LA CHIESA E I TESTI ORIGINALI









BIBBIE CATTOLICHE E BIBBIE PROTESTANTI


TRADUZIONI IN LINGUA ITALIANA ED INGLESE


 

 

 

 

 

BIBBIE CATTOLICHE E BIBBIE PROTESTANTI

 

 

La Bibbia è affidata alla Chiesa ma anche la Chiesa è affidata alla Parola (Atti 20,32). Allo stesso modo la Chiesa è affidata a Maria (che prega ad intercede per il popolo in cammino) ma anche Maria è affidata alla Chiesa (Giovanni 19,26). Senza una Parola sicura e stabile non esiste Chiesa e senza Chiesa la stessa Parola rimane lettera morta. Che la Chiesa preceda la Parola è poi tutto da dimostrare, visto che l'insegnamento degli apostoli va di pari passo alla stesura delle epistole ed alla predicazione (scritta e orale) dei Vangeli.

Quasi tutte le Bibbie tradotte dai testi originali utilizzano oggi lo stesso testo ebraico (Biblia Hebraica Stuttgartensia) ed il medesimo testo greco (The Greek New Testament UBS). Le differenze sono pertanto minime e, quasi sempre, derivano dal fatto che (per l'Antico Testamento) i protestanti preferiscono fare riferimento quasi esclusivo al testo masoretico, mentre i cattolici, soprattutto dove il testo ebraico sembra oscuro o corrotto, ricorrono senza troppi pregiudizi anche ad altre autorevoli fonti testuali (Bibbia dei Settanta, Vulgata, Manoscritti del Mar Morto, Pentateuco Samaritano, Vetus Sira, Teodozione, ...). La Settanta è comunque ancora molto stimata dalle chiese ortodosse, che spesso la utilizzano per uso liturgico e per traduzioni ufficiali, sottolineandone l'antichità e l'uso preferenziale fattone dalla chiesa primitiva. Per il Nuovo Testamento le differenze sono invece praticamente inesistenti, essendo stato raggiunto un consenso unanime sul testo critico comune da utilizzare (grazie ai contributi di Wescott ed Hort, Nestle ed Aland, Martini e Metzger), testo che oggi ha praticamente soppiantato la "Vulgata Clementina" ed il "Textus Receptus" di Erasmo da Rotterdam.

 

Nelle Bibbie protestanti mancano poi quasi sempre utili note esplicative ed i libri deuterocanonici sono regolarmente omessi o inseriti in appendice. Fino all'inizio degli anni ’60 le Bibbie cattoliche furono ricavate dalla Volgata latina e vennero corredate da edificanti note esplicative, tratte dalle riflessioni di autorevoli Padri della Chiesa o di altri dotti studiosi cattolici. Per almeno tre secoli il timore del protestantesimo portò le autorità religiose a bollare con parole veementi tutte le società bibliche, a vietare il possesso di bibbie protestanti e a mettere all'indice anche le bibbie cattoliche ristampate, senza note e libri deuterocanonici, da editori non cattolici. Dopo il Concilio Vaticano II la situazione cambiò radicalmente: la Volgata non fu più il testo ufficiale e liturgico della chiesa cattolica e largo spazio venne dato ad accurate traduzioni dai testi originali in lingua volgare. Sotto l’influsso della ricerca archeologica e della critica testuale molte Bibbie furono arricchite da note storiche e linguistiche di indubbio valore culturale e di notevole spessore esegetico: in alcuni casi non mancarono però venature scettiche e scarsamente pastorali con effetti poco edificanti sugli spiriti più deboli e meno eruditi.

 

Di fatto, nel corso degli anni ’50, una parte della chiesa cattolica finì sotto l'influenza della critica liberale, nello stesso modo in cui moltissime chiese protestanti caddero sotto il controllo del pensiero liberale nel corso degli anni ’30. Tutto ciò seminò, in larghe frange delle università cattoliche, quello che vent’anni prima aveva seminato nel mondo accademico evangelico, cioè una lettura ultra critica ed oltremodo scettica delle Sacre Scritture. Quando nuove versioni furono fatte dai cattolici, apparvero annotazioni (peraltro ancora richieste dal diritto canonico) che spesso servivano a veicolare idee liberali e razionaliste. Nella storia delle versioni cattoliche si ebbero pertanto due periodi: nel primo periodo, che si estese dal 1600 al 1960, le Bibbie cattoliche furono tratte solo ed esclusivamente dalla Vulgata (esente da eresie ma superata dalla critica testuale) ed offrirono note pastorali positive ed edificanti, mentre nel secondo periodo, che va dal 1960 in poi, le Bibbie cattoliche si basarono sullo stesso testo ebraico e sullo stesso testo critico greco utilizzati dai protestanti, furono libere da pregiudizi dogmatici, inclusero note e commenti arricchiti da profonde competenze linguistiche, testuali, storiche ed archeologiche ma, per le ampie venature scettiche, rischiarono di confondere la fede di non pochi lettori di media cultura, spesso incapaci di valutare in modo obiettivo i fondamenti epistemologici di alcuni rami della moderna scienza biblica. [1]

 

 

 

 

 

 

Bibbie cristiane: testi di riferimento

 

 

 

 

 

 

Cattolici fino XIX secolo

Cattolici dopo

XIX secolo

Ortodossi

Protestanti fino XIX secolo

Protestanti dopo

XIX secolo

 

Nuovo Testamento

 

Vulgata

Testo critico di Nestle - Aland

Textus Receptus

(o Testo Bizantino)

Textus Receptus

Testo critico di Nestle - Aland

 

Antico Testamento

 

Vulgata

Testo Masoretico

 

(Settanta e Vulgata nei casi dubbi)

Settanta

Testo Masoretico

Testo Masoretico

 

 

 

 

ALCUNE TRADUZIONI IN LINGUA ITALIANA

 

 

DALLA DIODATI ALLA MARTINI

La prima Bibbia in lingua italiana fu realizzata a Venezia nel 1471 ad opera del monaco camaldolese
Nicolò Malermi: si trattò di una traduzione dalla Vulgata latina, diffusa dal tipografo Vandelino, più volte ristampata negli anni successivi ed accolta con grande entusiasmo dal mondo cattolico.  La prima traduzione in lingua italiana dai testi originali fu effettuata da Antonio Brucioli nel 1535 ed ebbe buona diffusione tra i cattolici, anche se nel 1540 le fu aggiunto un commento protestante che contribuì a screditarla presso le autorità ecclesiastiche. Nel 1599 il papa Paolo IV legò l’uso ed il possesso di una Bibbia in lingua volgare al permesso del Santo Uffizio ed all’autorizzazione del Vescovo locale. In ambito protestante fu pubblicata a Ginevra tra il 1607 al 1641 la versione del lucchese Giovanni Diodati, più volte ristampata fino ai giorni nostri. L’opera era molto valida per la traduzione dell’Antico Testamento: il Diodati era infatti tornato al testo ebraico, superando talora per precisione ed esattezza addirittura la Vulgata. La traduzione del Nuovo Testamento era invece segnata da alcuni pregiudizi calvinisti e soprattutto dall’utilizzo del testo greco ricostruito da Erasmo da Rotterdam (il cosiddetto Textus Receptus), in molti punti decisamente meno attendibile del testo latino della Vulgata Clementina. I cattolici criticarono quindi l'esclusione dei libri deuterocanonici, la mancanza di note esplicative e la soppressione delle introduzioni ai vari libri. Tra i punti più controversi della Diodati è forse il caso di ricordare le traduzioni di Luca 1,28 e di Atti 14,23. Il "piena di grazia" dell'annunciazione fu reso dapprima con "graziosa" (1607) e poi con "favorita" (1641), termine ambiguo, soprattutto tenendo condo che tale titolo era spesso riservato alle donne di dubbia virtù e di perduta fama. La polemica fu alimentata dal tentativo di alcune frange cattoliche di utilizzare il versetto per presentare Maria come "intrinsecamente piena di grazia" piuttosto che "colmata dalla grazia da Dio". Forti critiche suscitò la sostituzione del termine "presbitero" con "anziano", mentre scandalosa sembrò l'elezione diretta degli anziani da parte delle chiese di Listra, Iconio ed Antiochia narrata in Atti 14,23 (la traduzione invero era grammaticalmente possibile ma non risultava suffragata dalla testimonianza delle prime comunità cristiane ......Atti 10,41; 1 Timoteo 4,14, 1 Timoteo 5,22; 2 Timoteo 1,6; Tito 1,5). Tra i versetti più famosi presenti nella Diodati (e nel textus Receptus) ma mancanti nelle Bibbie moderne (e nei testi critici di Wescott e Hort e di Nestle-Aland) è il caso di ricordare il comma giovanneo (1 Giovanni 5,7-8), la professione di fede dell'eunuco etiope (Atti 8,37), la divinità di Cristo nella carne (1 Timoteo 3,16), la dossologia alla fine del Padre Nostro (Matteo 6,13), la non paternità di Giuseppe (Luca 2,33), la finale lunga di Marco (Marco 16,9-20) e la remissione dei peccati attraverso il sangue di Cristo (Colossesi 1,14).

 

Se da un lato, perfino l'uso dell'imperativo "Investigate le Scritture" al posto dell'indicativo "Voi scrutate le Scritture" (Giovanni 5,39) suonava come una manipolazione testuale dolosa, finalizzata a diffondere le tesi protestanti del libero esame, dall'altro lato tutto il protestantesimo continuava ad accusare la Chiesa cattolica di un attaccatamento superstizioso e bigotto alla Vulgata e di un immotivato rifiuto di tradurre le Scritture dai testi originali. Dalla seconda metà del 1500 le chiese riformate, in chiara polemica con la chiesa cattolica, fecero infatti costante riferimento al cosiddetto Textus Receptus, ricostruito da Erasmo da Rotterdam e da Robert Estienne. Le famose versioni italiana del Diodati, tedesca di Lutero ed inglese di King James sono state ottenute proprio partendo da tale testo. Il Textus Receptus era però tutt'altro che perfetto e, secondo la critica testuale moderna, risultava pesantemente condizionato da aggiunte, arricchimenti ed abbellimenti del testo originale. Di qui nascevano i timori e le chiusure della chiesa cattolica: il testo greco che rappresentava, almeno in parte, la tradizione testuale della chiesa bizantina era stato ricostruito da Erasmo da Rotterdam utilizzando alcuni manoscritti poco affidabili (due provenienti da una biblioteca monastica di Basilea ed uno risalente al XII secolo) e, in non pochi punti (soprattutto per il libro dell'Apocalisse), lo stesso Erasmo si era addirittura affidato alla Vulgata, ritraducendo in greco il testo latino [2] Il successo della Diodati fu comunque determinato anche e soprattutto da fattori politici ed economici. In una società dove le Bibbie ufficiali erano la Volgata, accessibile a solo coloro che conoscevano il latino, e la Martini, disponbile in più di 20 costosi tomi, la Diodati veniva offerta in un unico maneggevole volume a prezzi praticamente stracciati. Durante il Risorgimento assunse poi un valore eversivo e libertario nei confronti delle forze reazionarie, conservatrici e codine, nonché della religione cattolica e del potere temporale della chiesa. Fu letta e diffusa all'interno della carboneria e dei movimenti liberali, patriottici e massoni e fu pubblicata anche a Roma come segno di ritrovata libertà civile e religiosa durante la Repubblica Romana (1849) e subito dopo la breccia di Porta Pia (1870.

 

Nel 1781 Antonio Martini, arcivescovo di Firenze, offrì ai cattolici un’autorevole versione in lingua italiana traducendo la Vulgata latina ed arricchendo il  testo della Bibbia con edificanti  note teologiche, storiche e pastorali. Erano inoltre presenti ampi riferimenti alle principali opere dei Padri della Chiesa, importanti riscontri sul testo originale ebraico e greco e possibili correzioni al testo latino della Vulgata Sisto-Clementina. Anche se utilizzò un italiano piuttosto poetico, la Bibbia del Martini fu dichiarata "testo di lingua" dall'Accademia della Crusca nel 1885. Un’approfondita analisi dei codici ebraici fu possibile grazie all’aiuto dal rabbino Terni, mentre il teologo Marchini collaborò al raffronto sui manoscritti greci allora disponibili. L'edizione più famosa della Bibbia Martini fu quella realizzata dalla Stamperia Reale di Torino in 23 volumi tra il 1769 ed il 1781, grazie al finanziamento della casa Savoia. L'opera intera fu poi riproposta tra il 1782 ed il 1792 dalla Stamperia Arcivescovile di Firenze.

