Ora invece con Euripide il dilemma è: la "tùke" o gli dèi ?
Considerando le parole dello stesso autore: <<O pensieri mortali, o vano errare degli uomini che fa essere a un tempo e la tùke e gli dèi. Perché se c'è la tùke, che bisogno c'è degli dèi ? E se il potere è degli dèi, la tùke non è più nulla.>>
Il problema diventa: gli eventi ai quali ognuno di noi può essere esposto o dipendono da cause che operano in vista del fine, come appunto si crede siano, essendo forniti di ragione, gli dèi, o sono del tutto vuoti di finalità. Ma le figure divine che popolano la scena di Euripide non operano sempre in vista di un fine? Appunto la chiave ci è data da un verso del "Bellerofonte":
"Se gli dei fanno cosa che sia turpe, non sono dèi"
Ciò è come dire che non esistono. E ancora nell' "Elettra":
"O non bisogna credere negli dèi, se l'ingiustizia deve averla vinta sulla giustizia?"
Euripide ammette l'esistenza di un dio che operi in vista di un ordine e della giustizia o che, pur operando ogni volta in vista di un fine, non si curi di queste e segua solo puri capricci, o, ancora, l'assenza di ogni finalità che è propria della "tùke".
Prendiamo in considerazione altri aspetti del teatro Euripideo ricordando prima che la sofistica gli suggeriva i temi della discussione partendo dal presupposto che "su ogni argomento ci sono due discorsi, l'uno opposto all'altro". Riguardo a qualunque contesa ci si può schierare da ogni parte, infatti, dibattendola con pari successo. A proposito di ciò Euripide in un frammento dell'Antiope dice, facendo propria una sentenza protagorea:
"Su qualunque cosa può sostenere contesa di duplice discorso chi nel parlare è abile"
Non c'è nessun suo dramma, o quasi, che non introduca queste "àmillai logon", cioè queste dispute di parole che a volte trascendono in lunghi ragionamenti che si distinguono nell'analisi e nel paradosso. Rappresenta le sue tragedie in modo che due attori sostengano tesi diverse in vere "rèseis", ovvero monologhi, in cui appare evidente il procedimento del "makrologhèin", cioè dell'esprimere il pensiero in estese dissertazioni. Spesso il giudice della contesa era il terzo personaggio, oppure il coro. Ma lo spirito critico e l'atteggiamento polemico danno luogo ad un'altra caratteristica essenziale del teatro di Euripide: lontano dalla grandezza ed eroicità delle figure del mito riscontrate invece in Sofocle, l'autore mette in scena i personaggi più deboli ed esclusi dalla società. Lo straniero, il contadino ed il povero divengono i nuovi protagonisti a tutti gli effetti. Ma la tragicità dei suoi drammi risiede proprio in questo, nella raffigurazione, cioè delle categorie più umili colpite da un tragico destino che le rende degne di compianto. Questo tema doloroso investe soprattutto le figure femminili che, fragili e delicate, ad un tratto acquistano forza ed ardore nell'accettazione del sacrificio, raggiungendo le vette del più elevato eroismo... un eroismo di sconfitta, rinuncia o addirittura di morte. Ne è un esempio Fedra, donna insicura che esamina il suo amore peccaminoso senza però riuscire a contrastarlo. Il suo eroismo si compendia e prende vita proprio nel suicidio finale. Naturalmente il poeta seguendo un percorso di sentimenti, emozioni, dubbi e paure, sicurezze ed incertezze delinea la psicologia di ogni personaggio.
Le sue figure modificano i loro atteggiamenti determinando il complesso intrecciarsi dell'azione, si trasformano con cambiamenti violenti, profondi ed improvvisi che sfociano nella raffigurazione di veri e propri spaccati realistici di vita quotidiana. L'aderenza alla realtà, in Euripide, emerse sin dai tempi antichi tanto che lo stesso Aristotele nella "poetica" disse:
"Sofocle stesso affermò di rappresentare (gli uomini) come devono essere , mentre Euripide li rappresentava come essi sono".
Il tragediografo non concepisce, quindi, altro eroismo che quello dei deboli e delle vittime ed è considerato il poeta antieroico per eccellenza e il più distaccato dalla tradizione epica. Gli eroi del mito sono umiliati, ridotti a persone comuni e abbassati al livello di un'inumanità gretta e squallida spesso anche negli abbigliamenti cenciosi che offrono motivo di scherno nella commedia di Aristofane. Nelle "Rane", quest'ultimo fa dichiarare ad Euripide di aver alleggerito la tragedia della pomposità e dei vocaboli elevati. Si può intravedere da qui una delle componenti del gioco espressivo di Euripide: la tendenza ad essere facile senza per questo cadere nella banalità. Nel confronto con Eschilo quest'ultimo appare più solenne, inventa termini sfarzosi e complessi. Con Euripide invece entra nella tragedia l'immediatezza del parlare corrente e appare quasi inesistente l'influsso epico nel linguaggio; si avverte ugualmente, però, una tensione dialettica che, come sappiamo era alla base della sofistica. Questa, infatti, sosteneva l'importanza che ha la funzione della parola, come abbiamo già detto, e in linea a questa corrente anche in Euripide si riscontra l'influenza della retorica.
Alla fine di questo percorso di conoscenza su Euripide e la sofistica, possiamo
affermare che il tragediografo criticò il mito, si pose in contrasto
con la tradizione epico-eroica, polemizzò e confutò ogni cosa
mosso da un istinto demolitore, sottoponendo ad una continua critica tutto,
spinse fino all'estremo il suo spirito di contraddizione (tanto da meritare
il soprannome di "filosofo della scena")...
Ma inserì ciò talmente bene in un contesto fatto di realismo,
leggenda, innovazioni che ancor oggi noi possiamo e vogliamo constatarne e ammirarne
il genio.
Dalila Lensi, Pamela Battaglia, Serena Migliuri