Percorsi di Fede

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BIBBIA: LE DOMANDE SCOMODE

 

a cura di Mons. Gianfranco Ravasi

il simbolismo delle Religioni e della croce

 

Gesù è stato “inchiodato sulla croce o appeso sul legno?”

 

Alcuni lettori mi hanno invitato — da quando ho aperto questa rubrica dedicata alle “pagine difficili” o problematiche della Bibbia e alle relative ricadute nella catechesi — a interessarmi più spesso dell’esegesi biblica dei testimoni di Geova. Siamo già intervenuti in passa­to ma a livello generale, puntando sulla loro er­meneutica globale delle Scritture, che rivela un’interpretazione di taglio ora fondamentalistico ora allegorico, con una serie di incongruenze imbarazzanti. Vorremmo adesso soffermarci su una loro pretesa specifica, spesso ribadita con enfasi: la croce, così cara ai cristiani, in verità sarebbe un elemento spurio e idolatrico.

Per spazzare via l’obiezione dei testimoni di Geova basterebbe solo ricorrere al Nuovo Testamento, a cui anch’essi si appellano: la pa­rola greca staurôs, “croce”, applicata diretta­mente o indirettamente a Cristo, ricorre 27 volte, mentre il verbo derivato stauroun, “crocifiggere”, risuona ben 46 volte, che diventano 52 se si allegano anche i verbi composti (ad esempio, il systauroun, ossia l”’essere con-crocifissi” con Cristo, verbo caro soprattutto a san Paolo). D’altronde è noto che la crocifissione, il servile sup­plicium, come lo definiva lo storico romano Tacito, cioè il supplizio infamante degli schiavi, era praticata in Palestina dalle forze di occupazione romane contro i rivoluzionari, come è attestato anche dallo scheletro di un giovane ebreo di nome Yehohanan (Giovanni) con un chiodo nella caviglia e segni di perforazione nell’avambraccio, ritrovato a nord-est di Gerusalemme negli anni Sessanta del secolo scorso. Le modalità della crocifissione, infatti, erano un po’ differenti da quelle che l’arte ha raffigurato nei secoli, ma il supplizio era, comunque, causa di «una sofferenza intollerabile e della più penosa delle morti», come afferma lo storico ebraico filoromano Giuseppe Flavio, vissuto poco dopo Gesù, nella sua opera Guerra giudaica (7, 202-203).

A questo punto ci potremmo domandare: se le cose stanno così, perché i testimoni di Geova ce l’hanno tanto con la croce? La loro avversione ha sostanzialmente una duplice radice. La prima è di ordine “teologico”: essi ritengono che la croce sia un simbolo pagano e soprattutto che essa non dev’essere adorata. Ora, che sia un simbolo usato anche da altre culture è indubbio perché indica non di rado i quattro punti cardinali dello spazio. Ma questo non toglie nulla al fatto reale che Gesù sia stato condannato a morte su una croce concreta usata per le esecuzioni capitali romane. L”’adorazione” della croce, poi, come ovvio, non dev’essere tanto l’esaltazione feticistica di un legno, quanto la celebrazione di colui che su di esso è stato sacrificato: «Noi predichiamo Cristo crocifisso», dice san Paolo, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Corinzi 1,23-24).

L’altra obiezione dei testimoni di Geova è di indole più “esegetica”. Negli Atti degli apostoli in particolare, parlando della morte di Cristo, si afferma che egli «fu appeso a un legno» (5,30; 10,39; 13,29; 16,24). Questa espressione ha una duplice spiegazione. La prima è di ordine storico: la croce era costituita, infatti, da un legno verticale che era già infisso nel terreno, mentre il condannato portava sulle spalle il co­siddetto patibulum che era il braccio orizzontale della croce, che veniva poi sollevato sul palo verticale quando la vittima era stata inchiodata ai polsi o negli avambracci. Questo “legno” verticale era, dunque, l’asse portante. La forma finale della croce era, quindi, a T (in greco tau), anche se sopra di essa un altro paletto poteva recare il titulus, ossia la motivazione ufficiale della condanna a morte. L’altra ragione per il ricorso al termine “legno” è, invece, di indole teologica, come insegna san Paolo, che cita un passo del libro del Deuteronomio (21,23) per mostrare che in Cristo si addensa tutta la “maledizione” del peccato perché si trasformi in “benedizione” per noi: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti» (Galati 3,13-14). Non c’è, quindi, nessuna ragione sensata per negare la croce di Cristo e il suo valore salvifico.

 

Gianfranco Ravasi, Inchiodato sulla croce o appeso sul legno? in Vita Pastorale, periodici S. Paolo n. 7 2006 p. 56.

 

Croce in Cathopedia e sul web

La spiegazione teologica del Tau

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