Achille Bonito Oliva
La Transavanguardia Italiana
A. Bonito Oliva, La Transavanguardia Italiana, Giancarlo Politi
Editore, Milano 1980
L'arte finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni
costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è
il labirinto, inteso come "lavoro dentro", come scavo
continuo dentro la sostanza della pittura. L'idea dell'arte alla
fine degli anni Settanta è quella di ritrovare dentro di
sé il piacere ed il pericolo di tenere le mani in pasta,
rigorosamente, nella materia dell'immaginario, fatta di derive
e di sgomitate, di approssimazioni e mai di approdi definitivi.
L'opera diventa una mappa del nomadismo, dello spostamento progressivo
praticato fuori da ogni direzione precostituita da parte di artisti
che sono ciechi vedenti, che ruotano la coda intorno al piacere
di un'arte che non si reprime davanti a niente, nemmeno davanti
alla storia.
Negli anni Sessanta l'arte aveva una connotazione moralistica,
anche quella d'avanguardia: la formula dell'Arte Povera perseguiva
nel suo disegno critico una linea di lavoro repressiva e masochistica
fortunatamente contraddetta da alcune opere degli artisti. Successivamente
la pratica creativa ha fatto saltare la censura formale attinente
alla produzione artistica a favore di una pratica di opulenza,
come riparazione aduna perdita iniziale, via ascensionale che
non significa ascetismo o rinuncia ma crescita e sviluppo della
capacità di diventare possidenti, al limite di un possesso
messo continuamente in discussione dal naturale movimento dell'opera
e dell'artista, che è di spossessamento e di superamento.
L'opulenza consiste nella capacità di investire nella perdita
iniziale, nella condizione notturna del quotidiano, il rischio
della pratica solare dell'arte. Finalmente la pratica pittorica
viene assunta come un movimento affermativo, come un gesto non
più di difesa ma di penetrazione attiva, diurna e fluidificante.
L'assunto iniziale è quello di un'arte come produzione
di catastrofe, di una discontinuità che rompe gli equilibri
tettonici del linguaggio a favore di una precipitazione nella
materia dell'immaginario non come ritorno nostalgico, come riflusso,
ma come flusso che trascina dentro di sé la sedimentazione
di molte cose, che scavalcano il semplice ritorno al privato ed
al simbolico.
L'avanguardia, per definizione, ha sempre operato dentro gli schemi
culturali di una tradizione idealistica tendente a configurare
lo sviluppo dell'arte come una linea continua, progressiva e rettilinea.
L'ideologia sottostante a tale mentalità è quella
del darwinismo linguistico, di una idea evoluzionistica
dell'arte, che afferma una tradizione dello sviluppo linguistico
dagli antenati dell'Avanguardia Storica fino agli esiti ultimi
della ricerca artistica. L'idealismo di tale posizione risiede
nella considerazione dell'arte e del suo sviluppo al di fuori
dei colpi e dei contraccolpi della storia, come se la produzione
artistica vivesse avulsa dalla produzione più generale
della storia.
Fino agli anni Settanta, l'arte d'avanguardia ha conservato tale
mentalità. operando sempre dentro l'assunto filosofico
del darwinismo linguistico, di un evoluzionismo culturale
rispettoso di ogni genealogia con una puntigliosità puristica
e puritana. Questo ha comportato una produzione artistica e critica
attenta a porsi nel solco geometrico e chiuso della continuità.
In definitiva la neo avanguardia ha inteso salvare la coscienza
felice dell'artista tutta basata sulla coerenza interna del
lavoro, realizzata dentro l'ambito sperimentale del linguaggio,
contro l'incoerenza negativa del mondo.
Tale assunto comporta una coazione al nuovo che ha contraddistinto
la produzione artistica degli anni Sessanta, intesa come attività
circoscritta al linguaggio che promuove il bisogno di sperimentare
nuove tecniche e nuove metodologie nei confronti di una realtà
dinamica e di per sé sperimentale quanto a capacità
produttiva e sviluppo di tendenze del pensiero.
Gli artisti degli anni Settanta cominciano ad operare nel momento
in cui cessala coazione al nuovo, nel momento del rallentamento
produttivo dei sistemi economici, quando il mondo è attanagliato
da una serie di crisi che mettono a nudo la vertigine produttivistica
di tutti i sistemi ideologici. Finalmente si è parlato
e si parla di crisi dell'arte. Ma se per crisi intendiamo, secondo
l'etimo, "punto di rottura" e "verifica",
allora possiamo adoperare tale parola come angolazione permanente
per verificare il vero tessuto dell'arte. Due sono i livelli a
cui rimanda la definizione della crisi dell'arte: la morte dell'arte
e la crisi dell'evoluzione dell'arte.