 

Nel 1820 Pio VII vietò la lettura della Bibbia del Martini. Laici, liberali, protestanti e massoni da quasi due secoli continuano sdegnati a denunciare il fatto, marchiandolo come momento infame di grave intolleranza religiosa. Da un’analisi accurata dei fatti emerge che l’iniziativa nacque dalla diffusione, da parte di alcuni predicatori protestanti, di un Nuovo Testamento del Martini, realizzato senza note e introduzioni da alcuni editori forse solo interessati ad abbatterne il prezzo di vendita (è il caso di ricordare soprattutto la versione prodotta a Londra dalla stamperia "Bensley e Figli" nel 1818). Alcuni missionari colportori si presentavano francamente proponendo la lettura della Bibbia del Diodati, mentre altri più ingegnosi aggiravano il rifiuto dei cattolici di leggere la Diodati, offrendo una Bibbia cattolica famosa e regolarmente autorizzata. A questa erano poi combinate ad arte pubblicazioni anticattoliche infarcite di riferimenti tratti correttamente dall’autorevole testo del Martini. In pratica la Martini senza note era diventata in non pochi casi il cavallo di Troia con cui i più spregiudicati missionari anticattolici tentavano aggirare le difese di larghe parti della popolazione, quasi sempre impreparata al confronto ed alla discussione. Dopo pochi anni, la lettura della Bibbia del Martini venne comunque nuovamente autorizzata (e fu ripubblicata con imprimatur a Venezia nel 1822 e nel 1830, a Prato nel 1832, a Firenze nel 1836 e a Milano nel 1840), grazie all’azione di alcune case editrici che, comprimendo i margini di profitto, la ripresentarono sul mercato arricchita delle note, delle introduzioni e delle appendici originali. Nel 1870 le note, le introduzioni e le appendici della Bibbia del Martini furono tagliate, ridotte, rivedute e compattate dall’opera di G. Ippolito e L. Nazari. I cattolici del nuovo regno d’Italia ebbero così a disposizione la Parola di Dio in soli sette volumi e ad un costo relativamente contenuto ma molte informazioni storiche, teologiche e testuali andarono perdute. Andarono perdute soprattutto le varie lezioni (con il paragone tra la Vulgata ed i testi originali greco ed ebraico) riportate in fondo ai vari libri della Sacra Scrittura, rendendo impossibile ogni confronto testuale critico. In compenso, dal 1870, molte Bibbie cattoliche (e qualche versione protestante) vennero illustrate dalle incisioni di Gustave Doré e fu possibile stampare la Bibbia del Martini in soli 4 volumi.

 

Negli anni '30 apparvero poi alcune traduzioni tratte dalla Vulgata piuttosto popolari, come l'opera di Tintori, la versione di Ricciotti in 5 volumi e una versione compatta della Bibbia di Marco Sales. Quest'ultima riscosse un enorme successo, perché aggiornò il linguaggio un po' obsoleto della Martini, razionalizzò le note e le introduzioni ed offì al lettore cattolico un'edizione compatta, maneggevole ed economica, in grado di competere per prezzo e dimensioni con le accattivanti Bibbie del Luzzi e del Diodati offerte dalle case editrici protestanti. Dall'inizio degli anni '40 fino alla fine degli anni '60 fu molto apprezzata una traduzione dalla Vulgata curata dalla casa editrice Salani e commentata da Ricciotti, con grande attenzione ai testi originali greco ed ebraico e alla critica testuale. La Bibbia del Martini ebbe comunque grande diffusione ancora per tutto il XX secolo e venne ristampata, oltre che dai cattolici, da non poche case editrici protestanti. L'ultima riedizione in tre volumi risale al 1967-72, dove furono molto alleggerite le introduzioni e le note ai vari versetti. Fino alla versione CEI del 1971, tutti i brani liturgici furono tratti dalla Bibbia del Martini.

 


LA RIVEDUTA DI LUZZI

Solo dopo la scoperta e la pubblicazione del Codice Sinaitico da parte di Tishendorf (1862) molti studiosi cattolici e protestanti hanno tentato di  ricostruire il testo greco originale, abbandonando pregiudizi, sospetti e superstizioni. Il Codice Sinaitico (oggi conservato al British Museum di Londra) ed il Codice Vaticano (ospitato dalla grande biblioteca vaticana a Roma) risultano infatti molto antichi (IV secolo), abbastanza affidabili e sostanzialmente concordi. Con i due codici sopraddetti concordano anche papiri molto antichi come P45 o Chester Beatty I (inizi del III secolo), P46 o Chester Beatty II (II secolo) e P75 o Bodmer XIV-XV (II secolo). Per il Nuovo Testamento la ricostruzione critica  del testo greco originale è stata quindi portata avanti da Westcott e Hort verso la fine del XIX secolo, mentre nel XX secolo si sono distinte le varie versioni  curate da Nestle e Aland e recentemente rivedute da Martini e Metzger.

 

La prima versione riveduta sui testi originali fu quella del valdese Giovanni Luzzi (1924) che coordinò un profondo lavoro di correzione, emendamento ed aggiornamento linguistico, partendo del testo della Diodati ed utilizzando, oltre ai testi originali, i contributi di Wescott e Hort, della English Revised Version e dell’American Standard Version. La versione del Luzzi fu dapprima diffusa in più volumi dalla società editrice Fides et Amor, incluse i libri deuterocanonici ed inserì in tutto l'Antico Testamento il Santo Nome di Jahvé. In seguito, venne pubblicata da società protestanti in un volume unico, senza i libri deuterocanonici e sostituendo il nome di Dio con "l'Eterno"..

È stato recentemente osservato che si voleva realizzare una Bibbia destinata a tutte le chiese, che prescindesse da preoccupazioni e intenti confessionali, e soprattutto fosse fedele e comprensibile. In vista di tali obbiettivi fu costituita la Società Fides et Amor che si presentò sulla scena editoriale pubblicando il N.T. con note e prefazioni per ogni libro (Roma 1909). Essa annoverava membri provenienti dalla chiesa romana, greco-orientale ed evangelica, confermando il proposito di voler superare gli steccati divisori e affermare l’unità della fede e anche della chiesa cristiana. Tale progetto ecumenico incontrò il favore del mondo cattolico, dove ebbe grande diffusione, perfino tra i soldati che combattevano durante la prima guerra mondiale, tanto che il Sant’Uffizio dovette ricordare (La Bibbia in italiano di Giovanni Luzzi. Monito del S. Uffizio, 2 aprile 1925) che il divieto di avvalersi di traduzioni di autori non cattolici riguardava anche le versioni italiane di Luzzi, “infette dai soliti pregiudizi protestantici e razionalistici e inoltre tese a voler legittimare le varie comunioni cristiane come rami di pari diritto dell’unica chiesa di Cristo". Ma la vera e propria opposizione venne all’opera da parte della “Civiltà Cattolica», che reagì alla pubblicazione del N.T. di Luzzi con un celebre articolo intitolato "Protestantesimo, anticlericalismo e modernismo", in cui si bollava la Società Fides et Amor come “specie di società segreta che lavora ad una libera Chiesa cattolica’», concludendo con accenti ideologici che "solo nella chiesa cattolica si può avere una società che, con l’accordo della fede e dell’amore di Cristo, può far suo il motto Fides et amor, mentre i protestanti, che diffondono l’irreligione in Italia, non possono altro che usurparne il titolo e mostrarne l’apparenza».[G. Toloni, La Traduzione della Bibbia in Italia, in M. Eugene Boring, Introduzione al Nuovo Testamento, pag. 97, Paideia, 2016]


 

IL RITORNO AI TESTI ORIGINALI

La Chiesa Cattolica incoraggiò il lavoro di revisione e ricerca, soprattutto con Pio X che, nel 1907, commissionò ai monaci benedettini l'incarico di fare ricerche e preparativi per un’edizione riveduta della Volgata e con Pio XII che, nel 1943, con l’enciclica Divino Affilante Spiritu caldeggiò vivamente lo studio delle lingue antiche e la preparazione di nuove traduzioni dai testi originali. Furono così pubblicate moltissime traduzioni sui testi originali come le Bibbie di Vaccari (1958), di Nardoni (1960), di Garofalo (1960) e di Mariani (1964). Si trattò di versioni oneste, accurate e molto letterali, anche se la forma italiana risentì talora di qualche parola arcaica e di qualche espressione obsoleta. Pregevoli furono, comunque, le note pastorali ed esegetiche sempre numerose, edificanti e in linea con la tradizione cattolica. Di particolare valore fu la Bibbia Utet (1963 - 1973) curata dai famosti biblisti Galbiati, Rossano e Penna, pubblicata in tre volumi, con un ampio apparato di introduzioni, note, cartine geografiche, mappe e fotografie. Si trattò di un'opera fedelissima ai testi originali e pregevole per le indicazioni filologiche, pastorali, critiche e storiche. La versione ebbe larga diffusione tra il pubblico, assicurando un notevole successo al progetto editoriale. Fu apprezzata anche dai non cattolici per la stretta aderenza al testo masoretico (nell'Antico Testamento) e al testo critico di Nestle - Aland (per il Nuovo Testamento). Il tetragramma fu sempre tradotto con Iahvé, mentre in moltissimi punti venne accantonata la Settanta per tornare al testo ebraico (emblematici furono, ad esempio, i casi del Salmo 110, 3 e di Proverbi 8,22). In Matteo 1,25 Giuseppe non conobbe Maria "finché non ebbe partorito un figlio", mentre in Matteo 6,13 si preferì la traduzione "non ci esporre alle tentazioni" all'opzione tradizionale "non ci indurre in tentazione". In Matteo 13,55 i fratelli di Gesù rimasero "fratelli" con un'onesta nota esplicativa e senza forzare il testo, mentre in Marco 1,15 si lesse un invito alla "conversione" piuttosto che al "far penitenza". In Luca 1,28 "piena di grazia" rimase al suo millenario posto, mentre in Luca 2,14 gli "uomini di buona volontà" diventarono gli "uomini del suo amore". Per la prima volta i cattolici italiani ebbero tra le mani una Bibbia tradotta in forma semplice e moderna, curata da biblisti molto competenti ed onesti, con introduzioni e note innovative ma equilibrate e, comunque, al di sopra di ogni sospetto. Per precisione e cura, la Bibbia Utet superò perfino la mitica Riveduta del Luzzi, sbarrando definitivamente il passo alle ricorrenti critiche alle vecchie traduzioni cattoliche. Il testo Utet fu quindi utilizzato per la prima edizione della Bibbia CEI (1971), che però scelse un approccio eclettico nell'adattarlo all'uso liturgico, abbandonando in alcuni punti il Masoretico e ritornando alla Volgata e alla Settanta.

 

Esistono poi varie edizioni diffuse delle Paoline, realizzate dal 1958 al 1978, con il contributo di Garofalo, Nardoni, Pasquero, Castoldi e Robaldo. Le ultime di queste, pubblicate a partire dal 1968 e revisionate da Pasquero nel testo, nell'introduzione e nelle note, ebbero il pregio di correggere alcuni errori presenti nelle traduzioni precedenti, di migliorare la fedeltà ai testi originali, di aggiornare la forma italiana e di eliminare alcune discutibili aggiunte. A tal proposito, è forse il caso di ricordare l'accoglimento di alcune critiche sensate formulate dal protestantesimo italiano per almeno due secoli. Nella Bibbia del Martini -in Marco 1,15- era infatti scritto “È compiuto il tempo, si avvicina il regno di Dio: fate penitenza e credete al vangelo”. Di fatto, il verbo greco “metanoeo" non significa affatto fare penitenza in senso cattolico (confessarsi, fare processioni e novene, digiunare, intraprendere pellegrinaggi, frustarsi, portare il cilicio, salire in ginocchia le scalinate delle cattedrali) ma piuttosto cambiare mentalità, pentirsi, ravvedersi, cambiare rotta. Il concetto di ravvedimento (metanoia), peraltro tradotto correttamente dalla Vulgata di Gerolamo (il latino poenitere vuol dire rammaricarsi, dispiacersi, pentirsi), dalla fine degli anni '60 è così entrato in ogni Bibbia cattolica, dove finalmente si legge: “ Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al Vangelo”. L’aver reso in modo ambiguo questa parola ha purtroppo prodotto almeno due secoli di eccessi nella storia della chiesa, portando continua acqua al mulino della riforma protestante. Le Bibbie Paoline prodotte a cavallo tra gli anni '60 e gli anni '80 rimasero a lungo le Bibbie più lette nelle famiglie e nelle scuole (anche per la possibilità di acquistarle a sole 1.000 lire) e continuarono ad essere diffuse pure dopo la pubblicazione dell'edizione ufficiale CEI (1971). Pregevoli furono le note pastorali, ricche di esempi edificanti, di semplici riflessioni teologiche e di autorevoli commenti tratti dai padri della chiesa (come Agostino, Ambrogio, Girolamo, Crisostomo, Beda, Gregorio, Teofilo, Cirillo, Eusebio) e da alcuni documenti conciliari (soprattutto Dei verbum, Lumen Gentium e Gaudium et Spes). Qualche perplessità venne solo da alcune scelte traduttive, fortemente condizionate da posizioni teologiche precostituite. In Proverbi 8,22 l'eccellente traduzione "In Dio ero quale principio degli atti suoi, esistente prima ancor delle opere sue" diventò "Dio mi creò fin dall'inizio di suoi atti, prima ancora delle opere sue" sulla falsariga dell'ambigua Revised Standard Version (1952). In Matteo 5,32, il versetto:"Chi manda via la sua moglie, eccetto il caso di fornicazione, l'espone all'adulterio; e chi sposa la ripudiata, commette pure adulterio si trasformò in "Chiunque ripudia la sua donna, eccetto in caso di concubinato, l'espone all'adulterio; e chi sposa la ripudiata, commette pure adulterio".

