La storia di Michael Laudrup
è quella (classica) di un calciatore ritenuto già a 18 anni un
fenomeno, con le conseguenze onerose che una definizione di
questo tipo comporta.
Quando arrivò alla Lazio (1983) si diceva che sarebbe diventato
il più forte d'Europa e, in effetti, erano in parecchi a credere
che il pronostico si sarebbe avverato, prima fra tutte la
Juventus che lo acquistò. In anni in cui la collaborazione tra
Juventus e Lazio era assai intensa, il prestito di Laudrup alla
Lazio venne ritenuto dalla società bianconera un fatto quasi
naturale: si trattava di "svezzare" il ragazzino
rendendolo adatto al campionato italiano, e la Lazio sembrava la
destinazione ideale, essendo appena risalita in serie A e
coltivando qualche (velleitaria) ambizione di inserimento nel
giro europeo. Si sa come poi andò a finire, l'epilogo di quel
fallimentare biennio portò addirittura la Lazio in serie B e la
presenza in squadra di Laudrup fu ritenuta una delle (varie)
cause del disastro biancoceleste.
Non che non sapesse giocare al calcio, tutt'altro. Quello che gli
mancava, e che gli fu fatale nella sua esperienza romana, era una
robustezza caratteriale che avrebbe acquisito proprio alla Lazio
e che gli sarebbe stata utilissima una volta riscattato dalla
Juventus. Juan Carlos Lorenzo, nel suo pittoresco e singolare
linguaggio, lo definì "un tacchino freddo", per
sottolinearne il carattere assai poco propenso a qualsiasi forma
di entusiasmo o di abbattimento. Questo senso di distacco nei
confronti di ciò che lo circondava era al tempo stesso un suo
pregio e un suo limite. Aggiungeva, il tecnico argentino, che
Laudrup era forte davvero "...ma solo in allenamento".
La classe, invece, era cristallina. Aveva fantasia e saltava
l'avversario diretto con grande facilità (ma forse questa era
una giocata che tentava troppo spesso). Aveva qualità tecniche
straordinarie, univa la rapidità di esecuzione ad un eccellente
tocco di palla, e negli anni seguenti avrebbe dimostrato tutta la
sua enorme classe militando in alcune tra le squadre più
prestigiose d'Europa: Juventus, Barcellona, Real Madrid e Ajax.
Proveniva dal Broendby, un mondo a parte rispetto al campionato
italiano, e nonostante la sua giovane età la prima stagione a
Roma fu piuttosto buona - addirittura 30 presenze -, ma i
detrattori sottolineavano che delle 8 reti segnate molte (la
maggior parte) erano inutili essendo state realizzate a risultato
ormai acquisito. L'esordio fu indicativo: realizzò una doppietta
in casa del Verona quando la Lazio era già sotto di quattro reti!
Il secondo anno fu quello della retrocessione, e Laudrup fu
coinvolto nel disastro generale: segnò soltanto una rete in
tutto il campionato, e le sue prestazioni furono davvero
deludenti.
In questi casi è sempre complicato capire se un giocatore sia
vittima o responsabile dei risultati negativi di una squadra, ma
certamente si può dire che Laudrup si trovò catapultato, a 20
anni, in un vero e proprio inferno (la Lazio di quegli anni) che
non rappresentava l'ambiente migliore per costruire un
ambientamento in un campionato così radicalmente diverso
rispetto a quello danese.
In definitiva i tifosi laziali non lo amarono mai tantissimo. Gli
rimproverarono sempre una colpa non sua, quella di essere
semplicemente "in parcheggio" a Roma. Sostenevano che
non si impegnasse perché sentiva di essere di passaggio, e
quello che più faceva rabbia era la convinzione che, di lì a
qualche anno, sarebbe diventato un grandissimo calciatore.
Infatti lo diventò, ma oramai non era più un giocatore della
Lazio.