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A proposito di Astolfo
(Pier Maria Pasinetti)

Premetto - e ammetto - che per PMP scrittore ho una venerazione di vecchia data: dai tempi del ginnasio, quando ho letto per la prima volta Rosso veneziano, poi seguito da Il ponte dell'Accademia, che più di quello e di altri suoi romanzi mi ha segnata per l'innovazione e l'originalità stilistica, secondo me mai abbastanza riconosciute.
C'era già uno stacco fra i due, un salto di qualità, la prima netta e sorprendente indicazione di un nuovo e più efficace uso del linguaggio, di una scelta (geniale) di forme verbali e strutturali basate sì su una straordinaria padronanza del mezzo, ma proprio grazie a essa volte a sfruttarne ancora meglio e per vie prima poco esplorate le potenzialità espressive.
"Domani improvvisamente" (e qui io sono già all'università, cioè a Padova e quindi in una terraferma di cui comincio a intravedere e interpretare le diverse ma tuttavia succose atmosfere) rappresenta un ulteriore progresso e una nuova sorpresa nel percorso letterario di PMP, che anche qua sperimenta in modo originale e felicissimo una invidiabile libertà di scrittura, magistrale modello per una narrativa - quella italiana - spesso ripetitiva e asfittica.
Il tratto fondamentale della prosa di PMP è questa sua inesausta ispirazione, che gli detta - più che un intreccio ordinato, premeditato, rigoroso - una serie, una concatenazione, uno splendido susseguirsi e fondersi e autoriprodursi di intrecci tutti affettuosamente delineati, tutti lucidamente sotto controllo, seppure affidati a una narrazione discorsiva, spontanea, spesso domestica. Il piacere della lettura che ne deriva non può che rispecchiare il piacere della scrittura che li ha originati, poiché sono evidenti la leggerezza e la scioltezza che dirigono la penna dell'Autore, mai cattedratico, mai artificioso, mai e poi mai retorico. Non esiste banalità, nella scrittura di PMP: è come se la sua fantasia (e insieme un saggio senso della memoria) lo rifornissero sempre senza sforzo apparente di nuovi ritratti, nuove storie, nuovi scenari.
Si dice che molti artisti riproducano per tutta la vita la stessa opera, apportandole modifiche solo formali, ma PMP non è fra quelli: ha sempre saputo variare, inventare, sorprendere, creando di continuo sia nella forma sia nei contenuti novità da scoprire e godere. Deve avere osservato molto intorno e dentro sé, e come solo gli artisti veri possiede il dono di vedere sotto la superficie - e, dove non vede, di supporre, intuire oppure inventare - e poi ancora di trasmetterne l'eco, e ben chiara e universale, attraverso le parole. Ha sempre saputo anche trovare le parole, quelle del linguaggio naturale, della realtà che tutti possiamo riconoscere. Ce la svela, anzi, questa realtà; ne sa cogliere il semplice succo, quello che aiuta anche noi a vederla con occhi trasparenti.
Onestà e autenticità: grandi doti per uno scrittore e per ogni uomo, anzi vere e proprie armi di difesa, strumenti di sopravvivenza, chiavi della serenità. La serenità che ci indica PMP non è tuttavia una meta edificante, un obiettivo salutistico: per queste ricette di lunga vita esistono già i santoni, che spesso di autenticità ne possiedono assai poca. La sua è piuttosto frutto di una riconciliazione sorridente, un po' fatalista, con i valori del singolo individuo, una affermazione della coerenza con il fondo più intimo della persona, con le sue aspirazioni, i suoi talenti, le sue debolezze e diversità che sono poi il tratto che rende ognuno di noi, nel bene e nel male, un evento unico. La formula sintetica, aurea nella sua semplicità, e che riceviamo come un affettuoso insegnamento, è condensata in quel "rendersi minimamente presentabili a se stessi" che PMP fa pronunciare al tormentato personaggio di Bart: significa conoscersi e accettarsi quel tanto che basta per offrire a noi e al prossimo il meglio delle nostre capacità positive senza per questo sottostare, in mancanza di una vera adesione, a discipline, fedi, convenzioni, obiettivi trascendenti. Onestà. Onestà, e quindi serenità, e quindi armonia e quindi piena padronanza della vita.

