IL REGNO DI DIO











LE PROFEZIE DI DANIELE





 

Al tempo di questi re,

 

 Al tempo di questi re,

il Dio del cielo farà sorgere un regno

che non sarà mai distrutto

e non sarà trasmesso ad altro popolo:

stritolerà e annienterà tutti gli altri regni,

 mentre esso durerà per sempre

[Daniele 2,44]

 

Io continuavo a guardare,

quand'ecco furono collocati troni

e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve

e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco

con le ruote come fuoco ardente.

Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.

La corte sedette e i libri furono aperti.

Continuai a guardare a causa delle parole superbe

che quel corno proferiva,

 e vidi che la bestia fu uccisa

e il suo corpo distrutto e gettato a bruciare sul fuoco.

Alle altre bestie fu tolto il potere

 e fu loro concesso di prolungare la vita

fino a un termine stabilito di tempo.

Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco apparire, sulle nubi del cielo,
uno, simile ad un figlio di uomo;

giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,
che gli diede potere, gloria e regno;

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;
il suo potere è un potere eterno,
che non tramonta mai, e il suo regno è tale
che non sarà mai distrutto.

[Daniele 7,9-14]

 

 

Settanta settimane sono fissate

per il tuo popolo e per la tua santa città

per mettere fine all'empietà,

mettere i sigilli ai peccati, espiare l'iniquità,

portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia

e ungere il Santo dei santi.

Sappi e intendi bene, da quando uscì la parola sul ritorno

e la ricostruzione di Gerusalemme

fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane.

Durante sessantadue settimane saranno restaurati,

riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi.

Dopo sessantadue settimane, un unto sarà soppresso senza colpa in lui;

il popolo di un principe che verrà

distruggerà la città e il santuario;

la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine,

guerra e desolazioni decretate.

Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e,

nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta;

sull'ala del tempio porrà l'abominio della desolazione

e ciò sarà sino alla fine,

fino al termine segnato sul devastatore”.

[Daniele 9,24-27]

 

 

 

 

 

DANIELE ED IL LIBRO DI DANIELE 

 

Daniele nacque verso il 610 a.C. e fu profeta e principe di Giuda (Daniele 1,1-7). Venne imprigionato da Nabucodonosor che lo deportò giovanissimo a Babilonia. Visse al tempo dei re persiani Ciro e Dario (Daniele 6,28) e morì anziano e carico di anni. Ripieno di Spirito Santo e dotato di grande sapienza, interpretò sogni e visioni dei re babilonesi e fu così nominato capo dei saggi e governatore di Babilonia (Daniele 2,48). Profetizzò sugli imperi di babilonese, medio-persiano e macedone, nonché sulle successive lotte tra i regni dei diadochi. In tutte le sue profezie annunciò la venuta del regno di Dio e l’avvento di un misterioso Figlio dell’uomo (Daniele 7,13-14).

 

Il libro di Daniele contiene, invero, riferimenti alla persecuzione ellenistica e profezie relative alla fine dei tempi. Le visioni dei capitoli II, VII e IX, pur potendosi sicuramente applicare al periodo di circa mezzo millennio che va dall'attività profetica di Geremia alla persecuzione dei Maccabei, si spingono infatti fino all’età messianica, mentre i capitoli VIII e XI riguardano solo ed esclusivamente il periodo ellenistico. Il capitolo XII combina la fine della persecuzione di Antioco con l’annuncio dell'avvento dei tempi messianici, pur invitando il lettore a pazientare, quasi che tra i due eventi esistesse ancora un lungo periodo di tempo. Il modo di procedere non è estraneo al profetismo biblico che, insieme all'annuncio di eventi storici reali, spesso mescola visioni messianiche di ben più ampio orizzonte (è il caso della profezia dell'Emmanuele immediatamente applicabile al pio re Ezechia ma pienamente adempiuta con la nascita verginale di Cristo, della venuta del re mansueto su un puledro d'asina riferita al re Zorobabele ma avveratasi totalmente con l'ingresso glorioso di Cristo in Gerusalemme, del discorso profetico di Gesù, riguardante, in prima battuta, la fine di Gerusalemme ma, in un'ottica apocalittica di più largo respiro, la fine del mondo).[1]

 

La precisione e l’accuratezza delle profezie di Daniele stupirono molti, spingendo critici, increduli e scettici a mettere in dubbio la sua reale esistenza e a postdatare la redazione del libro al II secolo a.C.. Secondo molti, pertanto, il libro di Daniele sarebbe pseudoepigrafo (cioè scritto da un anonimo autore, utilizzando il nome di un personaggio famoso), inventato di sana pianta nel periodo ellenistico (cioè nell'epoca dei Maccabei) e costruito come "vaticinium ex eventu" (cioè come pseudo-profezia posteriore ai fatti annunciati).

 

Prima del Concilio Vaticano II, i cattolici hanno difeso le tesi dell'unità del libro, dell'unicità dell'autore e della redazione antica (VI secolo a. C.), mentre, a partire dagli anni '60, larga parte degli studiosi e dei commentatori cattolici ha sostenuto le ipotesi del carattere mitologico di Daniele, della datazione recente (II secolo a. C.) e della redazione da parte di un autore pseudonimo o pseudoepigrafo. Di fronte a tali posizioni estreme, non sono mancati e non mancano ricercatori, teologi ed esegeti moderati e prudenti, che difendono la storicità del profeta, argomentano a favore dell'unicità del libro e teorizzano una possibile ricomposizione dello stesso in tempi relativamente recenti, pur nel rispetto di documenti originali, di fonti antiche e di materiali ispirati.

