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PIETRO MURA

Breve sintesi della sua vita

Pietro Mura Nato a Isili il 23 febbraio 1906 da Antonio e Luigia Orrù. Appartenente a una famiglia di ramai, esercitò lui stesso quella professione, dopo aver abbandonato gli studi alla quarta elementare. Autodidatta, iniziò a scrivere versi all’età di quattordici anni. Trasferitosi a Nuoro, si sposò e aprì una bottega di articoli in rame. I magri affari lo indussero a partire come volontario in Africa Orientale dove rimase dal 1936 al 1938. Rientrato a Nuoro, si dedicò alla lettura e alla scrittura di versi, entrando in contatto con il fecondo milieu culturale del capoluogo barbaricino. Dal 1957 iniziò a partecipare al “Premio Ozieri”, dapprima come poeta, poi venne chiamato a far parte della giuria. Morì il 16 agosto 1966.
 


Breve storia della recensione di "Nicola Tanda"

L'odissea di Predu Mura
A distanza di dodici anni dall’edizione critica delle ultime tre raccolte delle Poesias d’una Bida di Predu Mura, Nicola Tanda, con la collaborazione di Raffaella Lai, propone, per la collana Scrittori Sardi, la pubblicazione integrale dei testi che lo stesso poeta di Isili aveva radunato in una sorta di percorso stilistico a ritroso.
Sul finire delle pagine introduttive, Tanda utilizza queste parole di Garcia Lorca per riassumere la concezione contemporanea della poesia: “l’uomo si avvicina per mezzo della poesia con rapidità al punto a cui il filosofo e il matematico volgono le spalle in silenzio”. Ma nel caso di Pietro Mura l’elenco dei silenti potrebbe allargarsi, per includere coloro i quali, per inerzia dogmatica, non hanno preso coscienza che il sistema letterario era cambiato in Sardegna e nel mondo, perché era il mondo stesso ad essere cambiato.
“Quando cambia infatti la visione delle cose del mondo, cioè il significato, cambia anche il modo di comunicarla, cambia cioè insieme al significato anche il significante”. Eppure quella del Novecento è stata una lezione che “non abbiamo saputo né voluto capire, poiché avevamo libri di testo di letteratura italiana, universitari e scolastici, viziati dalla ideologia che apriva tutte le porte e che spiegava tutto, proprio tutto”. Un secolo di poesia e di letteratura in genere che alla massificazione e alla monocultura industriale ha contrapposto le istanze del plurilinguismo e del pluriculturalismo, sperimentando forme espressive che, assolutamente aperte ai dialetti e alle lingue altre, hanno favorito il formarsi delle consapevolezze identitarie.
Un cambiamento questo che, nell’era di internet, impone di affrontare il problema, oggi più che mai dibattuto, del rapporto fra locale e globale, un cambiamento al centro del quale Nicola Tanda colloca, in Sardegna, un artigiano del rame diventato artigiano di versi. La sua opera, emancipatasi dall’eredità di una tradizione scritta e orale ormai convenzionale e stilisticamente indefinita, ostaggio come era delle “tre corone (Carducci, Pascoli, D’Annunzio)” incarnate, in italiano, da Sebastiano Satta e, in sardo, da Peppino Mereu e Antioco Casula, ha rappresentato dalla fine degli anni Cinquanta l’avanguardia della rinascita poetica in lingua sarda, di una lirica finalmente restituita ad “un percorso certamente più congeniale al vecchio idioma”, eppure permeabile agli itinerari più avvincenti della poesia contemporanea.
“Fippo operàiu ‘e luche soliana / commo so’ oscuru artisanu de versos / currende un’odissea ‘e rimas nobas / chi mi torret su sonu ‘e sas lapias / ramenosas campanas / brundas timballas e concas / e sartàghines grecanas”..

Eleonora Frongia

 

 

Una sua Poesia

 
Cagliari, Centro di studi Filologici Sardi/Cuec, 2004

Un grade poeta Sardo "Isilese del 900"

 
Pietro Mura

 

Sas poesias d'una bida

Tristas che notte
sas umbras de sos fizos de Barbàgia
brusiaos de s’ódiu
si pèsana e s’isprìcana sa pena
in sa luchente cara de sa luna.
Fizos d’unu desertu irmenticau,
arau fortzis solu de sa morte,
nàschios d’una sorte fatt’ ‘e preda,
isèttana chi benzat su lentore
a lis labare sas pragas apertas.
Boches de solidale
su murmuttu tramandan
de edade in edade
ma su tempus es surdu.
Pesatinde Barbàgia
e dae su dolore
de focu ti nde fràvica un’ispada
che su cor’ ‘e su sole buddia
e brùsia senza pena
sa radichin’ ‘e su martìriu tuo.
In su muru ‘e s’òdiu
aperibi una janna
chi siat de artura tantu manna
cant’est artu su sole a mesudie.
Chi siat de largura tantu larga
cant’est largu su coro ‘e sa natura;
pro chi colet ridende su beranu
chin tottu sos profumos ch’hat in sinu;
pro chi avantzet cantande s’arbèschia
chin tottu sos lentores de manzanu;
pro chi si nde confortet su desertu
e ti torret sos fizos fattos frores.
 

LAVORI IN CORSO

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