Di questa pasta sono fatti molti personaggi del mondo pasinettiano, e questo nostro straordinario Astolfo, la cui caratteristica prima è appunto "la presa di vita", la filosofia gioiosa vincente, il contatto elementare, puro, positivo con la realtà.
Chi è Astolfo?
Ex bimbotto bellissimo, istrionico e brillo, ora giovane venti-trentenne dal passato precoce e dal futuro mirabolante, folletto allegro sempre in moto e perciò spesso evocato (o invocato, o anche inventato) in absentia, temperamento e modi vitalissimi, spiritello stravagante e instancabile in sospetto di ingenuità se non di modeste doti mentali (ma intelligenza, pare dica PMP, è parola quasi zero), Astolfo attraversa il romanzo a lui intitolato più che altro sulle descrizioni e analisi che ne compiono gli altri personaggi, che tutti tornano a lui come centro dei loro interrogativi, delle loro aspettative, attirati dalla sua logorroica vivacità come da una calamita, o una sirena, un miraggio, un'aspirazione, un modello, un tesoro di luce ed energia - e al fondo felicità - cui tentare irresistibilmente di avvicinarsi. Parrebbe che a monte di questa sua forza vitale primitiva vi sia la mancanza di vere radici anagrafiche, circostanza che lo rende dall'infanzia vagabondo, adattabile, libero dentro. Astolfo gira il mondo, gira le famiglie, i gruppi, le micro e macrosocietà con la serenità e la disinvoltura di un cosmopolita (situazione oggettiva e soggettiva cara a PMP e ricorrente), ospite comodo e a suo agio ovunque e con chiunque, mai oppresso né depresso, sempre perfettamente inserito, esente da imbarazzi, dubbi, paranoie e purtuttavia non egoista o superficiale, ma forse semplicemente e mirabilmente candido, spontaneo, inoffensivo. A causa di tutto ciò, definito da qualcuno anche - al limite - indifeso. Ma ancora a causa di tutto ciò, quasi universalmente amato, e dove invece giudicato con ostilità probabilmente invidiato.
Una delle prime rivelazioni all'entrata in scena del Nostro è stata, per me, la sua somiglianza (quasi un legame familiare, una di quelle parentele affettive di cui PMP parla già in Rosso veneziano e che sono poi il cuore, il centro e la spiegazione di tutta la sua tematica) con l'altrettanto giovane, lieto, olimpicamente imperturbabile e geneticamente efficiente Ruggero Tava junior, che ne Il ponte dell'Accademia rappresenta l'oggetto di attrazione-astio del glorioso e supercitato Gilberto Rossi, lo stesso che qua, invece, del prode Astolfo risulta essere, per più o meno prevedibili circostanze, il padre adottivo. Sembra anzi, o anzi così è, che da questa accidentale paternità come dalla compiutezza del suo legame con Diane madre di Astolfo e dall'effetto terapeutico di alcune scelte di vita & lavoro & carriera & in sintesi scelte etiche, il difficoltoso e neurotico Gilberto nostro abbia ottenuto il raggiungimento di uno stato di equilibrio che si avvicina molto alla felicità, all'appagamento definitivo. Lo ritroviamo qua, in effetti, sfuggito a pastoie, paranoie, insonnie e frustrazioni e rinato più giovane e più saggio, più aderente a se stesso e alla vita, guarito insomma. Un caso esemplare di applicazione di quel monito che ci vuole a posto con la coscienza, ossia minimamente presentabili alla stessa. Ecco, direi che questo Astolfo come quel Ruggero (è un caso che portino nomi epici? non credo, a questo punto) identifichino il tipo del "simpatico", con tutte le implicazioni del termine.