 

 

LA DATAZIONE DEL LIBRO DI DANIELE

 

La datazione del libro di Daniele è tuttora controversa. Anche in campo protestante, esistono tuttora studiosi profondamente convinti del fatto che la redazione del libro risalga al VI secolo avanti Cristo: a sostegno di tale tesi, sono spesso citate analisi filologiche e semantiche che rilevano in tutto il libro la presenza di termini e di espressioni fortemente diffuse durante la cattività babilonese e la dominazione persiana. D'altro lato, un gran numero di studi critici relativamente recenti tende a datare il libro al I-II secolo avanti Cristo e, nella maggior parte dei casi, al periodo della persecuzione ellenistica.

 

Una posizione intermedia, seguita da alcuni ricercatori di diverso orientamento, teorizza, invece, che il libro di Daniele sia stato ricompattato in tempi recenti, assemblando materiali e documenti originali, composti secoli prima da un unico autore. Di qualche interesse sono, infine, non pochi lavori condotti sui manoscritti di Qumran, che paragonando i vari documenti colà ritrovati, spesso argomentano a favore di una datazione intermedia (III secolo a. C.). Che il libro di Daniele sia nato, assemblando in tempi abbastanza recenti (II-III secolo a.C.) materiali più e meno antichi sembra comunque confermato dall'utilizzo di ben tre lingue (aramaico, ebraico e greco) e soprattutto dall'esagerata cura riservata ai dettagli storici del periodo dei regni dei Diadochi.

 

Mentre l'interpretazione dei sogni e le grandi visioni del profeta (capitoli II-IX) seguono lo stile classico dei grandi profeti dell'Antico Testamento, nei capitoli finali (X-XII) la narrazione di particolari storici talora insignificanti sembra frutto dell'azione redazionale di un compilatore recente, interessato a confermare la tradizione più antica con gli eventi drammatici vissuti dal popolo ebraico durante la persecuzione ellenistica. Il fenomeno sembra abbastanza coerente con la trasmissione umana della Parola di Dio, che in non pochi casi fu arricchita, in perfetta buona fede, da commi, versetti, glosse ed integrazioni. A rigor di logica va poi notato che solo i primi versetti dell'undicesimo capitolo del libro di Daniele riportano in modo chiaro ed esplicito le rivelazioni dell'angelo Gabriele, mentre la restante parte della narrazione sembra completare la visione del profeta con il resoconto storico dei fatti successivi. Da un punto di vista logico, non è comunque impossibile che un profeta come Daniele, illuminato da Dio per interpretare e per conoscere i sogni, abbia potuto beneficiare di visioni tanto lontane, chiare e precise. Le parti deuterocanoniche scritte in greco (preghiera di Azaria, cantico dei tre giovani nella fornace, Susanna ed i vecchioni, Storia di Bel e il drago) sembrano infine dipendere da un testo originale semitico o da un antico Midrash, recuperato, ricomposto ed assemblato dalla Settanta e da Teodozione.

 

 

L’ESISTENZA STORICA DEL PROFETA DANIELE

 

Secondo la moderna critica storica, il Daniele di cui parla Ezechiele sarebbe un personaggio mitologico, totalmente privo di riferimenti con il profeta Daniele di cui parla l’omonimo libro. Mitologiche ed inattendibili sarebbero quindi le testimonianze di Giuseppe Flavio, mentre i riferimenti all’abominazione della desolazione profetizzata da Daniele (Daniele 9,27 e 11,31) e richiamata sia nel primo libro dei Maccabei (1 Maccabei 1,54) che nella predicazione di Gesù (Matteo 24,15 e Marco 13,14) risulterebbero totalmente privi d’ogni interesse storico e religioso. Anche gli evidenti riferimenti al III ed al VI capitolo del libro di Daniele, contenuti nel testamento di Mattatia (1 Maccabei 2,59-60), sono quindi considerati privi di rilevanza. Tali tesi sono evidentemente viziate da scetticismo verso la Bibbia, dall’incapacità di accettare il fenomeno della profezia ebraica (non solo come messaggio edificante di Dio ma anche quale rivelazione di eventi futuri) e soprattutto da profondi condizionamenti provenienti dalla critica testuale e dal protestantesimo liberale. Non sono mancati comunque interventi interessanti ed autorevoli che hanno rifiutato la diffusa ipotesi di un autore tardivo e pseudoepigrafo, difendendo la sostanziale identità dei due personaggi (H.H.P. Dressler, The Identification of the Ugaritic DNIL with the Daniel of Ezekiel, Vetus Testamentum, 1979, n. 29, pp. 152-61 e D. B Wallace, Who is Ezekiel’s Daniel, in  https://bible.org, 2004).

 

L’esistenza di Daniele è chiaramente attestata dal profeta Ezechiele che ne lodò la giustizia (Ezechiele 14) e la saggezza (Ezechiele 28). Le testimonianze di Ezechiele risultano affidabili, essendo i due profeti vissuti nello stesso periodo storico. Al di sopra di ogni sospetto è poi un preciso riferimento al profeta Daniele presente all’interno di una profezia sulla città di Tiro. Ezechiele, dopo aver rimproverato il re di Tiro per essersi atteggiato a dio e a uomo più sapiente di Daniele (Ezechiele 28,3), annunciò l’imminente caduta di Tiro per mano del re babilonese Nabucodonosor. Come Ninive ai tempi di Giona (Giona 3), Tiro sopravvisse ai castighi divini e fu espugnata solo alcuni secoli dopo, spingendo il profeta a rettificare la profezia (Ezechiele 29,18).

