GIUSEPPE PENONE
[sugli "Alberi", 1976]
da: G. Celant, Giuseppe Penone, Milano 1989
Da 20 giorni ogni giorno, con un orario da falegname, lavoro
vicino a Garessio, il mio paese, in un capannone abbandonato,
il fatto che sia un'ex segheria pur essendo casuale è sintomatico:
lì è il luogo per lavorare il legno, lì io
lavoro a ricavare da una trave, originariamente di 11 metri per
22 cm di larghezza e 10 cm di spessore, la forma di un albero
che vi è fossilizzata dentro. Beninteso ogni cosa di legno
è stata un albero, potrei partire egualmente da una porta,
da una gamba di un tavolo; qui ho scelto un trave perché
mi serviva una dimensione importante. Tecnicamente, per restituirgli
la sembianza dell'albero che fu in un preciso momento della sua
vita vegetale, devo prima stabilire dov'è la punta e dove
la base. Lo posso verificare in base agli anelli di crescita,
che corrispondono ai due strati sempre riscontrabili nel legno,
uno più denso e uno più morbido. La base coincide
con lo strato duro più ampio. Di 1ì io incomincio
a scavare ed è sufficiente che continui seguendo sempre
scrupolosamente questo strato più duro per recuperare la
forma dell'albero. A questo punto non solo ottengo una forma,
ma ho anche ripercorso tutto il fenomeno di crescita. fino al
momento in cui la mano dell'uomo, o chissà, un evento in
natura l'hanno arrestato. Tuttavia mentre questo processo a me
sarà costato circa un mese e per chi vedrà il lavoro
finito costerà l'attimo della percezione visiva, in realtà
è stato in origine lunghissimo. Perciò io considero
in un certo senso il mio lavoro come una sequenza filmica, girata
all'incontrario e fortemente accelerata. La documentazione fotografica
delle sue fasi, tre fondamentalmente: il trave d'inizio, un momento
in cui dal trave affiori l'albero ancora incompiuto, l'albero
restituito alla sua forma, diventa un supporto esplicativo fondamentale,
dlciamo che sostituisce tutto questo discorso che stiamo facendo.
Comunque fotografia o discorso diventano indispensabili perché
per me il lavoro sta nella fase processuale. Ciò che più
mi intriga e che sento come una costante della mia poetica è
il rapporto tempo reale di crescita e tempo personale di "scortecciamento".
La curiosità di scoprire ogni volta un albero e quindi
una "storia" nuovi e insieme la sollecitazione a questa
operazione che mi viene di continuo dall'aspetto per me fantastico
di ogni porta, tavolo, finestra, piancito, che racchiudono in
sé l'immagine di un albero, ti danno le ragioni e l'urgenza
del mio ricorrere a questo tipo di operazione, che non è
ripetizione, ma ogni volta un'avventura nuova.