Altra parentela sorprendente mi è parso di poter stabilire fra la galassia-giovani di questo romanzo e la tribù gioiosa e irregolare di ragazzi che formano la strampalata comunità campestre di Domani improvvisamente; una comunità, non dimentichiamolo, a fuoco affettivo perfetto, cioè a posteriori in chiara, esplicita contraddizione (o ribellione? sì, ribellione) rispetto alla società contemporanea che in "Astolfo" è definita affetta da encefalogramma affettivo piatto. Curioso, invero.
Né si può evitare di notare che la stessa comunità era stata così pensata e voluta da quel Rodolfo Spada che sembra essere stato inventato da PMP (siamo tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, epoca quantomai significativa) quasi come conseguenza, discendenza spirituale o meglio sublimazione del precedente Gilberto Rossi, a sua volta uomo di transizione e in bilico fra il risucchio delle nostalgie e il vortice disumanizzante della tecnologia. Domani improvvisamente è il romanzo del conflitto (per inciso, conflitto paragonabile nel significato a quello tra politici e artisti su cui si incentra Rosso veneziano) fra l'uomo-manager e l'uomo-uomo: il primo prodotto dalla sinergia nefasta fra industria ideologica e cultura elettronica, l'altro simboleggiato dallo Spada stesso e dai suoi accoliti, che scelgono di seguire le indicazioni della loro stessa natura, e cioè l'estro, l'individualità, la chiarezza vincente delle scelte, degli affetti, insomma l'energia primitiva dell'animo libero, unica soluzione per mettere a fuoco (a fuoco perfetto) la realtà che altri tristamente vorrebbero manipolare. I giovani di PMP, in questo Astolfo come in Domani improvvisamente come, a guardar bene, anche in precedenza e a cominciare dai trasgressivi Partibon di Rosso veneziano e dal loro entourage, sembrano essere sempre al centro del suo interesse umano e di scrittore: li accomuna tutti la forte fisicità, la fantasia, la creatività, la gran fame di vivere una vita da mordere, da prendere a piene mani, in allegria e ingegno, in assoluta e innocente libertà. Esempi anche questi, modelli di una purificazione da altri modelli che PMP dimostra di avere in spregio in queste e altre pagine, un po' in tutti i suoi romanzi, quando definisce per esempio nefandi certi aspetti della società e della storia: la tensione morale dell'Autore è sempre nella direzione di una netta presa di distanza da tutto ciò che è falsificazione, meschinità, prepotenza, in sintesi negazione della sincerità e dell'umanità.
Un altro inciso, ancora a proposito delle parentele tra Astolfo e Domani improvvisamente: mi è parso di ravvisare una certa analogia tra i due finali, entrambi in bel crescendo, secondo un ritmo liberatorio molto significativo. E vale la pena di aggiungere una segnalazione: analogia o metafora, altrettanto evocativo, proprio sul finale, è quel comparire e alzarsi in volo di un cavallo alato moderno, un cromato elicottero che si porta via, come nella migliore tradizione, il Protagonista e le sue sorti (Astolfo verso la Luna? ma sì, non v'è dubbio, è quello, l'Astolfo!), quasi un effetto speciale di sapore cinematografico come deve essere venuto facile a uno scrittore che col cinema ha avuto sempre tanta dimestichezza.

E le donne, le donne di Astolfo e di Pasinetti? Parliamo di loro, che sono tante, diverse, stupefacenti oppure superficiali, spesso belle, spesso anche misteri da sondare, ciascuna unica ed emblematica. Donne che entrano ed escono dalle quinte, vanno e vengono poi ricompaiono ancora come rifatte a nuovo, mutate, stravaganti, mettendo in scena se stesse, piroettando, specchiandosi e chiacchierando, seminando sentenze fatue o sensate, sorrisi enigmatici, sguardi che hanno il valore di una rivelazione, come quella che riceve Hugo Blatt, l'io narrante, dalla giovane Guelfa/Checkie e che gli fa dire "incontrando il lume di quegli occhi capaci di tutto, improvvisamente mi sembra che gli incontri umani possano avere un motivo, la vita un senso". E le molte donne, seppure personaggi di sfondo rispetto ai protagonisti maschili, sembrano indispensabili e funzionali allo svolgersi di ogni vicenda e di ciascuno dei suoi risvolti, quasi Pasinetti attribuisse loro il ruolo di punto di riferimento o di banco di prova, comunque ruolo imprescindibile, ago della bilancia, o della bussola, e poi anche simbolo delle forze naturali le più in contraddizione - fantasia e senso pratico - intorno alle quali ruota la vita e si arrampicano le aspirazioni degli uomini.
In "Astolfo", la più in vista è forse proprio quella Guelfa/Checkie che senza alcuna malizia innamora di sé uomini diversi per età e mentalità, ma più ammaliante perché sfuggente a classificazioni certe è la strana Milagros, bambina indecifrabile, spirito profondo, ironia e sofferenza insieme, gioco visionario e maturità precoce, personaggio densissimo di rara purezza.
Per tacer delle altre - le mogli, le amiche e le tre mitiche cugine Peck - una per una comunque divertenti e memorabili.

