Se le forze anti-discriminatorie riusciranno ad imporre la loro filosofia alla gente in generale, riusciranno anche ad imporre lo zoccolo satanico della schiavitù.
Walter Block
 


Antichi pregiudizi
Se discriminare significa essere liberi di scegliere




Dopo aver licenziato l’ennesimo provvedimento "anti-discriminazione", il sottosegretario al Lavoro Bianca Maria Fiorillo ha dichiarato: "Ora sono pronta ad altre e più dure battaglie per l’effettiva parità e contro le discriminazioni nei posti di lavoro". In effetti, da oggi è vietato introdurre nei concorsi pubblici vincoli relativi all’altezza, all’età e alla residenza dei candidati. Questo si aggiunge alla già vigente e tristemente nota legge Mancino. È però necessario porsi una domanda: cosa significa concretamente "discriminare"? Chiunque sia mosso da spirito sincero e volontà di chiarezza non potrà esimersi dal notare una cosa: discriminare significa scegliere. Non è esagerato dire che alla base della tranquillità sociale, del quieto vivere e della ricerca della felicità c’è proprio la discriminazione. Una società in cui venga vietata la possibilità di discriminare, infatti, è una società priva della possibilità di scelta. Una società schiava (dei politici, dei filosofi o dei burocrati), la stessa società immaginata da Platone e poi sviluppata dai marxisti e dai nazisti. A rigore, nel momento in cui uno di noi si sposa, "discrimina" tutte le altre donne e, perché no?, tutti gli altri uomini. Senza considerare che, se la moglie è pure bianca e cristiana, la discriminazione è "naturalmente" anche a sfondo religioso e razziale, oltre che sessuale. È un ragionamento per assurdo, eppure è questa la logica cui ci conducono i nemici per partito preso della discriminazione. È curioso poi che sia "discriminatorio" qualunque atto che non privilegi quei gruppi sociali ritenuti, a torto o a ragione, minoritari o indifesi. Se un padano offende un meridionale o un extracomunitario, allora è razzista; ma se i ruoli si rovesciano, allora "è colpa della società" e, in definitiva, del padano stesso, che non ha saputo mettere l’interlocutore a proprio agio. In ogni situazione analoga, in pratica, si tende a identificare il concetto di "debole" con quello di "giusto" o di "ragione" e si dà il via a un razzismo alla rovescia, a una "discriminazione dei discriminatori" che è una discriminazione di Stato e, come tale, obbligatoria. Non è più una scelta ma un’imposizione. Noi, oggi, siamo costretti a discriminare alcuni nostri simili a favore delle donne, dei musulmani, dei meridionali, degli handicappati, dei drogati e così via. Nei fatti questi ultimi hanno più diritti di noi, godono di una reale, sebbene parziale, impunità legislativa e hanno maggiori possibilità di far valere i propri diritti, veri o falsi che siano. Senza contare che simili provvedimenti producono risultati opposti a quelli voluti e risultano offensivi della dignità dei suddetti gruppi. È un sacrosanto diritto di ogni individuo, insomma, quello di "discriminare" (cioè preferire) qualcuno a qualcun altro in base a criteri personali. Una società in cui non è possibile discriminare non è una società libera. E uno Stato che imponga un certo tipo di discriminazione piuttosto che un altro - cioè che prenda decisioni a nome nostro - è uno Stato schiavista. Questo, forse, potrà andare bene ai seguaci di Adolf Hitler, di Joseph Stalin o di John Keynes. Ma di sicuro non va bene a chi ha fatto tesoro della lezione di Thomas Jefferson e degli altri eroi dell’indipendenza americana, che avevano ben altre idee sul ruolo dello Stato, sul futuro del proprio continente e sull’importanza del libero mercato - ovvero della libertà di scegliere. Più o meno le stesse idee di molti secessionisti padani.

Carlo Stagnaro
la Padania - 21/7/99