mia mano a pochi centimetri dal suo cuore e vi
concentrai tutto l'amore che desideravo lei portasse con sé durante la sua
incarnazione, e conclusi:
- "Nasci e fa' quello che devi fare, figlia mia. E che le tue sorelle
possano giovarsi dell'amore di cui tu mi priverai."
Lei mi sorrise, prima di scomparire nello stesso modo graduale col quale mi era
apparsa, mentre io continuavo a trasmetterle l'energia della mia profonda
speranza che quella prova che ella m'aveva appena annunciato non si prolungasse
all'infinito.
Quando la sua immagine fu scomparsa del tutto, io rimasi seduta sul mio letto a
chiedermi se per caso non avessi appena sognato. Una tremenda tristezza
s'impossessò di me; una tristezza della quale non avrei potuto far parola con
nessuno. Infatti, non tenevo a mettere Harlock a parte di ciò che avevo appena
vissuto. Avevo voglia di gridare con tutta l'anima, ma, proprio come il capitano
aveva appena fatto con l'Arcadia, decisi di ridurre il mio relitto al silenzio.
Il silenzio autentico... il grido del nulla.
Avevo raggiunto la camera del capitano per recuperare la mia arpa.
Appena ebbi il mio strumento tra le mani, le mie dita avvertirono il bisogno di
accarezzarne le corde per esprimere il dolore che il mio cuore serbava dalla
visita di colei che sarebbe diventata la mia figlia maggiore.
Sedetti al mio solito posto accanto al letto di Harlock e mi lasciai consolare
dalla musica che sgorgava dalle mie dita.
Solitamente io cominciavo una melodia con le stesse note, il tema generico della
mia anima, che continuava e terminava in base al mio stato emozionale. Non
ricordo più che cosa stessi suonando nel momento in cui Harlock entrò nella
mia camera. Ricordo soltanto che, assorbita dai miei pensieri, non mi sono
accorta della sua presenza se non nell'attimo in cui egli mi prese l'arpa dalle
mani, gridando con un tono preoccupato:
- "Di che strano umore ti trovo oggi, Meeme!!"
Posò la mia arpa sul suo letto e mi tirò per il braccio, proseguendo:
- "Andiamo alla ricerca di Tori. Questo ti cambierà le idee!"
Alcuni istanti dopo, mentre percorrevamo il corridoio principale dell'ala ovest
del vascello, lui mi spiegò che, contrariamente ai nostri sistemi d'allarme, di
sicurezza e di sorveglianza interni resi inutilizzabili, tutti i motori, i
reattori ed i propulsori dell'Arcadia erano rimasti assolutamente indenni, e che
l'arresto di uno di essi era stato probabilmente provocato dalla presenza
indesiderata di Tori San in uno spazio per ora vulnerabile. Dovevamo ritrovarlo
ad ogni costo, ma cercare un uccello in una nave spaziale delle dimensioni
dell'Arcadia costituiva una sfida.
Quindi Harlock si affidò al mio intuito, ma io davvero ignoravo dove Tori
potesse trovarsi.
- "Tu credi che sia sempre vivo?", insisté il mio amore, che
camminava sempre al mio fianco.
Io mi concentrai sulla sua domanda, ma non avevo sempre risposte da fornirgli.
Il silenzio e l'immobilità dell'Arcadia cominciavano ad angosciarmi, ma per non
rischiare inutili incidenti, il capitano era deciso a non riavviare i motori se
non dopo aver ritrovato l'uccello del proprio amico e averlo messo in gabbia;
almeno fino al nostro arrivo all'"Isolotto dell'Ombra di Morte".
Camminavamo al di sotto delle stanze che, fino al giorno prima, erano occupate
dai membri dell'equipaggio. Improvvisamente mi sembrò di sentirvi lo
spostamento di un gruppo di persone.
- "Harlock!!", esclamai. "C'è qualcuno al piano di sopra!"
Lui m'informò di avere appena ispezionato scrupolosamente quella zona e di non
avervi trovato nulla: ne aveva precluso l'accesso e tolto l'illuminazione.
- "Io sento rumore di passi", insistetti.
Lui si fermò un istante e ascoltò attentamente, prima di concludere che era la
mia immaginazione che mi stava facendo strani scherzi.
Le sue parole mi ferirono: aveva appena invocato il mio intuito perché lo
aiutasse nella sua ricerca, ma non sembrava volersi fidare del mio sesto senso.
Comunque, pensai che forse aveva ragione. Dopotutto, io ero in uno stato
emozionale particolarmente confuso dal momento della nostra partenza, e avevo
fiducia nel suo senso dell'osservazione acuto e sintetico, nonché nel suo fine
udito, che aveva saputo compensare l'assenza accidentale del suo occhio destro.
Però io continuavo a sentire ciò che lui non sentiva.
Qualche minuto dopo, ebbi anche la strana sensazione di essere osservata:
eravamo seguiti da un paio d'occhi che non distinguevo, ma che stimavo di
piccola taglia, e che si spostavano a meno di un metro dal suolo.
Io mi fermai, decisa stavolta a farmi forza. Feci marcia indietro e mi
avvicinai a quella presenza, che fece a sua volta marcia indietro. Ebbi
l'impressione che volesse indicarmi una direzione da seguire.
Quando Harlock mi chiese dove stessi andando, io non gli risposi; in effetti
stavo seguendo un'impressione troppo soggettiva, che non desideravo sentire
messa in dubbio da lui.
Mi seguì a sua volta sino all'entrata dei dormitori al piano superiore, di cui
mi aprì l'accesso.
Silenziosa e fiduciosa, penetrai nell'oscurità, nella quale i miei occhi
potevano vedere agevolmente senza sforzo alcuno. Harlock non mi seguì oltre. La
porta di sicurezza si richiuse. La spia fantasma sembrava adesso tenersi davanti
a me, a pochi metri di distanza. Il mio udito cominciava a distinguere sempre
più chiaramente la natura dei passi che avevo sentito poco prima, quando
attraversavo il piano inferiore.
Si trattava dei passi di un gruppo di persone leggere e turbolente; distinguevo
anche risate di bambini. Il mio cuore palpitava d'emozione quando gli occhi
della mia spia finalmente si rivelarono: erano simili ai miei e illuminavano il
dolce volto di una bimba di appena un anno e mezzo. Un viso roseo e paffuto
incorniciato da lunghi capelli blu e fini. La bimba, che indossava una camicia
da notte di pizzo bianco, mi osservava, molto curiosa, succhiando un biberon di
vino rosso.
Altre bambine accorsero verso noi, curiose, radiose e sorridenti. Ognuna di loro
correva a piedi nudi e sembrava prepararsi per andare a dormire. Un anno,
all'incirca, sembrava separarle l'una dall'altra; in quel preciso istante io
avevo davanti a me le otto paia di occhi gialli della mia futura progenie, che
avrebbe nuovamente diffuso la vita sul mio pianeta. Le loro espressioni gioiose
e birichine contrastavano a tal punto con il tormento che poco prima animava
Tita, da farmi piangere d'emozione.
Otto piccole criniere blu, brune, bionde e rosse si sarebbero presto messe a
letto fino alla loro nascita.
- "Vieni?", mi chiese la più piccola, che aveva quasi finito il suo
biberon.
La più grande le si avvicinò e la prese in braccio.
- "No, SABINE", le disse. "La mamma deve aiutare papà a
ritrovare l'uccello."
La piccola Sabine si dibatteva, protestando.
- "No, TAMI!!! No!!! Voglio la mamma!!!"
- "La vedrai più tardi", continuò Tami, conducendo a forza sua
sorella in una delle camere del corridoio.
I loro lunghi capelli blu intrecciati formavano ormai un'unica massa serica.
Quanto mi sarebbe piaciuto che Harlock le avesse viste. Tita, Tami, Sabine...
Tre delle sue figlie si erano rivolte a me ed io non potevo fargliene parola.
Due delle mie otto figlie s'erano appena eclissate, ma le altre sei mi
guardavano con molto interesse.
Interpellai la nuova anziana del clan, chiamandola col suo nome; ignoravo però
il modo con cui esso era stato portato spontaneamente alla mia conoscenza.
- "Dimmi, DANA, sai dov'è Tori San?"
- "Certo", rispose lei ridendo.
Aveva la voce dolce e servizievole; Dana sarebbe stata la mia unica figlia
bionda e, in questo, mi ricordò stranamente la mia sorella più giovane.
- "Si trova nella morsa dello sperone di prua", affermò.
- "Ah davvero?", feci io stupita. "È proprio l'ultimo posto dove
avrei immaginato che potesse essere. Sei proprio certa che si trovi là?"
Lei confermò, sicura di sé.
- "Tenta di fuggire", continuò l'ultima delle mie figlie ad avere i
capelli blu.
Si chiamava NINA. Io lo sapevo. Le parole sibilavano nella sua bocca, a cui sul
davanti mancava un dente. Mi avvicinai alle due più piccole tra le mie bimbe
ancora presenti e le strinsi tra le mie braccia: KIRA ed EDITH avevano
rispettivamente quattro e tre anni. Brune come il loro padre, sembravano
inseparabili; si lasciarono stringere senza resistenza.
