IL MISTERO DEL MALE

E LA PROVVIDENZA





 

Dio non potrebbe mai causare il male e la sofferenza perché questo è decisamente contrario alla sua natura. La Bibbia dice infatti che “Tutte le sue vie sono giustizia.  Egli è giusto e retto” (Deuteronomio 32,4; Salmo 145,17; Geremia 9,23; Apocalisse 15,3). Chi legge la Bibbia sa però che l'uomo e la natura sono in travaglio e gemono (Romani 8,22) per le intemperanze e gli errori degli uomini, che da millenni commettono stoltezze, violenze e crimini. Ma serpenti, leoni, coccodrilli, virus e i batteri hanno sempre avuto una vita indipendente dall'esistenza e dal comportamento dell'uomo, tanto è vero che, per chi crede, nella narrazione biblica troviamo un serpente maligno già nel paradiso terrestre e prima del peccato originale. Quando Cristo vide un uomo cieco dalla nascita, i suoi discepoli gli chiesero se avesse peccato lui o i suoi genitori. A tale domanda Gesù rispose che nessuno aveva peccato, ma era così perché si manifestassero in lui le opere di Dio (Giovanni 9,1-3). Non c'è pertanto da stupirsi se, talvolta, il male si sia abbattuto e tuttora si abbatta tanto sui buoni che sui malvagi, senza che esista sempre un legame chiaro e diretto tra errore dell'uomo e male subito.

 

Un altro concetto fuorviante ma largamente condiviso è che, per essere veri discepoli di Cristo e per la salvezza del mondo, occorrerebbe portare pesanti croci ed essere salvati attraverso enormi sofferenze. Sicuramente Cristo disse che “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Matteo 10,37) ma disse anche “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Matteo 11,28-30). Temperanza e moderazione dovrebbero sempre contraddistinguere i cristiani, evitando la ricerca di una giustizia eccessiva ed innaturale (Ecclesiaste 7,16) e, soprattutto, la voglia di andare al di là di ciò che è scritto (1 Corinzi 4,6). Cristo invitò infatti a "prendere la croce e non ad andare in croce", essendo persecuzioni e martirio riservati a Cristo e ad un limitato numero di grandi testimoni della fede.  La croce a cui Cristo faceva probabilmente riferimento non è il tentativo truffaldino di attaccare alla croce ogni tipo di male e di sofferenza (anche quelli imputabili solo alla follia o alla malvagità umana) ma l’impegno, il sacrificio e la necessità di portare frutti nella vita individuale, familiare, sociale e religiosa, cioè l’opera di santificazione realizzata con l’aiuto dello Spirito Santo e basata sulla crocifissione dell’uomo vecchio e delle opere della carne (Galati 5,16-26).

 

Molti uomini di chiesa purtroppo curano spesso alla leggera le piaghe dell'umanità, dicendo "Pace, pace, mentre pace non c'è" (Geremia 6,14 e Geremia 8,11), salvo poi sbandierare ed esaltare il valore salvifico della sofferenza, quale toccasana universale per la purificazione da imperizie, errori e negligenze, che avrebbero potuto essere tranquillamente corrette o evitate. Invece di individuare e combattere molte cause dell'umano patire, legate spesso più all'irrazionalità che all'immoralità, non pochi credenti non esitano ad abusare di affermazioni gratuite, caratterizzate da scarsa umanità, pervase da toni mistici ed inquinate da venature pseudo-profetiche. Si parla così di "sofferenza redentrice", di "dolore come segno di predilezione divina" e di "valore catartico ed espiatorio dell'umano soffrire". Non mancano infine casi in cui l'annuncio evangelico è mescolato ad una continua esaltazione del dolore e della sofferenza, presentando l'immagine di un Dio alquanto indifferente alle sorti umane e per nulla sazio delle sofferenze di Cristo, dei martiri, dei disgraziati e degli infelici. Non stupisce che, in un contesto tanto ambiguo, cresca tra molti atei e tra non pochi credenti una formidabile avversione nei confronti della fede, avversione che è spesso unita ad un viscerale disgusto nei confronti di Dio e dei suoi inspiegabili silenzi.

