LUCIANO FABRO
L. Fabro, Attaccapanni, Torino, 1978

Ai piedi.
Appena dopo l'Italia appesa, l'Occhio di Dio, le edere, le felci, alcune forme che erano rimaste ai quadrivi della nostra cultura: l'erotismo, il nazionalismo, l'emblema religioso, l'apparato sensitivo-rituale: dove, cioè, i contenuti assumevano solo il valore di immagini, capii che una verifica poteva iniziarsi solo alzando una barriera di stimoli e di rimandi. Perché tuttociò non rimanesse un ibrido, come catalizzante scelsi il fascino. Certe materie per colore e forme stanno bene assieme, anzi, spesso, sono state scelte a rappresentarsi l'un l'altra: la pietra, il bronzo, il vetro e il tessuto. Di ognuna scelsi la qualità più nobile, la tecnologia più raffinata tra le più appropriate: il marmo lucidato, il bronzo pulito, il vetro colato, la seta lavorata con le finezze della sartoria, e colori adatti al contesto.
Il piede, nella immaginazione, non ha una collocazione precisa, eppure è stato sempre oggetto di un'attenzione particolare. Nella scultura, il piede, sia in evidenza o quasi nascosto, è trattato con cura e con minuzia, tanto che la qualità dell'insieme si può leggere solo da un piede, ed in certe opere di bottega spesso l'artista si preoccupa di curare personalmente il piede. Sarà perché è il perno del dinamismo della figura, un fragile richiamo sotto una cascata di espressioni, di gesti e di panneggi, e non gli si può dare un'espressione (il viso), un gesto (le mani), un ritmo (il panneggio). Ma solo e appunto un perno su cui gravita tutto il resto. Un momento che gli strumenti ideologici non raggiungono e l'artista si trova solo senza espressionismo, identificazione, autorità. La colonna di seta non ha ragione né statica né dinamica, ma dà corpo allo sguardo. [...]

Gli attaccapanni.
I colori sui panni appesi.
Sono i colori del tramonto. Prima appare questa luce rosa-azzurra poi la luce diventa di fuoco, poi viene il verde, poi il blu, quando comincia a diventare scuro; è tutto un passaggio di viola, e poi, ultima, è proprio la notte. Una delle domande che mi han subito posto è proprio: perché questo colore, perché il tramonto.
Scoprire un colore giusto è scoprire che qualcosa è commestibile. I colori del tramonto non servono all'imitazione ma a mangiare il tramonto tramite i suoi colori. Il disegno nell'arte è un atto conoscitivo, ma il colore è un atto di cannibalismo: una sostituzione d'identità. Razionale ed emozione non si collocano a due livelli di profondità ma tra due valenze di comodo, tra due complementi di appropriazione, per due usi diversi. [...]
Perché "attaccapanni".
Se li avessi chiamati "oggetti", "environment", "landscape", "installation", tutti titoli inutili, non mi avresti chiesto il significato, ed allora occorre conferma. Ma tutta l'arte è così: se non ha senso, tutti sono molto timidi nel chiedere: "Perché?". È sempre deludente ed oppressivo sentirsi rispondere: "perché io sono un artista!". Io ho pensato che nella lingua italiana la parola più a modo e più semplice fosse quella, perché sono dei panni appesi.

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