- "Perché cerca di fuggire?", chiesi respirando i capelli delle mie
due bambine.
- "Perché ha paura del cane", rispose la criniera rossa del clan. Si
chiamava LEBATH; doveva avere sei anni. La sua pelle era cosparsa di lentiggini.
Somigliava alla madre di Harlock, che avevo scorto qualche volta nei suoi
pensieri.
- "C'è un cane a bordo!?", mi meravigliai, senz'altro non ancora al
colmo delle mie sorprese. "Ma di chi è?"
DZARYL fu l'ultima a rispondermi. Era quella la cui voce esprimeva la maggiore
serietà. Si sarebbe potuto pensare che imitasse suo padre. I suoi lunghi
capelli bruni erano raccolti in una treccia sulla schiena, rafforzando in lei un
aspetto volutamente sobrio.
- " È il tuo cane, Madre. Gli dèi te l'hanno offerto per proteggerti. Ti
sarà accanto ogni volta che ne avrai bisogno."
L'illuminazione apparve bruscamente nel corridoio; nello stesso momento, le mie
figlie scomparvero sotto i miei occhi. Io rimasi là, in ginocchio, tentando di
risentire le mie bimbe ancora un istante vicino a me. Sentii gli stivali del
loro padre avvicinarsi dietro di me; dopo un po', la sua mano mi strinse
teneramente una spalla.
Prima che lui avesse il tempo di chiedermi alcunché, affermai:
- "Io so dov'è Tori."
"Ho appena amputato l'Arcadia della sua prua.
Il nostro sperone, che era una delle nostre armi più temibili, è stato quasi interamente divorato da un parassita estremamente discreto e resistente che s'infiltra nei metalli, qualunque sia la loro natura, e li divora in modo subdolo, dall'interno. Quando trova un ambiente propizio, questo fungo, comunemente chiamato "Merula dello spazio", si sviluppa con una velocità fulminea ed esponenziale. Che io sappia, niente può fermare la sua crescita. Questo parassita è stato scoperto sul pianeta Calagan poco prima della sua distruzione. Non sapevo che infierisse ancora. Io sospetto che sia stato ricreato sinteticamente dalle eminenze grigie delle Mazoniane. Stanche di vedere i loro vascelli sventrati dalla sciabola dell'Arcadia, devono aver isolato la loro nuova arma microscopica nelle fiancate più vulnerabili della nave ammiraglia dell'Armata Reale.
Raflesia sicuramente sta contando le ore che separano la mia nave dalla sua definitiva rovina, ma ignora che questa deve la sua salvezza alla misteriosa scomparsa di un uccello e all'intuito fenomenale della donna che mi accompagna. Poco fa, Meeme sosteneva di sentire l'Arcadia gemere. Adesso capisco che gemeva perché corrosa alla sua estremità da nemici così piccoli che essa non era in grado di difendersi da loro. Sarebbe bastato pochissimo tempo ancora a questo parassita per far fuori lo sperone e diffondersi al di là della prua. E da quel momento non mi sarebbe stato più possibile agire.
Abbiamo appena fatto rotta nuovamente verso l'isolotto dell'Ombra di Morte. Sono tentato di far giungere l'Isolotto fino a noi: infatti sono stremato e ho urgenza di riposarmi in un posto sicuro, ma d'altro canto temo che possiamo essere individuati.
Farò spostare l'Isolotto solo in caso di estrema necessità."
Harlock
Harlock era certo che una sciabola di ottantacinque metri di lunghezza non
potesse scomparire a sua insaputa. Dal canto mio, ero convinta che Tori si
trovasse nella morsa, al posto dello sperone. Tra la sua certezza e la mia
convinzione, la sua stanchezza e la mia agitazione, la comunicazione era
diventata impossibile. Mi aveva appena chiesto di lasciarlo solo: non era più
disposto ad ascoltarmi. Sapevo che, ancora una volta, toccava a me agire.
Ero terrorizzata all'idea di recarmi nella prua, ma, stando alle parole delle
mie figlie, il cane che teneva Tori sequestrato lì mi avrebbe protetta in caso
di pericolo. Mi sforzai perciò di convincermi che non avevo nulla da temere,
raccolsi tutto il coraggio che mi restava e mi diressi, senza perdere altro
tempo, verso il muso dell'Arcadia.
Man mano che mi avvicinavo alla meta, i miei fluidi si raffreddavano in me,
rendendo i miei passi via via più pesanti. Estrassi una boccetta di rhum dalla
mia tasca, l'assorbii all'istante e ripresi il mio lungo e stretto cammino verso
la parte meno ospitale del vascello: le celle d'isolamento che separavano la
prua dalle sale di gestione della gravità artificiale e dal ciclo circadiano a
bordo. C'erano dunque, sull'Arcadia, ed anche sull'Isolotto dell'Ombra di Morte,
giorni e notti regolati secondo l'ora di Tokyo, la città in cui Toshiro venne
alla luce. L'intensità della luce variava in base alle stagioni, in modo che
l'equipaggio conservasse qualche rifugio di tipo spazio-temporale. Harlock aveva
compreso il ruolo fondamentale che svolgevano questi rifugi per il mantenimento
dell'equilibrio nervoso dei suoi uomini, e l'ingegnere giapponese era stato in
grado di curare questo dettaglio fin dal concepimento della sua opera.
Attraversare il corridoio delle celle d'isolamento mi riportò alla mente un
ricordo molto doloroso: quello del giorno in cui io avevo tradito il mio
capitano. Noi avevamo catturato una Mazoniana che aveva assunto ai miei occhi
l'aspetto della mia migliore amica. Lei era riuscita a convincermi ad aiutarla a
fuggire, e a farmi dubitare della benevolenza di Harlock nei miei confronti. Io
quasi morii di vergogna quando mi accorsi di essere stata beffata. Ci misi
parecchio tempo a riprendermi, ma Harlock non mi ritenne colpevole, né mi fece
alcun rimprovero. Sapeva meglio di me quanto quelle donne fossero abili nella
manipolazione delle menti. Io credevo di essere al riparo da questo rischio;
l'esperienza mi dimostrò il contrario.
Tuttavia, il destino mi consentì, molto tempo dopo, di ritrovare quella donna,
un giorno in cui Harlock mi aveva permesso di tornare a calpestare il suolo del
mio pianeta: quel giorno io fui sul punto di soccombere al fascino machiavellico
di quella creatura asservita all'ambizione della sua regina, che però
sottovalutava la potenza delle emozioni della gente della mia razza.
Le Mazoniane avevano questo in comune con buona parte dei Terrestri:
confondevano la bontà con la debolezza, la dolcezza con la sottomissione. Ma
colei che una volta avevo aiutato a fuggire, e che aveva appena tentato di
intrappolare Harlock e me, dovette rammentare, al prezzo della sua vita, quella
legge universale e immutabile, secondo la quale il sentimento orgoglioso di
potenza e di dominazione causa la disfatta degli eserciti più temibili.
La mia avversaria avrebbe facilmente avuto ragione di me, nel corso del nostro
duello... io all'epoca maneggiavo le armi in maniera maldestra... Ma bastò che
insultasse la memoria del mio popolo, dichiarando che non serviva ad altro che a
far da concime per le piante del mio pianeta offerto alla gloria di Raflesia,
perché i miei eteri si accendessero. Bruciai quella donna all'istante, senza
neanche rendermi conto dell'atto che stavo compiendo.
Harlock era sempre molto impressionato nel vedermi in quello stato; uno stato
che niente e nessuno era in grado di controllare. Nemmeno io.
M'ero lasciata alle spalle l'ultima cella d'isolamento e mi ritrovai davanti
alla morsa: un gigantesco muro d'acciaio sul quale, grazie ad una stretta scala
a pioli, ci si poteva arrampicare per accedere ai propulsori dello sperone. Per
un istante pensai che Harlock dovesse aver ragione... La sciabola era
inaccessibile dall'interno del vascello e la parte interna della morsa era
stagna. Dietro la morsa doveva trovarsi il nostro sperone... Evidentemente, non
era possibile che fosse sparito... Ma da dove mi era venuta questa idea
ridicola? Le mie figlie dovevano avermi indotto in errore. E poi... quelle
bambine erano davvero mie figlie?... Il mio corpo era programmato per portare in
grembo al massimo tre bimbi. E quand'anche la vita mi dovesse donare un giorno
nove figli, come mai Harlock ed io non genereremo almeno un figlio maschio?
Feci dietrofront, vergognandomi per aver disturbato il capitano con le mie
ubbie... lui che aveva già abbastanza preoccupazioni... Me ne andai,
desolata... decisa a ritirarmi nella mia stanza sino a quando lui non avesse
manifestato il bisogno di essermi accanto.
Fu in quel momento che un rumore strano e inquietante mi fece sobbalzare.