 

Motivi di polemica vennero anche dalla scelta di alcune Bibbie delle Paoline di tradurre, in alcuni punti, il termine “fratelli” con “cugini” o con “parenti”. Coloro che affermano che Maria avrebbe avuto altri figli, oltre a Gesù, citano infatti alcuni passi del Vangelo (ad esempio Matteo 13,55 e Marco 6,3) dove si fa riferimento a quattro fratelli del Signore, chiamati Giacomo, Giuseppe (o Ioses), Giuda e Simeone (o Simone). I cattolici hanno sempre rigettato la possibilità che Cristo possa aver avuto dei fratelli carnali, sostenendo come il termine “fratelli”, in aramaico, assumerebbe significato molto ampio, comprendendo anche il significato di “cugini”. La critica protestante e razionalista ha però obiettato che nella lingua greca il termine “fratello” è “adelphos”, mentre il termine “cugino” è “anepsios”, come bene sapevano alcuni autori del Nuovo Testamento (in Colossesi 4,10 Marco è detto chiaramente cugino di Barnaba). Dal punto di vista linguistico la discussone è però giunta ad un punto morto, visto che gli apostoli scrivevano in greco ma pensavano in aramaico, risentendo fortemente sia dell’influsso della lingua madre che dell’influenza della cultura greco-romana...... insomma è possibile che pensassero a "cugini" ma non fossero così sottili (come San Paolo) da usare "anepioi" invece che "adelphoi". Varie sono invece le ipotesi di parentela e, oltre a quella famosa di parentela attraverso una sorella di Maria, esiste anche l'ipotesi di una parentela tramite Giuseppe. Secondo alcune testimonianze risalenti ai primi secoli dell’era volgare, veri fratelli (quasi) carnali di Gesù sareebbero, infatti, Giuda e Giacomo, possibili figli di Giuseppe, padre putativo di Gesù, come sembra emergere dalla testimonianza di Eusebio (Eusebio, Storia Ecclesiastica, II, 1 e III, 19-20).. Il fatto che Giuseppe fosse vecchio ed avesse avuto dei figli è testimoniato pure dal Protovangelo di Giacomo in cui si narra che Giuseppe avesse risposto a chi lo aveva eletto quale custode di Maria: "Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza. Non vorrei diventare oggetto di scherno per i figli di Israele [Protovangelo di Giacomo IX, 2]. È invece verosimile pensare che il fratello di Gesù chiamato Giuseppe (o Ioses) fosse figlio di Maria, sorella della Madre di Cristo, come sembra emergere da alcune fonti attendibili (Matteo 27,56; Marco 15,40; Giovanni 19,25 e da Girolamo, Gli Uomini Illustri, II). Il fratello Simeone (o Simone) potrebbe essere invece figlio di Cleofa, fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, come sembra affermato dagli storici Egesippo ed Eusebio (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 11 e IV, 22).


 

LA BIBBIA CEI

Nel 1974
la Conferenza Episcopale Italiana diffuse la traduzione ufficiale tuttora in uso nella Chiesa Cattolica: questa versione è utilizzata sia per uso liturgico sia per quasi tutte le altre versioni cattoliche (Bibbia di Gerusalemme, Bibbia Tob, Bibbia della Civiltà Cattolica). La traduzione Cei (1971) era stata progettata per sostituire a livello liturgico la vecchia Bibbia del Martini e per offrire ai cattolici un testo ufficiale unico ed affidabile. Per la realizzazione pratica dell’opera si proponeva non una nuova traduzione dai testi originali ma un confronto accurato con le principali versioni italiane allora esistenti: (Bibbie Paoline,; Bibbia UTET; Bibbia Garofalo Bibbia Nardoni). In un secondo tempo fu deciso di operare una revisione della sola versione UTET del 1963, abbastanza omogenea e uniforme in quanto opera di tre soli traduttori (Galbiati, Penna e Rossano). .Il lavoro scelse un approccio eclettico, consultando la Vulgata, la LXX, il testo masoretico, il testo critico di Nestle –Aland ed i manoscritti più autorevoli, puntando alla massima esattezza filologica e ad una accurata precisione teologica. Notevoli attenzioni furono comunque riservate alla modernità e alla bellezza della lingua italiana; all’eufonia delle frasi (per favorirne la proclamazione) e al ritmo (per riuscire a musicare, cantare, recitare i testi). In fase di revisione e in vista della pubblicazione dei breviari e deilezionari liturgici, piccoli difetti di stile furono corretti nella cosiddetta "editio minor" pubblicata nel 1974.


 

LE NUOVE BIBBIE CATTOLICHE

(Tra il 1967 ed il 1980 le Edizioni Paoline hanno pubblicato, prima in 48 splendidi volumi ed in seguito in un unico volume, una
Nuovissima Versione della Bibbia dai testi originali, realizzata da una trentina di famosi biblisti e caratterizzata da estrema semplicità e da intenti squisitamente pastorali. l testo ricalca i testi originali, riproponendo espressioni e modi di dire greci, ebraici ed aramaici in modo fedele, senza tentare di forzare o di interpretare il senso. La diffusione di tale versione permette a credenti e non credenti di disporre di un testo alternativo diverso da quello canonico della CEI, sicuramente molto utile per la meditazione, lo studio e la ricerca. Essa è attualmente pubblicata sotto vari nomi a seconda del formato: Bibbia Tabor (formato tascabile con note e introduzioni essenziali), Bibbia Emmaus (formato standard con ampie note e introduzioni), Bibbia Ebron (edizione in grande formato della Bibbia Emmaus). Purtroppo le recenti versioni della Bibbia delle Paoline hanno tagliato drasticamente le note testuali, storiche e pastorali, magari preferendo corredare le Sacre Scritture di ottime appendici e di utili riferimenti tematici. Al lettore medio finiscono però per mancare alcune indicazioni fondamentali, che nelle traduzioni realizzate tra gli anni '50 e gli anni '70 avevano contribuito alla lettura, alla diffusione ed alla comprensione della Parola di Dio presso le scuole, nelle famiglie e all'interno delle parrocchie. Qualche perplessità suscitò anche un numero limitato di scelte traduttive alquanto estrose. Un errore presente in moltissime Bibbie moderne riguarda la traduzione dell’ebraico "bar" nel Salmo 2,12. Il termine si può infatti rendere con “figlio” solo nell’aramaico recente, mentre nell’ebraico del tempo di Davide significava semplicemente “puro”. La traduzione corretta sembra pertanto quella fornita da Gerolamo nella Vulgata, cioè “adorate con purezza” e non quella diffusa dalla Settanta “apprendete la disciplina” né tanto meno quella messianica oggi presente in moltissime versioni protestanti, cioè “rendete onore al figlio”. La Nuovissima Versione delle Paoline, forse tentando di evitare una posizione netta e precisa, scelse di seguire una ipotesi congetturale, peraltro già condivisa dalla Bible de Jérusalem e dalla Revised Standard Version, optando per la discutibile traduzione "baciate i suoi piedi". Un altro punto in cui alcune difficoltà traduttive sono atate abilmente aggirate è dato da Isaia 53,8 dove il testo ebraico andrebbe reso: "Dall'oppressione e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi rifletté ch'egli era strappato dalla terra de' viventi e colpito a motivo delle trasgressioni del mio popolo?", mentre la Settanta rese con: "Dall'oppressione e dal giudizio fu portato via; la sua generazione chi potrà narrarla? per la sua vita fu strappato dalla terra, per i peccati del mio popolo egli fu consegnato alla morte". La Nuovissima Versione delle Paoline tagliò corto sul significato preciso del termine"generazione" e rese semplicemente: "Con violenza e condanna fu strappato via: chi rifletté sul suo destino? Sì, è stato tolto dalla terra dei vivi, per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte". In 1 Corinzi 10,13, nel classico versetto "Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla" sparì la via d'uscita (in greco ekbasis) e rimase solo il mezzo di sopportare, lasciando trasparire una visione di fede piuttosto passiva, rinunciataria e masochista. In 2 Corinzi 6,6 lo Spirito Santo diventò inspiegabilmente "spirito di santità", seguendo una scelta grammaticale possibile ma alquanto minimalista.

 

Un discreto successo ottenne anche l’Edizione Interlineare del NT delle Paoline del 1998, curata dal sacerdote modenese Alberto Bigarelli. Contiene il testo greco della ventisettesima edizione del Novum Testamentum Graece di Nestle e Aland, quello latino della Vulgata Clementina e quello italiano della Nuovissima versione Paoline. Sono riportate note elementari di critica testuale con le varianti principali contenute nei codici e nei manoscritti più autorevoli. L’opera è ottima per chi non ha mai studiato il greco antico e anche per chi della lingua greca ha una conoscenza scolastica e non specialistica (magari avendo intrapreso studi classici). L’unico limite sta nel fatto che la versione interlineare propone (come quasi tutte le interlineari) una sola traduzione, non illustrando le varie possibilità che un termine greco può assumere in contesti diversi.

 

Nel 1979 la Chiesa cattolica ha quindi presentato, in lingua latina, la Nova Vulgata, splendida revisione della millenaria e gloriosa Vulgata Clementina. Lo stile di San Girolamo è stato preservato e la revisione è stata condotta in modo prudente ed onesto sul testo masoretico, sulla Settanta e sui codici e papiri più attendibili. Molte espressioni letterali sono state però smorzate e, in alcuni casi, sono state scelte traduzioni a senso, sacrificando la forza eccezionale impressa al testo latino primitivo. Dal 2001 è diventata la versione ufficiale per la liturgia latina della Chiesa Cattolica. In un documento ufficiale della Santa Sede è stata anche ribadita la centralità del testo latino della Nova Vulgata, al quale le traduzioni bibliche nelle varie lingue nazionali dovranno fare costante riferimento:

 

Degna di nota è quindi la recente Nuova Versione CEI (2008). Frutto di un lungo e profondo lavoro, presenta non pochi punti di pregio, correggendo errori e imprecisioni ormai consolidati da decenni. La revisione è stata condotta sui testi originali, secondo le migliori edizioni critiche oggi disponibili e secondo i principi classici della critica testuale e della moderna esegesi (cioè privilegiando il testo Masoretico per l'Antico Testamento ed il testo critico di Nestle Aland per il Nuovo Testamento). Un occhio di riguardo è stato riservato alla Nova Vulgata, soprattutto nel caso di discordanze tra i vari codici ebraici, aramaici e greci. Pregevole è stato pure il tentativo di rendere il testo in buona lingua italiana, con modalità espressive facilmente comprensibili, tenendo conto del contesto culturale odierno, evitando forme lessicali e sintattiche logore e arcaiche e curando il ritmo della frase, per rendere il testo rispondente alle esigenze della liturgia e del canto. Nella preghiera del Padre Nostro, è stata scelta la formula “e non ci abbandonare alla tentazione al posto dell’ambigua espressione e non ci indurre in tentazione”, evitando così di lasciar intendere che la tentazione possa essere opera di Dio (Giacomo 1,13). Degna di nota è la presentazione del libro del Siracide nella forma testuale lunga. Allo stato attuale degli studi, il testo breve è considerato più autorevole dal punto di vista critico e per questo fu preferito dalle precedenti traduzioni cattoliche (Cei 1974) e NVB (1984). La chiesa latina ha però da sempre privilegiato il testo lungo dai tempi della Vetus Latina e della Vugata fino alla Nova Vulgata dei nostri giorni. La Nuova Cei ha scelto di stampare in corsivo le aggiunte del testo lungo, segnalando nelle note sia le varianti più significative dell'ebraico che le differenze principali tra la Nova Vulgata ed il testo critico di uso corrente. Il libro di Ester presenta poi separatamnte le versioni greca ed ebraica, evitando di mescolarle insieme o di confinare alcune parti in appendice. In nota di Ester, Giuditta e Tobia sono poi riportate le principali varianti della Nova Vulgata rispetto al testo critico di riferimento.