Un commento doveroso sulla struttura del romanzo: consta di ripetuti flash back, che rievocano scene, colloqui, vicende la cui collocazione cronologica è volutamente approssimativa, come a sottolineare che ciò che conta non è stabilire nessi temporali o di causa-effetto tra gli eventi ma piuttosto focalizzare gli eventi in sé e i loro attori. Interessante e da studiare, questa tecnica del disordine, o meglio della libertà, che segue più le strade imperscrutabili della memoria che gli obblighi imposti da un intreccio tradizionale. Un fiume, sembra: un fiume vasto e vivo, con affluenti, isolotti, ramificazioni, anse di quiete e gorghi di emozioni. Si può perdere il filo e non accorgersene, perché si viene condotti così sapientemente per mano da cogliere ben presto il quadro di insieme, o più che un quadro un palcoscenico su cui si alternano scene, girano quinte ed entrano personaggi a provare (provare a vivere) le loro battute. A tutto ciò presiede una grazia di tono che è sempre presente in Pasinetti romanziere e che sembra echeggiare la grazia e il languore delle chiacchiere a ruota libera della gente veneziana & veneta, dalle quali mutua con impagabile spirito anche espressioni idiomatiche e familiari di speciale efficacia.
Del tutto originali e spesso spassose le abbreviazioni, sigle e storpiature inserite sia nel parlato che nel testo di fondo: darei loro il valore di un ridimensionamento in senso ironico e insieme di una serissima ma divertita stigmatizzazione di certi eccessi e certe asinerie linguistiche che affliggono i nostri tempi, complici o cause prime i mezzi di comunicazione che sono troppi e troppo mal usati.

Chi non conosce Pasinetti e i suoi romanzi, leggendo per primo questo potrà trovarsi in qualche punto perplesso e in difficoltà, soprattutto se tenterà di tenere a mente i numerosissimi personaggi che entrano in scena e i loro molteplici e ramificatissimi collegamenti, ignorando che è questa una caratteristica fra le più godibili dello stile dell'Autore e che un inventario non è affatto necessario ai fini della comprensione.
Chi invece ha già da tempo familiarità con alcuni di quei nomi e con il meccanismo che li muove si ritroverà, e con consolazione, fra vecchi amici di cui chiederà notizie e ne riavrà; notizie spezzettate, messe lì discorsivamente all'interno di lunghe chiacchiere oziose & deliziose, e che riannodano fili con i nodi stessi degli affetti ritrovati.
I romanzi di Pasinetti, pur ciascuno indipendente e autosufficiente, sono da considerarsi tappe di un cammino coerente nella sua traccia e nel suo obiettivo, di un discorso complessivo che per successive tappe e gradini non fa che ampliare e specificare meglio il suo significato. Ogni tappa, ogni gradino, sono caratterizzati da un progresso formale che indica come in questo longevo e fertilissimo Autore la ricerca sul linguaggio sia rimasta sempre viva e prioritaria accanto alla ricchezza della fantasia: un lavoro di sperimentazione e liberazione della forma che sorprende sempre e vieppiù adesso, in quest'opera così tarda ma in cui ancora il grande Vecchio, il Maestro, suggerisce nuove vie, nuove agilità, nuove confidenze linguistiche e sintattiche. Così facendo - e si torna inevitabilmente ai suoi stessi tesori del passato, ai suoi lasciti - realizza l'affermazione autoreferenziale del glorioso e benemerito Gilberto Rossi che sul Pacifico, invitato da uomini-robot del famoso Institute for Language & Communications Analysis a fornire un'autovalutazione della propria conoscenza della lingua italiana secondo una scala da zero a cento, non ha dubbi né modestia che lo trattengano dal rispondere "Centoventi su cento" e dallo spiegare successivamente che tale inammissibile valore "esprimerebbe l'idea che io sono uno che amplia le esistenti aree del linguaggio. Con l'italiano, se mi metto, io faccio cose inaudite sia come vocabolario che come sintassi, semantica, eccetera".
Direi, sbalorditivo; anche - oggi si può dirlo a buon diritto - profetico. L'italiano di Astolfo è un ultimo - per ora - superamento di quello di Gilberto Rossi e dei suoi successori Rodolfo Spada & company (Brusò, Veneto, Italy), e si connota con l'ultimo - sempre per ora - stupore che ci dona l'Autore, cioè una freschezza e un'ironia del linguaggio che appaiono sorprendenti in un uomo di questa età, se non fosse che già da tempo noi che lo ammiriamo lo conosciamo quale inesauribile osservatore e ascoltatore del mondo che lo e ci circonda: le sue scelte formali, lungi dall'apparire azzardate, hanno la qualità della parodia intelligente e il genio di un'ironia superiore, modelli che molti - troppi - autori italiani contemporanei trenta-quarantenni osannati non avvicinano nemmeno per sbaglio.
Eppure, dovrebbero.

Dello stesso Autore leggi anche la recensione di
Rosso veneziano
Il ponte dell'Accademia


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