Chiamai Tori-San con tutta la forza che mi consentirono le vibrazioni sonore del
mio cervello... Ma, con mio sommo dispetto, non ero assolutamente in grado di
alzare la voce. Sentii di nuovo quel rumore, a stento percepibile, ma
proveniente, senza dubbio, dalla morsa. Mi precipitai verso la scaletta e mi
arrampicai fino ai propulsori sospesi alla sommità del muro... il rumore si
fece più netto... era Tori che miagolava... miagolava, sì, avete capito
bene!... Harlock diceva talvolta, scherzando, che Tori doveva essere il frutto
degli amori scandalosi di un'uccellina, di non si sa quale razza, e di un gatto
siamese. Chi avesse udito Tori senza vederlo sarebbe stato tratto in inganno dal
suo verso.
Io lo sentivo adesso più distintamente e l'eco dietro quei lamenti confermava
che la morsa era proprio vuota, privata della sua lama. Notai, tra la sommità
del muro e il propulsore, uno spazio stretto entro il quale mi fu comunque
possibile infilare le mie braccia; incoraggiai l'uccello a venire verso me, cosa
che esso fece senza indugiare. Tremava e sembrava terrorizzato. Aveva davvero
visto il mio cane?
Non avevo la dote di saper comunicare con gli animali. Su Jura, il regno animale
si limitava agli insetti, che comprendevano un'eccezionale varietà di farfalle.
Ignoravo quali circostanze avessero portato Tori in questo posto, ma sentivo che
qualcosa di anomalo stava accadendo. Come aveva detto Harlock poco prima: Una
sciabola lunga ottantacinque metri non poteva sparire a sua insaputa. Eppure...
Bisognava per forza prendere atto che...
Al momento di lasciare la prua per andare a restituire Tori al suo padrone, mi
preoccupavo più di sapere dove fosse il mio cane che non di appurare dove
potesse trovarsi lo sperone... D'altronde, questo era un problema di tipo troppo
pratico per me, e non desideravo discuterne con Harlock. Avevo inoltre deciso di
non lasciargli il tempo di chiedermi dove avessi trovato Tori, poiché non
volevo che s'innervosisse di nuovo con me.
Bastò il mio silenzio per dimostrare al capitano che io non avevo avuto torto.
Una torcia tascabile confermò a quest'ultimo che aveva ragione anche lui: lo
sperone di prua si trovava ancora nella morsa... Si era soltanto notevolmente
ridotto quanto a volume.
Parecchio notevolmente, comunque, dal momento che non ne restava quasi più
nulla. Quando ebbi raggiunto la mia stanza, ripensai ai numerosi avvenimenti che
si erano susseguiti dal momento della nostra partenza dalla Terra. Ripensai a
quel cane che aveva dato la caccia a Tori fino allo sperone con lo scopo di
attirare la nostra attenzione, e mi stavo chiedendo se per caso non fosse
rimasto imprigionato nella morsa, quando sentii la voce di Harlock
nell'emittente radio incassata nel muro della mia camera. Voleva soltanto
assicurarsi che io fossi lì, prima di annunciare:
"Sto per disintegrare la prua. Non ti avvicinare per nessun motivo!"
Trasalii di terrore all'idea che il mio cane potesse scomparire in questo
modo. Temevo che gli dèi che me l'avevano offerto potessero offendersi e
farmela pagare più tardi. Corsi alla prua: non sapevo quanto tempo mi rimanesse
per accertarmi che il cane non si trovasse là; però sapevo di dover
assolutamente evitare che Harlock mi sorprendesse in quel posto. Innanzitutto
perché non ammetteva che i suoi ordini fossero contestati a bordo, ma
specialmente perché sapevo che lui non era pronto ad accogliere i miei
ragionamenti in merito alla presenza di quel cane fra noi. Stavo ancora
correndo, quando un rombo terribile scaturì dal silenzio.
L'Arcadia tremò sotto i miei piedi, a tal punto da farmi perdere l'equilibrio:
Harlock aveva attivato i retroreattori.
Feci appena in tempo ad accedere alle celle d'isolamento, che venni sospinta
all'indietro, seguendo il movimento del vascello, che indietreggiava alla
massima velocità. Malgrado tutto mi rialzai, decisa a cacciare il mio cane
dalla prua, se si fosse trovato lì. Ero intimamente convinta che me lo sarei
trovato presto di fronte. E non ci volle molto. Stavo per attraversare la
passerella d'accesso alla prua, quando un'imponente massa nera e pelosa si
precipitò decisamente verso me, ringhiando con la bocca aperta, le zanne pronte
all'uso. Io mi accesi per il terrore e mi preparai a incendiare il mio cane, mio
malgrado, ma in quell'istante esso si gettò con tutto il suo peso sul mio
petto. Ancora una volta persi l'equilibrio e crollai al suolo nel momento in
cui, proprio davanti a me, la porta che separava la prua dal corridoio cadde
come una ghigliottina.
Se soltanto avessi fatto un metro di cammino in più, non mi sarebbe stato
possibile tornare sui miei passi. Mi voltai per cercare con lo sguardo il mio
spaventoso salvatore, ma era già scomparso.
Per la seconda volta in quella giornata, la mia temperatura salì ai massimi
livelli.
La densità troppo debole dei miei eteri non mi consentiva più di muovermi.
Ricordo di essermi trascinata per un po' strisciando a pancia in giù.
E ricordo ancora il fracasso indescrivibile del metallo a prua al momento della
lacerazione, e poi d'essermi svegliata, molto più tardi, nel letto del
capitano.
La prua non c'era più... Non avevo ancora capito perché. Ma Harlock era lì;
l'Arcadia aveva ripreso la sua rotta. Tori riposava sul sedile del suo padrone,
legato ad una lunga corda. Tutto sembrava normale. Steso al mio fianco, il mio
amore redigeva il suo diario. Io facevo finta di dormire per non interromperlo
ed evitare di dovermi giustificare per avergli disobbedito. Approfittai di quei
minuti di pace, pregando in cuor mio che si protraessero il più possibile. La
mia temperatura era tornata regolare, ma mi sentivo ancora nervosa; come se
qualcosa di imminente stesse nuovamente per sconvolgermi... E difatti comparve.
Discreta come un'ombra. Ci osservava silenziosa, in piedi davanti al letto. Non
era la prima volta che essa si manifestava a bordo dell'Arcadia. Stavolta aveva
scelto di apparire vestita soltanto della sua lunghissima capigliatura. Con quel
portamento sempre così regale, ella metteva in mostra tuttavia la ferita che
Harlock le aveva inflitto al petto durante il loro duello, qualche giorno prima.
Quest'ultimo non aveva mosso la testa, ma si era appena accorto della sua
presenza. Gli sentii dire, con un tono ironico:
- Mia povera Raflesia! Non hai più niente da metterti?
Imperturbabile, continuava a scrivere il suo diario. L'ombra scomparve
com'era venuta, e al suo posto fece la propria comparsa la voce della nostra
intrigante visitatrice, che rispose:
- Prendimi pure in giro, se questo ti consola, Harlock. Io comunque sono
riuscita finalmente a evirare l'Arcadia.
A questo punto Harlock scoppiò a ridere.
- L'Arcadia ha sventrato le tue navi principali. Non ti serbo rancore. È una
guerra leale.
- Ma la guerra è finita, no?
- Se le cose stanno così... che cosa vuoi allora?
Io esclamai all'unisono con lei:
- TE!
Lui si voltò verso me, mi sorrise e mi accarezzò teneramente la guancia,
chiedendomi se mi sentissi meglio.
- "Sì", risposi mentendo.
Avevo riacquistato le forze, ma avvertivo un immenso malessere. In effetti non
mi ero mai sentita minacciata a tal punto da quella donna, che percepivo
pericolosa adesso più che mai. La nave ammiraglia delle Mazoniane era però
lontana, e seriamente danneggiata anch'essa. Raflesia aveva appena perso la
guerra e la quasi totalità del suo esercito, e sapevo di non aver nulla da
temere dalle sue apparizioni olografiche, ma la sua ombra era altrettanto
inoffensiva? Aveva scelto di apparire nuda nella stanza di Harlock mentre io
dormivo. Il suo encefalometro le aveva sicuramente indicato quanti eravamo a
bordo; sapeva che il capitano era praticamente solo quando aveva deciso di
comparirgli davanti nella stessa condizione nella quale io l'avevo già sorpresa
nei pensieri del mio uomo dopo il loro duello: aveva lo sguardo conturbante di
una gazzella che implora la morte perché la liberi dagli artigli del leone. Il
suo sguardo era molto più conturbante di quanto non fosse nella realtà e
contrastava con le immagini mentali che ella sapeva imporre ai suoi avversari,
da vera maestra nell'arte dell'illusione. Aveva davvero sanguinato quando
Harlock l'aveva ferita? Noi allora non ne sapevamo ancora niente, ma lo sguardo
che lei aveva fatto al momento della sconfitta non simulava nulla e aveva
turbato il capitano.
Anche qualcosa nella sua voce mi preoccupava. Il suo timbro, sottilmente
sensuale e determinato, non aveva più nulla del tono minaccioso che lei
adoperava all’epoca, peraltro non lontana, in cui gli decretava un odio
implacabile. Io non potevo esser certa di avervi percepito amore, ma la
disinvoltura con la quale ella aveva appena dichiarato ad Harlock che egli
sarebbe stato, da quel momento in poi, l’oggetto della sua bramosia, mi dava
un brivido alla schiena.