 

Qualche perplessità rimane solo per alcuni versetti resi in modo non sempre ortodosso. Attingendo a codici differenti, Giovanni 1,18 è diventato “il Figlio Unigenito che è Dio[3], mentre in Giovanni 14,16-26 e 1 Giovanni 2,1 le tradizionali traduzioni “Consolatore” e “Avvocato” lasciano il posto al generico termine greco “Paraclito”. Qualche interrogativo suscita anche Romani 16,10, dove Cristo muore “per il peccato”, invece che “al peccato”, mentre in Atti 20,28 il “sangue proprio [di Dio]” diventa “il sangue del proprio Figlio”. Di poco cambia poi la traduzione di Proverbi 8,22 dove la Sapienza di Dio invece di essere “prodotta” o “generata” da Dio come “Verbo eterno” viene “creata” dal Padre “come inizio delle sue attività” invece che “all’inizio della sua attività”. Interrogativi ulteriori vengono dalla scelta di rendere quasi ovunque l'ebraico "hesed" con "amore" invece che con "misericordia", "grazia", "benignità", "compassione", "bontà" o "pietà", con risultati discutibili per alcuni versetti famosi (Salmo 33,18; Salmo 51,3; Salmo 89,1; Osea 6,6; Michea 6,8) ormai accreditati dalla Vulgata di Gerolamo con "misericordia" e dalle mitiche Douay Reims (1610), King James (1611) e English Hebrew Bible (1917) con "mercy". Del resto nella Settanta nella Bibbia di Aquila e nel Nuovo testamento l'ebraico "hesed" è tradotto con "eleos", cioè "misericordia" nel senso di grazia, compassione, gentilezza e bontà verso il peccatore, il povero, il debole, il misero e l'afflitto. Si tratta si un sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad agire per alleviarla, un moto viscerale di pietà che muove a soccorrere, a perdonare, a desistere da ogni punizione. A ben guardare, pertanto, il termine “amore” sembra davvero troppo generico per essere spalmato senza problemi su larga parte delle Scritture in sostituzione della “misericordia”. La misericordia è infatti una dimensione istintiva, interiore e non sempre razionale dell’amore, nella quale è insito un sentimento di compassione, di tenerezza profonda e di grazia che l'amore non sempre abbraccia e sottointende, a meno di voler utilizzare (e recuperare) la parola "carità" nel senso più antico, genuino e profondo. A riprova di quanto detto, è forse il caso di osservare come l'antica preghiera cristiana "Kyrie eleison", tradotta usualmente con "Signore pietà" o "Signore misericordia", diventi incomprensibile se il termine eleison viene reso con amore: Dio è amore e chiedere a Dio amore è, a dir poco, privo di senso, mentre la miseria umana impone all'uomo di chiedere sempre e soprattutto ... pietà e misericordia.

 

In Matteo 1,25 sia la CEI (1973) che la Nuova CEI (2008) dicono che Maria “senza che egli (Giuseppe) la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù”, mentre quasi tutte le versioni dai testi originali (Vulgata compresa) hanno “e (Giuseppe) non la conobbe finch'ella non (heos hou) ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù”. Tale scelta è sicuramente discutibile perché apre la strada a critiche atee e protestanti che vedono qui una strategia astuta per sbarrare il passo ai dubbi sulla perpetua verginità di Maria. Il termine greco “heos” (fino a) si trova anche in Salmo 110,1 della Settanta dove è scritto: “L'Eterno ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché (heos) io abbia fatto de' tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi” e in 2 Samuele 6,23 della Settanta dove è detto“E Mical, figlia di Saul, non ebbe figliuoli fino (heos) al giorno della sua morte”. Ora non pare logico pensare che il Re Messia perderà la destra di Dio quando tutti i nemici saranno sconfitti né tantomeno che la figlia di Saul riuscì ad avere figli da Davide dopo la morte. La costruzione greca “heos hou” (che Gerolamo rese correttamente con "donec") si trova inoltre ben diciassette volte nel Nuovo Testamento e solo in Matteo 1,25 la CEI ha scelto di abbandonare la traduzione classica “finché” o “finché non”, optando per una parafrasi ambigua, peraltro neppure necessaria alla difesa della fede cattolica.


 

LE NUOVE RIVEDUTE PROTESTANTI

Negli ultimi anni i protestanti italiani hanno poi prodotto in lingua moderna la
Nuova Diodati (1991), facilmente leggibile ma ancora basata sul Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam. Si tratta di una Bibbia che ha curato soprattutto l'aggiornamento linguistico, abbandonando alcuni vecchi e buffi arcaismi (come "eziandio", "avvegnacché", "conciòsiacosache", "perciocché", "dessi", "eglino", ...) ma ha riproposto il testo greco dei tempi della Riforma (forse nella versione del 1894 lieevemente emendata da Scrivener), senza neppure tentare di utilizzare un possibile testo koiné riveduto e corretto, quale il testo bizantino ricostruito da Hodge e Farastad (come fecero gli autori della New king James) o quello più recentemente realizzato da Robinson e Pierpont. Non poche perplessità sono poi legate al fatto che la Casa Editrice "La Buona Novella" che ne cura la stampa e la diffusione non ha finora comunicato i nomi dei traduttori, mentre coloro che utilizzano la Nuova Diodati hanno più volte enfatizzato ipotesi strampalate totalmente prive di fondamenti logici (inattendibilità del lavoro di Wescott ed Hort per le loro simpatie verso il mondo esoterico, preservazione provvidenziale del testo sacro, impossibilità di errori di trascrizione, di glosse e di emendamenti teologici, rifiuto dalle scoperte di nuovi codici, papiri e manoscritti, esistenza di un lucido disegno finalizzato ad indebolire e a mutilare la forza della Parola di Dio).

 

Una recente revisione della Luzzi è la Nuova Riveduta (1994 e 2006) veramente pregevole per semplicità, chiarezza ed efficacia. Il testo originale per l'Antico Testamento rimase quello Masoretico seguito dalla Riveduta di Luzzi, mentre per il Nuovo Testamento venne adottato il “testo standard” di Nestle-Aland, sicuramente più aggiornato del "testo critico" di Wescott e Hort, prodotto a cavallo fra il XIX ed XX secolo, prima della scoperta di nuovi manoscritti e di papiri. Qualche perplessità viene solo da un numero limitato di versetti tradotti in modo un po' spregiudicato.

*In 1 Samuele 16,14 leggiamo che: “Lo Spirito del SIGNORE si era ritirato da Saul; e uno spirito cattivo, permesso dal SIGNORE, lo turbava”, mentre nel testo ebraico la parola ‘permesso’ manca e la traduzione corretta sarebbe: “Saul…era turbato da un cattivo spirito suscitato dall'Eterno.

*In Atti 10,25 la tradizionale espressione "E come Pietro entrava, Cornelio, fattoglisi incontro, gli si gettò ai piedi, e l'adorò" è drasticamente semplificata con "Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si inginocchiò davanti a lui" quasi a voler drasticamente sbarrare il passo non solo all'adorazione ma pure alla venerazione cattolica ed ortodossa dei santi della chiesa.

*In 1 Corinzi 7,15 troviamo poi: “Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono obbligati a continuare a stare insieme ...”, quando il testo greco dice solo che "non sono obbligati" e le parole "a stare insieme" sono state inserite abusivamente in base ad una interpretazione forse plausibile ma sicuramente opinabile.

*In 1 Giovanni 3,6 è poi scelta una traduzione grammaticalmente possibile ma teologicamente soggettiva rendendo: "Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l'ha visto, né conosciuto, mentre quasi tutte le Bibbie italiane rendono: "Chiunque dimora in lui non pecca; chiunque pecca non l'ha veduto, né l'ha conosciuto", evitando di dilatare a dismisura la pazienza di Dio.

*In Efesini 2,1 è un'altro punto in cui la Nuova Riveduta non traduce letteralmente ma interpreta. Tradotto letteralmente il testo greco suona così: “E voi, essendo morti alle trasgressioni e ai vostri peccati, in cui un tempo camminaste secondo il secolo di questo mondo, secondo il principe del potere dell’aria, di quello spirito ora operante nei figli della disubbidienza, nei quali anche tutti noi abbiamo frequentato un tempo nelle brame della nostra carne facendo la volontà della carne e dei pensieri, ed eravamo figli, per natura, dell’ira come gli altri”[Efesini 2,1-3]. Poiché ci troviamo di fronte ad un vero e proprio anacoluto, cioè ad una frase non terminata perché priva del verbo principale, alcuni versioni hanno tentato di legare i primi versetti del secondo capitolo della lettera agli Efesini alla fine del primo capitolo. Già il Luzzi, risentendo dell'influenza del Diodati e della King James, rese il brano in questione con "La qual potente efficacia della sua forza Egli ha spiegata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti, e lo fece sedere alla propria destra ne' luoghi celesti, al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e d'ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire. Ogni cosa Ei gli ha posta sotto ai piedi, e l'ha dato per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti. E voi pure ha vivificati, voi ch'eravate morti ne' vostri falli e ne' vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potestà dell'aria, di quello spirito che opera al presente negli uomini ribelli; nel numero dei quali noi tutti pure, immersi nelle nostre concupiscenze carnali, siamo vissuti altra volta ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figliuoli d'ira, come gli altri [Efesini 1,20-2,3].


 

LE TRADUZIONI ECUMENICHE

La Bibbia Concordata (1968) fu curata da cattolici, protestanti, ebrei ed ortodossi, traducendo i testi originali in modo abbastanza letterale ed incontrando una discreta attenzione presso i credenti delle varie fedi. Fu pubblicata dalla Società Biblica Universale, che ne curò le note e l'introduzione.

 

La Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente (1985) utilizzò un linguaggio semplice e scorrevole, ricorrendo spesso ad equivalenze dinamiche, a parafrasi e a tentativi di ricostruire il senso originale delle Sacre Scritture. Ebbe l'approvazione della CEI e delle chiese evangeliche italiane. Non fu però abilitata all'uso liturgico se non in casi particolari (come le messe per i fanciulli) ed è tuttora usata nelle catechesi per i giovani per l'immediatezza e la facilità di comprensione. Qualche perplessità venne dalla traduzione molto libera di alcuni versetti. In Genesi 1,1 -ad esempio- la TILC rese:” Il mondo era vuoto e deserto, le tenebre coprivano gli abissi e un vento impetuoso soffiava su tutte le acque"., invece di "Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque".. Una parafrasi fu scelta pure per Matteo 16,18 dove si ebbe “Per questo io ti dico che tu sei Pietro e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa. E nemmeno la potenza della morte potrà distruggerla", invece di "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa". Totalmente a senso fu anche la traduzione di Romani 5,1 "Dio dunque ha accolti come suoi noi che abbiamo creduto. Perciò ora siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo" al posto di "Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore". E gli esempi si potrebbero moltiplicare, verificando come in alcuni casi la cosiddetta equivalenza dinamica possa aiutare il lettore, mentre in altri finisca per confonderlo o per imporgli un'interpretazione del tutto particolare.

 

La Bibbia TOB (Traduction Oecuménique de la Bible) è una versione della Bibbia pubblicata in francese nel 1975-76 dalla casa editrice Du Cerf (la stessa che realizzò la famosa Bible de Jerusalem), grazie all’opera congiunta di studiosi cattolici, protestanti e ortodossi. Le introduzioni ai singoli libri e le note a piè di pagina sono ricche ed accurate come nella Bibbia di Gerusalemme. I libri biblici seguono il canone ebraico: ai protocanonici dell'Antico Testamento, seguono i libri deuterocanonici e i libri del Nuovo Testamento. La TOB francese è molto più letterale rispetto della “Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente”, mentre la versione italiana della TOB (pubblicata originariamente in tre volumi tra 1976-79 e poi in un singolo volume nel 1992) combina il testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (1974 e 2008) alle note ed introduzioni presenti nella TOB francese.

 

LA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO

Molto letterale, non sempre facile da leggere e, in alcuni punti, segnata da pregiudizi teologici è la Traduzione del Nuovo Mondo (1987): la Bibbia dei testimoni di Geova, pur presentando nella versione inglese (NWT=New World Translation) non pochi pregevoli sforzi di catturare il senso originale del testo greco ed ebraico, ha risentito sia del poco agevole lavoro di ritraduzione in lingua italiana, sia di discutibili emendamenti congetturali (come l’inserimento del tetragramma nel Nuovo Testamento) sia del sistematico tentativo di indebolire alcuni versetti che avrebbero potuto essere utilizzati per mettere in dubbio il credo religioso della congregazione. Decisamente più facile da leggere è la revisione della TNM prodotta negli Usa nel 2013 e diffusa in Italia nel 2017, anche se, più che le scelte traduttive adottate in molti punti, suscita qualche peplessità la drastica eliminazione (anche dalle note) di alcuni brani famosi (pericope dell'adultera e finale lunga di Marco), sotto l'evidente influenza della moderna critica testuale. Una critica che viene spesso portata alla TNM italiana è quella di essere stata ritradotta dalla precedente versione inglese, consultando solo sporadicamente i testi originali. Questo modo di procedere non dovrebbe scandalizzare, visto che è stato comunque piuttosto diffuso, soprattutto per le vecchie Bibbie cattoliche (che erano quasi sempre delle ritraduzioni nelle lingue nazionali della Vulgata Clementina). Del resto perfino la famosa Jerusalem Bible inglese del 1966, molto ammirata per le sue qualità letterarie (grazie anche alla collaborazione dello scrittore JRR Tolkien) pare sia stata tradotta, almeno in parte, dal francese, effettuando solo qualche revisione sui testi originali greco ed ebraico.[4].