 

A ciò va aggiunto che nell’elogio dei padri, il vecchio sacerdote Mattatia, padre dei Maccabei, (1Maccabei 2:51-60), accanto ad altre figure illustri, come Abramo, Giuseppe, Fineas, Giosuè, Caleb, Elia e Davide, nominò Daniele e i suoi tre compagni (Anania, Azaria e Misaele), testimoniando chiaramente come già nel II secolo a.C. tali personaggi fossero accreditati in Israele come figure storiche. A sostegno della maggior antichità del libro di Daniele è anche il caso di citare il riferimento del primo libro dei Maccabei all'abominazione della desolazione (1 Maccabei 1,54) posta nel luogo sacro: il termine greco qui usato è “βδελυγμα  της  ερημωσεως”, che corrisponde all’ebraico “shiqquwts shamem  impiegato da Daniele 9,27, 11,31 e 12,11 e già tradotto con“βδελυγμα  της  ερημωσεως” dalle versioni greche della Settanta, di Aquila, di Teodozione e di Simmaco.

 

 

LE INCONGRUENZE STORICHE CONTENUTE NEL LIBRO DI DANIELE

 

I dati  contenuti nel libro di Daniele sono stati al centro di numerose controversie, soprattutto per quanto riguarda le figure storiche di Baldassarre e di Dario il Medo

 

In Daniele 5,1 e in Daniele 7,1 si parla, infatti, del re Baldassarre, che i testi caldei ricordano come figlio di Nabonide, ultimo sovrano della dinastia babilonese. Se è vero che Baldassarre non fu mai re, è però probabile che egli abbia avuto la reggenza per alcuni anni, mentre il padre dimorava in Arabia per curare una grave malattia (nel libro del profeta Daniele, Nabonide viene peraltro indicato col nome più famoso del suocero Nabucodonosor, ma è correttamente citata una sua lunga assenza da Babilonia, attribuita a sette anni di pazzia, causati da punizione divina). Di fatto la critica razionalista dei secoli scorsi sostenne che Baldassarre non fu mai re e che il libro di Daniele sarebbe storicamente inaffidabile in quanto Baldassare non fu neppure figlio di Nabucodonosor. Alla luce dei più recenti ritrovamenti archeologici, Baldassarre fu realmente associato al trono da suo padre Nabonide, quando questi fu in Cilicia, in Siria e in Arabia. Inoltre occorre tener presente che in aramaico il titolo di figlio era largamente usato anche per i nipoti e i discendenti diretti. Nabucodonosor, dopo 48 anni di regno (609-561), ebbe come successore Evil Merodac che dopo appena due anni fu assassinato da Neriglissor. Quest'ultimo regnò solo quattro anni, lasciando il trono al figlio Labasci Marduk che, a sua volta, dopo appena nove mesi, fu ucciso lasciando il regno a Nabonide. La presa del potere di Nabonide nell'anno 556 a.C. fu legittimata dal suo matrimonio con Nitocris, figlia di Nabucodonosor e vedova di Neriglissar. Secondo quanto riportato negli annali di Ciro, Baldassare fu vero figlio di Nabonide e vero nipote di Nabucodonosor. Gli venne affidata la difesa di Babilonia ai tempi dell'avanzata dei medi e fu ucciso da Gubaru in un assalto notturno nel 538, mentre il padre si consegnò spontaneamente al vincitore Ciro e venne deportato in Carmania.

 

In Daniele 5,31 si ha un'altra apparente incongruenza storica quando si dice che Babilonia fu conquistata, invece che da Ciro, da un certo Dario il Medo. Poiché nessun re dei Medi fu mai chiamato Dario, è stata avanzata l'ipotesi che questo Dario altro non fosse che un satrapo medo, costituito governatore di Babilonia (cioè re sopra il regno dei caldei) dall'imperatore persiano Ciro (Daniele 9,31). Alcuni pensano che si tratti di Gubaru (di solito identificato col Gobria o Ugharu della Ciropedia di Senofonte), che diventò governatore di Babilonia dopo che Ciro il Grande, che guidava i Medi e i Persiani, conquistò la città. Secondo altri, Dario il Medo potrebbe essere il titolo assunto da Ciassarre II, figlio di Astiage e nipote di Ciassarre I, fondatore della potenza dei medi. Di Ciassarre II, figlio di Astiage, re dei medi e zio di Ciro, parla chiaramente e in più punti Senofonte nella sua Ciropedia, ricordando come lo stesso Ciro avesse combattuto a lungo al servizio dello zio Ciassaarre. Il padre di Ciro fu infatti Cambise re dei persiani, mentre la madre fu Mandane, figlia di Astiage e sorella di Ciassarre. Lo stesso Senofonte ricorda poi come Ciro tentò a lungo di armonizzare le leggi ed i costumi dei medi e dei persiani, finché Ciassarre, ormai vecchio e privo di figli, non gli diede in sposa la sua bellissima figlia, consegnandogli in dote tutta la Media. In tutta la narrazione di Senofonte, la figura di Ciassarre viene descritta come storica, reale e problematica, sottolineandone il carattere geloso, debole, imbelle e amante del lusso. Secondo Flavio Giuseppe "Dario, che col suo congiunto Ciro mise fine all'impero babilonese, aveva l'età di sessantuno anni quando prese Babilonia. Era figlio di Astiage, ma dai Greci era chiamato con un altro nome" [Antichità Giudaiche, X, 248], nome che secondo alcuni era Ciassarre [Teodoreto di Ciro, Commento a Daniele, VI, 31]. Dario il Medo viene poi detto (Daniele 9,1) “figlio di Assuero” non perché fosse persiano ma perché in lingua persiana "Assuero" voleva probabilmente dire “Re dei Re” e tale titolo veniva attribuito ad ogni sovrano. L’ipotesi che Ciassarre II sia Dario il Medo è stata sostenuta dal Kiel e dal Gesenius, mentre secondo Albright, Babelon e Whitcomb, Dario il Medo sarebbe stato Gubaru governatore di Babilonia. Raska e Shea hanno, infine, identificato Dario il Medo con Ciro, osservando come la Bibbia profetizzi più volte la caduta di Babilonia per opera dei medi (Isaia 13,17 e Geremia 51,11-28), popolo strettamente legato ai persiani. Un'analisi accurata delle varie teorie su Dario il Medo è contenuta nella "Civiltà Cattolica", Volume V, Quaderno 808, pp. 414-432, 1884. Secondo il famoso archeologo Albright, anche Darius potrebbe essere stato un titolo regale largamente diffuso presso i persiani. (W.F. Albright, The date and personality of the cronicler,  Journal of biblical literature, 1921, vol 40, pp. 104-124).