 

Una visione di fede che veda solo nella retribuzione e nella punizione terrena l'affermazione della giustizia divina è sicuramente debole e scorretta. Ma fragile è anche una fede che vede realizzarsi i disegni della Provvidenza esclusivamente in un'ottica ultraterrena e spirituale. La protezione del giusto e la mano potente di Dio sono infatti costantemente operanti nel creato e tanto il Nuovo Testamento che la Tradizione affermano e difendono l'azione continua di Dio a favore degli umili, dei giusti e dei deboli. Coloro che si ostinano a fare riferimento all'episodio di Giobbe e alle sue sofferenze, quasi per dimostrare l’enorme potere delle forze del male sui giusti e sugli ingiusti, dimenticano volutamente che, ai tempi di Giobbe, Satana il Diavolo aveva pieno accesso al trono di Dio (Giobbe 1,6-12). Dopo la morte e resurrezione di Cristo, Satana è stato cacciato dal cielo (Apocalisse 12,7-13) e, alla destra di Dio, oggi siede glorioso Gesù, circondato dalla Vergine, dai Martiri, dai Santi e dai Beati. Nell’Antico Testamento, sia Giobbe che Qoelet si chiedono se il bene ed il male siano legati ad una qualche remunerazione terrena e giungono a conclusioni negative, in base alla storia di Israele e all'esperienza quotidiana (Quoelet 7,25-8,14). Le prospettive ultraterrene intraviste dal libro della Sapienza (Sapienza 4), dal profeta Daniele (Daniele 12) e dai libri dei Maccabei (2 Maccabei 12) permettono di risolvere, almeno in parte, le contraddizioni avvertite dal popolo eletto. Con la venuta di Cristo, la sua morte e la sua resurrezione, l'azione divina nella storia diventa però evidente e il male viene permesso soprattutto per la correzione dei peccatori, anche se quasi sempre le cause del male stanno negli errori, nella violenza e nelle intemperanze degli uomini, piuttosto che nell'azione punitiva di Dio.

 

Parlando di Cristo, la Scrittura ci ricorda che: "Proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Ebrei 2,18) e anche che: "Non abbiamo un Sommo Sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno" (Ebrei 4,15-16) e pure: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi). (Romani 8,31-34)

 

Un credente onesto e non fanatico dovrebbe pertanto coltivare la preghiera, che facilita la riflessione e il dono celeste di buone ispirazioni (Giacomo 1,5), tenere in gran considerazione la virtù della prudenza ed evitare di tentare Dio (Deuteronomio 6,16 e Matteo 4,7), esponendosi scioccamente a rischi inutili (Proverbi 22,3-4). Tutta la Sacra Scrittura insegna, infatti, che “Dio vuole misericordia e non sacrificio, conoscenza e non olocausti” (Osea 6,6 e Matteo 9,13).

Il fatto che l'uomo non avrebbe mai potuto riparare con i suoi meriti la gravità del peccato di Adamo non esclude la possibilità, da parte di Dio, di perdonare, con un atto di misericordia gratuito e unilaterale, un'umanità convertita al Vangelo dalla predicazione terrena di Cristo, seondo una logica di libero arbitrio. D’altra parte la parabola dei vignaiuoli omicidi (Matteo 21,33-44) mostra chiaramente come la croce fu una scelta obbligata, imposta non dall’amore di Dio verso la sofferenza ed il dolore ma dalla malvagità umana e dall’ostinato rifiuto del Vangelo di Cristo. Anche la parabola del banchetto nuziale (Matteo 22,1-14) insegna come Dio non abbia inviato suo Figlio nel mondo per immolarlo sadicamente sulla croce ma per celebrare le nozze messianiche con il popolo d'Israele, per ristabilire un'alleanza eterna con tutta l'umanità e per inaugurare un regno glorioso (Daniele 2,44; Daniele 7,27; Daniele 12,1-2). Fu il rifiuto ostinato dell'uomo che cambiò brutalmente il corso della storia, obbligando Gesù a seguire la via del Calvario. Egli accettò liberamente la croce (Matteo 26,53 e Giovanni 10,17-18), per attirare tutti a se (Giovanni 3,14; Giovanni 12,32; Giovanni 19,37) e per riconciliare al Padre l’umanità peccatrice (Romani 5,6-11; 2 Corinzi 5,14-21; Efesini 1,10; Efesini 2,16; Filippesi 2,8; Colossesi 1,20; Colossesi 2,14; Ebrei 12,2; 1 Pietro 2,21-24). L'obbedienza di Cristo al Padre si manifestò, quindi, non tanto nel piacere perverso e masochista di accettare la sofferenza e la morte fini a se stesse, ma piuttosto nel lucido proposito di abbracciare con infinito amore l'unica via ancora possibile, aperta e praticabile. A ciò va aggiunto il fatto che, con la discesa di Cristo agli inferi (1 Pietro 3,19-20), tutta l'umanità fu raggiunta direttamente nello Sheol, triste luogo di tenebre e di oblio, dove non era neppur possibile lodare Iddio (Salmo 6,6; Salmo 115,17; Isaia 38,18) e dove le catene della morte trattenevano da millenni la discendenza di Adamo. Cristo diventò partecipe della natura umana, per ridurre all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il diavolo, liberando così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Ebrei 2,14-15).