Hegelianamente, per morte dell'arte s'intende il superamento delle
categorie del fare artistico da parte della filosofia, quale scienza
del pensiero che comprende ed assorbe l'intuizione artistica.
Più modernamente, la morte dell'arte rimanda alla constatazione
che tale esperienza non riesce più ad intaccare i livelli
della realtà. E. se da una parte viene sottolineata l'impotenza
della sovrastruttura (l'arte) rispetto alla struttura (l'economia
politica), dall'altra si afferma la caduta della produzione artistica
da qualità (valore) a quantità (merce).
Oggi per crisi dell'arte in senso stretto s'intende invece la
crisi dell'evoluzione dei linguaggi artistici. La crisi appunto
della mentalità darwinistica ed evoluzionistica dell'avanguardia.
Tale momento critico viene ribaltato dalla generazione artistica
della fine degli anni Settanta in termini di nuova operatività.
Essa ha smascherato la valenza progressista dell'arte, dimostrando
come di fronte all'immodificabilità del mondo l'arte non
è progressista bensì progressiva, rispetto alla
coscienza della propria e circoscritta evoluzione interna.
Ora lo scandalo, paradossalmente, consiste nella mancanza di novità,
nella capacità dell'arte di assumere un respiro biologico,
fatto di accelerazioni e rallentamenti. La novità
nasce sempre da una richiesta del mercato che ha bisogno della
stessa merce, ma trasformata nella forma. In questo senso negli
anni Sessanta sono state bruciate molte poetiche ed i sottostanti
raggruppamenti. Perché i raggruppamenti attraverso le poetiche
permettono di costituire quella nozione di gusto che, proprio
per la quantità degli artisti operanti nella stessa direzione,
consente il consumo sociale ed economico dell'arte.
Finalmente le poetiche si sono diradate, ogni artista opera attraverso
una ricerca individuale che frantuma il gusto sociale e persegue
le finalità del proprio lavoro. Il valore dell'individualità,
dell'operare singolarmente, si contrappone ad un sistema sociale
e culturalmente attraversato da sovrastanti sistemi totalitari,
l'ideologia politica, la psicanalisi e le scienze, che risolvono
all'interno della propria ottica, del proprio progetto, le antinomie
e gli scarti prodotti nella realtà dal suo farsi. Una cultura
delle previsioni stringe la vita dentro un campo di concentrazione
che ne assottiglia l' espandersi e tende a ridurre il desiderio
e la produzione materiale al di fuori delle vie tortuose ed imprevedibili
entro cui si forma. Il sistema religioso delle ideologie, dell'ipotesi
psicanalitica, scientifica, tende a rendere funzionale al sistema
tutto ciò che è diverso, riciclando e convertendo
nei termini del funzionale e del produttivo tutto ciò che
invece nasce dalla pratica della realtà.
Ciò che non è riducibile in tali termini è
proprio l'arte che non può confondersi con la vita, anzi
l'arte serve a spingere l'esistenza verso condizioni di impossibilità.
L'impossibilità, in questo caso è la possibilità
di tenere la creatività artistica ancorata al progetto
della propria produzione. L'artista ora opera sulla soglia di
un linguaggio irriducibile rispetto alla realtà, sotto
la spinta di un desiderio che non muta mai, nel senso che non
si tramuta mai se non nella propria apparenza. In questo senso
l' arte è produzione biologica, attività applicata
di un desiderio che si lascia omologare soltanto nella propria
immagine ma non nella propria motivazione L'arte non accetta transizioni,
coniugata dentro il bisogno dell'artista di rendere assoluto il
dato relativo della produzione corrente e di creare discontinuità
di movimento, laddove esiste l'austera immobilità del concetto
produttivo.
Ora l'arte non è commento inserito dall' artista dentro
il luogo del linguaggio, che non è mai doppio e speculare
rispetto alla realtà. In questo senso la produzione dell'arte
da parte della generazione degli anni Settanta si muove lungo
sentieri che richiedono altra disciplina e altra concentrazione.