 

 

 

DIODATI 1607

LUZZI/RIVEDUTA 1924

BIBBIA CEI 1973

TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO 1987

NUOVA DIODATI 1991

NUOVA RIVEDUTA 1994

 

 

 

ALCUNE TRADUZIONI IN LINGUA INGLESE

 

 

Dopo alcuni tentativi protestanti (Wyclif Bible, Tyndale Bible, Coverdale Bible, Mattew's Bible, Geneva Bible, Bishop's Bible), la Bibbia venne integralmente tradotta in lingua inglese dai cattolici che, nel 1610, produssero la celebre versione di Douay-Rheims e dagli anglicani che, nel 1611, realizzarono la famosa Authorized Version , meglio nota come King James Bible. Evidentemente la Douay-Reims era tratta dalla Vulgata latina di Gerolamo, mentre la King James utilizzava il Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam.

 

La King James, benché lodata ed incensata nei secoli per il grande valore letterario fu segnata da alcuni errori archeologici e da non poche influenze anticattoliche. In Atti 2,47 - ad esempio - rese "and the Lord added to the church daily such as should be saved", mentre la traduzione esatta del testo greco è: "the ones who are being saved, risentendo così della dottrina protestante della predestinazione. Anche in Galati 5,17 emersero pregiudizi calvinisti contrari al libero arbitrio con la traduzione "so that ye cannot do the things that ye would", introducendo una forma indicativa certa dove il testo greco usa il condizionale e andrebbe tradotto più correttamente "so that ye might not do...". In Ebrei 6,6 fu poi introdotto un "if" mancante nel testo greco originale, così che per i cristiani la possibilità di cadere nell'apostasia divenne un'eventualità teorica, invece che una possibilità concreta. In Ebrei 10,38 la KJV rese "Now the just man shall live by faith; but if any man draw back, my soul shall have no pleasure in him", aggiungendo di sana piante le parole "any man" e introducendo un secondo soggetto nella frase (qualsiasi uomo) quando la frase ha nel testo originale un solo soggetto "the just man" (e tutto questo perché nel pensiero calvinista non è prevista, per l'uomo giusto, la possibilità di cadere). Comune ad altre Bibbie fu poi la traduzione di Luca 18,12 dove il fariseo sostiene di essere giusto e di pagare la decima con "all that I possess", invece che con "all that I earn", facendo così erroneamente pensare ad un sistema fiscale ebraico basato su una vera e propria tassazione patrimoniale. È infine il caso di notare come la Bibbia di King James (1610) abbia tradotto -in Esodo 22,18- il termine ebraico kashaph cioè strega o fattucchiera con l’inglese “witch”, parola usata anche per caratterizzare una donna avvenente e molto graziosa. Il versetto, nell’Authorized Version diventò “Thou shalt not suffer a witch to live” (Tu non lascerai vivere una strega) con grave danno per molte povere donne, spesso colpevoli solo di essere naturalmente piacevoli e talvolta un po’ civettuole. In I Cronache 5,26 the King James presentò "Pul and Tilgath-pilneser" come due re assiri separati, mentre la storia e le ricerche archeologiche insegnano che si trattò di un solo re. In II Re 23,29 la King James lesse "In his days Pharaoh Nechoh king of Egypt went up against the king of Assyria.", mentre la storia insegna che il faraone Necao salì dall'Egitto non contro ma in soccorso del re di Assiria minacciato dai medi e dai babilonesi. In 1 Re 14,10 l’amore sviscerato per la letteralità espose poi al ridicolo la Vulgata di Gerolamo, la Authorized Version di re Giacomo e la cattolicissima Douay Reims. Non tenendo conto di un idiotismo ebraico che definisce l’uomo maschio come "colui che orina contro i muri (qiyr shathan)", la Vulgata tradusse “mingientem ad parietem” e fu così servilmente seguita sia dalla Douay Reims (1610) e dall’Authorized Version (1611) che, in modo molto autorevole ma piuttosto comico, caratterizzarono il maschio come “him that pisseth against the wall”.

 

Di qualche interesse fu un’autorevole revisione della King James effettuata da Webster (1833). Alcune parole arcaiche (ad esempio il termine “Holy Ghost”) furono sostituite, vennero intraprese alcune semplici modifiche grammaticali e fu fatto largo uso di eufemismi e di parafrasi per evitare frasi ed espressioni poco delicate, troppo crude, talora offensive o, in rari casi, addirittura scurrili. Verso la fine del XIX secolo, la Young's Literal Translation (1887)  fu una versione estremamente letterale, si mostrò molto attenta ai tempi dei verbi greci ed ebraici, corresse numerosi errori della King James ma continuò a fare riferimento al Textus Receptus, mentre la Darby's English Version (1890), oltre ad essere molto precisa, tenne finalmente (e moderatamente) conto dei progressi della critica testuale. Invero il Darby realizzò (nel 1867) una versione del Nuovo Testamento corredata da moltissime interessanti note testuali e filologiche. Tali note, oltre ad essere capitalizzate nella English Revised Version (1881) e nell’American Standard Version (1901), permisero di ottenere tre versioni bibliche estremamente accurate e letterali: una in lingua inglese, una in francese ed una in tedesco.  

 

La perdita di autorità del Textus Receptus e la progressiva affermazione del testo critico di Wescott ed Hort spinse inglesi ed americani ad operare una profonda revisione del testo dell’Authorized Version di King James (1611). Nacquero così moltissime versioni rivedute sui testi originali come la English Revised Version (1881) e l’American Standard Version (1901). Entrambe le versioni erano caratterizzate da estrema precisione, letteralità ed aderenza al testo critico di Wescott e Hort.  La English Revised Version fu però accolta con scarso entusiasmo dalla comunità anglicana e dalle varie chiese britanniche, mentre l'American Standard Version incontrò subito il favore del protestantesimo nord americano.  

 

Realizzata nel lontano 1901 e caratterizzata da un linguaggio un po' arcaico, l’American Standard Version ebbe il coraggio di ristabilire in tutto l’Antico Testamento il nome di Dio (Jehovah) e di rimpiazzare il tradizionale Holy Ghost (usato dalla King James e dalla Douay Reims) con il più moderno e riverente Holy Spirit. Si trattò di una bibbia stimata, studiata, ristampata e consultata da quasi tutte le chiese evangeliche statunitensi (soprattutto battiste e metodiste) che da decenni continuano, peraltro, a definirla "Rock of Biblical Honesty".  Fu utilizzata dal 1944 al 1970 perfino dai testimoni di Geova che ne apprezzarono soprattutto la fedeltà ai testi originali e l’estrema letteralità. L’American Standard Version impiegò infatti la cosiddetta “harmony of expression”, tentando di tradurre ogni parola greca ed ebraica sempre con lo stesso termine inglese. Tale tecnica, sicuramente interessante per chi vuole condurre studi biblici, ricerche comparate ed analisi testuali, produsse però una traduzione piuttosto rigida e spesso priva di sufficienti sfumature linguistiche e lessicali.  Inoltre l’ American Standard Version  tentò di rendere i testi originali usando la cosiddetta “equivalenza formale” o “word to word equivalence”. Seguendo questa metodologia i traduttori produssero una versione estremamente letterale e conservarono -per quanto possibile- perfino l’ordine originale delle parole, la struttura primitiva delle frasi e le caratteristiche morfologiche e lessicali del testo originale. Si ottenne così una versione priva di parafrasi, di equivalenze dinamiche e di interpretazioni soggettive. Alcune espressioni furono però talora incomprensibili (se non addirittura prive di senso) soprattutto per il lettore medio, spesso privo di un’approfondita conoscenza degli idiomi, delle iperboli e dei modi di dire impiegati dalle lingue più antiche. Di fatto, bibbie come l’American Standard Version (e la più recente New American Standard Bible) acquisterebbero enorme valore religioso e culturale se fossero sistematicamente integrate e corredate da accurate note testuali ed esplicative: il lettore moderno riuscirebbe a comprendere (e soprattutto a gustare) semitismi, idiotismi, simboli e metafore, immedesimandosi sempre più nella cultura, nel pensiero e nel modo di esprimersi degli autori ispirati [5].

 

Negli Usa la famosa Revised Standard Version (1952) non fu una nuova traduzione in lingua moderna né una parafrasi dei testi originali. Si trattò invece di una revisione dell’American Standard Version facilmente leggibile ed abbastanza letterale. Il protestantesimo liberale accolse con entusiasmo la RSV, mentre i fondamentalisti americani criticarono duramente la RSV sia per il suo approccio eclettico (i traduttori della RSV fecero uso sia del Textus Receptus sia del testo critico di Wescott ed Hort sia del Testo Masoretico, sia della Settanta sia dei Manoscritti del Mar Morto) sia per il tentativo di svincolare la traduzione del testo ebraico dai condizionamenti del pensiero cristiano. Emblematico fu il caso di Isaia 7,14 dove la RSV rese l’ebraico “almah” con il termine generico “giovane”, abbandonando la traduzione “vergine”, ormai consolidata dal greco “parthenos” della Settanta e dal latino “virgo” della Vulgata. La Revised Standard Version fu poi oggetto di pesanti critiche avendo reso il testo ebraico del Salmo 45,6 con “Your divine throne endures for ever and ever. Your royal scepter is a scepter of equityed il testo greco di Ebrei 1,8 con “Thy throne, O God, is for ever and ever, the righteous scepter is the scepter of thy kingdom.” Nella prima versione (1952) alcuni brani come l’adultera (Giovanni 7,53-8,11) e la finale del vangelo di Marco (Marco 16,9-20) furono poi sradicati dal testo e relegati nelle note in quanto documentati solo da un numero limitato di antichi manoscritti, generando non poche perplessità presso i fedeli più tradizionalisti. Motivi di perplessità vennero pure dall'inserimento della parola "only" in Romani 11,20 così che la frase "you stand fast through faith" divenne "you stand fast only through faith" risentendo del pregiudizio protestante della salvezza per sola fede. Anche la traduzione del termine graco "palingenesi" (cioè nuova creazione) con "new world" in Matteo 19,28 fece scalpore rivelando probabili inclinazioni millenariste nei traduttori. Non poche perplessità vennero poi dalla traduzione di Genesi 9:20 secondo la quale Noè "was the first tiller of the soil" invece di "became a tiller of the soil" in aperta contraddizione con Genesi 4,2 dove è chiaramente detto che "Cain was a tiller of the ground". Criticabile fu anche la traduzione di Proverbi 8,22 dove, seguendo in testo greco della Settanta, della Sapienza fu detto che "God created me" invece di "God possessed me" o "God begot me" proposto dal testo ebraico. In Giovanni 3,16 "the only begotten son" diventò poi "the only son" facendo sospettare possibili derive antitrinitarie. Il Salmo 139,14 venne poi reso con la forma ambigua "I praise thee, for thou art fearful and wonderful. Wonderful are thy works! Thou knowest me right well..." invece che con la forma tradizionaleI praise you, for I am wondrously made. Wonderful are your works! You know me right well...", facendo sospettare possibili simpatie filo abortiste nei traduttori, visto che il versetto parla chiaramente della vita pre natale dell'uomo.   Un pastore protestante sudista, profondamente scandalizzato da alcune innovazioni apportate della RSV, arrivò a bruciarne pubblicamente una copia, inviandone poi le ceneri ad alcuni componenti del comitato dei traduttori, fortemente sospettati, soprattutto durante i drammatici anni del “maccartismo”, di immoralità, di gravi pregiudizi anticristiani e, in alcuni casi, di criptocomunismo. Oggi la RSV è quasi ovunque apprezzata in quanto piuttosto letterale e fedele, anche se rimane innegabile una certa influenza esercitata sui traduttori da un ricorso eccessivo alla critica testuale e da alcuni discutibili pregiudizi di teologia liberale. Gli evangelici più conservatori la hanno sostituita con la New American Standard Bible (1971, 1977, 1995), mentre un’evoluzione della RSV accolta con molto favore dal protestantesimo liberale è la New Revised Standard Version (1990).

 

La Revised Standard Version fu comunque sufficientemente onesta ed accurata da ricevere (1966) l’imprimatur dei vescovi cattolici, purché stampata con note e libri deuterocanonici. La Revised Standard Version Catholic Edition apportò peraltro solo minime variazioni al testo ufficiale in uso presso le chiese protestanti. Alcuni miglioramenti furono però significativi. In Luca 1,28 “favored one” venne sostituito con “full of grace” e in Romani 9,5 la dossologia “God over all blessed for ever” fu applicata al Figlio invece che a Dio Padre. In moltissimi punti “brothers” fu rimpiazzato da “brethren”, termine inglese un po’ arcaico ma sicuramente più adatto ad esprimere la fratellanza nella fede. Il pronome relativo neutro “which” largamente applicato allo Spirito Santo da larga parte delle Bibbie protestanti venne poi (vedansi, ad esempio, Romani 5,5; Romani 8,11; Efesini 1,14) sostituito dal corrispondente pronome maschile “who”.

