PINO PASCALI
Intervista con Carla Lonzi,
"Marcatrè", luglio 1967
Io cerco di fare quello che mi piace fare, in fondo è
l'unico sistema che per me va bene. Non credo che uno scultore
faccia un lavoro pesante: gioca, come un pittore gioca, come qualsiasi
persona che fa quello che vuole gioca. Non è che il gioco
sia solo quello dei bambini, è tutto un gioco, no? Ci sono
persone che lavorano, dopo i giochi dell'infanzia diventano i
giochi dell'adolescenza, i giochi dell'adolescenza quelli dell'età
adulta, però sono sempre dei giochi. A un certo punto uno
è in ufficio, se il lavoro è sgradevole vorrà
un'automobile potente per fare un giro, proprio perché
fa un lavoro che non gli piace mentre uno a cui piace ci gioca
col lavoro che fa, cioè mette tutto lì dentro. Non
nel senso di gioco per gioco, quella è un'altra faccenda,
ma nel senso normale dell'attività dell'uomo, no? Anche
i bambini giocano seriamente, è un sistema conoscitivo,
i loro giochi sono fatti proprio per sperimentare le cose, per
conoscerle e nello stesso tempo per andare oltre.[...]
È chiaro che dentro di me sono rimasti proprio psicologicamente
nel mio mondo, nelle mie immegini, molto più i romanzi
di avventure che tutti i libri intelligenti che ho letto. Quei
libri mi sono serviti per capire, per far funzionare, come se
io andassi a scuola un'altra volta, e dopo ho letto anche, poco
fra parentesi, a un certo punto della mia vita ho letto così
tutto di botto, come non si dovrebbe leggere, infatti adesso non
riesco a concentrarmi su un libro, mi piace più vedere
le figure proprio perché mi danno uno spazio differente.
È chiaro che i discorsi razionali, tutto quello che appartiene,
non so, a un fatto organizzato, mentale va benissimo, cioè
mi aiuta, però mi annoia terribilmente perché se
continuassi all'infinito quest discorso veramente mi distruggerebbe
perché sarebbe come un punto che gira in un foglio senza
fermarsi mai, lo si può riempire tutto ma senza aver fatto
neanche un'immagine; cioè sì, mi fa capire: questo
è un lungo percorso, si possono creare incroci in quella
maniera, però alla fine, non lo so, rimane un punto o una
linea [...]
Purtroppo lo spazio dell'Europa è uno spazio molto differente
da quello degli americani, più che appartenere all'azione
appartiene alla riflessione sull'azione, capisci? Cioè
gli americani si possono concedere il lusso di prendere una cosa
e di inchiodarla su un quadro e il quadro viene, di prendere un
fumetto e rifarlo e il quadro è un quadro perché
loro nel gesto riassumono storicamente quello che veramente è
la loro civiltà, la più progredita dal punto di
vista tecnologico. La nostra civiltà è invece una
civiltà che sul piano tecnologico è indietro rispetto
a quella americana per cui un'azione diretta fra uomo e materiale
è pazzesca. Già c'è uno scarto di tempo spaventoso
in America: se vai per esempio in un gabinetto di ricerche chimiche
americano troverai dei materiali incredibili, già c'è
uno scarto tra quei materiali e l'artista americano stesso. In
fondo ormai gli artisti devono usare i materiali che fanno gli
scienziati perché la natura si è esaurita, è
nata una nuova natura. Figuriamoci qui in Italia, qui esiste un
altro spazio, ancora un fatto mentale, di selezione, di non lasciarsi
coinvolgere. Il problema dell'Europeo è quello di essere
un uomo solo ma autosufficiente, un uomo riesce a crearsi una
civiltà autonoma; invece in America no, anche se gli americani
sono molto individualisti e non s guardano neanche in faccia,
sono dentro quello spazio americano, quella civiltà americana,
e anche se non si guadano in faccia sono legati, capisci? [...]
Siamo nati qui e abbiamo quel patrimonio di immagini, ma proprio
per vincere queste immagini dobbiamo vedere freddamente e proprio
fisicamente per quello che sono e verificare che possibilità
hanno per poter esistere ancora. Se questa possibilità
è una finzione uno accetta la finzione, se queste cose
sono vecchie, trapassate, non appartengono più allo nostra
storia, uno non le può più prendere sul serio, capisci,
e credere a dei problemi di civiltà mediterranea ecc. Io
praticamente per sentirmi uno scultore devo fare delle finte sculture.
[...]
In fondo le mie cose sono sempre al di fuori, mai al didentro.
Anche i cannoni, importante per me è che sembrassero dei
cannoni. C'era questa vernice verde che copriva tutte le magagne
ed era quello il cannone, non era il legno o il ferro, io penso
che non era importante come li avessi fati, l'importante era che
sembrassero cannoni. Come queste cose: importante è che
sembrino sculture. A me non interessa il di dentro o solo la parte
epidermica, deve essere veramente questo leggero spessore che
si forma intorno. È la finzione che determina automaticamente
l'identificazione con una certa immagine, una certa parola sul
vocabolario, cannone, scultura, Brancusi. In queste cose di Liechtenstein
questo qui è proprio vero. In fondo è così,
ridipinge il quadro di Picasso secondo il metodo dei fumetti.
Io fingo di fare delle sculture, ma che non diventino quelle sculture
che fingono di essere, io voglio che diventino una cosa leggera,
che siano quell che sono, il che non spiega proprio niente, le
ho fatte così, è andata così. Essendo quello
che sono, sono della tesa su delle centine che si rassomigliano
stranamente a delle sculture, a delle immagini che abbiamo dentro
di noi [...]
Parlano di idea di spettacolo a proposito delle mie cose ma io
penso che non sia giusto: io faccio una mostra e il mio gesto
è identico a quello degli altri scultori che fanno la mostra.
[...] Dico anch'io, sì lo spettacolo, ma l'intendo semplicemente
nel senso di quell'organizzazione umana che ha creato le gallerie
e le mostre. È quello lo spettacolo, è quello il
fenomeno sociale, politico, attraverso il quale il pittore s'incastra
nella società, attraverso il quale si giustifica, è
l'unico mezzo che ha per esistere nella società. Senza
questo luogo il pittore non esiste ormai, diventa artigiano, operaio
specializzato: la galleria è un luogo astratto in cui uomo
può, così, dire: è una specie di pulpito,
chiamiamolo pulpito, se vogliamo dargli una dimensione un po'
ambigua, cristiana, un uomo che dice la propria messa, no? E tu
trovi queste specie di altarini e l'oggetto funziona se uno lo
fa con quell'intenzionalità lì, con quell'attenzione,
con quella realtà esistenziale indispensabile, se non è
indispensabile diventa un fatto decorativo.