 

Un credente onesto non dovrebbe neppure mai dimenticare che, per le persone davvero umili, buone e giuste, la Provvidenza ha sempre in serbo qualche protezione in più, così che oltre alla forza per sopportare il male viene sempre offerta una via di fuga. Sta infatti scritto che: "Dio ascolta la preghiera dei giusti ma è lontano dalle invocazioni degli empi (Proverbi 15,29; Salmo 34,15-16; Giovanni 9,31; 1 Pietro 3,10-12) e anche che: "Dio resiste ai superbi ma fa grazia agli umili" (Giacomo 4,6; Proverbi 3,34). Sta anche scritto che: “Dio si prende cura di noi” (1 Pietro 5,7), e “non rifiuterà di fare del bene a quelli che camminano rettamente” (Salmo 84,11-12) e che: "Dio riserva ai giusti la sua protezione, è uno scudo per coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici" (Proverbi 2,7-8). Inoltre la Scrittura ci ricorda anche che: “Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio” (2 Pietro 2,9) e che: “Dio è fedele e non permetterà che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla” (1 Corinzi 10,13).

 

Di fatto, in 1 Corinzi 10,13 il termine greco "ekbasin" cioè "via di fuga" è molto più fedele all'insegnamento evangelico del termine "proventum" usato dalla Vulgata. Il versetto, nelle versioni di Diodati e di Ricciotti, diventò così: "Tentazione non vi ha ancora colti, se non umana; or Iddio è fedele, il qual non lascerà che siate tentati sopra le vostre forze; ma con la tentazione darà  la via d'uscita, acciocché la possiate sostenere ", migliorando la millenaria e classica versione della Vulgata, ripresa anche dal Martini: "Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà  che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la forza per sopportarla". Il termine “via d'uscita” sembra, pertanto, evidenziare con maggior precisione la misericordia e la provvidenza di un Dio capace di fornire ai suoi fedeli non solo energia, sopportazione e forza per affrontare le prove della vita ma pure soluzioni, vie di uscita e possibilità di scampo. Per secoli, comunque, la traduzione minimalista di Gerolamo incise pesantemente sulle preghiere della povera umanità, convintissima che a Dio si potesse chiedere solo la forza di sopportare la morte, le guerre, le pestilenze, le carestie, la miseria, lo sfruttamento dei potenti, l'ignoranza e l'enorme numero di gravidanze conseguenti solo alla libidine ed all'umana follia.

 

Già un giudeo dell'antichità invitava i fedeli a non turbarsi per le disgrazie avvenute ai giudei durante le persecuzioni ellenistiche, considerando piuttosto che molti castighi non vennero per la distruzione ma per la correzione del popolo di Dio (2 Maccabei 6,12-17) e che il soccorso divino, manifestatosi poco tempo prima in modo perfino miracoloso, venne poi improvvisamente a mancare per i gravi peccati commessi dal popolo d'Israele (2 Maccabei 5,18-19). Molte sofferenze ed alcune persecuzioni furono risparmiate ai cristiani per la fede, la carità, la costanza, la pietà, l'umiltà e la volontà di autocorrezione (1 Corinzi 11,30-32). Durante la terribile persecuzione di Domiziano (90-96 d. C.) alla chiesa di Filadelfia fu detto: "Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana, di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra" (Apocalisse 3,8-10). Molte persecuzioni anti cristiane furono, invece, permesse per correggere la malvagità della Chiesa e dei suoi Pastori. Nella sua Storia Ecclesiastica, Eusebio di Cesarea così motiva la grande persecuzione di Diocleziano (303-311): "Comportandoci come se non fossimo stati avvertiti, come dei senza Dio, non ci curammo di rendere la divinità propizia e benevola; e ritenendo che le nostre azioni sarebbero state dimenticate o che sarebbero rimaste impunite, accumulammo malvagità su malvagità. Quelli che si dicevano nostri pastori, trascurando i precetti della pietà, si infiammarono in reciproche contese e non fecero altro che aumentare le liti, le minacce, l'invidia, l'odio e l'animosità degli uni contro gli altri, perché con tutto se stessi - a guisa di tiranni - bramavano il potere" (Eusebio, Storia Ecclesiastica, VIII, 1).