 

Nel 2006 la Revised Standard Version Catholic Edition è stata riveduta, rimuovendo pronomi arcaici (Thy, Thee, Thou, Thine) e forme verbali obsolete (con finale est, edst, eth, th). Oltre al “full of grace” ripristinato in Luca 1,28 al posto di “favored”, il versetto Luca 22,44 "And being in an agony he prayed more earnestly; and his sweat became like great drops of blood falling upon the ground" è stato ristabilito e in Giovanni 3,16 "only-begotten Son" ha sostituito la forma minimalista "only son". In Isaia 7,14 è stata scelta la traduzione “vergine” al posto di “giovane donna”, la forma “steadfast love” è stata ovunque sostituita con “mercy” o “merciful love”, nel Salmo 2,12 la forma “kiss his feet” è stata spostata nelle note, nel Salmo 8,5 la parola “Elohim” è stata resa con “angeli” e non con “Dio” o “dei”, il Salmo 110, 3 è stato tradotto secondo la LXX e non secondo il testo masoretico, il Salmo 139,14 è stato reso con “I praise you, for I am wondrously made. Wonderful are your works! You know me right well...", invece che con la forma ambigua” "I praise thee, for thou art fearful and wonderful. Wonderful are thy works! Thou knowest me right well...". Il cosiddetto gender-neutral language è stato costantemente evitato e questa versione della Bibbia è stata dichiarata conforme ai principi enunciati nell’autorevole documento cattolico “Liturgiam Autenticam”, istruzione che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha promulgato, il 28 marzo 2001, per la retta applicazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Liturgia.

 

In Gran Bretagna degne di nota furono poi alcune bibbie protestanti tradotte dai testi originali. Tra queste è forse il caso di ricordare la New English Bible (1960), brillante ed efficace ma piuttosto libera e spregiudicata. Di fatto, i traduttori della New English Bible usarono grande libertà nel tradurre le Sacre Scritture in un inglese vivace e colloquiale, introducendo frequenti emendamenti congetturali, interpretazioni e trasposizioni. Molto criticata fu, ad esempio, la traduzione di Isaia 9,6 dove “Dio potente” diventò “simile a Dio in battaglia”. La New English Bible rese anche il Salmo 45,6 con “Your throne is like God’s throne, eternal” salvo poi tradurre Ebrei 1,8 con il tradizionale “Thy throne, O God, is for ever and ever”. Perplessità vennero anche da Genesi 1:1-2, dove la New English Bible resea mighty wind” al posto del tradizionale “the Spirit of God, mentre in Matteo 5,3, la familiare beatitudine "Blessed are the poor in spirit" fu tradotta con "how blessed are those who know their need of God. ". In 2 Timoteo 3,16, la New English Bible sostituì "All scripture is given by the inspiration of God" con "all inspired scripture is given... ", lasciando aperta la possibilità di intendere che la Bibbia contenga parti ispirate e parti non ispirate. Sebbene sponsorizzata da un gran numero di Chiese britanniche (oltre che dalle prestigiose Università di Cambridge e Oxford), la NEB non incontrò il favore del popolo e venne rigettata soprattutto a livello liturgico. Nel 1989 venne presentata la Revised English Bible, vera e propria revisione della NEB, facilmente leggibile e decisamente più fedele ai testi originali. Le continue parafrasi e le frequenti equivalenze dinamiche incontrarono però ancora dure critiche da parte dei credenti più tradizionalisti. Vennero così realizzate due traduzioni estremamente letterali: la New King James Version e la English Standard Version.  

 

La New King James Version (1982), fu tradotta in ottimo inglese ma risultò ancora pesantemente condizionata dal testo bizantino di Erasmo da Rotterdam. Non si trattò comunque solo di una revisione linguistica condotta sull’Authorized Version (1611) ma di un vero e proprio tentativo di ricostruire il testo originale. Z.C. Hodges e A.L. Farstad, prima di dare alle stampe la New King James si occuparono infatti di rivedere il Textus Receptus, considerato solo una delle tante varianti del testo greco del Nuovo Testamento. Nel 1982, con la NKJV, essi pubblicarono The Greek New Testament According to the Majority Text, monumentale opera di ricostruzione del testo bizantino o koiné. Tale testo differisce dal Textus receptus in 1838 punti e dal The Greek New Testament UBS (testo critico di Wescott ed Hort, Nestle ed Aland, Martini e Metzger) in ben 6577 punti[6]. La NKJV è una versione letterale, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali, tende ad evitare interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche ed utilizza la tecnica della cosiddetta “completa equivalenza” al testo originale. Mantiene molti termini teologici e dottrinali tratti dalla Vulgata, dalla Autorized Version e dalla Douay Reims (come justification, santification, propitiation), è molto apprezzata a livello liturgico e devozionale e conserva un apprezzabile stile poetico. Alcune espressioni arcaiche ed obsolete sono state abbandonate, molti errori della King James sono stati corretti, la terminologia e la grammatica inglese sono state aggiornate, le ormai incomprensibili finali verbali –eth, –ath, -est, -ast sono state eliminate e le forme arcaiche "Thy", "Thee" e "Thou" (in precedenza usate solo per la Divinità) sono state rese con "Your" e "You". Il pronome relativo neutro “which” largamente applicato allo Spirito Santo da larga parte delle Bibbie inglesi venne poi (vedansi, ad esempio, Romani 5,5; Romani 8,11; Efesini 1,14) sostituito dal corrispondente pronome maschile “who”. La NKJV è anche ricca di note testuali che presentano, in modo volutamente imparziale, le varie letture dei diversi manoscritti, evitando così di sradicare in modo drastico parole, passi e versetti solo perché non accreditati dal testo critico delle "United Bible Societies".

 

La English Standard Version (2001) utilizzò infine il testo critico di Nestle-Aland e fu una versione oltremodo letterale, accurata, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali. Interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche vennero volutamente evitate, nella convinzione che anche le caratteristiche morfologiche e lessicali della lingue più antiche fossero utili per discernere il senso più profondo delle Sacre Scritture. In Isaia 7,14 il termine “vergine” venne ristabilito al posto di “giovane donna”, mentre in Giovanni 3,16 "only-begotten Son" fu ripristinato al posto di "only son"  della Revised Standard Version (1952). Un possibile errore nella ESV riguardò solo la traduzione dell’ebraico בר nel Salmo 2,12. Il termine בר (bar) si può infatti rendere con “figlio” solo nell’aramaico più recente, mentre nell’ebraico del tempo di Davide significava semplicemente “puro”. La traduzione corretta sembra pertanto quella fornita da Gerolamo nella Vulgata “adorate pure” cioè “adorate con purezza” e non quella proposta dalla Settanta “Apprendete la disciplina” né tanto meno quella messianica oggi diffusa in quasi tutte le versioni protestanti “Rendete onore al Figlio”. Si trattò comunque sicuramente della più autorevole revisione condotta sulla English Revised Version (1881)

 

Di qualche interesse fu la cosiddetta “Confraternity Bible, una parziale revisione della Douay Reims che risale al 1941 e fu adottata dai cattolici statunitensi fino al 1970 (anno della presentazione della New American Bible). Nella Confraternity Bible tutto il Nuovo Testamento, i Libri Sapienziali ed i primi otto libri della Bibbia furono rivisti e presentati in un inglese moderno e scorrevole. I restanti libri furono invece riprodotti dalla Douay Reims. Solo nel 1970 i cattolici statunitensi realizzarono una nuova Bibbia tradotta integralmente dai testi originali e destinata a sostituire la ormai datata Douay Reims (1610): la New American Bible. Si trattò di una versione facilmente leggibile, chiara ed abbastanza letterale, anche se in un limitato numero di punti risultò un po' segnata da parafrasi e da equivalenze dinamiche. Le note e le introduzioni ai vari libri furono però pesantemente influenzate dalla critica razionalista e dal pensiero liberale. L'attendibilità storica di molti episodi narrati dalle Sacre Scritture fu messa in dubbio (o considerata mitologica), l'autorità e la paternità di molti libri (Pentateuco, Daniele, Lettere di Paolo) fu pesantemente criticata ed il valore profetico di molti brani dell'Antico Testamento fu ridimensionato, negato o sminuito. I cattolici tradizionalisti rigettarono così la Nab per tornare alla Douay Reims, mentre molti cattolici ortodossi preferirono mantenere l'uso della vecchia RSV catholic edition. Come quasi tutte le versioni in lingua inglese, la New American Bible tradusse il “kekaritomene" di Luca 1,28 con “favoured one” invece che con “full of grace” o “favoured by the grace” o anche "endowed with grace", sotto l’evidente influsso del pensiero protestante. Decisamente ispirata dalla tradizione cattolica fu invece la realizzazione di alcuni libri dell’Antico Testamento. Per i Salmi, ad esempio, la NAB non fece ricorso al classico Testo Masoretico usato dalle Bibbie ebraiche e protestanti ma impiegò un testo emendato dalla chiesa cattolica, decisamente più vicino alla Bibbia dei Settanta ed al Salterio Gallicano della Vulgata che al  Salterio  iuxta hebraicum translatus. Nel complesso si trattò comunque di un’ottima Bibbia, apprezzata (fuorché nelle note e nelle introduzioni ai vari libri) anche da molte chiese protestanti (come la Chiesa Anglicana Episcopale). Al momento è il testo ufficiale dei cattolici statunitensi, solennemente approvato anche per usi liturgici. Dal 1970 al 2011 la NAB ha comunque subito ben quattro revisioni e la versione oggi in uso è conosciuta come NABRE (New American BIble Revised Edition). In alcuni punti il cosiddetto "gender-neutral language" continua però ad assume caratteri paradossali. Per arginare le critiche al tono un po’ maschilista e patriarcale di alcune pagine del testo biblico, sono state create vere e proprie forzature: il famoso Salmo 1,1 Blessed is the man who walks not in the counsel of the wicked" (Beato l'uomo che non cammina sulla via dei peccatori) è stato reso dalla NAB e dalla NABRE con: "Happy those who do not follow the counsel of the wicked ", cancellando drasticamente alcuni aspetti dell'esperienza religiosa dell'uomo giusto. Di fatto, il salmista contrappone l'uomo solo il cui diletto è nella legge del Signore ai molti empi che lo circondano. Ma se l'uomo viene fatto scomparire in un gruppo di persone, allora almeno una parte del significato di questo passaggio viene persa. Dalla Bible de Jérusalem francese (1961) vennero poi ricavate sia la Jerusalem Bible (1966) sia la New Jerusalem Bible (1985), molto stimate dal protestantesimo moderato e preziose soprattutto per le note storiche, critiche ed esegetiche. Il loro utilizzo è fortemente diffuso nei paesi di lingua inglese diversi dagli Stati Uniti.

 

Nel 1971 fu completata la Living Bible, vera e propria parafrasi delle sacre Scritture, apprezzata da moltissimi evangelici per l’onestà, la fedeltà ai principi del protestantesimo conservatore e lo sforzo di rendere chiare molte espressioni ebraiche e greche difficilmente traducibili in lingua inglese. Fu però criticata dagli stimatori delle versioni più letterali e venne spesso considerata una versione molto popolare, utile solo per una prima evangelizzazione delle masse. Sulla scia della Living Bible venne prodotta, nel 1976, la Today’s English Version (meglio nota come Good News). Si trattò di una traduzione piuttosto libera, caratterizzata dal lodevole tentativo di cogliere lo spirito (piuttosto che la lettera) dei vari libri della Parola di Dio. Caratterizzata da un inglese moderno e facilmente comprensibile, utilizzò moltissime parafrasi ed equivalenze dinamiche, semplificando (e talvolta banalizzando) espressioni difficili e concetti complicati. Fu criticata per lo scarso rigore, per la soppressione della parola “sangue” dai passi più cruenti dal Nuovo Testamento (ad esempio Efesini 1,7; Ebrei 10,19 1 Pietro 1,19; Apocalisse 1,5) e per il cosiddetto gender inclusive language. Incontrò comunque un enorme successo presso evangelici e cattolici (una versione completa di libri deuterocanonici ha ricevuto l’imprimatur ufficiale dei vescovi inglesi, statunitensi e canadesi) ed è tuttora distribuita da alberghi, hotel, motel e catene di negozi (come Avon e Wall-Mart).

 

La New International Version (1978) fu una versione facilmente leggibile ma piuttosto libera e caratterizzata da frequenti equivalenze dinamiche: Si trattò comunque di una vera e propria nuova traduzione dall’ebraico, dal greco e dall’aramaico, equidistante sia dalle continue parafrasi della Living Bible (1971) sia dal letteralismo estremo della American Standard Bible (1901).  Ebbe grande successo perché fu concepita con finalità ecumeniche e, allo stesso tempo, risultò scarsamente influenzata da tendenze liberali e razionaliste. Combinò poi l’uso di un inglese moderno e comprensibile con il profondo rispetto di alcuni punti fermi del protestantesimo fondamentalista (inenarranza delle Sacre Scritture, nascita verginale, redenzione sacrificale, divinità di Cristo, resurrezione fisica di Gesù e suo ritorno glorioso) [7].

