ITALO CALVINO
I segni alti
Fausto Melotti, Lo spazio inquieto, Torino 1971
Che per visitare lo studio di Melotti occorra passare per una
botola salendo e scendendo una scaletta da sottomarino, è
un dato di fatto da non trascurarsi. Non perché la caverna
deve restare elemento indispensabile d'ogni mito delle idee ultime,
- è d'un viaggi fuori della caverna che qui si tratta,
verso un mondo dove il dentro non esiste - ma perché ogni
itinerario conoscitivo non può iniziarsi che con una scoscesa
dislocazione verticale, - come ben sanno Alice precipitante nella
tana del coniglio e l'eroe prometeico del mito Bororo che deve
raggiungere un nido di pappagalli arrampicandosi a un tronco o
a una liana. I viaggio però potrebbe compiersi ugualmente
attraverso uno specchio cui non resti altro da specchiare che
la propria cornice, oppure attraverso una finestra che s'affacci
sul fuori da ambedue le parti. L'importante è non aspettarsi
di raggiungere un al di là ma un al di qua, il vero al
di qua del nostro mondo già inghiottito nel suo spettrale
occaso: la pagliuzza o lamella luccicante che resta nel setaccio
dopo che tutta la sabbia se ne è andata.
Non piú sommerse negli spessori e nei congegni le rarefatte
impalcature della felicità si levano sull'orizzonte cancellato
agli occhi ilari del viaggiatore. Ma il sorriso del savio che
lo guida, leggero come un vecchio angelo, interrogativo come un
augure bambino, già lo avverte che questa vegetazione di
segni scorporati ha pur sempre radici nel nostro precario stare
al mondo: questo concetto di percussioni e trilli di zufolo è
l'unico modo per dire la pena di fronte a tutti i possibili impossibili.
Anche il cielo della trasparenza universale ha le sue nuvole,
reticoli come tendine calate che velano prospettive d'ombre tra
i lembi. E ci sono feste che si riconoscono piú dalle aste
che dalle bandiere.
Al termine del viaggio non è detto che si arrivi a contemplare
le estreme essenze, gli ideogrammi d'un alfabeto assoluto, ma
certo s'avrà davanti l'inventario degli emblemi tridimensionali
e dinamici, inalberati ognuno sul suo perno, pronti a ruotare
come ombrellini, a tendersi come molle, a sventolare come code
d'aquilone. E in mezzo agli altri festosi segnacoli, l'occhio
registrerà anche il profilo d'una forca, esile e primordiale
come un graffito infantile.
Non c'è da stupirsene, dato che ciò che dà
norma al movimento universale è il pendolo: estro radioestesico
di biglie di piombo legate a catenelle, libere di descrivere circonferenze
in ogni dimensione o d'interpretare ellitticamente la scansione
circolare dello spazio; per esso ogni figura vivente vive di moto
pendolare, piramide umana o uccello, bos primigenius che avanza
passi penduli su zampe inanellate; contrappeso a ogni ruota elica
girandola anemometro radar sospeso in vibrante immobilità;
il pendolo non schiavo della ciondolante gravitazione terrestre
ma disponibile per capovolte oscillazioni da diapason, batacchio
d'altre campane, gong solare.
I segni vanno comunque tenuti alti: senza nessuna prosopopea,
con la leggerezza, l'attenzione, l'industriosa ostinazione dei
palafitticoli. Era verso il paese delle palafitte che il viaggiatore
- e non da ieri - muoveva i suoi trampoli: solo habitat possibile
per i secoli immediatamente prossimi. Apprendere da Melotti che
l'infinito s'avvolge su se stesso a spirale autorizza d'altronde
a una certa confidenza con lo spazio e col tempo.