FRANCESCO LO SAVIO
da: F. Lo Savio, Spazio e luce, a cura di G. Celant, Einaudi,
Torino, 1975
nel '54 cominciai i miei studi sull'architettura contemporanea,
europea ed americana, sentendo precisi interessi per l'esperienza
di gropius relativa alla bauhaus, nei suoi rapporti col movimento
de stjil e in particolare con l'opera di mondrian.
l'interesse di questa esperienza era soprattutto ideologico e
sociale. le mie ricerche sui problemi dell'espressione formale
si rivolsero invece al lavoro di klee, malewitsch, gaudì,
le corbusier, maillart; e quando iniziai a lavorare (escluse alcune
esperienze accademiche d'informazione) ero libero da ogni preconcetto
formale, coerente esclusivamente a una concezione ideologica e
sociale, derivata dalla mia partecipazione ai problemi d'evoluzione,
sia concettuale che formale, dell'architettura e dell'industrial
design.
l'idea d'impegnare uno spazio tridimensionale per realizzare un'esperienza
biunivoca, interna come problema dell'espressione formale, esterna
come problema del rapporto sociale, condiziona lo sviluppo del
mio lavoro sotto un aspetto di discontinuità visiva, sia
nella scelta dei mezzi che nel risultato di forma.
nei dipinti su tela, diretti principalmente allo sviluppo di una
concezione spaziale pura, dove la luce è l'unico elemento
che definisce la strutturazione di superficie, tentando un contatto
con lo spazio ambientale - realizzato mediante una situazione
di differenti intensità cromatiche - l'elemento tridimensionale
si configura attraverso un'immagine stereoscopica che puntualizza
la situazione teorico concettuale del rapporto tridimensionale.
i filtri, un'azione addizionale di varie superfici semitrasparenti,
iniziano un reale contatto con lo spazio ambientale, ma solo nei
metalli l'azione si esplica con un possibile riscontro specifico
del fatto tridimensionale, realizzando allo stesso tempo una partecipazione
sociale chiara con oggetti che rimangono in un limbo dell'utile
ma di cui la qualità nella loro dignità civile è
inequivocabile.
poi l'idea di avere una maggiore libertà nella strutturazione
formale di questi oggetti, mi ha condotto alla necessità
di definire uno spazio d'azione integrato all'oggetto stesso,
che viene ad usufruire di una situazione ambientale più
limpida nella lettura formale, limitando nel contempo l'interferenza
dell'ambiente esterno che diminuiva la resa totale dell'oggetto.
in queste ultime esperienze, metalli e articolazioni totali, credo
si siano realizzate le mie istanze di partecipazione diretta ai
problemi di evoluzione dell'industria design e dell'architettura,
decifrando un possibile atteggiamento sociale dell'opera, che
rimane prodotto d'arte ma concretizza quel contatto necessario,
soprattutto attualmente, fra artista e società.