 

La New American Standard Bible (1971, 1977, 1995) fu ed è una versione oltremodo letterale, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali. Si trattò di una revisione condotta sull’American Standard Version (1901) da autorevoli studiosi protestanti, decisamente conservatori in materia di fede e piuttosto critici verso alcuni elementi di teologia liberale. Nacque soprattutto come reazione alla "Revised Standard Version" del 1952 e fu fortemente voluta dalle Chiese di Cristo, dai battisti, dai metodisti e da tutti i gruppi evangelici americani disponibili a valorizzare i progressi dell'archeologia biblica ma decisamente contrari alla critica testuale, al relativismo morale ed ai tentativi di tradurre liberamente il testo sacro. La NASB tese così ad evitare interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche, utilizzando le tecniche della cosiddetta “harmony of expression” e della “word to word equivalence”. Con l’American Standard Version e la King James, a cui moltissimi fondamentalisti americani sono ancora fortemente legati, è sicuramente una delle bibbie più amate dai protestanti statunitensi. La cosiddetta "updated version" del 1995 si presenta un po' meno letterale delle versioni precedenti: alcune espressioni arcaiche ed obsolete sono state definitivamente abbandonate, la terminologia e la grammatica inglese sono state aggiornate ed anche le forme "Thy", "Thee" e "Thou" (in precedenza usate solo per la Divinità) sono state rese con "Your" e "You". Il pronome relativo neutro “which” largamente applicato allo Spirito Santo da larga parte delle Bibbie inglesi venne poi (vedansi, ad esempio, Romani 5,5; Romani 8,11; Efesini 1,14) sostituito dal corrispondente pronome maschile “who”. L'unica critica che può essere fatta alla NASB è di aver tradotto Efesino 2,8 con: "for by grace you have been saved" invece che con: "for by grace you are saved", considerando la salvezza come qualcosa di lontano e forse definitivo, mentre il testo greco e latino hanno un participio perifrastico, che lascia spazio al carattere continuativo dell'azione divina.

 

La New Revised Standard Version (1990) è stata curata personalmente da Bruce Metzger (autore, con il cardinale cattolico Carlo Martini, di un’autorevole revisione del testo critico di Nestle-Aland del Nuovo Testamento). Si tratta di una versione facilmente leggibile, abbastanza letterale, sicuramente attendibile ma segnata, in alcuni punti, da discutibili forzature linguistiche come il gender-neutral language [8]. Il "gender neutral" tende a tradurre i termini greci “andropoi” e “adelfoi” con “uomini e donne”, “gente”, “popolo”, “fratelli e sorelle” al fine di arginare discutibili critiche di matrice femminista al tono un po’ maschilista e patriarcale di alcune pagine del testo biblico. Nella NRSV, per non ricorrere al pronome possessivo maschile “suo” (his) è stato poi spesso usato il plurale “loro” (their), mentre i pronomi personali “egli” e “lui” (hehim) sono stati sostituiti dalla forma plurale “essi” e “loro” (they, those e them). La parola “uomo” è stata quasi sempre glissata ricorrendo a termini vaghi come “tu o voi” (you), “genere umano” (human kind), “essere umano” (human being), “qualcuno” (someone). A tal proposito sono emblematici i casi di Genesi 1,1, Genesi 1,27, Salmo 1,1; Salmo 19,11-12, Salmo 34,20, Salmo 41,5, Ezechiele 2,1, Daniele 7,13, Giovanni 14,23, Giovanni 15,5, Atti 10,26, Atti 12,22, Galati 6,7, Tito 1,6. Della New Revised Standard Version esistono una versione protestante (senza note e libri deuterocanonici), una ortodossa (con libri apocrifi e libri deuterocanonici) ed una cattolica (con imprimatur, note e libri deuterocanonici). L'uso liturgico di quest'ultima non è però consentito.

 

 

 

KING JAMES VERSION 1611

YOUNG’S LITERAL TRANSLATION 1887

DARBY’S VERSION 1890

DOUAY-RHEIMS BIBLE revisione 1899 (cattolica)

AMERICAN STANDARD VERSION 1901

REVISED STANDARD VERSION 1952

NEW AMERICAN STANDARD BIBLE 1971/95

NEW AMERICAN BIBLE 1970 (cattolica)

THE LIVING BIBLE 1971

NEW INTERNATIONAL VERSION 1973

NEW KING JAMES VERSION 1982

NEW WORLD TRANSLATION 1984

NEW REVISED STANDARD VERSION 1989

ENGLISH STANDARD VERSION 2001

 

 

 

ALCUNI APPROFONDIMENTI

 

http://www.zianet.com/maxey/versions.htm

http://www.bible.org/docs/soapbox/versions.htm

http://www.bible-researcher.com/versions.html

 

 


 

 



[1] La critica testuale o “bassa critica” nasce dal legittimo desiderio di risalire al testo originale attraverso l’analisi delle copie imperfette che sono giunte fino a noi. Ogni versione in lingua moderna, o anche antica, presuppone quindi un testo “restaurato”, ovvero “ricostruito” dalla critica del testo. L’alta critica è invece lo studio dei documenti per accertarne l’epoca, il carattere, la paternità, le fonti, la natura ed il valore storico. In linea di principio, sia la bassa che la alta critica risultano utilissime alla conoscenza storica e allo studio delle Sacre Scritture. Se però alcuni presupposti sono sbagliati (scetticismo, ateismo, materialismo, fondamentalismo, integralismo, tradizionalismo), i risultati saranno sicuramente viziati e poco affidabili. Nel XIX secolo, il positivismo, l'evoluzionismo, il razionalismo, la critica biblica e lo studio comparato delle religioni misero in dubbio molti antichi presupposti della fede cristiana. Secondo la cosiddetta alta critica distruttiva, larga parte dei fatti narrati nei libri della Genesi e dell’Esodo mancherebbe di fondamento storico, la creazione ed il diluvio altro non sarebbero che miti e leggende, Mosè non avrebbe scritto  il Pentateuco, Isaia avrebbe realizzato solo una piccola parte dei sessantasei capitoli attribuitigli, il libro di Daniele risalirebbe al II secolo avanti Cristo, la nascita verginale e la resurrezione di Gesù andrebbero lette come fantasie dei primi discepoli, la seconda lettera di Pietro non gli apparterrebbe e Paolo potrebbe non essere l’autore delle lettere pastorali. Poco equilibrate furono le reazioni del fondamentalismo evangelico e del tradizionalismo cattolico durante tutto il XX secolo, anche se non poche perplessità continuano a suscitare alcune frange del protestantesimo liberale e del cattolicesimo progressista che adottano, insegnano e tentano di imporre alcune ipotesi di studio come verità ormai definitive, scientifiche e inconfutabili. Il problema è grave in tutta la cristianità perché convivono, più o meno pacificamente, posizioni estreme e difficilmente conciliabili: si incontrano, infatti, tanto teologi, porporati e dottorati disposti a gettare alle ortiche tutta la Bibbia quanto studiosi e ricercatori pronti ad accettare solo un'interpretazione iperletterale di tutta la Scrittura.

 

[2] Si noti che le differenze tra il testo bizantino ed il testo neutrale sono comunque minime: su circa 300.000 varianti esistono infatti solo 6.500 differenze e la percentuale di punti concordi è pari al 98% (cioè a 293.500 punti). Tra le differenze più famose è forse il caso di ricordare il comma giovanneo (1 Giovanni 5,7-8), la professione di fede dell'eunuco etiope (Atti 8,37), la divinità di Cristo nella carne (1 Timoteo 3,16), la dossologia alla fine del Padre Nostro (Matteo 6,13), la non paternità di Giuseppe (Luca 2,33), la finale lunga di Marco (Marco 16,9-20) e la remissione dei peccati attraverso il sangue di Cristo (Colossesi 1,14). L'assunzione di una superiorità assoluta dei Codici Sinaitico e del Vaticano sul Codice Alessandrino, sul Codice Beza, sulla Vulgata e sul Textus Receptus sembra comunque fortemente condizionata dalle ipotesi testuali dominanti. Secondo alcune critiche e non poche riflessioni successive al lavoro di Hodges e Farstad (che hanno ricostruito un testo bizantino alternativo al Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam e al testo critico di Nestle Aland), il testo bizantino potrebbe non essere né il testo originale né un testo completamente secondario. Potrebbe trattarsi, come per la Settanta, di un testo molto antico e indipendente, degno comunque di tutto rispetto. Come hanno ammesso a denti stretti, soprattutto negli ultimi anni di vita, Martini e Metzger, occorrerebbe pertanto lasciare aperta la possibilità che, in alcuni casi, altre famiglie testuali (rispetto a quelle ufficialmente riconosciute come le più autorevoli) possano aver conservato alcune lezioni molto antiche.

 

[3] L'apparato critico oggi disponibile permette di scegliere tra due alternative. A favore della lezione O Monoghenes Uìos (l'Unigenito Figlio) sono: il Codice Alessandrino, la Vulgata ed il Textus Receptus, mentre la seconda lezione O Monoghenes Theos (l’Unigenito Dio) è attestata da P75 , P66, dal Codice Vaticano e dal Codice Sinaitico  La nuova traduzione CEI (2008) segue qui la New American Bible statunitense, che giustifica la mescolanza tra le due lezioni, notando come a favore della seconda lezione sarebbe l’evidenza dei manoscritti più autorevoli ma osservando anche come il Logos, pur essendo “Unigenito Figlio” e “Dio”, non va confuso con “Dio Padre”. Da un punto di vista teologico il ragionamento non fa una piega, ma dal punto di vista testuale il compromesso risulta alquanto discutibile, dato che è stata prodotta una vera e propria conflazione (o fusione) di due diverse lezioni testuali.

 

[4] Qualche pregiudizio teologico o ideologico è invero presente in quasi tutte le Bibbie. Sotto l’influsso del pensiero socialista moltissime versioni fanno pagare al fariseo la decima sul patrimonio e non sul reddito (Luca 18,12), tradendo così il senso della norma ebraica (Deuteronomio 14,22) ed introducendo un principio di tassazione giacobina mai insegnato dalle Sacre Scritture. Il dogma protestante della salvezza per sola fede incide poi sulla traduzione di Romani 10,10 (dove la NIV usa il presente del verbo essere, dando per sicura la salvezza) e di Romani 11,20 (dove la RSV e la NRSV aggiungono un “only” mancante nei testi originali). Pregiudizi ariani sono quindi evidenti in Giovanni 1,1 (dove la NWT aggiunge un articolo indeterminato non presente nel testo greco) e in Colossesi 1,16 -17 (dove la NWT inserisce più volte il termine “altre” non contenuto nei testi originali).  Influssi liberali e razionalisti incidono infine sulla traduzione di Romani 9,5 e di Tito 2,13 (che la NAB e la NWT traducono separando nettamente Cristo da Dio). Con la KJV e la NKJV, anche l'ottima versione CEI, forse spaventata dalla irreparabile gravità del peccato di apostasia, introduce -in Ebrei 6,6- un "se" mancante nel testo originale. La pericope dell'adultera, sotto influsso della moderna critica testuale, è stata relegata nelle note o riportata tra parentesi da numerose bibbie inglesi del XX secolo come l'American Standard Version, la Revised Standard Version e la New English Bible.

Di fatto,la pericope dell'adultera, benché mancante in alcuni grandi codici greci del IV secolo (Sinaitico, Alessandrino e Vaticano), è presente in un famoso Codice del V secolo (Beza) ed in alcuni codici del IX-X secolo (Boreelianus, Seidelianus I, Seidelianus II, Cyprius, Campianus e Nanianus,Tischendorfianus). E' quindi riportata da parecchi codici minuscoli (28, 318, 700, 892, 1009, 1010, 1071, 1079, 1195, 1216, 1344, 1365, 1546, 1646, 2148, 2174) ed in vari tipi testuali bizantini. Si trova anche in numerosi manoscritti della Vetus Latina, della Vulgata (Codex Fuldensis) ed in alcune alcune versioni siriache, bohariche, armene ed etiopiche. Collocano la pericope altrove: la famiglia 1, i minuscoli 20, 37, 135, 207, 301, 347, e quasi tutte le versioni armene che pongono la pericope dopo Giovanni 21,25; la famiglia 13 che la colloca dopo Luca 24,53; i minuscoli 129, 259, 470, 564, 831, e 1356 che collocano i versetti Giovanni 8,3-11 dopo Giovanni 21,25 e il minuscolo 826 che colloca la pericope dopo Luca 21,38. E' quindi citata nella Didascalia Apostolorum (III secolo), da Didimo Cieco (IV secolo), dall'Ambrosiaster (IV secolo), da Ambrogio di Milano (IV secolo), da Giovanni Crisostomo (IV secolo), da Girolamo (IV secolo) e da Agostino d'Ippona (IV secolo).

