GIUSEPPE UNCINI
Risposta all'Inchiesta su tecniche e materiali, a cura di C. Lonzi,
T. Trini, M. Volpi Orlandini
"Marcatré", 1968
Quando iniziai ad usare il ferro ed il cemento nel '59 (cementarmati)
la scelta di queste materie non fu determinata da interessi espressionistici
o materici come forse si è creduto: ma solo come mezzo
per la realizzazione di una idea. E l'idea è sempre quella,
un'idea fissa, costante, "il costruire", "lo strutturare
"; probabilmente neppure idea è, poiché più
intimamente l'accetto come un difetto o una qualità della
mia natura. [...]
A quei tempi, per me il problema importante era che l'opera non
fosse più una superficie-supporto sulla quale rappresentare
l'idea, ma un oggetto costruito, che non rappresentasse,
che significasse solo se stesso.
Infatti, prima dei cementi, realizzavo i miei quadri (allora ero
un pittore) con tufo, polvere di marmo, carbone, terre, ecc. gettate
su pannelli che fingevano solamente delle superfici, che però
non riuscivano mai ad avere né il peso né la struttura
che io desideravo dar loro. Fu proprio il tentativo di distruggere
il quadro, il "quadro rappresentante" che mi portò
alla scelta del cemento-armato, un materiale, che, anche nell'uso
corrente, riesce ad essere tale solo in virtù della struttura,
della costruzione. Tentavo insomma di uscire da questo impasse,
costruendomi un oggetto, una superficie strutturata autoportante,
che al di là della rappresentazione, significasse solo
se stesso.[...]
Da tempo mi sono posto il problema della percezione totale dello
spazio tridimensionale, servendomi dell'indagine delle forze che
nella percezione creano i piani e i volumi delle forme. Da questa
posizione astratta e piuttosto grammaticale sono passato a guardare
come la forma si realizza negli oggetti che delineano il nostro
spazio quotidiano: tanto è vero che queste strutture che
vado via via facendo derivano da una scelta di oggetti usuali
(ovvi direi), come ad esempio una porta, una finestra, una parete,
ecc. (sempre oggetti costruiti dall'uomo, e non naturali).
Partendo da una semplicissima osservazione mi sono accorto
che noi guardiamo e quindi consideriamo l'oggetto privo di ombra
e di luce, o meglio, non oggettiviamo la luce e l'ombra, non le
consideriamo materie alla stessa stregua dell'oggetto al quale
stiamo dedicando la nostra attenzione. È questo un vizio
mentale e perciò ho voluto condurre una sperimentazione
nuova. Cioè portare, ridurre tutto allo stesso valore di
disegno nello spazio: cosi l'oggetto come la sua ombra.
Il risultato è che partendo da una premessa così
ovvia ottengo dei valori spaziali e strutturali estremamente ambigui
e quindi ricchi di possibili nuove emozioni.