 

 

GIUSEPPE FLAVIO ED IL LIBRO DI DANIELE

 

Larga parte degli studiosi moderni è convinta del fatto che il libro di Daniele sia stato scritto durante la persecuzione ellenistica per edificare e per confortare il popolo giudaico. Poiché nel capitolo VIII si parla di Antioco Epifane, la critica razionalista ha visto un riferimento assoluto ad Antioco IV pure nel capitolo VII. Il piccolo corno del capitolo VII (zehayr qeren) germoglia come undicesimo re della quarta terribile bestia (la prima è l'impero babilonese, la seconda la potenza medio persiana, la terza il regno macedone e la quarta forse l’impero dei seleucidi o forse l'impero romano), risulta diverso dagli altri e rappresenta l’anticristo, che alcuni identificano con Antioco IV Epifane, re dei seleucidi e feroce avversario del giudaismo, mentre altri con Nerone e Domiziano, spietati imperatori romani, accaniti persecutori dei cristiani e adorati dal popolo come divinità in tutte le province dell'impero.

 

Di fatto esiste una straordinaria similitudine tra i titoli assunti dagli imperatori romani del I secolo d.C., considerati "Dominus et Divus" (cioè "Signore e Dio") e i soprannomi dei re seleucidi, incensati come "Sotere" (Salvatore), "Theos" (Dio), "Megas" (Grande), "Epifane" (Dio che appare), "Evergete" (Benefattore) e "Eupatore" (Figlio di un Padre Buono).

 

La quarta bestia (di cui parla sia il VII capitolo di Daniele che il XIII capitolo dell'Apocalisse) è ferita a morte dalla resistenza dei Maccabei prima della venuta di Cristo ma riprende vita nel I secolo dopo Cristo, grazie all'azione perversa del falso profeta, che promuove apertamente il culto divino degli imperatori. Si tratta probabilmente della stessa bestia (ha sette teste e dieci corna come il diavolo) che continua ad esercitare il suo potere nella storia finché il Figlio dell’Uomo non viene ad inaugurare il suo regno.

 

Antioco Epifane, che è sicuramente il “corno insignificante” del capitolo VIII (mitstseheeraw qeren), esce da uno dei quattro corni (i regni diadochi) sviluppatisi dalle ceneri dell'impero di Alessandro (il capro della visione), cresce verso Mezzogiorno, l’Oriente e la Palestina, perseguita il popolo santo e tenta di sopprimere la religione ebraica.

 

Autorevoli sono comunque tre testimonianze di un famoso storico dell’antichità. Giuseppe Flavio (37 d.C.-103 d.C.), di ricca famiglia sacerdotale, nel 67 fu fatto prigioniero dell’imperatore romano Vespasiano, che dopo averlo trattato con grande benignità, finì per lasciarlo ben presto libero. Fu quindi in Palestina con Tito ed assistette nel 70 d. C. alla distruzione di Gerusalemme. Recatosi poi a Roma svolse attività di letterato, tentando di fare conoscere al mondo antico la cultura e le tradizioni ebraiche. Scrisse così la Guerra Giudaica in 7 libri (prima in aramaico e poi in greco) e le Antichità Giudaiche in 20 libri (in greco) narrando la storia del popolo ebraico dalle origini fino alla rivolta contro i romani. Nell’opera in due volumi Contro Apione difese la cultura giudaica contro gli attacchi dei romani, dei greci e degli alessandrini. Egli narrò che:

 

a)      il libro di Daniele fu noto ad Alessandro Magno già verso il 332. A tal proposito egli infatti, scrisse: "Quando gli si mostrò il libro di Daniele ove (il profeta) rivelava che un Greco avrebbe distrutto l'impero dei Persiani, ravvisò se stesso nella persona indicata; e colmo di gioia, per il momento congedò la folla, ma nel giorno appresso la convocò di nuovo e disse che chiedessero qualunque regalo desiderassero". [Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XI, 337] [2].

