la persona nella prospettiva della "populorum progressio"

La lettera enciclica "Populorum Progressio" (d'ora in poi PP), sullo sviluppo dei popoli, fu emanata da Paolo VI il 26 marzo 1967.

In questa enciclica, che tratta primariamente il tema dello sviluppo dei popoli nell'ambito della dottrina sociale della Chiesa, il riferimento alla persona avviene attraverso il filtro della salvaguardia del diritto dei popoli allo sviluppo... Questo elemento all'epoca era molto sentito perché la Chiesa si trovava ad essere interlocutrice di nuove entità statuarie che stavano emergendo dal fenomeno della decolonizzazione che, se da un certo punto di vista ha rappresentato un fatto altamente positivo, dal punto di vista delle conseguenze economiche e sociali si manifestavano delle enormi situazioni di instabilità politica e di sfruttamento economico da parte delle ex colonie.

In questo scenario il riferimento della dottrina sociale alla persona e ai suoi diritti finiva per essere un discorso adeguato solamente per le culture euro-americane e non per le nuove entità internazionali che nascevano dalla decolonizzazione. La teoria dello sviluppo dei popoli partiva da una fondamentale esigenza di programmazione e di pianificazione come si può leggere al n. 33:

Programmi e pianificazione

"La sola iniziativa individuale e il semplice giuco della concorrenza non potrebbero assicurare il successo dello sviluppo. Non bisogna correre il rischio di accrescere ulteriormente la ricchezza dei ricchi e la potenza dei forti, ribadendo la miseria dei poveri e rendendo più pesante la servitù degli oppressi".

Nella introduzione del n. 33 si afferma che per evolvere un intero popolo non bisogna far riferimento solamente alla iniziativa individuale. Lo sviluppo passa attraverso il coordinamento generale ed interdisciplinare delle singole scienze e dei vari strati sociali per arrivare ad uno sviluppo organico e complessivo della società. Inoltre, esplicitamente si afferma l'esigenza di superare il divario tra ricchi e potenti da una parte e servi e oppressi dall'altra...

Nella seconda parte del n. 33 si passa ad indicare la terapia per la risoluzione al sottosviluppo e alla povertà dei popoli affermando l'esigenza che i pubblici poteri assumono iniziative idonee alla realizzazione di quel bene comune necessario per il bene della persona e dei popoli.

Nella fattispecie viene citata l'enciclica "Mater et Magistra" che invitava lo stesso ad incoraggiare, stimolare, coordinare, supplire ed integrare l'azione dei singoli da parte degli organi nazionali ed internazionali di competenza...

Nella terza ed ultima parte del numero si interviene per salvaguardare nell'ambito di una auspicata pianificazione, l'iniziativa dei singoli e dei gruppi intermedi, per fare in modo che non si perda di vista l'esercizio dei diritti fondamentali della persona.

In breve, si può dire che la concezione della pianificazione contenuta nella PP cerca di armonizzare costantemente il rapporto tra il bene comune sociale promosso dalle istituzioni competenti e il bene personale individuale sancito dalla natura di ogni persona, cioè, equilibrio tra lo Stato e l'individuo, tra la comunità internazionale degli Stati e il bene del singolo popolo nel quale ogni persona vive e deve raggiungere in tal modo la pienezza della sua realizzazione...

Il n. 34 della PP introduce la problematica riguardante la programmazione ed in modo particolare quel tipo di programmazione che riguarda l'economia e la società.

Si afferma, nel primo capoverso, che ogni programmazione deve essere finalizzata al servizio della persona. Di conseguenza si nega il concetto di programmazione inteso come momento solamente tecnico di un processo evolutivo ed economico...

Nel secondo capoverso viene esplicitato il senso e il significato di "programmazione per il servizio della persona" inteso come elevazione della persona, la quale attraverso la conoscenza del programma diviene responsabile del suo miglioramento sia materiale sia spirituale...

In questo principio viene affermata la negazione della validità di quelle forme di programmazione che in nome dei piani generali di economia, di sviluppo e di acculturazione, non prevedono un coinvolgimento dal basso delle singole realtà sociali composte da persone...

Nel terzo capoverso il concetto di sviluppo (programmato) viene ampliato, dal concetto di crescita economica a quello di progresso sociale, ed in questa prospettiva si afferma che non basta accrescere solo la ricchezza comune o aumentare le potenzialità tecniche, se manca un riferimento a coloro che sono o dovranno essere gli utenti di tale sviluppo.

