MARIO MERZ
da: Mario Merz, a cura di G. Celant, in "Domus", 1971
n. 499.
Per fare un lavoro parto dall'emozione che mi dà la
struttura archetipa annullante la materia. Poi, dopo che mi sono
procurato l'oggetto cerco di appropriarmi manualmente della sua
struttura, disponendola in varie posizioni fino a che la sento
vivere all'unisono con la mia persona fisica. A questo punto interseco
questa forma con una immagine di una energia diversa, come ad
esempio un peso calibrato o un tubo al neon. Così ottengo
una sensazione molto fisica ed individuata di ciò che è
la mia partecipazione alla vita primaria di quell'oggetto, attraverso
il bilanciamento della sua presenza energetica con un'altra energia
che mi è indifferente. Il senso del mio lavoro sta infatti
nel riappropriarmi delle " cose ", evitando di dilatarle
in proiezioni, e nel mantenerle vive in me nella loro limitata,
ma individuale presenza primaria. [...]
É poter dire: io penso che nella natura gli elementi si
attraversino l'uno con l'altro. C'e questa specie di distanza
e nello stesso tempo vicinanza dall'idea della scienza. La scienza
dice che nella natura gli elementi passano uno dentro l'altro,
il significato della natura è quello della trasformazione.
L'idea che ne ricavo è quella di fare una scultura che
non sia fissa, che non sia geometrica, una costruzione che non
sia più il neon, in realtà ha nelle sue qualità,
proprio di oggetto, un'energia, si trasforma in un'azione della
trasformazione da un elemento energetico ad un altro. [...]
Ho fatto l'igloo per tre motivi intersecantisi: l'abbandono del
piano come aggettante o piano murale, quindi l'idea di creare
uno spazio indipendente dal fatto di appendere delle cose al muro
della casa oppure di sganciarle dal muro oppure di metterle sul
tavolo. Quindi l'idea di igloo come idea di spazio assoluto in
se stesso; e una semisfera appoggiata per terra. A me interessa
che la semisfera non sia geometrica, al punto tale che questa
semisfera è quasi sempre creata da una struttura di metallo,
ricoperta di rete e poi di materiale o di pezzi di materiale informe,
come creta, terra, cera.
Poi su questa struttura ho iniziato il lavoro di scrittura che
è coinciso con un interesse per quello che poteva essere
il significato di una frase o di una scritta, come la scritta
di Giap: "Se il nemico si concentra perde terreno, se si
disperde perde forza" un'idea talmente importante in se stessa
da poterla scrivere in una forma assolutamente statica come può
essere la forma del neon in senso di scrittura. A proposito di
questa scritta mi ricordo che, prima della guerra, ho fatto, un'estate
che ero tornato a Torino, delle poesie in scala geometrica, praticamente
delle poesie visive. Erano parole scritte con la macchina da scrivere,
ad angoli che creavano una forma di poesia. Quando ho fatto l'igloo
di Giap mi sono ricordato che era la stessa cosa, cioè
scrivere al neon la frase di Giap era un impegno, ma nello stesso
tempo era la stessa cosa delle poesie visuali. Cioè quando
uno è infastidito da troppe parole dice: io ne scrivo due;
le scrivo a macchina in modo che si capiscano chiaramente, non
è piu però la mia scrittura per cui la parola si
impone per se stessa, nell'igloo sulla rotondità della
struttura in creta e nella poesia sulla pagina. In ambedue c'è
un'imposizione maggiore di quanto può esserci nel contesto
dello scambio di parole, e questo è molto significativo
nel mio lavoro, la parola diventa peso o diventa numero. Allora
quando a Parigi ci sono stati i fatti di maggio un tale, ignoto,
ha scritto su un muro "solitario solidale", a me ha
interessato il significato esistenziale di questi due aggettivi
messi uno vicino all'altro per dire che una cosa è importante
e sospesa allo stesso momento, l'ho messa dentro una materia,
la cera, che assorbisse questa frase. Così sono andato
a comprare della cera, ho messo la cera dentro un contenitore
qualunque e su questo ho messo gli aggettivi che affondano e non
affondano nella cera cioè restano in sospeso. (...)