 

b)      il canone della Bibbia ebraica fu definitivamente chiuso ai tempi di Artaserse ed Esdra verso la metà del V secolo a. C. (Flavio Giuseppe, Contro Apione, I, 8), confermando l’impossibilità che il libro di Daniele sia stato aggiunto al canone nel II secolo a. C. durante le guerre dei Maccabei; [3] [4]

 

c)      sia la persecuzione di Antioco IV Epifanie che la successiva distruzione di Gerusalemme da parte dei romani furono previste dal profeta Daniele, notando come: “Questa desolazione del tempio si verificò in conformità alla profezia di Daniele fatta quattrocentotto anni prima: egli infatti aveva rivelato che i Macedoni l'avrebbero distrutto”. [Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XII, 322] e anche “La nostra nazione ebbe a sperimentare questi sfortunati eventi sotto Antioco Epifane, proprio come vide Daniele, molti anni prima che avvenissero. Allo stesso modo Daniele scrisse anche a proposito dell'impero dei Romani, che Gerusalemme sarebbe stata presa da loro e il tempio distrutto. Tutte queste cose rivelategli da Dio, egli tramandò per iscritto, sicché quanti le leggono e osservano come esse accaddero, si stupiscono dell'onore fatto da Dio a Daniele. Da tali eventi si comprende quanto sbagliano gli Epicurei, i quali escludono la Provvidenza dalla vita umana e si rifiutano di credere che Dio regga le sue vicende o che nell'universo vi sia un Essere benedetto e immortale che lo dirige a un fine e che il tutto possa durare, sostengono invece che il mondo si muove per forza propria senza conoscere né guida né cura di altri”. [Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, X, 276-278]

 

 

"PSEUDOEPIGRAFIA" E “VATICINIUM POST EVENTUM”

 

Il fenomeno della pseudoepigrafia è strettamente legato alla produzione apocrifa del tardo giudaismo e del cristianesimo primitivo. Un autore sconosciuto tenta di accreditare visioni, profezie e rivelazioni private divulgando scritti apocrifi,  attribuiti ad un personaggio famoso ed ispirato (Libro di Enoc, Testamento dei dodici patriarchi, Apocalisse di Mosé, III e IV libro di Esdra, Salmi di Salomone, Vangeli di Bartolomeo, di Filippo, di Gamaliele, di Giacomo, di Tommaso, dello Pseudo Matteo, Atti di Paolo, Atti di Pietro, Atti di Andrea, Apocalisse di Pietro, Apocalisse di Paolo, Apocalisse di Esdra). Il carattere truffaldino della pseudo epigrafia è fuori discussione e totalmente inaccettabile è la tesi di tutti coloro che insegnano come tale espediente fosse largamente diffuso e tollerato dalla tradizione giudaica. Esistono comunque limitati casi di pseudoepigrafia onesta ed ispirata.

 

Alcuni libri (Quoelet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide, Daniele) potrebbero essere pseudoepigrafi per "modum compilationis" e non per "modum inventionis": in questi casi un autore sconosciuto riscopre, recupera, riedita, ricompatta e riassembla scritti, materiali e tradizioni autentiche, frutto del lavoro di precedenti autori ispirati (l'ultima parte del libro dei Proverbi, ad esempio, contiene alcuni detti di Salomone trascritti dagli uomini di Ezechia, come risulta chiaramente dall'inizio del capitolo XXV). Del resto, già un autorevole padre della chiesa ricorse a varie cause efficienti per spiegare l'origine dei libri sacri: l'ispirazione divina (modum inspirantis), la paternità reale o putativa (modum invenientis) e la effettiva redazione (modum compilationis). [Bonaventura, (Commentario al Libro della Sapienza, Proemio, VI)].

 

L'esistenza di almeno due diversi autori (uno per i capitoli 2-7 in aramaico ed uno per i capitoli 1 e 8-12 in ebraico) fu ipotizzata da filosofi ed esegeti (B. Spinoza, Tractatus theologico politicus, 1670, pag. 130; I. Newton, Observations upon the prophecies of Daniel and the Apocalypse of St. John, 1733, pag. 10; P. de Lagarde, Review of Havet's études d'histoire religieuse, in G.G.A., 1891, pp. 497-520; C. C. Torrey, Notes on the Aramaic Part of Daniel in T.C.A., XV, 1909, pp. 241-282). Ciònonostante i fondamentalisti sono tuttora convinti che la composizione del libro di Daniele risalga al VI secolo avanti Cristo (R.K. Harrison, Introduction to the Old Testament, 1969, pp. 1106-27; G.L. Archer Jr., "Daniel" in The Expositor's Bible Commentary, vol. 7, 1985, 4-6, pp. 12-26; B.K. Waltke, "The Date of the Book of Daniel", in Bibliotheca Sacra, 133, october-December 1976, pp. 319-28).

 

Numerosi autorevoli studiosi ammettono comunque che il libro di Daniele possa essere stato assemblato e ricompattato al tempo della persecuzione ellenistica, utilizzando però materiali originali composti secoli prima da un unico autore (a tal proposito, vedansi, ad esempio: F. Bleek, Über Verfasser und Zweck des Buches Daniel, Theologische Zeitschrift, Heft 3, 1822, pp. 171-294; R.H. Charles, Critical and Exegetical Commentary on the Book of Daniel, 1929; A.F. Von Gall, Die Einheitlichkeit des Buches Daniel, 1895; H. H. Rowley, The Unity of the Book of Daniel, Hebrew Union College, vol 23, 1950-1951, pp. 233-273).