Infatti già all'epoca della PP ci si poneva il problema di quelle programmazioni di sviluppo che guardavano al progresso solo dal punto di vista sociale e dalla persona.

Il progresso non può essere ridotto ad una mera sommatoria di atti e di fatti ma è la risultante di atti e di fatti economici e sociali percepiti e vissuti come tali dagli utenti, ossia dalle persone...

Concludendo questo n. 34 si assiste ad una esplicita presa di distanza nella Chiesa da quelle visioni ottimistiche che vedevano nella tecnocrazia un toccasana delle problematiche sociali.

Infatti la degenerazione possibile della tecnocrazia può essere paragonata ai mali del liberismo economico.

e, per evitare tale degenerazione, si afferma il legame inscindibile che c'è tra economia e tecnica in rapporto alla persona da servire, per cui ogni programmazione per essere adeguata deve contenere in sé un trinomio interagente tra economia-tecnica e bene della persona.

il fondamento di ciò lo si ritrova nella natura della persona, nel senso che, secondo il racconto genesiaco, l'uomo per sua natura è chiamato a soggiogare il creato per renderlo conforme alla sua vita e all'Essere stesso di Dio.

Dopo aver visto nel n. 34 la considerazione della Chiesa sulla programmazione, passiamo a cogliere il concetto di pluralismo nella vita sociale, inteso come momento qualificante della espressione esterna delle proprie convinzioni personali in riferimento al proprio autosviluppo. Nel senso che lo sviluppo, se veramente vuole costruirsi sulla partecipazione responsabile della persona, deve prevedere le possibilità concrete attraverso le quali i singoli o i gruppi, a partire dalle differenti visioni o ideologie, devono e possono partecipare a tali processi.

In breve, parliamo di un adeguato concetto di pluralismo.

Il n. 39 si divide in 2 parti, nella prima la Chiesa prende atto del pluralismo sociale ed afferma, con grande realismo, che ogni azione sociale implica una ideologia.

Questa realistica presa di coscienza non è neutra, nel senso che davanti al pluralismo ormai accettato si pone una sola grande riserva che riguarda direttamente l'ideologia marxista, che viene nel testo definita "filosofia materialista ed atea", la riserva afferma l'inconciliabilità tra fede cristiana e visione marxista della vita.

Viene anche specificata la motivazione per la quale sussiste tale riserva fondamentale e la si riscontra in una triplice mancanza presente nella sistematica marxista:

1°  - il non orientamento religioso della vita;

2° - la mancanza di libertà;

3° - il non rispetto per la dignità umana.

Nella seconda parte del numero si afferma in modo risoluto l'adesione della Chiesa al pluralismo soprattutto quando esso è orientato al bene comune e crea nella società le condizioni di uno sviluppo utile alla persona e rispettoso della sua libertà e dignità, partendo dall'insindacabile principio della responsabilità personale come capacità di auto organizzarsi per conseguire il bene individuale e collettivo.

Il pluralismo nella libertà delle opposizioni deve servire per creare le convergenze possibili tra opinioni diverse per l'attuazione di direttive utili ed adeguate per l'intera società...

Il n. 42 della PP tenta un salto qualitativo, cioè da una visione personalista cerca di individuare una prospettiva di umanesimo planetario ricalcando la famosa teoria del filosofo francese J. Maritain, nel senso che per umanesimo planetario intendiamo una concezione che, fondata sulla persona, porta alla sua realizzazione in una prospettiva universale e generale, cioè lo sviluppo di tutta la persona e di tutte le persone senza esclusivismi, senza egoismi, senza limitazioni e chiusure di sorta.

Uno sviluppo della persona collocata in un contesto universale, per fare ciò bisogna partire dalla verità teologica che la persona è creata da Dio, pertanto la realizzazione della persona deve portare a realizzare un universo relazionale nel quale non si può prescindere da Dio.

Un umanesimo senza Dio finisce per essere contro l'uomo e contro la creazione. Prospettando questa soluzione universale e planetaria la Chiesa colloca la promozione di ogni persona nella prospettiva universale, nella missione salvifica della Chiesa.

                                               da: "Appunti ad uso degli studenti" del prof. don Gaetano De Simone

 

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