GIUSEPPE PENONE
[sui "Soffi di foglie", 1979]
da: G. Celant, Giuseppe Penone, Milano 1989
Anzitutto si abbia cura della selva vergine, dove il soffio
è racchiuso nelle foglie in continuo flusso sotto la spinta
della logica del vento, tese ad occuparne le intercapedini di
quiete, negativi privilegiati della forma in movimento che nel
suo ripetersi tende a scolpirsi.
Le palpebre chiuse il corpo torbido si adagiano all'antico letto;
la nuca annega nel fogliame e aperta la bocca il respiro affonda
nel mucchio di foglie. Percorse dal soffio producono il suono,
sono cibo caprino, la linfa che scorre produce le foglie, prolunga
la terra e permette di trarre la scorza che riempita di soffio
diventa strumento di suono. Elementi formati nell'aria e per l'aria,
a contatto abituale col vento, modellate dal vento, trasportate
dal vento. Ripercorse dalla mano dell'uomo ripetono i contorni
i risucchi i piccoli vortici le increspate presenze del vento.
Per ripetere il vento si rifanno le foglie.