 

 

GIULIO AFRICANO E LA PROFEZIA DELLE SETTANTA SETTIMANE

 

Fin dai primi secoli dell’era volgare, i cristiani hanno sempre tenuto in alta considerazione le profezie di Daniele, nonostante le contorte esegesi ebraiche (iniziate già ai tempi di Aquila, Teodozione e Simmaco), le critiche pagane (portate avanti soprattutto da Porfirio, filosofo neoplatonico anticristiano del III secolo, autore di un libro polemico contro i cristiani nel quale tentò, tra le altre cose, di mettere in dubbio l’attendibilità della profezia delle 70 settimane) ed i sottili sofismi elaborati dalla recente critica atea, razionalista e liberale. L’applicazione a Cristo delle profezie di Daniele fu difesa, nei corso dei secoli, da Giulio Africano, da Tertulliano, da Gerolamo, da Eusebio di Cesarea, da Teodoreto di Ciro, da Lutero, da Calvino e da Newton e fu ribadita, fino all’inizio del secolo scorso, da tutta la Chiesa Cattolica. All'inizio del XX secolo, anche un grande papa applicò a Cristo la profezia delle settanta settimane (Pio X, Breve storia della religione, 80, in Compendio della dottrina cristiana, 1905). Solo negli ultimi 50 anni, si sono insinuate all'interno della cristianità ostinate critiche sulla datazione del libro del profeta Daniele e sulla reale possibilità di riferire a Cristo alcune sue famose profezie.

 

Giulio Africano (160-240 dopo Cristo) nacque ad Elia Capitolina (Gerusalemme), fu un erudito cristiano e visse ai tempi dell’imperatore romano Settimio Severo, del quale fu anche bibliotecario. Amico di Origene, fu autore di scritti profani, come una Enciclopedia di notizie varie (Κεστοι) e di opere cristiane, nonché di una ricca Cronografia in cinque volumi. Secondo Eusebio di Cesarea (Eusebio, Dimostrazione Evangelica, Libro VIII, II, 46-57), Giulio Africano fornì una spiegazione piuttosto precisa della profezia delle settanta settimane nel V libro della sua Cronografia, in netta polemica con Aquila, Teodozione e Simmaco, fortemente propensi a contare le settanta settimane in modo piuttosto approssimativo (per evitare ogni riferimento a Cristo), partendo cioè dalla caduta di Gerusalemme (589 a.C.) o dall’editto di Ciro (538 a. C.) e terminando con la morte di Antioco Epifane (167 a. C.).

 

Secondo Giulio Africano la profezia avrebbe il suo punto di partenza con l’editto di Artaserse I (Neemia 2) e non con gli editti di Dario I (Esdra 5-6) e di Ciro (Esdra 1).

 

  • l’editto di Ciro (538 a. C.) si limitò infatti a sciogliere dalla prigionia e dall’esilio il popolo ebraico,
  • l'editto di Dario I (520 a.C.) autorizzò la ricostruzione del tempio, mentre
  • l’editto di Artaserse I (445 a.C.) permise la ricostruzione della Città Santa e delle mura di Gerusalemme.

 

Secondo Giulio Africano il principe consacrato sarebbe pertanto Esdra, giunto a Gerusalemme dopo sette settimane (nel 398 a. C.) dall’editto di Artaserse, per promulgare la legge mosaica (Esdra VII-X). L’unto soppresso senza colpa sarebbe Gesù Cristo (e non il mite sommo sacerdote Onia III, immagine del Messia venturo, crudelmente assassinato nel 175 a. C. durante la persecuzione ellenistica), mentre l’abominazione della desolazione si riferirebbe alla distruzione del tempio ebraico per opera di Tito (e non alla premonitrice profanazione del tempio operata da Antioco IV Epifane nel 167 a. C.).  Sostanzialmente concorde con Giulio Africano è pure l'interpretazione delle "settanta settimane" fornita da Teodoreto di Ciro (393-457) nel Commento a Daniele, IX capitolo

 

Questa lettura della profezia di Daniele è attendibile e confermata da Gesù Cristo, che mise in guardia i giudei del suo tempo dall'abominazione della desolazione come da un evento non ancora pienamente avvenuto "Quando poi vedrete l'abominazione della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, posta là dove non deve stare (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti..." (Matteo 24,15 e Marco 13,14). Di fatto, Antioco IV Epifane non distrusse il tempio ma si limitò a profanarlo, asportandone gli arredi sacri, innalzando la statua di Giove Olimpo (1 Maccabei 1,54) e celebrando in esso cerimonie pagane sacrileghe. L'esercito di Antioco IV entrò in Gerusalemme distruggendo parte della città, incendiando molte case, uccidendo molte persone ed abbattendo le mura (1 Maccabei 1,29-53). Giuseppe Flavio testimonia come nel 70 d.C. Gerusalemme sia stata distrutta per la seconda volta, dopo la prima distruzione operata da Nabucodonosor (nel 587 a.C.). Egli ci ricorda come: "In tal modo, dunque, Gerusalemme venne espugnata nel secondo anno del regno di Vespasiano, il giorno otto del mese di Gorpieo; in precedenza già cinque volte era stata presa, e questa fu la seconda volta che veniva distrutta. A conquistare la città, ma senza distruggerla, furono Asocheo, re degli egiziani, e dopo di lui Antioco IV, quindi Pompeo e infine Sosio, unito con Erode (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, Libro VI, 435-436).

 

Volendo applicare la profezia delle Settanta Settimane alla persecuzione ellenistica subita dagli ebrei ai tempi dei Maccabei (came fanno quasi tutti i commentatori odierni) si parte dall’editto di Ciro (538 a.C.) sul ritorno in patria e sulla ricostruzione del tempio. I 490 anni vanno però a scadere nel 48 a.C., cioè oltre un secolo dopo la profanazione del tempio da parte di Antioco IV Epifanie (167 a. C.) e più di un secolo prima della distruzione di Gerusalemme. Anche calcolando le Settanta Settimane dalla caduta di Gerusalemme (587 a. C) non è possibile ottenere alcuna data storicamente significativa, perché i 490 anni vanno a scadere verso il 100 a.C. Ancor peggio è calcolare i 490 anni dall'editto di Dario I sulla ricostruzione del tempio (521 a.C): i 490 anni vanno a cadere verso il 30 a.C., data storicamente non rilevante per il popolo ebraico. A nessun risultato utile si perviene, in tutti questi casi, tanto adottando l’anno lunare di 354 giorni, quanto l’anno solare di 360 o 365 giorni.

