EDOARDO SANGUINETI
L'arte del corpo
"Paese Sera", 5 dicembre 1974
da: E Sanguineti, Giornalino, Einaudi, Torino, 1976
La ricetta teorica potrebbe essere questa. Si assuma, come
primo ingrediente, la Morte dell'Arte, che è poi la morte
di un'arte come artigianato, finalmente, dopo tante convulsioni
agoniche, in disperati tentativi di sopravvivenza ostinata, di
fronte allo sviluppo industriale e alla famosa riproducibilità
tecnica. Naturalmente, non è mai vietato fabbricare mosaici
colorati, canzoni petrarchesche, sonate per viola d'amore: ma
l'arcaismo virgolettato, e magari provocatorio, per definizione
non fa testo. Si ottiene subito, una volta rifiutato l'oggetto
"ben fatto" (in una "cucina pittorica", per
esempio, modellata sul "re dei cuochi"), un effetto
boomerang: l'artista-artigiano è pronto a rifiutare la
reificante manipolazione dei materiali, molto meno ad accogliere,
nella sua immediatezza cruda, l'idea di una produzione e riproduzione
tecnologica dei suoi prodotti estetici. E la riconversione si
opera sopra il corpo stesso dell'artista, ultimo materiale-non-materico
disponibile al suo esercizio: l'artigianato fisiologico diventa
così, in qualche modo, l'ultima spiaggia su cui attestarsi,
prima della resa finale - e la reificazione, rifiutata a livello
produttivo, si ribalta sopra l'io corporeo del produttore medesimo.
Per ottenere una vera Body-art [...] occorre però che l'asse
immaginario tracciato dal suddetto ingrediente venga ad incontrarsi
con una linea di assai più larga portata: la crisi del
concetto (anzi, meglio, del funzionamento) di corpo, in una società
tecnologicamente evoluta. Nell'angolo di incidenza, il trauma
dell'operatore estetico si sposa con un fenomeno di massa, che
va ben oltre la nota minaccia della catastrofe ecologica (mera
nozione, in fondo, astrattamente - per ora - garantita dalla Scienza):
lo stato di disagio, ormai assolutamente quotidiano, e certificabile
nel vissuto (anche se imperfettamente riflesso ancora, eventualmente,
nella mente), per l'impatto della nostra carne con un mondo che
delle polpe e delle ossa di cui consistiamo fa un conto sempre
più scarso. Animali discretamente plastici, pare che non
siamo giunti troppo impreparati, nel complesso, al fuoco e alla
ruota, alla staffa e al mulino ad acqua. Ma le città paralitiche
per eccessi di quattroruote, prima che di una crisi del sapere
urbanistico, parlano di una crisi del nostro corpo, inadeguato
a un ambiente che gli riesce sempre meno praticabile. Ne abbiamo
sentite tante, di lagne, intorno a un progresso eccedente la nostra
capacità di evoluzione "morale), con altrettante proposte
di regressione a condizioni più umanamente arcaiche, in
attesa di una maturazione spirituale soddisfacente: sarebbe più
opportuno e più urgente levare querele e guai intorno a
ben altro tipo di esorbitante accelerazione della storia, avendo
riguardo alla nostra evoluzione "fisiologica". Né
occorre ricorrere all'esempio paradigmatico ma estremo dell'astronauta
degravitazionalizzato: dopo i mucchi di romanzi sopra l'alienazione
dell'anima, sarebbe tempo di comporne graziosi mazzi intorno all'alienazione
del corpo.
I body-artisti lo fanno come possono, figurativamente, mescolando
il viscerale e il massmedianico, sacralizzando trasgressivamente
l'alluce e il video-tape, la tibia e il registratore, invocando
Artaud e Bataille, quando li conoscono, e partendo, propulsi dalla
nevrosi, sulla tangente della "liturgia estetica" (e
isterica), verso un teatro delle orge e dei misteri" (Hermann
Nitsch). Oscillando tra lo spettacolo confezionato per il consumo,
sopra il palcoscenico elitario della galleria d'arte, e la privatizzazione
dell'ascesi in una cella rigorosamente clinica, spesso travolti
da un new-dada massificatamente pervertito, sognano di sfuggire
alle strette socio-ambientali di un mondo più asettico
di qualunque radice quadrata, ricorrendo a un pre-codice corporale,
che sarebbe poi la vera lingua edenica: daranno un nome a tutte
le cose, ma con vocaboli tutti sottratti ai vincoli del Logos.
Ne sa più il cordone ombelicale che la circonvoluzione
cerebrale, la vagina è più eloquente del Dizionario
dei Sinonimi. La Nuova Metafisica non sta più dalla parte
della povera Psiche, ma tutta si situa sul versante di Soma (e
di Eros, visibilmente somatico, appunto). E non sanno, gli sventurati,
che il Corpo Mistico (e schizofrenicamente sofferto) che si coltivano
è, filogeneticamente come ontogeneticamente, il prodotto
del lavoro sociale e della storia umana, magari un po' arretratamente
inadeguato alle prestazioni imposte dall'oggi, ma certo non suscettibile
di incarnare (è la parola giusta) un qualche mito di piena
riappropriazione dell'Io. Ma si va poi a caccia, per forza, piuttosto
dell'Es.
Così la dialettica (involontaria) della Body-art, alla
fine, ritorna a stringersi tra l'ultimo incanto della Proprietà
Privata, che si fa carne e scende tra di noi, passeggiando povera
e nuda per le sale di esposizione, e sanguinante e mutilata, se
occorre, e travestita e mascherata, in figura del Mio Corpo e
del Mio Sangue, e l'ultimo incanto dell'Opera d'Arte, come pratica
estetica del Fisiologico, che sfugge ripugnando alla soggezione
dell'uso lavorativo, verso la suggestione di una Natura esente
da Storia e da Cultura, fatta organo e membro. Il Nuovo Adamo
scopre di essere ignudo, e cessa di vergognarsene: ha il sospetto
che sia stato un grosso errore lasciarsi estromettere dalle aiuole
del Paradiso, per un lungo viaggio nella notte oscura della Storia.
E adesso che Dio è morto, incomincia a vergognarsi di essere
vestito: per rientrare nel giardino perduto, basterà un
passo di buona volontà. Intanto, i nipotini di Rousseau
sono già ridiventati i nipotini di Schopenhauer.