- "Cos’è che ti preoccupa?", mi chiese il mio amore, che si era
appena alzato per servirci un bicchiere di saké.
- "Lei, chiaramente! L’hai sentita. È te che vuole, ora."
- "E allora? Se mi vuole, che venga a cercarmi! Non mi farà certo paura
adesso."
Sedette accanto a me, al bordo del letto, e mi porse il mio bicchiere.
- "Allora non hai capito che ti desidera?", feci io ascoltando il
fondo dei suoi pensieri.
Lui rise di cuore.
- "Perché mai dovrebbe desiderarmi? Io non sono che un piccolo volgare
Terrestre, forse con un’intelligenza al di sopra della media, ma talmente
limitato…"
- "… che però l’ha sconfitta e le ha risparmiato la vita!"
- "Ah Meeme!", replicò lui con una tenerezza infinita nella voce.
"Anche se questo mi avesse reso desiderabile ai suoi occhi, non le
resterebbe altro che farsene una ragione."
- "O non le resterebbe che sedurti…"
Lui rise di nuovo, posò il bicchiere ai propri piedi e, sollevandomi il vestito
fino a scoprirmi il petto, dichiarò:
- "Se era questo il suo scopo, non ci sa proprio fare."
…Non ci sapeva fare… Mi chiedevo cosa dovesse fare una donna per sedurre l’uomo
che ora stava coprendo il mio ventre di baci. Io non ricordavo di aver tentato
di fare o di dire alcunché per piacergli.
Certo, io dovevo a lui la vita e mi era entrato nel cuore il giorno stesso del
nostro incontro, ma neanche per un istante mi aveva sfiorato l’intenzione di
accoppiarmi con lui. I Terrestri erano stati a lungo nemici del mio popolo. Un’istintiva
repulsione mi rendeva impossibile accostarmi fisicamente a quegli esseri di
carne e sangue, che si nutrivano di altre specie viventi e che sfruttavano senza
vergogna, e senza offrire alcun compenso, le risorse naturali degli altri
pianeti. Erano nemici di Jura esattamente come le Mazoniane. Semplicemente,
erano molto meno evoluti tecnologicamente e, per loro grande sfortuna, più
sottomessi al loro ego. Io avevo subito intuito che Harlock era diverso. Aveva
guadagnato la mia stima, il mio più grande rispetto e la mia eterna devozione,
ma fare l’amore con lui era per me qualcosa di sacrilego, un tabù impossibile
da trasgredire…
Doveva proprio avere un bel coraggio, un figlio della Terra, per sperare di
ottenere da me certi favori. Per fortuna, ad Harlock il coraggio non mancava.
Al momento, gli mancavano soltanto le forze. Il sonno cominciava ad impadronirsi
di lui, offrendogli il mio ventre come guanciale e questa domanda come ninna
nanna: "Aveva, per caso, appena baciato il prossimo passeggero dell’Arcadia?".
Meno di due minuti dopo, sognava già tutt’altra cosa: la sua futura prua
occupava i suoi sogni. Lo lasciai alle cure del suo inconscio, mi congedai da
lui e tornai sul ponte di navigazione.
Lei era là ! Puntino rosso sul nostro schermo radar, gigantesca massa
multicolore sul nostro ingranditore d’immagini. La tenevamo sotto controllo.
Era lontana, in effetti, ma era dovunque : nella stanza del Capitano, sulle
linee di mira del ponte di navigazione e di nuovo al centro delle mie
preoccupazioni. Raflesia!
Che cosa aveva in testa, adesso ? Sapeva chi era davvero Harlock per sperare di
conquistarlo ? Certo, lei doveva aver già trovato il modo per effettuare l’inventario
dei suoi neuroni, per conoscere il suo bioritmo nei minimi dettagli, la densità
esatta dei suoi corpi energetici ed anche l’ubicazione del loro centro di
gravità. Forse conosceva con precisione il numero delle sue pulsazioni
cardiache al minuto, ma delle aspirazioni profonde che stimolavano quel cuore a
battere lei non poteva avere la minima idea. In compenso, sospettavo che, se
conosceva il posto che io vi occupavo e la pazienza che lui aveva dovuto
adoperare per far di me la sua compagna a tutti gli effetti, lei mi riservasse
una sorte davvero funesta.
Cominciavo a capire perché gli dèi mi avessero assegnato un protettore
supplementare. Harlock dunque non sarebbe più stato sufficiente per me?
Tuttavia un pensiero mi confortava: se dovevo mettere al mondo i nostri nove
figli, questo voleva dire che Harlock ed io avremmo goduto di un credito di vita
di almeno dieci anni. Questo pensiero mi si stampò dentro come una certezza, un
programma di vita irreversibile che si sarebbe imposto al mio spirito, qualunque
cosa fosse accaduta, e che mi avrebbe impedito di arrendermi alla disperazione.
La vista delle mie allegre bambine mi aveva nutrita di una forza superiore a
quella che io stessa ero cosciente di possedere.
Ma per ora sentivo il bisogno di una fonte supplementare di conforto. Avrei
voluto rivedere il mio cane e accarezzarlo; ringraziarlo per avermi salvata.
Sentire il suo calore. Vedere più precisamente e senza timori a cosa somigliava
un cane offerto dagli dèi. In fondo, un cane non è sempre un dono divino ? Mi
avevano raccontato tante di quelle storie fantastiche sulla dedizione del cane
nei confronti degli uomini che mi ero posta la domanda. Il mio cane forse era
nato e cresciuto sulla Terra. Era probabile che si fosse introdotto a bordo
prima della nostra partenza.
Harlock amava gli animali, ma non desiderava la loro presenza a bordo dell’Arcadia.
E a ragione, lo ammetto. Tori-San e il gatto del Dott. Zero erano state
eccezioni alla regola, ma avevano creato parecchi danni, seri incidenti ed anche
preoccupazioni !
Mi chiedevo se avrei dovuto dar da mangiare al mio nuovo protettore. Era sempre
a bordo oppure non era altro che un cane fantasma, che si sarebbe fatto vedere
solo al momento opportuno ? Dovevo vederci chiaro : quindi ordinai al computer
di gestione dei robot di manutenzione di segnalarmi la presenza di ogni traccia
di deiezione canina riscontrabile dal momento della nostra partenza dalla Terra.
Non mi rimaneva che aspettare la risposta.
Pazientemente. Avevo tutto il tempo di aspettare, tempo che sarebbe trascorso
più in fretta se avessi pensato ad altro. Ma a cosa pensare ? La nave
ammiraglia di Raflesia continuava a sfidarmi dallo schermo di controllo. Non
riuscivo a non pensare più a lei. A parte la minaccia che faceva aleggiare
sulla mia relazione con Harlock, lei riaccendeva in me il ricordo dell’annientamento
del mio popolo. Ma proprio a lei, pur nella sciagura che mi aveva inflitto,
dovevo l’incontro con l’uomo che ella ormai desiderava.
I giorni che avevano preceduto il mio incontro con lui erano stati una lotta
accanita per la mia sopravvivenza. Il mio corpo ed il mio spirito erano in uno
stato di allerta costante, pronti ad incendiare la prima pianta minacciosa che,
in qualsiasi momento, fosse spuntata sotto i miei piedi, o fosse caduta da un
muro, da un albero o da qualsiasi altro posto. Questa condizione mi obbligava ad
assorbire una tale quantità d’alcool che ero costretta a saccheggiare le
residenze delle vittime. Dei loro cadaveri, o di quel che ne rimaneva, era
disseminato il mio cammino. La maggior parte di coloro che erano sopravvissuti
ai bombardamenti si erano fatti sorprendere nel sonno. I loro fluidi dispersi
sprigionavano un odore acre e indescrivibile, ma sembravano esercitare su quelle
piante un’azione altamente fertilizzante. Avevo paura delle piante, temevo di
addormentarmi e disperavo di poter rivedere in vita, un giorno, qualcuno del mio
pianeta. Sentivo che le forze mi abbandonavano. Avevo bisogno sia di sonno che
di alcool, quando scorsi l’ombra dell’Arcadia che volava sopra di me.
L’Arcadia non somigliava affatto ai vascelli dei Terrestri e io mi chiesi da
dove mai venissero quei visitatori. Erano amici o nemici ? Che venivano a fare
sul mio pianeta ? Lo ignoravo; però avevo la certezza che su quel vascello
gigantesco io avrei potuto riposarmi senza il timore di essere divorata da un
mostro vegetale. Ma quei visitatori conoscevano il rischio che correvano
avventurandosi nella mia regione ?
Non distoglievo lo sguardo da quel colosso di metallo che era lì nel cielo; i
suoi cannoni parlavano chiaro: si trattava di una nave da guerra. Chi era venuta
a combattere ? La loro bandiera aveva qualcosa d’inquietante e io rischiavo
seriamente di diventare loro prigioniera, ma preferii questa alternativa alla
morte certa che mi attendeva se non avessi trovato al più presto un posto dove
riposarmi.