 

La profezia di Daniele identifica pertanto, con ragionevole precisione, sia il tempo della venuta di Cristo sia la fine dell'antico culto giudaico.  Infatti:

 

  1. le prime sette settimane (circa 50 anni) vanno dall’editto di Artaserse del 445 a. C. (Neemia 2,1) alla promulgazione della legge di Esdra del 398 a. C. (Neemia 8,1-18);
  2. le sessantadue settimane (62 x 7 = 434 anni) vanno dalla lettura pubblica della legge (398 a. C.) alla morte di Cristo (tradizionalmente fissata nel 33 d. C.);
  3. l’ultima settimana (dilatata per divina misericordia ad una generazione di circa  40 anni) va dalla morte di Cristo (33 d. C.) alla distruzione di Gerusalemme (70 d. C.) o riguarda unicamente la guerra giudaica (dal 67 d.C. al 74 d.C.).

 

 

490  anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

70 anni

Geremia 25 e 29

7 settimane

 

62settimane

 

 

 

 

 

1 settimana

 

609-605

a.C.

589-587

a.C

538

 a. C.

520-518

 a. C.

445

a. C.

398  

a. C.

328

a. C.

175

a. C.

167

a. C.

0

a. C.

29  

d. C.

32  

d. C.

67-74  

d. C.

 

Primo attacco a Gerusalemme

II Re 24:1

II Cron.36

Dan. 1:1,2

Distruzione di Gerusalemme

II Re 25

Ger. 52:29

Editto di Ciro

(ritorno dall’esilio)

Esdra 1

2 Cron 36

Editto di Dario I

(Zorobabele e Giosué

ricostruiscono il tempio)

Zaccaria 7

Editto di Artaserse

(Neemia ricostruisce le mura di Gerusalemme)

Esdra 7

Esdra restaura il culto e la legge mosaica

Scisma samaritano

Assassinio di Onia III

Profanazione del tempio

(da parte di Antioco IV)

Nascita di Cristo

Manifestazione di Cristo

Morte di Cristo

70 d.C.

Distruzione di Gerusalemme

e del tempio

(da parte di Tito)

 

70 anni

Geremia 25 e 29

 

 

 

 

 

 

ANNO LUNARE, ANNO SOLARE E ANNO BIBLICO

 

Giulio Africano osservò come il calendario ebraico utilizzasse l’anno lunare di 354 giorni e non l’anno solare di 365,25 giorni. La differenza annua è di 11,25 giorni e dal 445 a.C. al 30 d.C. (cioè su 475 anni) i due calendari divergono di ben 5.343,75 giorni (11,25 x 475), pari a circa 15 anni. I 490 anni lunari ebraici si riducono così a 475 anni solari e le settanta settimane sembrano concludersi 15 anni prima dell'anno 45 dell’Era Volgare (data determinata sommando 490 anni alla data del decreto di Artaserse del 445 a. C.), cioè proprio nel 30 d. C., data della manifestazione pubblica di Cristo. Un certo periodo di misericordia divina, prima della distruzione di Gerusalemme, potrebbe poi spiegare la dilatazione dell’ultima settimana fino al 70 d. C.. Le tesi di Giulio Africano, benché interessanti dal punto di vista teologico ed astronomico, vanno comunque accolte con cautela, dato che l'inizio della cosiddetta "era cristiana" non è per nulla certo. Gesù nacque infatti prima della morte di Erode (4 a. C.) e forse addirittura due o tre anni prima. Inoltre Dionigi il Piccolo fissò la nascita di Cristo nell'anno 753 dalla fondazione di Roma, ipotizzando l'inizio del ministero pubblico di Gesù al compimento del suo trentesimo anno (Luca 3,23), cioè nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare (Luca 3,1). Di certo però sappiamo solo che Gesù morì tra il 26 ed il 36 dell'"era volgare", periodo in cui Ponzio Pilato fu procuratore della Giudea, dell'Idumea e della Samaria.

 

Se, invece dell’anno lunare proposto da Giulio Africano, si segue l’ipotesi che la profezia consideri un più probabile anno biblico di 360 giorni, le conclusioni a cui si giunge possono essere di qualche interesse.

 

Le sessantanove settimane (7+62) prima dell’uccisione dell’unto senza colpa sono infatti pari a 483 anni (69x7) e corrispondono a 173.880 giorni (69x7x360). Se si considera l’anno astronomico di circa 365 giorni e 6 ore, si hanno 476 anni reali (173.880: 365,25). Tenuto conto del fatto che l’anno zero non è mai esistito (perché si passa direttamente dall’1 a.C. all’1 d.C.), dal 445 (anno del decreto di Artaserse I) si arriva immediatamente al 32 d.C. (anno della crocifissione di Cristo). Moltissimi commentatori hanno poi formulato l’ipotesi che l’ultima settimana della profezia sia iniziata, per misericordia divina, meno di 40 anni dopo la morte di Gesù, cioè prima che fosse passata la generazione di Cristo stesso (Matteo 24,34 e Marco 13,30).