Qui la concentrazione diventa deconcentrazione, bisogno
di catastrofe, rottura del bisogno sociale. L'esperienza artistica
è un'esperienza laicamente necessaria che ribadisce l'ineliminabilità
della rottura, l'insanabilità di ogni conflitto e di ogni
conciliazione con le cose. Questo tipo di arte nasce dalla consapevolezza
della irriducibilità del frammento, dell'impossibilità
di riportare unità ed equilibrio. L'opera diventa indispensabile,
in quanto ristabilisce concretamente rotture e squilibri nel sistema
religioso delle ideologie politiche, psicanalitiche e scientifiche
che ottimisticamente tendono invece a riconvertire il frammento
in termini di totalità metafisica.
Solo l'arte può essere metafisica, in quanto riesce a spostare
il proprio fine dal fuori al dentro, attraverso la possibilità
di fondare il frammento dell'opera come una totalità che
non rimanda ad altro valore esterno al proprio apparire.
Sostanzialmente l'arte trova dentro di sé la forza di stabilire
il deposito da cui attingere energia necessaria per costruire
le immagini, e le immagini stesse, intese come estensioni dell'immaginario
individuale che assurge a valore oggettivo ed accertabile tramite
l'intensità dell'opera. Perché senza intensità
non si ha arte. L'intensità è la qualità
dell'opera di darsi, nell'accezione lacaniana, come domasguardi,
come capacità di fascinazione e cattura dello spettatore
dentro il campo intenso dell'opera, dentro lo spazio circolare
e autosufficiente dell'arte, che funziona secondo leggi interne
regolate dalla grazia demiurgica dell'artista, da una metafisica
interna che esclude ogni rimando ed ogni motivazione esterna.
Regola e motivazione dell'arte è l'opera stessa che impone
la sostanza del proprio apparire, fatta di materia e di forma,
di pensiero direttamente incarnato nel luogo della pittura e del
segno, non pronunciabile se non attraverso le grammatiche della
visione.
In tal modo l'arte della fine degli anni Settanta si presenta
positivamente frantumata, disseminata in molte opere, ciascuna
portante dentro di sé l'intensa presenza della propria
esistenza regolata da un impulso circoscritto alla singolarità
dell'opera creata. Così si delinea il concetto di catastrofe,
intesa come produzione di discontinuità in un tessuto culturale
retto negli anni Sessanta dal principio di omologazione linguistica.
L'utopia internazionalistica dell'arte ha contraddistinto la ricerca
dell'Arte Povera, tutta tesa a sfondare i confini nazionali, perdendo
ed alienando in tal modo le radici culturali ed antropologiche
più profonde.
All'apparente nomadismo dell'Arte Povera e delle esperienze degli
anni Sessanta, basato sul riconoscimento di affinità metodologiche
e tecniche, gli artisti degli anni Settanta oppongono un nomadismo
diverso e diversificante, giocato sullo spostamento progressivo
della sensibilità e dello scarto tra un'opera ed un'altra.
Gli improvvisi smottamenti dell'immaginario individuale presiedono
la creatività artistica precedentemente mortificata dal
carattere dell'impersonalità, sincronica anche al clima
politico degli anni Sessanta che predicava la spersonalizzazione
in nome di un primato del politico. Ora invece l'arte tende a
rimpossessarsi della soggettività dell'artista, ad esprimerla
attraverso le modalità interne del linguaggio. Il personale
acquista una valenza antropologica, in quanto partecipa a riportare
l'individuo, in questo caso l'artista. nello stato di una ripresa
di un sentimento che è quello del sé.
L'opera diventa il microcosmo che accoglie e fonda la capacità
opulenta dell'arte di permettere il rimpossessamento, di tornare
ad essere possidenti, di una soggettività fluida fino al
punto da entrare anche nelle pieghe del privato, che in ogni caso
fonda sulla propria pulsione e non su altro valore e la motivazione
del proprio operare.
L'ideologismo del Poverismo e la tautologia dell'Arte Concettuale
trovano un superamento in un nuovo atteggiamento che non predica
alcun primato se non quello dell'arte e della flagranza dell'opera
che ritrova il piacere della propria esibizione, del proprio spessore,
della materia della pittura finalmente non più mortificata
da incombenze ideologiche e da arrovellamenti puramente intellettuali.
