MARCO GASTINI
[senza titolo]
"Flash Art", 41, 1973
La questione è quella della pittura, della pittura e
del dipingere. Dire pittura, dire dipingere, significa porsi in
una discontinuità, concentrare l'attenzione, concentrarsi:
l'attenzione stacca il gesto, l'azione distanzia lo spazio indifferenziato,
lo spazio oppone un altro spazio, a sua volta discontinuo. Il
gesto di dipingere la pittura, lo spazio che porta la pittura,
la concentrazione del dipingere, lo spazio che dipinge è
dipinto: la massima concentrazione in un minimo di intervento;
il massimo di evidenza in quel senso sottile, intricato, anonimo,
di presenza che è il dipingere, quel senso che è
la pittura.
Lavoro nel muro. Il muro, qualunque muro, anche quel muro, è
anonimo. È preciso, un muro. Lavoro contraddicendomi, lasciando
che il muro si contraddica. È anonimo come qualunque superficie
piana; delimita uno spazio, è potenzialmente tridimensionale,
se esce dalla sua superficie verso lo spazio, all'esterno. Bidimensionale,
annulla e tace lo spazio che contiene; tridimensionale si sporge
su uno spazio che è solo in parte suo. Lavorandoci non
ci dipingo sopra: il muro contiene la pittura, che è nel
muro, che contiene un lavoro, un consumo del tempo, una dimensione
di spazio che è dentro, che toglie via la superficie che
chiude il muro.
Tridimensionale, richiama alla propria superficie l'occhio e lo
imprigiona in un senso fisico, uno spazio nello spazio, un fenomeno
fisico nella tensione psicologica dell'ambiente. Un avvenimento
che si determina, si erge, si rivela. Un avvenimento che rivela,
erge, determina. Una violenza, magari, perché la pittura
è fatto fisico: il gesto raccoglie nel dipingere la pittura,
una fisicità che costringe lo spazio a rivelarsi, a dichiarare
il proprio spazio, a misurarsi con sé stesso, la pittura
si misura a sé stessa. La questione è obbligare
l'altro spazio, la pittura, a rivelarsi.