L’uccello gigantesco, color blu antracite, s’era fermato in cielo; notai
alcuni uccelli bianchi e rossi, più piccoli, che uscivano dal suo ventre. Il
più vicino tra loro si venne a posare a circa mezz’ora di cammino da me. E
quella fu sicuramente la mezz’ora più interminabile della mia lunga
esistenza. Sulla mia strada cadevano piante d’edera, o venivano ad ergermisi
davanti, attorcigliandosi alle mie membra. Io non smettevo di tagliare tali
piante, servendomi della mia daga, tagliandomi anch’io sotto quei colpi. I
miei abiti erano a brandelli, i miei piedi non mi reggevano più. Ero davvero
sul punto di crollare senza esser poi più in grado di rialzarmi. Fu allora che
vidi l’uccello di metallo bianco e rosso in mezzo ad una radura. Non lontano
di lì, contro un albero, riposava tranquillamente quel terrestre dal volto
misterioso. Una banda nera sul suo viso celava l’assenza del suo occhio
destro, mentre un’impressionante cicatrice sottolineava il suo occhio
sinistro. Un’aura di malinconia emanava dal suo corpo. Sembrava molto diverso
dai terrestri che avevo avuto occasione di incontrare prima di allora. Senza
potermene spiegare la ragione, non sentivo alcuna diffidenza nei suoi riguardi.
Ricordo la sua espressione di sorpresa quando gli comparii davanti. Mi scrutò
in silenzio per mezzo minuto; mezzo minuto al termine del quale lo sentii
pensare: "Dio quanto è bella !". Mi sorrise. Non avevo più energie
sufficienti per farmi gialla, ma la speranza rinacque in me. Era la prima volta
che un terrestre mi trovava bella e mi sorrideva.
Trovai la forza di rivolgermi a lui:
- "Va’ via, Terrestre !! Vattene in fretta !! Tu qui sei in pericolo
!"
- "Tu sembri più in pericolo di me", constatò lui preoccupato.
"Cosa è successo sul tuo pianeta ?"
Io caddi in ginocchio. Al mio cervello mancava l’energia sufficiente per
pronunciare qualsiasi risposta. Lui mi si avvicinò e versò il contenuto della
sua borraccia d’acqua sul mio viso.
- "Tu hai bisogno di alcool, vero ?"
Annuii con un cenno del capo.
- "Non ne ho con me. Vuoi accompagnarmi ?"
Ringraziai il cielo per aver messo sulla mia strada un terrestre così ben
disposto. Ma temevo che i suoi compagni non gli somigliassero.
Gli carezzai i capelli e gli liberai l’occhio da quel suo lungo ciuffo per
poter guardare meglio nella sua anima. Il mio gesto lo sorprese e lo emozionò.
- "Non dormo da parecchi giorni", gli dissi. "Se non mi riposo,
morirò. Tu non sei un Terrestre come gli altri; sei buono e coraggioso, lo
sento. Accetteresti di nascondermi all’insaputa dei tuoi?"
- "Io sono il capitano di questa nave" dichiarò lui. "Non hai
niente da temere, né da parte mia, né da parte dei miei uomini. Vieni!"
Mi prese per mano e mi condusse a bordo dell’uccello bianco e rosso. Stavamo
per alzarci in volo, quando una voce proruppe dal pannello di bordo:
- "Capitano, stanno succedendo cose molto strane! I vegetali sembrano aver
subito profonde mutazioni: sono stato appena morso da una pianta!"
- "Anch’io, Capitano!" gridò un’altra voce. "Stanno
crescendo ad una velocità vertiginosa e stanno penetrando nel mio Spacewolf!"
Mi meravigliai che non se ne fossero accorti prima e che il mio salvatore avesse
potuto godersi almeno una mezz’ora di pace in quella radura.
- "Capitano!", intervenne un’altra voce. "Si direbbe che i
vegetali si siano trasformati in serpenti!"
Avrei voluto intervenire, ma il sonno aveva già cominciato a vincermi ed io mi
arresi dolcemente ad esso.
Prima di perdere coscienza, ebbi comunque modo di conoscere il nome del
capitano. Si era appena rivolto ai suoi uomini con un tono deciso:
- "Qui Harlock! Tutti gli Spacewolf facciano immediatamente ritorno all’Arcadia!"
Harlock! Si chiamava Harlock… Mi trovavo su uno Spacewolf e lui mi portava con
sé a bordo dell’Arcadia! Riaprii gli occhi tre giorni più tardi. Ero stesa
su uno dei letti dell’infermeria. Un tubicino collegato ad un recipiente
situato sopra di me mi trafiggeva la mano e mi forniva il mio fabbisogno d’alcool
dal momento del mio arrivo. Appena ripresi i sensi, ripensai a quel Terrestre e
mi domandai dove potesse essere. Lo cercai con lo sguardo e mi accorsi che un
uomo di bassa statura in càmice bianco mi osservava sorridendo. Mi sembrò
benevolo come il suo capitano.
- "Buongiorno, ragazza!! E benvenuta a bordo dell’Arcadia!",
esclamò. "Io sono il Dottor ZERO. Posso permettermi di chiederle come si
chiama?"
Mi presentai timidamente e lui mi rispose che avevo un nome molto bello. Mi
sorrise con una bontà sincera, ma divenni gialla per lo spavento quando lo
sentii pensare: "Povera piccola! Se sapesse!"
- "Se sapessi cosa?", chiesi preoccupata, sollevando il busto.
- "Oh, ma dove avevo la testa?!", replicò lui imbarazzato.
"Dimenticavo che la gente del tuo pianeta legge nei pensieri."
Rise per sottrarsi alla mia domanda e si eclissò dicendomi che sarebbe andato
ad avvisare il capitano del mio risveglio.
Ricordo il malessere che avevo provato prima che Harlock entrasse nell’infermeria.
Avevo il presentimento che egli stesse per annunciarmi qualcosa di terribile. E
i miei presentimenti non m’ingannano mai. Lui comparve nella stanza molto più
tenebroso che al momento del nostro primo incontro. Una lunga cappa nera copriva
ora le sue spalle: sembrava proteggerlo dalle emozioni forti e fungere da guscio
supplementare per un cuore ed un corpo già abbastanza corazzati.
Sembrava più freddo e riservato dell’immagine che avevo conservato di lui. Ma
mi accorsi che non era vero. Il suo cuore piangeva di desolazione. I miei timori
furono confermati: lui veniva ad annunciarmi una ben triste notizia. Volle
sapere come mi sentivo. Gli dissi che stavo molto meglio, lo ringraziai per la
sua ospitalità e gli chiesi se potesse usarmi la cortesia di accompagnarmi a
casa dei miei genitori, che si trovava a tre settimane di cammino dal posto dove
ci eravamo incontrati.
Mi domandò quando avessi visto i miei l’ultima volta.
- "Alcuni giorni prima del bombardamento", feci io esitando. Avevo
perso la nozione del tempo.
- "E quand’è che le piante hanno cominciato a mutare?"
- "Alcune specie il giorno dopo, la maggior parte dopo tre giorni. Una
settimana dopo, tutte avevano invaso i nostri giardini, le nostre strade, i
nostri veicoli e le nostre abitazioni."
Mi chiese se sapessi chi aveva ordinato i bombardamenti, ma io non ne avevo la
minima idea.
Gli spiegai che avevo camminato a lungo prima d’incontrarlo e che tutta la
regione sembrava essere stata investita da questo dramma. Gli spiegai anche che
ritenevo l’estensione della zona colpita molto ampia, ma che non potevo sapere
con precisione quanto ampia fosse, dal momento che tutti i mezzi di
comunicazione erano andati distrutti sotto i bombardamenti. Speravo soltanto che
la regione dei miei genitori fosse stata risparmiata e che avrei potuto
rivederli presto sani e salvi.
L’occhio di Harlock era lucido. Sentivo che egli cercava le parole giuste per
esprimere l’inesprimibile.
- "Meeme", mi disse. "… Tu sei con noi da tre giorni terrestri,
che equivalgono press’a poco a quattro dei tuoi. Da allora, noi abbiamo
esplorato Jura di meridiano in parallelo. L’espansione di quelle piante
mutanti ha interessato l’intero pianeta. Sembrerebbe che i governi della tua
gente si siano abbandonati ad una guerra globale. La concentrazione di
radioattività nell’atmosfera è estremamente elevata e favorisce la crescita
di quei vegetali. Tutti i vostri fiumi si sono prosciugati e, in tre giorni di
ricerca, non abbiamo trovato alcun superstite."
Accolsi la notizia come se la conoscessi già, ma non capivo come avessimo
potuto arrivare a tanto. Il mio popolo era famoso per la sua saggezza e citato
ad esempio da molte civiltà nell’universo. Io non sapevo e non potevo
spiegarmi come i loro cervelli avessero potuto concepire armi simili!
Una profonda crisi morale s’era impadronita di Jura nel corso degli ultimi
anni, e ciò mi aveva talmente addolorata che io stessa m’ero sorpresa un
giorno a desiderare la sua distruzione. Improvvisamente me ne sentii atrocemente
responsabile. All’epoca ignoravo che fossero state proprio le Mazoniane a
programmare quei conflitti e ad armare i vari governi del mio pianeta, che esse
avevano asservito ed aizzato gli uni contro gli altri.