L'arte riscopre la sorpresa di un'attività creativa all'infinito,
aperta anche al piacere delle proprie pulsioni, di un'esistenza
caratterizzata da mille possibilità, dalla figura all'immagine
astratta, dalla folgorazione dell'idea al morbido spessore della
materia, che si attraversano e colano contemporaneamente nell'istantaneità
dell'opera, assorta e sospesa nel suo donarsi generosamente come
visione.
L'arte degli anni Settanta trova nella creatività nomade
il proprio movimento eccellente, la possibilità
di transitare liberamente dentro tutti i territori senza alcuna
preclusione con rimandi aperti a tutte le direzioni. Artisti come
Chia, Clemente, Cucchi, De Maria e Paladino operano nel campo
mobile della Transavanguardia, inteso come attraversamento
della nozione sperimentale dell'avanguardia, secondo l'idea che
ogni opera presuppone una manualità sperimentale,
la sorpresa dell'artista verso un'opera che si costruisce non
più secondo la certezza anticipata di un progetto e di
un'ideologia, bensì si forma sotto i suoi occhi e sotto
la pulsione di una mano che affonda nella materia dell'arte, in
un immaginario fatto di un incarnamento tra idea e sensibilità.
La nozione dell'arte come catastrofe, come accidentalità
non pianificata che rende ogni opera differente dall'altra permette
ai giovani artisti una transitabilità, anche nell'ambito
dell'avanguardia e nella sua tradizione, non più lineare
ma fatta di affondi e di scavalcamenti, di ritorni e di proiezioni
in avanti, secondo un movimento ed una peripezia che non sono
mai ripetitivi in quanto segnano la geometria sinuosa dell'ellissi
e della spirale.
La Transavanguardia significa assunzione di una posizione
nomade che non rispetta nessun impegno definitivo, che non ha
alcuna etica privilegiata se non quella di seguire i dettami di
una temperatura mentale e materiale sincronica all' istantaneità
dell'opera.
Transavanguardia significa apertura verso l'intenzionale
scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo
che restituisce spazio all'istinto dell'opera che non significa
atteggiamento prescientifico ma semmai maturazione di una posizione
postscientifica che supera il feticistico adeguamento dell'arte
contemporanea alla scienza moderna: l'opera diventa il momento
di un funzionamento energetico che trova dentro di sé la
forza dell'acceleramento e dell'inerzia.
Così domanda e risposta si pareggiano nell'agone dell'immagine
e l'arte supera la connotazione tipica della produzione dell'avanguardia,
quella di costituirsi come interrogazione che scavalca l'aspettativa
dello spettatore per rimandare alle cause sociologiche che l'hanno
provocata. L'arte d'avanguardia presuppone sempre un disagio e
mai una felicità del pubblico, costretto a spostarsi fuori
dal campo dell'opera per comprenderne il pieno valore.
Gli artisti della fine degli anni Settanta, quelli che io chiamo
della Transavanguardia, riscoprono la possibilità
di rendere lampante l'opera mediante la presentazione di una immagine
che contemporaneamente è enigma e soluzione. L'arte così
perde il suo lato notturno e problematico, del puro interrogare,
a favore di una solarità che significa possibilità
di realizzare opere fatte ad arte, in cui l'opera funziona
veramente da domasguardi, nel senso che doma lo sguardo
inquieto dello spettatore, abituato dall'avanguardia all'opera
aperta, alla progettata incompletezza di un'arte che richiede
il perfezionante intervento dello spettatore.
L'arte negli anni Settanta tende a riportare l'opera nel luogo
di una contemplazione appagante, dove la lontananza mitica, la
distanza della contemplazione, si carica di erotismo e di energia
tutta promanante dalla intensità dell'opera e dalla sua
interna metafisica.
La Transavanguardia si muove a ventaglio con una torsione
della sensibilità che permette all'arte un movimento in
tutte le direzioni, comprese quelle del passato. "Zarathustra
non vuole perdere nulla del passato dell'umanità,
vuole gettare ogni cosa nel crogiuolo" (Nietzsche). Questo
significa non avere nostalgia di niente, in quanto tutto è
continuamente raggiungibile, senza più categorie temporali
e gerarchie di presente e passato, tipiche dell'avanguardia che
ha sempre vissuto il tempo alle spalle come archeologia e comunque
come reperto da rianimare.