 

L’ultima settimana si riferirebbe pertanto alla guerra giudaica ed andrebbe dal 67 d.C. (anno dell’inizio dell’offensiva di Vespasiano) al 74 d.C. (anno della caduta dell’ultima fortezza giudea di Masada). Durante questa settimana Vespasiano strinse forti alleanze con i sovrani dei territori circostanti (siri ed arabi compresi), i quali parteciparono attivamente all’assedio di Gerusalemme, come testimoniato più volte da un autorevole storico giudaico (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II e III). Nello spazio di mezza settimana (3 anni e mezzo), Gerusalemme fu presa (agosto del 70 d.C.), il sacrificio e l’offerta cessarono e nel tempio venne posta la statua di Giove Capitolino (cioè l’abominazione della desolazione).

 



[1] Come Daniele, anche Zaccaria sembra mescolare gli eventi della persecuzione ellenistica con alcune visioni riguardanti gli ultimi tempi. Sebbene molti esegeti sostengano che il cosiddetto “Deutero Zaccaria” è totalmente svincolato dalla cronologia della storia ebraica, una lettura accurata dei testi permette di intravedere non pochi sviluppi storici annunciati dalle profezie. Il IX capitolo del libro di Zaccaria parla infatti di un re pacifico ed umile che governa il popolo dopo l'esilio (probabilmente Zorobabele) e della protezione divina davanti all'avanzata di Javan (la Grecia di Alessanandro Magno vittoriosa su Tiro, Sidone e la Filistea). Il X capitolo accenna ad un periodo di grande confusione, ad un parziale ritorno all'idolatria e allo smarrimento del gregge per la mancanza di pastori buoni. Il capitolo XI parla poi dello scoramento del profeta, della venuta di un pastore malvagio ed insensato (forse Giasone o Menelao ai tempi dei Seleucidi), del rigetto di un giusto per 30 denari (forse il sommo sacerdote Onia III brutalmente trucidato) e dell'aggravarsi dello scisma samaritano. Il capitolo XII sembra poi annunciare la riscossa dei Maccabei, la difesa divina di Gerusalemme durante la persecuzione di Antioco IV ed il rammarico di tutto il popolo per un misterioso “trafitto” (forse Dio, forse il profeta venduto per 30 denari o forse l'unto tolto di mezzo senza colpa). Il capitolo XIII pare poi accennare ad una momentanea purificazione del paese dall'idolatria e dai falsi profeti, mentre il capitolo XIV sembra annunciare la spada che colpirà il buon pastore e disperderà il gregge (la croce di Cristo), la caduta di Gerusalemme (per opera dell'imperatore Tito) e la venuta finale di Dio nella gloria del suo regno

 

[2] Alessandro sconfisse persiani a Granico (334) in Asia Minore, a Isso (333) sempre in Asia Minore e a Gaugamela (331) in Mesopotamia. Tra il 332 ed il 331 ebbe contatti con gli ebrei, assoggettò la Siria, prese Tiro dopo sette mesi d'assedio e trovò pure il tempo di scendere in Egitto e di fondare colà la grande città di Alessandria. Molti critici moderni evitano accuratamentee di riportare le testimonianze di Giuseppe Flavio, visto che lo stesso storico ricorda come anche il re persiano Ciro avesse letto le profezie scritte due secoli prima da Isaia e, proprio leggendo tali profezie, avesse maturato la ferma decisione di liberare il popolo giudaico dalla cattività babilonese [Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XI, 5-7]. Alla morte di Alessandro, l'impero fu diviso in quattro parti (i regni diadochi): Tolomeo fu re d'Egitto, Seleuco di Babilonia, Lisimaco della Tracia e dell'Asia Minore e Cassandro della Grecia e della Macedonia.

 

[3] Giuseppe Flavio, oltre ad essere uno storico serio ed onesto, era anche di stirpe sacerdotale. È  pertanto improbabile  che non conoscesse il canone delle Scritture. Egli parla di 22 libri invece di 24 e, secondo alcuni, potrebbero mancare al suo elenco il Cantico dei Cantici e Quoelet (che la scuola rabbinica di Bet Shamai non considerava ispirati). Di fatto, i libri sacri per gli ebrei sono 39 ma, nella tradizione rabbinica, diventano 24 aggregando i dodici profeti minori, i due libri di Samuele, i due libri dei Re, i due libri delle Cronache, nonché Esdra e Neemia. La formazione del canone ebraico è comunque sicuramente anteriore alle decisioni di Jamnia (90 d. C.) e la tradizione ebraica ha sempre considerato ispirato il libro di Daniele. Per il libro di Daniele qualche discussione riguardò solo l'opportunità di inserirlo tra gli Scritti o tra i Profeti. Se ci fossero stati reali dubbi sull'inserimento di Daniele nel canone della Bibbia ebraica sarebbero sicuramente emersi dalla tradizione orale o dalle discussioni tra rabbini nei primi secoli dell'era volgare. Per la precisione è comunque il caso di notare come tanto Flavio Giuseppe (Contro Apione, I, 8) che Gerolamo (Prologo Galateo) abbiano parlato solo di 22 libri canonici (quante le lettere dell'alfabeto ebraico) non perché non riconoscessero come ispirato il libro di Daniele ma perché spesso la tradizione ebraica accorpava Geremia alle Lamentazioni ed il libro dei Giudici a quello di Ruth. Secondo la Mishnah (Yaddaim, IV, 5), comunque, perfino le parti aramaiche di Ester e Daniele sporcherebbero le mani, in quanto ispirate.

 

[4] Con le decisioni di Jamnia (90 d. C.) il libro di Daniele fu accolto ufficialmente nella Bibbia ebraica con altri 23 libri. Non furono invece riconosciuti ispirati i libri della Settanta in greco, le parti deuterocanoniche dei libri ebraici ed i Minim degli eretici, cioè gli scritti dei cristiani e dei giudeo-cristiani.