Non riuscivo a manifestare alcuna emozione. Non capivo ciò che provavo. Se
quelle piante erano mutate su tutta la superficie del globo, dove avrei potuto
vivere? Davvero non c’erano superstiti? E se io ero veramente l’ultima
sopravvissuta, era questa realmente una fortuna? Non sarebbe stato meglio che
fossi morta anch’io? Non riuscivo a manifestare la benché minima emozione.
Non capivo più io stessa ciò che provavo. Maino, l’uomo che avrei dovuto
sposare, era stato divorato sotto i miei occhi e avrei dovuto vivere con questo
terribile ricordo fino alla fine dei miei giorni. Ricordo che, in quel preciso
istante, nell’infermeria dell’Arcadia, mentre ero seduta sul mio letto, la
disperazione si era impossessata di me al punto che non mi rimaneva che un
desiderio: ritrovare la casa dei miei genitori, ove ero nata, per potervi
rendere l’anima. Scongiurai Harlock di portarmici immediatamente.
Lui mi rivolse un piccolo, triste sorriso. Temevo che volesse provare a
convincermi coi ragionamenti. Non ero in grado di capirlo, ma so che se mi
avesse rifiutato quel favore, io sarei sicuramente fuggita. Lui l’aveva
compreso bene. La sua decisione fu diretta e senza appello, ma seppe dimostrarmi
quanto capisse e rispettasse la mia sofferenza proteggendomi da me stessa e
dallo stato di choc nel quale mi trovavo.
Con mia grande sorpresa, dichiarò:
- "Preferirei ucciderti con le mie mani piuttosto che darti in pasto a quei
mostri, ma tu sei libera di morire come preferisci. Ti accompagnerò a casa tua,
se è quello che davvero desideri. Ma voglio che tu ti conceda ventiquattr’ore
per rifletterci. A domani!"
Lasciò l’infermeria prima che avessi il tempo di reagire. Mi aveva appena
salvato la vita per la seconda volta. Dopo aver avuto bisogno di tanto sonno,
ora avevo bisogno di piangere senza ritegno, ma lontano dagli sguardi. Harlock
doveva aver capito anche questo, poiché aveva ordinato che mi si lasciasse
sola.
Ventiquattr’ore dopo, lo raggiunsi nella sua camera. M’invitò a sedermi
davanti a lui e servì ad entrambi un bicchiere di vino. Bevemmo in silenzio,
mentre osservavo la stanza con grande interesse. Nell’insieme, l’Arcadia era
un monumento di tecnologia di notevole bellezza e dotato di un’aerodinamica
poco frequente in navi terrestri di quella dimensione. Era di gran lunga il più
bel vascello che avessi mai visto, ma la freddezza del metallo era
insopportabile per una figlia di Jura come me, che era cresciuta in mezzo a
campi di fiori. La camera di Harlock, invece, non aveva nulla in comune col
resto del vascello: sembrava appartenere ad un altro universo, ad un’altra
epoca.
Non si richiamava a niente di precedentemente conosciuto, ma la mobilia in legno
antico sembrava ricca di storia e diffondeva, in quella stanza immensa, un
calore rassicurante.
Nella camera del capitano, quel che non era di legno era di vetro. Situato nella parte posteriore del vascello, il suo appartamento, considerato nel suo insieme, non era altro che una gigantesca vetrina sull’universo. Ma nel momento in cui lo scoprii per la prima volta, esso non era che una veduta panoramica delle rovine di Jura. L’Arcadia sorvolava quest’ultimo ad alcune centinaia di metri d’altezza, e già l’assenza apparente di fiumi mi era insopportabile. Sul mio pianeta non c’erano mari né oceani, ma l’acqua non era mai mancata. I fiumi irrigavano Jura senza tralasciare neppure un ettaro; almeno fino ad allora. Non avevamo mai conosciuto la siccità, ma la crescita eccezionale di quei mostri di clorofilla aveva esaurito le riserve d’acqua e le falde freatiche.
Stavo contemplando i danni senza dire una parola, quando Harlock interruppe il silenzio.
- "Allora sei convinta di voler tornare a casa?"
- "Sì."
- "Tu sai che numerosi pianeti nell’universo possiedono un ambiente
simile a quello di Jura. Col tempo forse potresti trovare il posto adatto per te
su uno di essi."
Ascoltò nuovamente il mio silenzio, prima di riprendere:
- "Devi aver avuto molto coraggio e molta voglia di vivere per essere
riuscita a sopravvivere. Sei proprio sicura di voler gettare la spugna adesso?
Non c’è fretta. Hai tutto il tempo per pensarci…"
Gli chiesi quando intendesse abbandonare l’atmosfera di Jura.
- "Il più presto possibile", rispose. "Ma nulla t’impedisce di
rimanere con noi, se lo vuoi."
- "Se altre prospettive di felicità esistessero per me altrove…"
pensavo. Altre prospettive di felicità…
Non lo credevo possibile, ma lui era riuscito a instillarmene il sospetto.
Approfittò della confusione che mi aveva appena seminato nello spirito per
incitarmi a rispondere.
- "E allora?"
Risposi che non intendevo lasciare Jura prima d’essermi accertata che i
miei non ci fossero più; che non avrei potuto vivere col dubbio di averli
probabilmente abbandonati alla loro sorte.
Lui mi sorrise soddisfatto e versò a tutti e due un altro bicchiere di vino.
L’Arcadia impiegò poco tempo a raggiungere il posto in cui il suo capitano ed
io ci eravamo incontrati. Da lì, in poco tempo, tornammo nella regione dei miei
avi, nel villaggio dov’ero cresciuta, nella casa dove avevo visto la luce
ventisette anni terrestri prima. Quest’ultima era bruciata, sicuramente
incendiata dalla paura dei miei, che dovevano essersi difesi consumando tutti i
loro eteri. Della mia casa, come del resto del mio pianeta, non rimanevano che
rovine. Penetrai faticosamente fra i muri scalcinati; i miei fluidi, gelati per
lo spavento, mi avevano appesantita. Stavo strofinandomi nervosamente le braccia
per riscaldarle, quando Harlock venne a poggiarmi il suo mantello sulle spalle.
Gli chiesi di lasciarmi sola un istante. Mentre lui andava ad ispezionare le
stanze vicine, io m’inginocchiai lì al centro di quello che un tempo era
stato il nostro angolo di meditazione, ammantata di nero dalla testa ai piedi,
per sondare disperatamente la minima traccia della presenza dello spirito di uno
dei miei.
Ma era da almeno una settimana che la vita non calpestava il suolo di quella
casa e, da sola annoiandosi la Morte, non trovai perciò nessuno. Proiettai
nello spazio l’immagine di quei luoghi così com’erano l’ultima volta che
li avevo visti. La mia giovane sorella Neia, seduta in tailleur davanti a me,
proiettava su se stessa una pioggia di luce dorata. Non avevo voluto disturbarla
prima di andarmene, ma ricordavo di averla guardata in maniera diversa dalle
altre volte, quasi come se non avessi più dovuto rivederla. L’avevo trovata
talmente bella che me n’ero stupita. Contrariamente a ciò che ella fece quel
giorno, la sua proiezione scosse ad un tratto la propria bionda criniera prima
di perdere il proprio sguardo nel mio.
- "Noi tutti siamo contenti che tu sia scampata" disse. "Ma non
restare lì! La tua vita ormai è altrove! Vai, Meeme!! Pregheremo gli dèi
perché ti proteggano finché vivrai."
Avrei voluto risollevarmi e avvicinarmi a lei, ma i miei fluidi erano pesanti
per la tristezza. Harlock mi svegliò dal mio letargo, sparando al di sopra
della mia testa. Mio sorella scomparve mentre una minacciosa liana cadeva sotto
i miei occhi. Il capitano l’aveva notata mentre forava in maniera sorniona il
soffitto sopra di me. Attirata senz’altro dal mio odore, stava scendendo
lentamente verso le mie spalle.
- "Non restiamocene lì!" gridò Harlock, tirandomi per il braccio e
trascinandomi verso l’uscita della casa. Ma, mentre la liana continuava a
cadere verso il centro della stanza, ecco che un cespuglio gigantesco spuntò
dal suolo proprio davanti a noi. Io mi accesi di paura e incendiai l’arbusto,
i cui rami avevano già cominciato a stringermi, mentre Harlock sparava al
soffitto in direzione di quella liana serpentina che continuava ancora a cadere
dalla stanza al piano superiore, la mia camera, il cui pavimento finì per
cedere sotto il peso del gigantesco mostro vegetale che essa ospitava e per gli
spari insistenti che riceveva da parte del capitano. Quel serpente di fibre
verdi doveva misurare più di cento metri e pesare quasi una tonnellata. Era l’escrescenza
della cima dell’albero che si trovava alle spalle della mia casa: albero al
cui primo ramo era ancora sospesa l’altalena della mia infanzia. Il serpente
verde crollò al suolo con un rumore sordo, prima di essere incenerito da una
delle piccole ma efficaci granate che Harlock portava nella fodera della propria
cintura.