Didimo Cieco, tra i frammenti di in un commento al libro di Ecclesiaste, scrisse: "Si narra, in certi Vangeli, che una donna fu condannata dai giudei per un peccato e veniva condotta, per essere lapidata, nel luogo dove ciò soleva avvenire. Il Salvatore, vi si dice, avendola scorta e avendo visto che erano pronti a lapidarla, disse a coloro che stavano per colpirla con pietre"Chi non ha peccato, sollevi una pietra e la getti. Se qualcuno ha coscienza di non aver peccato, prenda una pietra e la colpisca" E nessuno osò. Conoscendo se stessi e sapendo che anch'essi erano responsabili di qualcosa, non osarono colpirla "[Commento al libro di Quoelet, Capitolo VII]. Nella Didascalia Apostolorum (autorevole trattato cristiano dell'inizio del III secolo) è poi scritto: "Pertanto, o vescovo, per quanto puoi, custodisci quelli che non hanno peccato, affinché possano continuare a non peccare ma guarisci ed accogli quelli che si pentono dei (loro) peccati. Se tu non ricevi colui che si pente, perché sei senza pietà, tu peccherai contro il Signore Dio, perché non ubbidisci al nostro Salvatore e al nostro Dio, non facendo come Gesù ha fatto con colei che aveva peccato, che gli anziani gli avevano posto davanti, lasciando il giudizio nelle sue mani. Lui, il Cercatore dei cuori, le disse: "Gli anziani ti hanno condannato, figlia mia? Lei gli rispose: No, Signore. E lui le disse: neppure io ti condanno, vai e non peccare più". [Didascalia Apostolorum, Cap. VII]. Agostino, a tal proposito, ricorda come: "Tutto questo è inaccettabile, evidentemente, per l'intelletto dei non credenti: infatti alcuni di fede debole, o piuttosto nemici della fede autentica, per timore, io credo, di concedere alle loro mogli l'impunità di peccare, tolgono dai loro codici il gesto di indulgenza che il Signore compì verso l'adultera, come se colui che disse: d'ora in poi non peccare più avesse concesso il permesso di peccare, o come se la donna non dovesse essere guarita dal Dio risanatore con il perdono del suo peccato, perché non ne venissero offesi degli insensati". [Agostino, Connubi Adulterini, II, 6]. Nella sua Storia Ecclesiastica, Eusebio di Cesarea, si dilunga sulla figura di Papia di Gerapoli, discepolo di Giovanni evangelista e gran sostenitore del millenarismo. Papia viene ricordato anche per aver tramandato l'esistenza di un Vangelo di Matteo in lingua ebraica e di un Vangelo degli Ebrei nel quale sarebbe narrata la storia di Gesù e di una "donna accusata di molti peccati" [Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 39]. Girolamo racconta poi come la pericope fosse presente in molti manoscritti greci e latini, alla fine del IV secolo: "In Evangelio secundum Johnnem in multis et Graecis et Latinis codicibus invenitur de adultera muliere, quae accusata est apud Dominum" (Gerolamo, Contro Pelagio, II, 17, 4). La pericope dell’adultera è infine richiamata chiaramente da Ambrogio che la attribuisce all’evangelista Giovanni quando ricorda ai suoi contemporanei come: “Una questione molto agitata e molto famosa è stata l'assoluzione di quella donna che nel Vangelo secondo Giovanni fu portata a Cristo accusata di adulterio. Lo stratagemma che gli ebrei equivocati escogitarono fu questo: nel caso in cui il Signore Gesù avesse assolto la donna si sarebbe opposto alla Legge, mentre la sua condanna avrebbe potuto essere criticata, rendendo la grazia di Cristo vuota. E la discussione è ancora più accesa, dal momento in cui i vescovi hanno iniziato ad accusare i colpevoli dei crimini più atroci davanti ai tribunali pubblici, e alcuni persino a spingerli all'uso della spada e della pena capitale, mentre altri ancora approvano questo tipo di crimini macchiati dal sangue del sacerdozio. Poiché quegli uomini dicono esattamente come gli ebrei, che i colpevoli dovrebbero essere puniti dalle leggi pubbliche, e quindi che dovrebbero essere accusati dai sacerdoti di fronte ai tribunali pubblici …. Come possiamo sopportare chi condanna le colpe negli altri e le scusa in se stesso? Quando un uomo condanna in un altro ciò di cui egli stesso si macchia, non pronuncia piuttosto la propria condanna? [Ambrogio, Lettera XXVI, 2, 3, 13]

 

[5] “Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, spesso non è così ovvio nelle parole degli antichi Orientali com'è per esempio negli scrittori dei nostri tempi. Ciò che quegli antichi hanno voluto significare con le loro parole non va determinato soltanto con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal contesto; l'interprete deve quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente e con l'appoggio della storia, dell'archeologia, dell'etnologia e di altre scienze, nettamente discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi Orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi del dire, che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch'erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi. Quali esse siano, l'esegeta non lo può stabilire a priori, ma solo dietro un'accurata ricognizione delle antiche letterature d'Oriente. Su questo punto negli ultimi decenni l'indagine, condotta con maggior cura e diligenza, ha messo in più chiara luce quali fossero in quelle antiche età le forme del dire adoperate sia nelle composizioni poetiche, sia nel dettare le leggi o le norme di vita, sia infine nel raccontare i fatti della storia. L'indagine stessa ha pure luminosamente assodato che il popolo d'Israele fra tutte le antiche nazioni d'Oriente tenne un posto eminente, straordinario, nello scrivere la storia, sia per l'antichità, sia per la fedele narrazione degli avvenimenti, pregi che per verità si possono dedurre dal carisma della divina ispirazione e dal particolare scopo religioso della storia biblica. Tuttavia a nessuno che abbia un giusto concetto dell'ispirazione biblica farà meraviglia che anche negli Scrittori Sacri, come in tutti gli antichi, si trovino certe maniere di esporre e di narrare, certi idiotismi, propri specialmente delle lingue semitiche, certi modi iperbolici od approssimativi, talora anzi paradossali, che servono a meglio stampar nella mente ciò che si vuol dire. Delle maniere di parlare, di cui presso gli antichi, specialmente Orientali, servivasi l'umano linguaggio per esprimere il pensiero della mente, nessuna va esclusa dai Libri Sacri, a condizione però che il genere di parlare adottato non ripugni affatto alla santità di Dio né alla verità delle cose.” (PIO XII, Divino Affilante Spiritu, 1943)

 

[6] Per un’analisi critica del testo bizantino maggioritario è possibile consultare gli eccellenti lavori lavori di Wilbur Pickering, The Identity of the New Testament Text, Nashville: Thomas Nelson, 1977; 2nd edition, 1980 e D. B Wallace, The Majority!Text Theory:History, Methods And Critique, in Journal Of The Evangelical Theological Society, June 1994, pp. 185-215. Un'esposizione abbastanza equilibrata delle varie posizioni è contenuta in H. A. Sturz, The Byzantine Text-Type and New Testament Textual Criticism, 1984, anche se l'autore mostra chiaramente di prediligere l'ipotesi testuale bizantina..

 

[7] La lettura fondamentalista parte dal principio che la Bibbia, essendo Parola di Dio ispirata ed esente da errore, dev’essere letta e interpretata letteralmente in tutti i suoi dettagli. Ma per “interpretazione letterale” essa intende un’interpretazione primaria, letteralista, che esclude cioè ogni sforzo di comprensione della Bibbia che tenga conto della sua crescita nel corso della storia e de suo sviluppo. Si oppone perciò all’utilizzazione del metodo storico-critico per l’interpretazione della Scrittura, così come ad ogni altro metodo scientifico. La lettura fondamentalista ha avuto la sua origine, all’epoca della Riforma, da una preoccupazione di fedeltà al senso letterale della Scrittura. Dopo il secolo dei lumi, essa si è presentata, nel protestantesimo, come una salvaguardia contro l’esegesi liberale. Il termine “fondamentalista” si ricollega direttamente al Congresso Biblico Americano tenutosi a Niagara, nello stato di New York nel 1895. Gli esegeti protestanti conservatori definirono allora «cinque punti del fondamentalismo»: l’inerranza verbale della Scrittura, la divinità di Cristo, la sua nascita verginale, la dottrina dell’espiazione vicaria e la risurrezione corporale in occasione della seconda venuta di Cristo. Quando la lettura fondamentalista si propagò in altre parti del mondo, diede vita ad altri tipi di lettura ugualmente “letteralisti”, in Europa, Asia, Africa e America Latina. Questo genere di lettura trova sempre più numerosi aderenti nel corso dell’ultima parte del XX secolo, in alcuni gruppi religiosi e sette e anche tra i cattolici. Benché il fondamentalismo abbia ragione di insistere sull’ispirazione divina della Bibbia, sull’inerranza della Parola di Dio e sulle altre verità bibliche incluse nei cinque punti fondamentali, il suo modo di presentare queste verità si radica in una ideologia che non è biblica, checché ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige una adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e impone, come fonte unica d’insegnamento riguardo alla vita cristiana e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogni tipo di atteggiamento o ricerca critici. Il problema di base di questa lettura fondamentalista è che rifiutando di tener conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare pienamente la verità della stessa Incarnazione. Il fondamentalismo evita la stretta relazione del divino e dell’umano nei rapporti con Dio. Rifiuta di ammettere che la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l’ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate. Per questa ragione, tende a trattare il testo biblico come se fosse stato dettato parola per parola dallo Spirito e non arriva a riconoscere che la Parola di Dio è stata formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una data epoca. Non accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e ai modi umani di pensare presenti nei testi biblici, molti dei quali sono frutto di una elaborazione che si è estesa su lunghi periodi di tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diverse. Il fondamentalismo insiste anche in modo indebito sull’inerranza dei dettagli nei testi biblici, specialmente in materia di fatti storici o di pretese verità scientifiche. Spesso storicizza ciò che non aveva alcuna pretesa di storicità, poiché considera come storico tutto ciò che è riferito o raccontato con verbi al passato, senza la necessaria attenzione alla possibilità di un significato simbolico o figurativo. Il fondamentalismo tende spesso a ignorare o a negare i problemi che il testo biblico comporta nella sua formulazione ebraica aramaica o greca. È spesso strettamente legato a una determinata traduzione, antica o moderna. Omette ugualmente di considerare le “riletture” di alcuni passi all’interno stesso della Bibbia. Per ciò che concerne i vangeli, il fondamentalismo non tiene conto della crescita della tradizione evangelica, ma confonde ingenuamente lo stadio finale di questa tradizione (ciò che gli evangelisti hanno scritto) con lo stadio iniziale (le azioni e le parole del Gesù della storia). Viene trascurato nello stesso tempo un dato importante: il modo in cui le stesse prime comunità cristiane compresero l’impatto prodotto da Gesù di Nazaret e dal suo messaggio. Invece abbiamo lì una testimonianza dell’origine apostolica della fede cristiana e la sua diretta espressione. Il fondamentalismo snatura così l’appello lanciato dal vangelo stesso. Il fondamenta­lismo porta inoltre a una grande ristrettezza di vedute: ritiene infatti come conforme alla realtà, perché la si trova espressa nella Bibbia, una cosmologia antica superata, il che impedisce il dialogo con una concezione più aperta dei rapporti tra cultura e fede. Si basa su una lettura non critica di alcuni testi della Bibbia per confermare idee politiche e atteggiamenti sociali segnati da pregiudizi, per esempio razzisti, del tutto contrari al vangelo cristiano. Infine, nel suo attaccamento al principio del “sola Scrittura”, il fondamentalismo separa l’interpretazione della Bibbia dalla Tradizione guidata dallo Spirito, che si sviluppa in modo autentico in unione con la Scrittura in seno alla comunità di fede. Gli manca la consapevolezza che il Nuovo Testamento si è formato all’interno della Chiesa cristiana e che è Sacra Scrittura di questa Chiesa, la cui esistenza ha preceduto la composizione dei suoi testi. Per questa ragione, il fondamentalismo è spesso antiecclesiale, ritenendo come trascurabili i credo, i dogmi e le pratiche liturgiche che sono diventate parte della tradizione ecclesiastica, così come la funzione di insegnamento della Chiesa stessa. Si presenta come una forma di interpretazione privata, la quale non riconosce che la Chiesa è fondata sulla Bibbia e attinge la sua vita e la sua ispirazione nelle Scritture. L’approccio fondamentalista è pericoloso, perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro problemi di vita. Tale approccio può includerle offrendo interpretazioni pie ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio. (PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, 1993)

 

[8] Il gender-neutral language è talvolta giustificato dal contesto ma risulta in molti casi dubbio e ambiguo; è pertanto evidente che ogni traduzione che ne fa uso rischia di introdurre discutibili emendamenti congetturali sul cui valore testuale il lettore di media cultura spesso non in è in grado di esprimere una valutazione critica.