Sandro Chia pratica, attraverso la pittura, la teoria di una manualità
assistita da un'idea, dalla messa in opera di una ipotesi formulata
attraverso la particolarità di una figura o di un segno;
Se l'immagine costituisce da una parte lo svelamento dell'idea
iniziale, dall'altra è anche testimonianza del procedimento
pittorico che lo produce e ne svela l'interno circuito, la gamma
complessa di riflessi, le possibili corrispondenze, gli spostamenti
e i rimandi fra le diverse polarità.
Francesco Clemente opera attraverso la ripetizione e lo spostamento.
Parte da un'immagine preesistente che riproduce anche mediante
la pittura. Ma ogni volta la riproduzione altera e sposta ciò
che è riprodotto, secondo variazioni tanto sottili quanto
imprevedibili. Una certezza anticipata è alla base dell'opera
che nella sua effettuazione implica uno scarto rispetto alla norma
iniziale. Lo spostamento avviene per linee oblique, segno tangibile
della produzione di differenza.
Enzo Cucchi accetta il movimento eccellente dell'arte, inscrivendo
le cifre del proprio linguaggio sotto il segno dell'inclinazione,
dove non esiste stasi ma una dinamica di figure, segni e colore
che si attraversano e colano reciprocamente il senso di una visione
cosmica. La pittura mastica dentro si sé ed assorbe nel
microcosmo del quadro la collisione tra i vari elementi. Così
microcosmo e macrocosmo compiono insieme una traversata, in cui
caos e cosmos trovano il deposito e l'energia della propria combustione.
Nicola De Maria opera sullo spostamento progressivo della sensibilità,
praticato mediante gli strumenti di una pittura che tende a darsi
come esteriorizzazione di uno stato mentale e come interiorizzazione
di possibili vibrazioni che nascono durante l'esecuzione dell'opera.
Il risultato è la fondazione di un campo visivo, di una
visione all'incrocio di molti rimandi, in cui le sensazioni trovano
una estroversione spaziale fino a risolversi in una sorta di architettura
interiore.
Mimmo Paladino pratica una pittura di superficie, nel senso che
tende a portare ad emergenza visiva tutti i dati sensibili, anche
quelli più interiori. Il quadro diventa il luogo di incontro
e di espansione a vista d'occhio di motivi culturali e di dati
sensitivi. Tutto è tradotto in termini di pittura, di segno
e di materia. Il quadro è attraversato da temperature differenti,
caldo e freddo, denso e rarefatto, che affiorano, alla fine della
calibratura del colore.
Ora fare arte significa avere tutto sul tavolo in una contemporaneità
girevole e sincronica che riesce a colare nel crogiuolo dell'opera
immagini private ed immagini mitiche, segni personali, legati
alla storia individuale, e segni pubblici, legati alla storia
dell'arte e della cultura. Tale attraversamento significa anche
non mitizzare il proprio io, ma invece inserirlo in una
rotta di collisione con altre possibilità espressive,
accettando così la possibilità di mettere la soggettività
all'incrocio di tanti incastri. "L'essere è il delirio
di molti" (Musil).
La frantumazione dell'opera significa la frantumazione del mito
dell'unità dell'io, significa assumere il nomadismo di
un immaginario senza soste o punti di ancoraggio e di riferimento.
Tutto questo rafforza la nozione di trans-avanguardia,
in quanto ribalta l'attitudine dell'avanguardia di avere il privilegio
di punti di riferimento.
Ogni opera diventa una peripezia che porta e ritorna nel luogo
dell'opera, che attraversa i campi di riferimenti molteplici,
che si serve di tutti gli utensili, una manualità direzionata
dalla grazia del colore e di molte materie, un pensiero che pensa
direttamente attraverso le immagini e si acquatta nel fondo della
visione, come una temperatura che fa da collante e permette ai
frammenti dell'opera di tenersi in una relazione mobile che non
si serra mai e mai cerca riparo nell'idea di unità.
Non esiste alcun regola demiurgica ma soltanto la pratica creativa
dell'arte che rende stabile ogni precarietà senza trasformarla
in stabilizzazione e simbolica fissità. L'opera conserva
il flusso del suo processo, del suo essere operosa nei dintorni
di una soggettività che non tende mai a diventare esemplare
ma semmai a conservare il carattere dell'accidentalità,
di un'apertura di campo che non significa l'ebbrezza romantica
dell'infinito dell'avanguardia, ma muoversi senza centro lungo
derive segnate da un'unica prospettiva, quella del piacere mentale
e sensoriale.