Anch’io avevo ridotto in cenere il mio nemico, usando come granata il mio
istinto di sopravvivenza. Harlock, stupefatto, mi aveva vista in azione: a bocca
aperta ed immobile, mi osservava mentre riprendevo fiato, seduta per terra. Mi
tese la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Alzai la testa nella sua
direzione ed in quel momento ebbi la strana sensazione che un’altra porzione
del soffitto stesse per cadergli addosso. Là, subito! Gli afferrai la mano e lo
tirai con tutte le mie forze verso me. Lui perse l’equilibrio e mi cadde
addosso nel momento in cui la mia previsione si avverava. Al piano superiore, la
superficie della mia camera si era appena ridotta, ancora una volta, di un metro
quadrato; un metro quadrato sul quale, per mia massima consolazione, si trovava
l’unica delle mie amiche che né il fuoco né le piante erano riusciti a
sterminare: la mia arpa! Cadde ai nostri piedi con un gran fracasso, come un
dono reso dal cielo. L’unico bene che portai con me… e che non lasciai mai
più…
Avevo trascorso le mie prime settimane a bordo dell'Arcadia chiusa nella mia stanza. Avevo bisogno di riposo, di solitudine e di raccoglimento per elaborare il lutto per la scomparsa dei miei e del mio pianeta e per la tragica perdita dell'uomo che amavo. Avevo giurato a me stessa che nessuno avrebbe mai preso il suo posto nel mio cuore. Non si pensa, in quei momenti, che la vita ha i propri diritti sulla morte… e che anche l'amore ha da dire la sua. Harlock comprendeva la mia sofferenza: qualche anno prima, la fatalità aveva separato anche lui dai suoi amici più cari e dalla donna che occupava il suo cuore.
Comprendeva il mio ripiegamento su me stessa, ma non tardò a spingermi ad uscire dal mio torpore.
Ogni giorno, il Dott. Zero veniva a portarmi bottiglie di alcoolici e approfittava dell'occasione per provare ad intrattenersi con me, ma io non ero in grado di comunicare con nessuno. Tutt'al più, lasciavo che la mia arpa si esprimesse al mio posto. Il brav'uomo andava via rassegnato, dopo avermi parlato, talvolta anche per una buona mezz'ora, di tutto e di niente… Dei membri dell'equipaggio; delle imprese dell'Arcadia; del compianto Toshiro e di Emeraldas, la donna della sua vita, che l'aveva raggiunto nella morte, della loro figlioletta Mayu, che cresceva sulla Terra in un orfanotrofio, e del profondo affetto che le tributava Harlock… Seppi dei rischi che correva il mio salvatore per incontrare la bambina, sfidando il governo della Terra, che aveva messo una taglia sulla sua testa. Io ascoltavo silenziosa quell'uomo in camice bianco che sarebbe diventato, e rimasto a lungo, il mio migliore amico.
Talvolta, durante quelle settimane di mutismo, mi era capitato di avvertire la presenza di Harlock dietro la porta, mentre suonavo il mio strumento. Sapevo che esitava a bussare, ma malgrado il suo coraggio s'imponesse alla mia ammirazione, io desideravo che lui se ne andasse e che mi lasciasse sola. Poi, quando rinunciava a bussare e girava sui propri tacchi, mi pentivo di chiudermi così davanti all'uomo grazie al quale esistevo ancora.
Però un giorno il Dottore mi riferì che il Capitano aveva chiesto che io suonassi l'arpa per lui, nella sua camera, dopo pranzo.
- "Ci andrò", avevo risposto al Dottor Zero, che fu felice di sentirmi parlare di nuovo. "Ma sa, Dottore, temo di essere una compagnia molto triste. Come ha potuto constatare, non sono in vena di conversazioni."
- "Cara ragazza, stia pure tranquilla.", aveva risposto con la sua voce piena di bontà. "Harlock non parla molto più di lei."
Dunque io quella sera mi recai nella sua camera. Lui mi accolse con una certa freddezza: la giornata era stata dura. Tre dei suoi uomini erano stati feriti durante l'assalto ad una nave da carico che approvvigionava la Terra di materie prime sottratte ai pianeti colonizzati dal governo terrestre. Era in questo modo che l'Arcadia si riforniva di viveri, ma l'equipaggio aveva il preciso ordine di badare a non attentare alla vita di nessuno dei Terrestri al soldo del Governo. "Noi siamo pirati, non criminali", ricordava Harlock ai più irruenti dei suoi uomini. Ma l'assalto del giorno aveva rischiato di trasformarsi in un dramma e il capitano era un po' teso.
M'invitò a sedermi dove volessi ed a suonare senza preoccuparmi di lui. Mi aveva guardata appena. Indossavo un piccolo abito nero, offertomi da Mazusan dopo la nostra partenza da Jura. Ma essendo Mazusan molto più piccola di me, il suo abito mi stringeva molto e mi copriva poco. Sedetti sul suo letto e lo osservai per qualche minuto, prima di cominciare a suonare.
Lui, seduto alla sua scrivania, stava scrivendo una lettera al Primo Ministro del suo pianeta. Nonostante la sua aria concentrata, io lo sentii un po' imbarazzato e a disagio: come me, non sapeva cosa dire. Come me, taceva. Quando riuscii a non far caso alla sua presenza, le mie dita si dettero a percorrere le corde seguendo i movimenti della mia anima. Suonavo l'arpa nella stanza di Harlock, ma il mio spirito correva nei campi del pianeta Jura della mia infanzia. Niente sembrava più in grado di fermarlo… tuttavia, dal fondo della stanza, lo sguardo insistente del capitano finì per riportarmi al presente. Mi fissava. Anche il suo spirito era lontano nel tempo. Una giovane donna, gracile e bella, dai lunghi capelli fulvi, suonava il pianoforte; un ragazzino, seduto ai suoi piedi, smontava un orologio, con un'aria molto concentrata.
Leggevo nella sua memoria come in un libro aperto. Harlock lo sapeva: aveva tacitamente acconsentito a dividere con me questo ricordo, e ancora non sapevo in che misura quel segno di confidenza fosse stato un privilegio. Infatti, lui non parlava mai di sé…
Al termine di quel piccolo concerto privato, lo sentii più sereno. La mia musica gli piaceva molto ed ero stata molto felice di potergli fare un piacere. Mi ero appena resa conto che, se potevo servire almeno a questo, la mia presenza a bordo non era del tutto inutile. M'invitò a tornare a suonare per lui tutte le volte che volevo. Ed è ciò che feci. Mi sentivo bene nella sua camera: essa aveva su me l'effetto di un calmante. E lui si sentiva bene in mia presenza: facevo lo stesso effetto su lui.
Col passare dei giorni, cominciavo ad aprirmi agli altri, a interessarmi un po' a loro. Il Dottor Zero continuava a farmi visita ogni giorno… E poiché ero ormai disposta al dialogo, le sue visite si prolungavano e si moltiplicavano. Quindi diventò il mio confidente. E siccome consumava alcool quasi quanto me, bevevamo spesso insieme.
Così, col passare dei giorni, imparavo qualcosa di più sulla natura umana e sulla sua complessità. Invece, Harlock ed io parlavamo sempre così poco, ma man mano che il tempo passava, mi accorgevo che la mia vicinanza, che da una parte lui cercava, lo rendeva però d'altronde nervoso.
Una sera in cui suonavo per lui, seduta accanto al suo letto, egli si era sdraiato per riposare. Non appena il sonno iniziò a prender possesso di lui, io mi vidi nei suoi pensieri in una maniera in cui mai avrei immaginato di comparire nei pensieri di un uomo che non fosse il mio compianto Maino. Avevo colto pensieri simili in molti membri dell'equipaggio, ma scoprire le mani di Harlock intente a spogliarmi nei suoi sogni mi aveva raggelata per l'orrore! Come osava appropriarsi del mio corpo nei suoi sogni? Far questo a me, che gli avevo accordato la mia più completa fiducia… mi sentivo tradita, presa in trappola, aggredita… violentata. Le sue mani percorrevano i miei fianchi e la sua bocca stava per baciare il mio collo, quando lui fu dolorosamente riportato alla realtà dalla mia arpa, che gli avevo appena scaraventato in testa.
Egli si risollevò bruscamente, incredulo, tenendosi tra le mani la testa, che sanguinava abbondantemente. Ebbi paura del liquido rosso che colava lungo il suo volto. Ebbi paura del gesto che avevo appena compiuto. Ebbi paura delle probabili conseguenze di ciò che era appena accaduto. Semplicemente, ebbi paura e corsi a rinchiudermi nella mia camera per piangere di disperazione.
Il dottore venne a trovarmi un'ora dopo. Aveva appena ricucito la testa di Harlock, che non aveva voluto dare alcuna spiegazione in merito alle circostanze che avevano causato la sua ferita. Confessai al dottore di essere io la responsabile ed egli mi suggerì di andare a scusarmi, il giorno seguente, col capitano, assicurandomi che lui mi avrebbe senza alcun dubbio perdonata. Cacciai immediatamente il dottore dalla mia camera, poiché ritenevo che fosse Harlock a doversi scusare con me. Io, all'epoca, facevo ancora fatica a capire che i Terrestri non erano responsabili dei loro desideri, né dei loro fantasmi; e quindi piombai di nuovo, per un certo periodo, nel mutismo, e stavolta rinunciai anche a nutrirmi.
Alcuni giorni dopo, Harlock mi venne a trovare e mi comunicò che stavamo dirigendoci verso il "Pianeta degli Umani", dove il suo amico Dottor Heinz e la sua famiglia, insieme ad un gruppo di scienziati terrestri, perseguitati dal governo del loro pianeta, si erano esiliati per vivere in pace.
- "È lì che le nostre strade si separeranno.", dichiarò. "Vedrai, è un pianeta sul quale si vive bene. Chiederò al mio amico che vegli su te e sulla tua sicurezza."
Lasciò la mia camera prima che io potessi trovare la forza di rispondergli alcunché. Tuttavia qualcosa di inatteso era accaduto dentro di me: mi ero appena resa conto che l'idea di essere separata da Harlock mi era intollerabile. Lui era arrivato ad occupare nel mio cuore un posto più importante di quanto io avessi supposto, ma rimaneva un problema: lui mi desiderava ma io non desideravo lui.
La sua bocca, quella stessa bocca che, in seguito, gli avrei invidiato, suscitava in me un feroce disgusto, ed il suo occhio mobile, che seguiva ogni mio movimento, mi spaventava talvolta. Tuttavia io piacevo a quell'occhio e, per la prima volta nella mia vita, maledicevo la natura per avermi fatto donna. Una volta ritrovata un po' di calma, raggiunsi Harlock nella sua camera e gli dissi che volevo parlargli. In piedi davanti alla finestra, egli mi volgeva le spalle; senza voltarsi, e senza neanche invitarmi a sedere, mi disse che mi ascoltava.
Non sembrava più l'uomo al quale mi ero abituata: in quel preciso momento lui era più "Capitano" che Harlock, ed io sentivo che convincerlo a tenermi presso di lui non sarebbe stato facile.
- "Io... io so che hai preso una decisione che mi riguarda.", farfugliai. "Ma vorrei che tu la riesaminassi. Io... io vorrei rimanere sull'Arcad..."
- "È impossibile.", m'interruppe lui. "Non accetto che tu rimanga chiusa in una stanza di dieci metri quadrati e del resto non puoi rimanere indefinitamente come passeggera qui fra noi."
- " È la mia punizione, vero?"
- "No, Meeme. Al contrario. È nel tuo interesse e in quello di tutti. Ritengo che sia scomodo tanto, per te, avere accesso ai pensieri degli altri, quanto, per noi, dover controllare i nostri in tua presenza. Non ho il diritto di fartene una colpa, ma tu devi capirmi."
- "No, io non capisco! Io non voglio vivere su altri pianeti all'infuori del mio, Harlock! Ho perduto tutto quel che mi era caro. Riesci appena a immaginare quanto mi mancherete, tu e il dottore?!"
- " Riesci appena a immaginare quanto tu mi manchi già?!", lo sentii pensare, quando la sua voce ricominciò a farsi sentire, più severa dell'giudizio universale:
- "L'Arcadia è una nave da guerra, non un'imbarcazione da diporto. Non c'è posto qui per una donna delicata come te."
Io protestai:
- "Se fossi tanto delicata, non sarei sopravvissuta fino al nostro incontro."
Lui si voltò finalmente verso di me.
- "Un punto a tuo favore! Ma essendo una donna, sei un'ottima preda per i nostri avversari. I miei uomini, ed io stesso, abbiamo ben altro da fare che pensare a garantirti protezione..."
Gli dissi che potevo difendermi da sola e lui ribatté che non avrei sempre avuto a che fare con uomini addormentati!
Accettai l'affronto, ma non l'argomento.
- "Sarei molto più temibile di quando ho a che fare con uomini che mi sottovalutano, come te! Se non mi vuoi più come passeggera, accettami come membro del tuo equipaggio! Aiuterò il Dottor Zero; imparerò a difendermi come voi e a diventare uno dei vostri. Ma ti supplico, Harlock! Non mi separare da te."
Mi guardò sorpreso dalla mia determinazione, poi andò a versarsi un bicchiere di vino, che bevve da solo, osservandomi. Dopo aver vuotato il bicchiere, ruppe il silenzio, dichiarando:
- "Finché qui fra noi eri una passeggera, io ero tuo amico. Se tu diventassi uno dei nostri, io sarei il tuo capitano. Questo cambierebbe molte cose, lo sai!"
- "Cosa importa?", risposi. "La tua natura non cambierebbe affatto ed io so che tu sei giusto. Farò ciò che vorrai."
Egli lasciò la sua stanza, dicendomi che avrebbe riflettuto sulla questione.
Più tardi, il Dottor Zero venne a trovarmi con due bottiglie di rhum: Harlock l'aveva consultato per chiedergli se riteneva che io potessi essergli utile in qualche modo. Mi affrettai a chiedergli cosa ne pensasse.
- "E in cosa potrebbe essermi utile, Meeme?", replicò lui ridendo. "Le nostre bocche ed i nostri occhi la spaventano e la vista del sangue le fa perdere il controllo."
Aveva ragione, ed improvvisamente ebbi vergogna di me.
- "Però ho difeso la sua causa: lei è dolce, buona e sensibile e con buone nozioni di anatomia potrà essermi di valido aiuto e poi... io stesso non sono certo immune dal rischio di ammalarmi. In due non saremo sicuramente troppi, nell'infermeria! Ma soprattutto... se lei ci lasciasse, la cosa mi rattristerebbe troppo."
Gli saltai al collo e lo strinsi tra le braccia. La mia vita sull'Arcadia era appena arrivata ad una svolta. Però non potevo ancora cantare vittoria... Dovevo ancora dimostrare di saper svolgere il mio ruolo. Da quel momento, nei mesi che seguirono non ebbi più neppure un secondo per isolarmi, piangere o pensare. Harlock aveva incaricato i suoi uomini di iniziarmi alla navigazione, alla cosmologia ed al maneggio delle armi da fuoco, delle armi laser e delle armi bianche. Membri dell'equipaggio venivano a svegliarmi in piena notte per saggiare la mia resistenza allo stress e i miei riflessi; mi allenavano ad anticipare i colpi e a schivarli. In quel periodo ne ho ricevuti tantissimi. Ma anch'io ne ho distribuiti molti ai miei compagni, che ritrovavo il giorno dopo all'infermeria, ove il dottore m'insegnava a curarli.
Nel tempo residuo, il Dottor Zero m'insegnava la biologia e l'anatomia dei terrestri. E per estensione, m'iniziava poco per volta alla chimica ed alla fisica. Insomma, imparavo senza posa. Ma le settimane passavano ed io non vedevo più Harlock. Ormai ero io che andavo dietro la sua porta ed esitavo a bussare. Le cose erano cambiate: lui era diventato il mio capitano e aveva di colpo acquistato ai miei occhi il fascino bruciante di quelli che non ci guardano più.
Un giorno in cui, recatami dietro la sua porta, mi stavo chiedendo se la mia visita gli avrebbe fatto piacere o no, lui arrivò alle mie spalle e mi domandò cosa volessi. Io mi feci tutta gialla, come un bambino curioso colto sul fatto mentre è intento a scrutare dal buco di una serratura. Gli dissi che ero venuta a riprendere la mia arpa. Entrò nella sua camera senza invitarmi a seguirlo e mi restituì lo strumento, raccomandandomi di farne buon uso in avvenire. Io divenni nuovamente gialla, mentre chiudeva la sua porta. Avrei potuto credere che si divertisse a mostrarsi crudele... Non era così, ma da bravo pirata Harlock sapeva bluffare. Fingeva d'ignorarmi, però si manteneva al corrente di ogni minima cosa che mi riguardasse. Tutti ci aspettavamo l'evento che stava avvicinandosi. Si presentò sotto forma di premonizione. Mi trovavo nell'infermeria e stavo sterilizzando le medicazioni, quando le sirene risuonarono in tutta la nave. Vidi dall'oblò che ci stavamo preparando ad abbordare una nave da carico proprio davanti a noi. Harlock doveva essere sul ponte di comando, intento a scegliere gli uomini che l'avrebbero accompagnato nel saccheggio della nave terrestre. Era un'operazione di routine, che in genere non riservava molte sorprese... L'Arcadia puntò i suoi cannoni in direzione del cargo spaziale. Quest'ultimo si lasciò assalire senza opporre resistenza. Harlock ed una ventina di uomini fecero allora il loro ingresso. Dieci uomini armati fino ai denti radunarono e tennero a bada l'equipaggio del mercantile mentre il capitano con altri dieci uomini ispezionava le stive dei tesori, delle riserve di viveri e delle materie prime che avremmo dovuto portar via. I Terrestri temevano Harlock, che sul proprio pianeta aveva ottenuto una reputazione molto più cattiva di quanto non meritasse. L'avevano accusato a torto di numerosi crimini. Ma quelle ingiuste accuse avevano notevolmente contribuito a render più docili i marinai interstellari. Se Harlock gliel'avesse chiesto, gli avrebbero sicuramente consegnato essi stessi le loro merci.
continua ...